domenica 27 gennaio 2019

Segnalazione di dieci anni fa













Si sa che la “magia” è un termine molto fraintendibile oggi, per molti motivi. Parliamo allora di relazione col mondo “sottile”, relazione che può essere cosciente o non, poi, tra l’altro, e che può dar luogo a molti diversi casi e a differenti eventualità.
Ora è altrettanto chiaro che al scienza “quantitativa” si è costruita solo e soltanto al prezzo di tagliar vi qualsiasi legame col “sottile”, negli ultimi decenni, tuttavia, facendoli ritornare – tali legami “sottili” – ma dal solo punto d vista “psicologico”, come dicesi oggi.
Diamo tutto ciò per assodato. Ma chi volesse dedurne che tali legami col mondo “sottile” – evidentemente indiretti – siano stati assenti alla gestazione della tecno-scienza moderna e postmoderna, ed a quel System di relazioni economico-tecnologiche che prende il nome di capitalismo, sbaglierebbe. La “tentazione dell’occulto”[1] ha, in realtà, spesso attraversato il XIX secolo, dopo la sua metà sempre più mascherandosi ed insieme sempre più palesandosi. E, in tal senso, è interessante segnalare questo libro, di dieci anni fa: La chiave di Salomone. Magia, incantesimi, rituali, sigilli, invocazioni e talismani, Sergio Fanucci Communications, Roma 2009.
La prefazione è di S. L. McGregor Mathers, quello della Golden Dawn, ed è datata “Londra – ottobre 1888”[2]. Si tratta di un membro di quel gruppo di massoni che fondò, come s’è detto, la Golden Dawn, che tanta influenza esercitò non solo sull’occultismo moderno, ma pure sulla politica e, ripetiamolo, nascostamente su di un legame che è il “ganglio” vitale della Grande Prostituta, del System. Da me detto altrove il “Gran Lerevenant”, o il “Dybbuk”, il quale raccoglie, “stocca”, del materiale morto … Vi è un legame fra tutto ciò.  
Ricordiamoci che la moglie di McGregor Mathers era la sorella di Henry Bergson[3], cosa che Guénon non mancò di notare …[4]

Oggi non è certo epoca per “evocazioni”, in ogni caso, e spesso l’interesse per questo genere di cose spinge chi vi sia interessato semplicemente ad affogare in cose di ultima categoria, la “bassa magia”, come si diceva un tempo. Dunque attenzione. Molta.
Si nota, comunque, in quest’ondata di “occultismo moderno” precedente la seconda metà del secolo scorso, la rilevanza che vi aveva il concetto di “razza”, variamente inteso. Per cui, quel che si ha è una mescolanza d’idee moderne con altre precedenti.
Ed è da tale “mescolanza” che sorge quel potere che oggi domina la Terra. Chiaro che non vien detto, ma non sarebbe neppure capito, però; infatti, a livello di dibattito pubblico che è strillo, ed è di bassissimo livello, cosa cavolo può mai importare un tale legame … Domanda retorica, ovvio …
Tra l’altro, un tal “legame” lascia molti problemi sul tavolo: cosa n’è di quest’antico “patto” in questo momento? Nel qual mentre la scienza “materialistica” è sempre meno tale, non può esser sostituito da dell’ “altro”, per cui questo vecchio patto è sempre meno vincolante?
Ed avrebbe la stessa forma del passato? Oppure un’altra forma, più adatta ai “nostri” tempi? …
Ai poster l’ardua risposta … Dei poster recenti ….









