giovedì 24 gennaio 2019

Da “IL MONTAGGIO”, 13 punti tratti da Sun-tzu [Sunzi] –













Nell’agosto del 1887, Lenin s’iscrisse all’università di Kazan che,
per quanto sotto severo controllo, era un fervido centro d’idee
che attirava i giovani. Anche Gorkij era stato a Kazan; il suo libro
Moi Universitéti comincia appunto: ‘dunque, io vado a studiare all’
Università di Kazan, nientemeno’ […]. Ma, più che all’università,
Gorkij se ne andava, spinto dalla fame, sulle rive del
Volga, negli imbarcaderi dov’era facile guadagnare quindici
o venti copeki. ‘Là, fra i caricatori, i vagabondi, i marioli, mi sentivo
come un pezzo di ferro cacciato a forza tra carboni accesi;
ogni giorno m’impregnavo di una quantità d’impressioni acute e roventi.
Là, davanti a me, come in un vortice, passavano […]
uomini d’istinti grossolani; il loro rancore contro la vita, il loro modo ironico e ostile di considerare le cose del mondo e la loro spensieratezza
per quanto li riguardava, mi piacevano. Tutto ciò che avevo sopportato
e veduto mi spingeva verso quegli uomini, suscitando in me il desiderio
di sprofondarmi in quel loro ambiente corrosivo’. Lenin non ha mai
raccontato di se stesso, di queste cose; poiché la nota soggettiva ‘non
trova mai posto nei suoi scritti e nei suoi pensieri’; ma, in quell’ambiente,
fra quegli uomini rudi e amari, c’era anche lui, e le sue idee furono forgiate
su quegli stessi carboni accesi. Fu lì, a Kazan, ch’egli s’identificò col
lavoratore russo, e il popolo russo s’identificò con lui. In quelle terre,
un secolo prima, la grande rivolta popolare del cosacco Emeljan
Pugacev (1773-1775) aveva trovato forti sostenitori.
L’immenso Volga è il fiume simbolo della Russia; i suoi battellieri,
i suoi canti, la sua storia, il suo immenso fluire:
i veri pensieri di un uomo son quelli che sono parte di un destino
comune di tutto un popolo, di una vita comune
che è un immenso fluire senza fine[1].