Andrea A. Ianniello







[1] Cf. G. Pareti, La tentazione dell’occulto. Scienza ed esoterismo nell’età vittoriana, Bollati Boringhieri editore, Torino 1990.   
[2] Cf. La Chiave di Salomone. Magia, incantesimi, rituali, sigilli, invocazioni e talismani, Sergio Fanucci Communications, Roma 2009, p. 16. Siamo nel XIX secolo che fondò il capitalismo come sistema, ma, in quel tempo, non era possibile che la natura di costruzione surrettizia e di “villaggio Potëmkin”, il simulacro agitato da vita elettrica, nella tradizione di un’altra opera del XIX secolo, divenuta famosa: M. Shelley, Frankenstein, Feltrinelli, Milano 2013, il cui titolo originario era: Frankenstein, o il moderno Prometeo, non certo casualmente. E qual è l’incubo costante della modernità? Che le cose, le macchine, si “autonomizzino” e si muovano di vita propria, paura che hanno pur sempre muovendosi nella direzione in cui si dà sempre maggiore autonomia alle macchine stesse. E non possono che farlo, per di più, per cui la contraddizione è solo apparente. Ora, però, se ci si pensi bene – fuori da tutte le superfetazioni e le maschera postevi su dal mondo moderno stesso – cosa significa una tale paura? Ha un significato chiaro, ed evidente, in relazione al discorso che si sta facendo qui …
Si parla di Shelley in un libro di non pochi anni fa, cf. G. Galli, La politica e i maghi, RCS Libri e Grandi Opere, Milano 1995, p. 254, 256-257; su Lovecraft afferma che, come Pound, ha “interesse per l’occulto, ma nessuna iniziazione […]. Ma vi è una differenza: l’interesse di Pound è interesse verso una cultura con la quale si sente in sintonia, mentre per Lovecraft è esattamente l’opposto”, ivi p. 290. In realtà, Galli, nelle pagine successive, si vede come Lovecraft fosse piuttosto vicino, ma sempre solo dal punto di vista teorico, ad una corrente di occultismo “negativo” presente in America, nel New England in particolare: “In una lettera del 1930 presenta quella delle colonie [americane] come una tradizione di magia nera, per giungere a fare propria l’interpretazione di Margaret Murray sul fenomeno della ‘stregoneria’ […]. Lovecraft faceva risalire l’arrivo dei suoi avi materni alla seconda metà del XVIII secolo, dunque antenati e magia nera sarebbero giunti quasi contemporaneamente dall’Europa”, ivi, pp. 291-292, corsivi miei. Altre lettere, citata da Galli, attestano, di nuovo, la vicinanza di Lovecraft ad un modo di pensare diffuso all’epoca (il “vero problema” non sono gli ebrei, ma i “neri”), ma pure vicinanza a certi ambienti – da lui conosciuti solo in maniera teorica, conviene precisarlo – che avevano un legame con l’ “occulto”, e si perviene così a notare l’esistenza di una relazione fra certo tipo di “occultismo” e certo tipo di “razzismo”, nel paese dove il capitalismo ha dominato più di ogni altro paese al mondo, nel paese che ha dato il dominio mondiale, “globale”, al capitalismo stesso.
[3] Cf. https://it.wikipedia.org/wiki/Henri_Bergson. Su Moina (Mina) Mathers, la sorella di Bergson, appunto, cf.
https://en.wikipedia.org/wiki/Moina_Mathers.  
[4] Per chi volesse approfondire certi temi cf. le opere di Guénon sullo spiritismo, la prima, e Considerazioni sulla via iniziatica dove parla di magia, la seconda, e però approfondendo solo alcuni passi; se ne ha la possibilità, per far prima, può consultare una raccolta di passi dalle varie opere del detto autore: cf. R. Guénon, Pensieri sull’esoterismo, RL Gruppo editoriale, Santarcangelo di Romagna (RN) 2011, le voci sono: “Magia”, “Magista” e “Mago”, pp. 139-141.   














venerdì 25 gennaio 2019

Il “TESTAMENTO [**APOCRIFO**] DI PIETRO IL GRANDE”














Si attribuisce a Pietro il Grande un “Testamento”, probabilmente apocrifo: “Pietro, come che sia, rinunciò al sogno di aprire una via aurea per l’India, lungo la quale darebbero affluite portentose ricchezze. Aveva già messo mano a più imprese di quante un uomo possa sperare di compiere in una vita, e le aveva realizzate quasi tutte. Ma molto tempo dopo la sua morte, avvenuta nel 1725, cominciò a circolare con insistenza in Europa una strana storia circa il testamento dello zar. Si raccontava che dal letto di morte Pietro avesse segretamente ordinato ai suoi eredi e successori di perseguire quello che riteneva il destino storico della Russia: il dominio del mondo. L’India e Costantinopoli erano le due chiavi gemelle [Pietro il Grande era del segno dei Gemelli] per raggiungere questo fine, e la Russia se ne sarebbe dovuta impadronire a qualunque costo [si noti l’ ultimo coup de maitre di Putin: staccare il più possibile Erdoghan dal campo americano ed occidentale, cosa che solo un come Trump poteva non vedere; in ogni caso, esista o non esista un tal documento, Putin n’è influenzato]. Nessuno ha mai visto questo documento, e gli storici sono sostanzialmente inclini a ritenere che non sia mai esistito. Ma Pietro il Grande era un uomo temuto e rispettato, e del suo testamento si continuò a parlare per un pezzo. Ne circolarono persino alcune versioni a stampa. Dopotutto, che quel genio irrequieto e ambizioso avesse impartito alla posterità un ordine del genere era abbastanza verosimile.
La successiva spinta della Russia verso l’India e Costantinopoli sembrò a molti darne piena conferma, e la convinzione che il vero scopo della politica russa fosse l’egemonia planetaria è sopravvissuta fino ai giorni nostri, o quasi”[1].

Vediamone il testo.
“Per comprendere l’importanza di quello che si accinge a fare l’animale sul campo, nel 1741, e ciò che continua a fare nel 1984 [anno di pubblicazione dell’originale francese; aggiungerei: quel che ha ricominciato a fare, in modo evidente (ma, in effetti, l’aveva ricominciato a fare da tempo), nel 2014], bisogna volgersi sul testamento che Pietro il Grande aveva lasciato a sua figlia e che gli avvenimenti del Medio-Oriente [dell’epoca, ma ancor più dell’oggi], ma anche la divisione di Yalta [da tempo passata, ma che non ha risolto il “nocciolo duro” della questione, cosa che gli illusi dell’ ’89 non possono proprio capire], illuminano di un giorno particolarmente luminoso. Questo testamento è stato pubblicato, nel 1980, da Gaston Bouthoul nel suo libro L’arte della politica, stampato da Seghers. Il documento è intitolato ‘Piano di dominazione europea’. Ecco il testo:
I.                Intrattenere la nazione russa in uno stato di guerra continua, per tenere il soldato agguerrito e sempre in allenamento; non lasciarlo riposare che per migliorare le finanze dello stato, rifare gli eserciti e scegliere i momenti opportuni per l’attacco. Far servire così la pace alla guerra, e la guerra alla pace, nell’interesse  dell’ingrandimento e della prosperità crescente della Russia.
II.            Chiamare con tutti i mezzi possibili, presso i popoli più istruiti d’Europa, dei capitani durante la guerra, dei sapienti durante la pace, per fare approfittare la nazione russa dei vantaggi degli altri paesi, senza fargli perdere nulla dei propri.
III.       Prendere parte a tutte le occasioni degli affari e seccature qualunque dell’Europa, e soprattutto a quella dell’Alemagna, che, più ravvicinata, interessa più direttamente.
IV.        Dividere la Polonia mantenendovi il torbido e le continue gelosie; vincere i potenti a prezzo d’oro, influenzare le diete, corromperle, al fine di avere azione sulle elezioni dei re [in Polonia vigeva una monarchia elettiva]; farvi nominare i suoi partigiani, proteggerli, farvi rientrare le truppe russe, e soggiornarvi fin all’occasione di dimorarvi del tutto. Se le potenze vicine pongono delle difficoltà, calmarle momentaneamente  dividendo i paesi, fino a che si possa riprendere ciò che sarà stato dato.
V.            Prendere più che si potrà alla Svezia, e sapere se fare attaccare da essa per avere il pretesto di soggiorno. Per questo, staccarla dalla Danimarca, e la Danimarca dalla Svezia, e intrattenere con cura le loro rivalità.
VI.        Prendere sempre le spose dei principi russi fra le principesse di Alemagna, per moltiplicare le alleanze di famiglia, riavvicinare gli interessi, e unire da esse stesse l’Alemagna alla nostra causa moltiplicandovi la nostra influenza.
VII.   Ricercare di preferenza l’alleanza con l’Inghilterra per il commercio, essendo la potenza che ha più bisogno di noi per la sua marina, e che può essere la più utile allo sviluppo della nostra. Scambiare i nostri legnami ed altre produzioni contro il suo oro, e stabilire fra i suoi mercanti, le sue navi e le nostre dei rapporti continui che formeranno quelli di questo paese alla navigazione e al commercio.
VIII.   Stendersi senza tregua verso il nord, lungo il Baltico, così verso il sud, lungo il Mar Nero.
IX.        Avvicinare il più possibile di Costantinopoli e delle Indie. Colui che vi regnerà sarà il vero sovrano del mondo. In conseguenza, suscitare delle guerre continue, ora al Turco, ora alla Persia; stabilire dei cantieri sul Mar Nero; impossessarsi a poco a poco di questo mare, ciò che il Baltico, ciò che è un doppio punto necessario alla riuscita del progetto: accelerare la decadenza della Persia; penetrare fino al golfo Persico; ristabilire, se è possibile, con la Siria, l’antico commercio del Levante, e avanzare fino alle Indie, che sono il deposito del mondo.
X.            Ricercare e intrattenere con cura l’alleanza con l’Austria; appoggiare in apparenza le sue idee di sovranità futura sull’Alemagna e stimolare contro essa, di nascosto, la gelosia dei principi. Procurare di far reclamare dei soccorsi alla Russia dagli uni o dagli altri, ed esercitare sul paese una specie di protezione che prepara la dominazione futura.
XI.        Interessare la casa d’Austria a cacciare il Turco dall’Europa, e neutralizzare le sue gelosie al momento della conquista di Costantinopoli, sia suscitando in lui una guerra con gli antichi stati d’Europa, sia dandogli una porzione della conquista, che gli si riprenderà più tardi.
XII.   Attaccarsi e riunire attorno a sé tutti i Greci disuniti e scismatici che sono sparsi, sia in Ungheria, sia nella Turchia, sia nel mezzogiorno della Polonia, farsi loro centro, loro appoggio, e stabilire anticipatamente una predominanza universale da una sorta di sovranità o di supremazia sacerdotale: saranno molti amici che avranno presso di ognuno i suoi nemici.
XIII.   La Svezia smembrata, la Persia vinta, la Polonia soggiogata, la Turchia conquistata, i nostri eserciti riuniti, il mar Nero e il Baltico custoditi dalle nostre navi, bisogna allora proporre separatamente e molto segretamente, anzitutto alla corte di Versailles, poi a quella di Vienna di dividere con essa l’impero dell’universo. Se una delle due accetta, ciò che è  immancabile, assecondando le loro ambizioni e il loro amor proprio servirsi di essa per annientare l’altra; poi schiacciare a sua volta quella che resterà, ingaggiando con essa una lotta che non saprebbe essere dubbiosa, possedendo la Russia già in proprio tutto l’Oriente e una gran parte dell’Europa.
XIV.   Se, ciò che non è molto probabile, ogni una di esse rifiutava l’offerta della Russia,bisognava sapere suscitare in loro delle liti e farle esaurire l’un l’altra.  Quando, approfittando di un momento decisivo, la Russia farebbe fondere le sue truppe riunite anticipatamente sull’Alemagna, nello stesso tempo che due flotte considerevoli partirebbero una dal mare d’Azof e latra dal porto di Archangelsk [Arcangelo], cariche di orde asiatiche, sotto la scorta delle forze armate del mar Nero e del mar Baltico. Avanzando dal Mediterraneo e dall’Oceano, esse inonderebbero la Francia da una parte, mentre l’Alemagna lo sarebbe dall’altro, e vinti questi due paesi, il resto del mondo passerebbe facilmente e senza colpo ferire sotto il dominio.
Così può e deve essere soggiogata l’Europa[2].
Al di là dell’aspetto datato della forma, rimane che certe “direttive” sono rimaste.
Si noti come ci si concentra sull’Austria, ma, ancor più, sulla Francia …
Il libro di Fontbrune ha molti errori, e fa parte di un’epoca passata, anche se aggiunge: “I Sovietici hanno realizzato una buona parte di questo testamento profetico”[3].
Diciamo che, al di là di forme che passano, ci sono delle “direttive” che rimangono tali, pur nel cambiamento di regimi …