Ecco un passo tratto da un libro vecchiotto, ormai, ma che forse potrebbe venire molto a proposito nell’atmosfera in cui si sta:
“Ottenuto il permesso di entrare, Pitman si fermò in una posizione d’attenti abbastanza goffa sulla soglia di un ufficio banale, nudo, in cui era evidente che nessuno lavorava molto; si aspettava ruggiti soldateschi o gelidi sussurri, ma tutto quello che udì fu una voce amabile che salmodiava: ‘Ancor prima che io insanguini la mia spada, il nemico si è arreso, Ancor prima che io insanguini la mia spada, il nemico si è arreso’. Davanti alla testa da pan di zucchero si ergeva un indice ben poco minaccioso ma pedagogico.
‘Entri dunque, Iakov Moïsseič del mio cuore, entri, e posi su una sedia il suo Sedere. Lei conosce Sun Tzu?’.
Il terrificante compagno Abdulrakmanov non parlava come un funzionario del KGB. Non parlava neppure come un comune cittadino sovietico. Aveva una voce musicale da basso che piegava e dispiegava secondo le regole della più raffinata dizione. Se ne serviva come un attore, ma la sua pronuncia corretta ricordava piuttosto quella di un professore da Antico Regime. D’altronde le parole ‘Vecchio Regime’ si presentavano spontanee alla mente non appena si vedeva da vicino quell’uomo cortese, bonario, quasi untuoso, la cui presenza tuttavia sprigionava una grande impressione di potenza. Iakov Pitman sarebbe stato colpito da quello stile così poco rivoluzionario se altre emozioni non si fossero impadronite di lui […].
‘No, compagno generale. Io non sono al sesto dipartimento, compagno generale […]’.
‘Ma si sieda, Iakov Moïsseič. Faremo conoscenza tutti e tre’. Pitman si guardò attorno, ma non vide alcuna terza persona […].
‘Mi dica prima di tutto che cosa ne pensa di quest’idea, nello stesso tempo magnanima e, come dire?, surrettizia’. Una volta di più l’infelice tenente doveva deludere quel superiore […]. ‘Quale idea, compagno generale?’. Diceva ‘generale’ perché è il grado più elevato, ma non aveva ancora mai visto un generale così cortese.
‘Quella che ho appena enunciata: Ancor prima che io insanguini la mia spada, il nemico si è arreso. Che ne pensa?’. La domanda era spinosa, anche per coloro che si preoccupavano di pensare sempre come si doveva. […]
‘[…] Ebbene, mio Iakov Moïsseič tutto di smeraldo, quello che Einstein è come fisico, io e qualcun altro, – giacché formiamo un concistoro, un areopago, di cui, se Dio vuole, lei farà parte un giorno – noi lo siamo come strateghi. Noi abbiamo scoperto la relatività dell’arte della guerra. Sun Tzu dice: Nell’arte della guerra la suprema raffinatezza è combattere i piani del nemico. Soltanto che Sun Tzu non aveva i mezzi adeguati al suo genio’.
Pitman si azzardò a domandare: ‘Perché?’.
‘Perché, mio Iakov Moïsseič tutto d’argento, il compagno Sun Tzu affumicò il cielo circa duemilacinquecento anni or sono. Ebbene … (Per dire ‘ebbene’, Abdulrakmanov usava il nnu-ss contemplativo del Vecchio Regime, espressione proscritta sotto il nuovo a causa della particella di cortesia s) … questi mezzi, noi, noi li abbiamo, e non soltanto per combattere i piani dello Stato maggiore, ciò che sarebbe irrisorio, ma tutti i piani del nemico, quali essi siano, dalla natalità alla letteratura, dalla sessualità alla religione. Dio voglia soltanto che, di questi mezzi fantastici, noi sappiamo fare buon uso’.
All’improvviso Abdulrakmanov si alzò, o meglio si eresse. Non era un uomo, era una torre […]. Ripeté con il tono con cui si canta in chiesa: ‘Ancor prima che io insanguini la mia spada, il nemico si è arreso. Conosce nulla di più elegante o di più efficace? Ah! Mettiamo in chiaro un particolare. Io so tutto quel che c’è da sapere su di lei. […] Io sono un sergente arruolatore; ho visto le sue note caratteristiche ed ho messo gli occhi su di lei’.
C’era qualcosa di spaventosamente avido nell’espressione ‘messo gli occhi’. […]
‘Sono molto onorato, Matvei Matveič’.
‘Lei si sbaglia. Ritiene un onore avere i capelli bruni ed essere un po’ miope? Lei ha le capacità di cui avrò bisogno nella nuova spezieria che sto mettendo in piedi. Altre le mancano: tanto meglio nella misura in cui si escludono. Ragioni un po’, mio Iakov Moïsseič tutto di diamante: vi sono molte probabilità che io trovi in questo servizio uomini dotati di una virtù che mi è indispensabile, la simpatia? Il coraggio, sì, la devozione, l’astuzia, la crudeltà: tutte queste qualità si trovano fra i nostri compagni, ma la facoltà di mettersi al posto dell’altro, di balzare nella coscienza e persino nell’inconscio dell’altro, come si balzerebbe sui comandi di un veicolo? … Venga a vedere’.
Abdulrakmanov girò attorno alla scrivania, prese Pitman per la spalla, come se fosse un bambino, e lo condusse davanti a una tavola di legno attaccata alla parete. Vi era stato inciso con un temperino, in caratteri fantasiosi che ricordavano l’Estremo Oriente, questo testo:
1 – discredita il bene
2 – comprometti i capi
3 – fa’ vacillare la loro fede, abbandonali al disprezzo
4 – serviti di uomini vili
5 – disorganizza le autorità
6 – semina la discordia fra i cittadini
7 – sobilla i giovani contro i vecchi
8 – ridicolizza le tradizioni
9 – sconvolgi i rifornimenti
10 – fa’ ascoltare musiche lascive
11 – diffondi la lussuria
12 – sborsa                        
13 – sii infoRmato
Questi sono – disse Abdulrakmanov con compiacimento – i tredici comandamenti che ho tratto da Sun Tzu. Mi son divertito ad inciderli in quest’ulivo dalla dura grana per meglio inciderli nello stesso tempo nella mia memoria’.
Pitman alzò gli occhi su quell’uomo che sembrava promulgare egli stesso le leggi in base alle quali viveva […] Abdulrakmanov gli appariva come un compendio dell’Unione Sovietica, o meglio – giacché chi dice unione con ciò stesso disunisce – di quello che, un tempo, si chiamava l’Impero russo.
Coloro che son esperti nell’arte della guerra sottomettono l’esercito nemico senza combattere, proseguì il compendio. Prendono le città senza dare l’assalto e rovesciano uno Stato senza operazioni prolungate. Che finezza! Che grazia! Evidentemente non può esser questo l’ideale di quei fanfaroni dei nostri militari di professione che vogliono dare l’assalto e prolungare le operazioni, ora per mietere gradi e medaglie, ora per semplice piacere. Ma noi, mio caro Iakov Moïsseič tutto d’oro, noi non siamo qui per il piacere. Noi siamo qui per impadronirci del mondo[2]. Ecco, come diceva Shakespeare, l’ hic o, come diciamo noi, ecco dov’è sepolto il cane[3]. Allora, questo l’interessa?’.
Non aspettò la risposta, e riattaccò: ‘Io sto creando, nell’ambito della Prima Direzione principale, il dipartimento D. Mi occorre un responsabile per la Francia. Le nostre tecniche sono sufficientemente esoteriche, ma lei le imparerà sul posto. Non appena sarà possibile, le cospargeremo le spalle di stelle, per impressionare gli stupidi. Lei è giovane, e in principio ciò farà impressione anche a lei: non si lasci ingannare. Le stelle sono un mezzo, non un fine: ecco quello che i nostri guerraioli non capiscono. E per conquistare delle stelle vogliono assolutamente insanguinare la loro spada. Ma Sun Tzu dice e ripete: In guerra il metodo migliore è prendere intatto lo Stato nemico; annientarlo non è altro che un ripiego. E’ quello che noi faremo alla Francia, mio Iakov tutto di rubino: la coglieremo intatta”[4].