Andrea A. Ianniello










[1] P. Hopkirk, Il Grande Gioco. I servizi segreti in Asia centrale, Adelphi editore, Milano 2004 (“Gli Adelphi” 2016, edizione orig, 1990), pp. 44-45, corsivi miei, miei commenti fra parentesi quadre.
Tra l’altro, la via per l’India è (stata) l’ossessione di Zhirinovskij, cf.
https://associazionefederigoiisvevia.wordpress.com/2014/03/05/il-libretto-nero-il-caffe-30-dicembre-2003-anno-vi-n-48-274/, la cui (di Zh.) versione più “esatta” e “presentabile” è V. Putin. Zhirinovskij è stato il ballon d’essai – da parte di “certi” circoli d’origine Kgb per vedere se una cosa di quel tipo potesse avere ricezione – e la lezione che Putin ne ha tratto è stata quella di riflettere sugli errori di Hitler, cf. G. Frazer – G. Lancelle, Il libretto nero di Žirinovskij, Garzanti Editore, Milano 1994, pp. 195-197. Ed ecco perché Putin non compie certe cose (come attaccare Israele direttamente, cosa cui pensavano alcuni gonzi, come vuoi chiamarli: Putin non lo farà mai salvo costretto) e dà sempre un certo spazio di tempo la mondo per riprendersi. Non va mai oltre il stop and go. Mai solo attacco –  “style” Hitler – mai!
Per questo, “certe” forze – dietro Hitler – stavolta “devono” farcela, cf.
Per finire, Zhirinovskij ha scritto La corsa finale verso Sud, nel qual libro immagina che “gli stivali dell’esercito russo” si bagnino sulle rive dell’Oceano Indiano, insomma, dunque, ha ripreso in mano il “Testamento”, pur apocrifo, di Pietro il Grande.
[2] J. C. Fontbrune, Le profezie dei Papi, Armenia Editore, Milano 1986, pp. 269-271, corsivi in originale. Sta parlando del motto (di Malachia) relativo a papa Benedetto XIV, “Animal rurale”, ivi p. 267, grassetto in originale – e significa “animale di campo” (così lo traduce Fontbrune) –, ricollegandolo a degli eventi di una certa importanza relativi all’espansioni russo nel XVIII secolo.
[3] Ivi, p. 272.













giovedì 24 gennaio 2019

Da “IL MONTAGGIO”, 13 punti tratti da Sun-tzu [Sunzi] –













Nell’agosto del 1887, Lenin s’iscrisse all’università di Kazan che,
per quanto sotto severo controllo, era un fervido centro d’idee
che attirava i giovani. Anche Gorkij era stato a Kazan; il suo libro
Moi Universitéti comincia appunto: ‘dunque, io vado a studiare all’
Università di Kazan, nientemeno’ […]. Ma, più che all’università,
Gorkij se ne andava, spinto dalla fame, sulle rive del
Volga, negli imbarcaderi dov’era facile guadagnare quindici
o venti copeki. ‘Là, fra i caricatori, i vagabondi, i marioli, mi sentivo
come un pezzo di ferro cacciato a forza tra carboni accesi;
ogni giorno m’impregnavo di una quantità d’impressioni acute e roventi.
Là, davanti a me, come in un vortice, passavano […]
uomini d’istinti grossolani; il loro rancore contro la vita, il loro modo ironico e ostile di considerare le cose del mondo e la loro spensieratezza
per quanto li riguardava, mi piacevano. Tutto ciò che avevo sopportato
e veduto mi spingeva verso quegli uomini, suscitando in me il desiderio
di sprofondarmi in quel loro ambiente corrosivo’. Lenin non ha mai
raccontato di se stesso, di queste cose; poiché la nota soggettiva ‘non
trova mai posto nei suoi scritti e nei suoi pensieri’; ma, in quell’ambiente,
fra quegli uomini rudi e amari, c’era anche lui, e le sue idee furono forgiate
su quegli stessi carboni accesi. Fu lì, a Kazan, ch’egli s’identificò col
lavoratore russo, e il popolo russo s’identificò con lui. In quelle terre,
un secolo prima, la grande rivolta popolare del cosacco Emeljan
Pugacev (1773-1775) aveva trovato forti sostenitori.
L’immenso Volga è il fiume simbolo della Russia; i suoi battellieri,
i suoi canti, la sua storia, il suo immenso fluire:
i veri pensieri di un uomo son quelli che sono parte di un destino
comune di tutto un popolo, di una vita comune
che è un immenso fluire senza fine[1].







Ecco un passo tratto da un libro vecchiotto, ormai, ma che forse potrebbe venire molto a proposito nell’atmosfera in cui si sta:
“Ottenuto il permesso di entrare, Pitman si fermò in una posizione d’attenti abbastanza goffa sulla soglia di un ufficio banale, nudo, in cui era evidente che nessuno lavorava molto; si aspettava ruggiti soldateschi o gelidi sussurri, ma tutto quello che udì fu una voce amabile che salmodiava: ‘Ancor prima che io insanguini la mia spada, il nemico si è arreso, Ancor prima che io insanguini la mia spada, il nemico si è arreso’. Davanti alla testa da pan di zucchero si ergeva un indice ben poco minaccioso ma pedagogico.
‘Entri dunque, Iakov Moïsseič del mio cuore, entri, e posi su una sedia il suo Sedere. Lei conosce Sun Tzu?’.
Il terrificante compagno Abdulrakmanov non parlava come un funzionario del KGB. Non parlava neppure come un comune cittadino sovietico. Aveva una voce musicale da basso che piegava e dispiegava secondo le regole della più raffinata dizione. Se ne serviva come un attore, ma la sua pronuncia corretta ricordava piuttosto quella di un professore da Antico Regime. D’altronde le parole ‘Vecchio Regime’ si presentavano spontanee alla mente non appena si vedeva da vicino quell’uomo cortese, bonario, quasi untuoso, la cui presenza tuttavia sprigionava una grande impressione di potenza. Iakov Pitman sarebbe stato colpito da quello stile così poco rivoluzionario se altre emozioni non si fossero impadronite di lui […].
‘No, compagno generale. Io non sono al sesto dipartimento, compagno generale […]’.
‘Ma si sieda, Iakov Moïsseič. Faremo conoscenza tutti e tre’. Pitman si guardò attorno, ma non vide alcuna terza persona […].
‘Mi dica prima di tutto che cosa ne pensa di quest’idea, nello stesso tempo magnanima e, come dire?, surrettizia’. Una volta di più l’infelice tenente doveva deludere quel superiore […]. ‘Quale idea, compagno generale?’. Diceva ‘generale’ perché è il grado più elevato, ma non aveva ancora mai visto un generale così cortese.
‘Quella che ho appena enunciata: Ancor prima che io insanguini la mia spada, il nemico si è arreso. Che ne pensa?’. La domanda era spinosa, anche per coloro che si preoccupavano di pensare sempre come si doveva. […]
‘[…] Ebbene, mio Iakov Moïsseič tutto di smeraldo, quello che Einstein è come fisico, io e qualcun altro, – giacché formiamo un concistoro, un areopago, di cui, se Dio vuole, lei farà parte un giorno – noi lo siamo come strateghi. Noi abbiamo scoperto la relatività dell’arte della guerra. Sun Tzu dice: Nell’arte della guerra la suprema raffinatezza è combattere i piani del nemico. Soltanto che Sun Tzu non aveva i mezzi adeguati al suo genio’.
Pitman si azzardò a domandare: ‘Perché?’.
‘Perché, mio Iakov Moïsseič tutto d’argento, il compagno Sun Tzu affumicò il cielo circa duemilacinquecento anni or sono. Ebbene … (Per dire ‘ebbene’, Abdulrakmanov usava il nnu-ss contemplativo del Vecchio Regime, espressione proscritta sotto il nuovo a causa della particella di cortesia s) … questi mezzi, noi, noi li abbiamo, e non soltanto per combattere i piani dello Stato maggiore, ciò che sarebbe irrisorio, ma tutti i piani del nemico, quali essi siano, dalla natalità alla letteratura, dalla sessualità alla religione. Dio voglia soltanto che, di questi mezzi fantastici, noi sappiamo fare buon uso’.
All’improvviso Abdulrakmanov si alzò, o meglio si eresse. Non era un uomo, era una torre […]. Ripeté con il tono con cui si canta in chiesa: ‘Ancor prima che io insanguini la mia spada, il nemico si è arreso. Conosce nulla di più elegante o di più efficace? Ah! Mettiamo in chiaro un particolare. Io so tutto quel che c’è da sapere su di lei. […] Io sono un sergente arruolatore; ho visto le sue note caratteristiche ed ho messo gli occhi su di lei’.