Ebbene dunque: vi è uno, dico uno solo, dei 13 punti di cui sopra, estratti da Sun Tzu, che non sia stato usato – e continui ad esserlo – nel e sull’Occidente di oggi?
A quando la resa? E senza usare “spade”, per quanto tecnologiche o “tecnologizzate” queste possano essere?
A quando la resa … ?
Se uno fa 2+2 di tutto ciò, e poi moltiplica il risultato con in più l’iter della situazione mondiale negli ultimi 20 (venti) anni, / (cioè diviso [/]) gli ultimi sviluppi, vede che i 13 punti sono stati – e continuano ad esser – applicati in modo evidente; allora, non può giungere che a chiedersi la domanda qui sopra posta …
Una fortezza vuota la può prendere un pugno di tartari.
Ed anche nelle guerre di Tamerlano si narra dell’uso dell’astuzia, una volta che il conquistatore di Samarcanda era in possesso di un esercito troppo ridotto per conquistare una città.
Ed allora, cosa fece: montò dietro ai cavalli tanti sterpi e lanciò l’assalto fin quasi sotto le mura della città: i cavalli avevano sollevato tanto un polverone da sembrar ch’avesse chissà qual enorme esercito. Allora, il comandante della difesa, timoroso, si arrese.
Questo si narra. Ma il punto vero è che la guerra è l’inganno. La natura più profonda, più vera, più reale della guerra non è intingere la propria spada, o qualsiasi altro possibile arma, nel sangue altrui, ma invece far arrendere il nemico.
La natura più profonda della guerra è l’inganno.
La guerra è Inganno.