C’era qualcosa di spaventosamente avido nell’espressione ‘messo gli occhi’. […]
‘Sono molto onorato, Matvei Matveič’.
‘Lei si sbaglia. Ritiene un onore avere i capelli bruni ed essere un po’ miope? Lei ha le capacità di cui avrò bisogno nella nuova spezieria che sto mettendo in piedi. Altre le mancano: tanto meglio nella misura in cui si escludono. Ragioni un po’, mio Iakov Moïsseič tutto di diamante: vi sono molte probabilità che io trovi in questo servizio uomini dotati di una virtù che mi è indispensabile, la simpatia? Il coraggio, sì, la devozione, l’astuzia, la crudeltà: tutte queste qualità si trovano fra i nostri compagni, ma la facoltà di mettersi al posto dell’altro, di balzare nella coscienza e persino nell’inconscio dell’altro, come si balzerebbe sui comandi di un veicolo? … Venga a vedere’.
Abdulrakmanov girò attorno alla scrivania, prese Pitman per la spalla, come se fosse un bambino, e lo condusse davanti a una tavola di legno attaccata alla parete. Vi era stato inciso con un temperino, in caratteri fantasiosi che ricordavano l’Estremo Oriente, questo testo:
1 – discredita il bene
2 – comprometti i capi
3 – fa’ vacillare la loro fede, abbandonali al disprezzo
4 – serviti di uomini vili
5 – disorganizza le autorità
6 – semina la discordia fra i cittadini
7 – sobilla i giovani contro i vecchi
8 – ridicolizza le tradizioni
9 – sconvolgi i rifornimenti
10 – fa’ ascoltare musiche lascive
11 – diffondi la lussuria
12 – sborsa                        
13 – sii infoRmato
Questi sono – disse Abdulrakmanov con compiacimento – i tredici comandamenti che ho tratto da Sun Tzu. Mi son divertito ad inciderli in quest’ulivo dalla dura grana per meglio inciderli nello stesso tempo nella mia memoria’.
Pitman alzò gli occhi su quell’uomo che sembrava promulgare egli stesso le leggi in base alle quali viveva […] Abdulrakmanov gli appariva come un compendio dell’Unione Sovietica, o meglio – giacché chi dice unione con ciò stesso disunisce – di quello che, un tempo, si chiamava l’Impero russo.
Coloro che son esperti nell’arte della guerra sottomettono l’esercito nemico senza combattere, proseguì il compendio. Prendono le città senza dare l’assalto e rovesciano uno Stato senza operazioni prolungate. Che finezza! Che grazia! Evidentemente non può esser questo l’ideale di quei fanfaroni dei nostri militari di professione che vogliono dare l’assalto e prolungare le operazioni, ora per mietere gradi e medaglie, ora per semplice piacere. Ma noi, mio caro Iakov Moïsseič tutto d’oro, noi non siamo qui per il piacere. Noi siamo qui per impadronirci del mondo[2]. Ecco, come diceva Shakespeare, l’ hic o, come diciamo noi, ecco dov’è sepolto il cane[3]. Allora, questo l’interessa?’.
Non aspettò la risposta, e riattaccò: ‘Io sto creando, nell’ambito della Prima Direzione principale, il dipartimento D. Mi occorre un responsabile per la Francia. Le nostre tecniche sono sufficientemente esoteriche, ma lei le imparerà sul posto. Non appena sarà possibile, le cospargeremo le spalle di stelle, per impressionare gli stupidi. Lei è giovane, e in principio ciò farà impressione anche a lei: non si lasci ingannare. Le stelle sono un mezzo, non un fine: ecco quello che i nostri guerraioli non capiscono. E per conquistare delle stelle vogliono assolutamente insanguinare la loro spada. Ma Sun Tzu dice e ripete: In guerra il metodo migliore è prendere intatto lo Stato nemico; annientarlo non è altro che un ripiego. E’ quello che noi faremo alla Francia, mio Iakov tutto di rubino: la coglieremo intatta”[4].


Ebbene dunque: vi è uno, dico uno solo, dei 13 punti di cui sopra, estratti da Sun Tzu, che non sia stato usato – e continui ad esserlo – nel e sull’Occidente di oggi?
A quando la resa? E senza usare “spade”, per quanto tecnologiche o “tecnologizzate” queste possano essere?
A quando la resa … ?
Se uno fa 2+2 di tutto ciò, e poi moltiplica il risultato con in più l’iter della situazione mondiale negli ultimi 20 (venti) anni, / (cioè diviso [/]) gli ultimi sviluppi, vede che i 13 punti sono stati – e continuano ad esser – applicati in modo evidente; allora, non può giungere che a chiedersi la domanda qui sopra posta …
Una fortezza vuota la può prendere un pugno di tartari.
Ed anche nelle guerre di Tamerlano si narra dell’uso dell’astuzia, una volta che il conquistatore di Samarcanda era in possesso di un esercito troppo ridotto per conquistare una città.
Ed allora, cosa fece: montò dietro ai cavalli tanti sterpi e lanciò l’assalto fin quasi sotto le mura della città: i cavalli avevano sollevato tanto un polverone da sembrar ch’avesse chissà qual enorme esercito. Allora, il comandante della difesa, timoroso, si arrese.
Questo si narra. Ma il punto vero è che la guerra è l’inganno. La natura più profonda, più vera, più reale della guerra non è intingere la propria spada, o qualsiasi altro possibile arma, nel sangue altrui, ma invece far arrendere il nemico.
La natura più profonda della guerra è l’inganno.
La guerra è Inganno.