Andrea A. Ianniello

















[1] V. Tonini, Che cosa ha veramente detto Lenin, Astrolabio Ubaldini Editore, Roma 1967, pp. 6-7, corsivi in originale. Queste sono idee, fra cui questo senso di essere parte di un fiume, difficili da pensare in Europa, non dico difficili da “accettare” in quanto è normale che un europeo trovi tutto ciò poco “palatabile”, ma nemmeno concepirlo è un grosso errore. Eppure quanti, in Europa, son sempre caduti sulla Russia … dovrebbero rifletterci … Ma la stupida vittoria trasformatasi in sonora sconfitta glielo impedisce. In ogni caso, a distanza di cento due anni, la Rivoluzione russa appare sempre di più come una gigantesca jacquerie, davvero Lenin è parente prima del cosacco Emel’jan Ivànovič Pugačëv e solo dopo di Marx. Tra l’altro, Pugačëv era figlio di un piccolo proprietario terriero, della piccola nobiltà, la stessa classe di provenienza di Lenin, e il cui (di Pugačëv) padre sposò una cosacca.
Da noi, in Europa, non esiste un “popolo”, esiste solo un pubblico. Manca, del tutto, ed in Italia in modo particolare, nell’Italia del Sud ancor più, il senso di “far parte” di una cosa grande, un fiume che ti spinga. Del tutto assente. Ecco perché gli europei non riescono a capire la Russia: manca loro questo senso. Eppure, però, nessuno gli chiede di condividerlo, ma solo di capirlo. E c’hanno lasciato le penne tante volte, sarebbe stato giusto aspettarsi: beh, stavolta forse un po’ avran capito, dopo tanti errori, e pagati ad alto prezzo. Invece non è così, ahi noi. E, non a caso, il “fluire senza fine” – cioè l’ assenza di limiti – è una caratteristica tipicamente russa, mentre l’Europa è il senso della forma, quindi dei limiti. Anche nel potere, cioè avere un potere “senza limiti”, appunto: Stalin è più parente di Ivàn il Terribile che di altri, cosa peraltro detta implicitamente da Eizenstein. Questo tratto specifico viene loro dalla lunga lotta contro i Mongoli, lotta che però portò i russi ad apprenderne degli aspetti. E la zona della Russia dove questa relazione, seppur conflittuale, divenne più stretta è la Moscovia, cioè quella Russia (le Russie sono tre) che poi avrebbe predominato su tutte le altre. “Gratta un russo e troverai un tartaro. Proverbio russo”, P. Hopkirk, Il Grande Gioco. I servizi segreti in Asia centrale, Adelphi editore, Milano 2004 (“Gli Adelphi” 2016, edizione orig, 1990), p. 33, in calce, maiuscoletto in originale. Tra l’altro, si sa, da ricerche varie, che una buona parte della nobiltà, soprattutto piccola, russa sia d’origine mongola o comunque in qualche modo imparentata con essa, mentre un’altra parte significativa della nobiltà, spesso la più alta (per esempio i Romanòv), è d’origine scandinava, in qualche modo imparentata con i “Ros”, i conquistatori originari della, appunto, Russia, donde viene il nome “Russia”, tra l’altro.
Comunque il senso di questo fluire lo si può intravedere in un vecchio romanzo, Il placido Don, dal quale han tratto una musica, cf. (Тихий Дон 2015)
https://www.youtube.com/watch?v=i_9OqIiHZ-Q.
[2] Di seguito chiarisce: non per meramente far espandere la Russia, piuttosto usando la Russia …
[3] Stessa espressione – letteralmente la stessa – usata da Gurdjieff …
[4] V. Volkoff, Il montaggio, Guida editori, Napoli 1992, pp. 36-40, corsivi in originale. L’aspetto di Abdulrakmànov ricordo quello di Gurdjieff. Di seguito il romanzo appena citato allude ad un “cerchio interno” all’allora KGB, del quale Abdulrakmànov era parte: una considerazione piuttosto interessante, alla luce degli sviluppi futuri, futuri per quel tempo, non è vero? … Si allude ad un “Chitano” – “il più grande” orchestratore di campagne di “disinformazione” – che altri non è la grafia francese (Volkoff sta in Francia e scrive in francese) di Shaitàn/Sheitàn/Shitàn, cioè l’ Avversario, “il” Satana …












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