Andrea A. Ianniello

















[1] V. Tonini, Che cosa ha veramente detto Lenin, Astrolabio Ubaldini Editore, Roma 1967, pp. 6-7, corsivi in originale. Queste sono idee, fra cui questo senso di essere parte di un fiume, difficili da pensare in Europa, non dico difficili da “accettare” in quanto è normale che un europeo trovi tutto ciò poco “palatabile”, ma nemmeno concepirlo è un grosso errore. Eppure quanti, in Europa, son sempre caduti sulla Russia … dovrebbero rifletterci … Ma la stupida vittoria trasformatasi in sonora sconfitta glielo impedisce. In ogni caso, a distanza di cento due anni, la Rivoluzione russa appare sempre di più come una gigantesca jacquerie, davvero Lenin è parente prima del cosacco Emel’jan Ivànovič Pugačëv e solo dopo di Marx. Tra l’altro, Pugačëv era figlio di un piccolo proprietario terriero, della piccola nobiltà, la stessa classe di provenienza di Lenin, e il cui (di Pugačëv) padre sposò una cosacca.
Da noi, in Europa, non esiste un “popolo”, esiste solo un pubblico. Manca, del tutto, ed in Italia in modo particolare, nell’Italia del Sud ancor più, il senso di “far parte” di una cosa grande, un fiume che ti spinga. Del tutto assente. Ecco perché gli europei non riescono a capire la Russia: manca loro questo senso. Eppure, però, nessuno gli chiede di condividerlo, ma solo di capirlo. E c’hanno lasciato le penne tante volte, sarebbe stato giusto aspettarsi: beh, stavolta forse un po’ avran capito, dopo tanti errori, e pagati ad alto prezzo. Invece non è così, ahi noi. E, non a caso, il “fluire senza fine” – cioè l’ assenza di limiti – è una caratteristica tipicamente russa, mentre l’Europa è il senso della forma, quindi dei limiti. Anche nel potere, cioè avere un potere “senza limiti”, appunto: Stalin è più parente di Ivàn il Terribile che di altri, cosa peraltro detta implicitamente da Eizenstein. Questo tratto specifico viene loro dalla lunga lotta contro i Mongoli, lotta che però portò i russi ad apprenderne degli aspetti. E la zona della Russia dove questa relazione, seppur conflittuale, divenne più stretta è la Moscovia, cioè quella Russia (le Russie sono tre) che poi avrebbe predominato su tutte le altre. “Gratta un russo e troverai un tartaro. Proverbio russo”, P. Hopkirk, Il Grande Gioco. I servizi segreti in Asia centrale, Adelphi editore, Milano 2004 (“Gli Adelphi” 2016, edizione orig, 1990), p. 33, in calce, maiuscoletto in originale. Tra l’altro, si sa, da ricerche varie, che una buona parte della nobiltà, soprattutto piccola, russa sia d’origine mongola o comunque in qualche modo imparentata con essa, mentre un’altra parte significativa della nobiltà, spesso la più alta (per esempio i Romanòv), è d’origine scandinava, in qualche modo imparentata con i “Ros”, i conquistatori originari della, appunto, Russia, donde viene il nome “Russia”, tra l’altro.
Comunque il senso di questo fluire lo si può intravedere in un vecchio romanzo, Il placido Don, dal quale han tratto una musica, cf. (Тихий Дон 2015)
https://www.youtube.com/watch?v=i_9OqIiHZ-Q.
[2] Di seguito chiarisce: non per meramente far espandere la Russia, piuttosto usando la Russia …
[3] Stessa espressione – letteralmente la stessa – usata da Gurdjieff …
[4] V. Volkoff, Il montaggio, Guida editori, Napoli 1992, pp. 36-40, corsivi in originale. L’aspetto di Abdulrakmànov ricordo quello di Gurdjieff. Di seguito il romanzo appena citato allude ad un “cerchio interno” all’allora KGB, del quale Abdulrakmànov era parte: una considerazione piuttosto interessante, alla luce degli sviluppi futuri, futuri per quel tempo, non è vero? … Si allude ad un “Chitano” – “il più grande” orchestratore di campagne di “disinformazione” – che altri non è la grafia francese (Volkoff sta in Francia e scrive in francese) di Shaitàn/Sheitàn/Shitàn, cioè l’ Avversario, “il” Satana …