martedì 27 novembre 2018

Presentazione svolta ieri “La democrazia nell’agorà antica e moderna”











Si è svolta ieri, il 26 novembre, la presentazione, alla Libreria Pacifico di Caserta (Via Alois), del libro di T. Zarrillo, La democrazia nell’agorà antica e moderna. Teorie, movimenti, soggetti e pratiche partecipative, Edizioni Melagrana, San Felice a Cancello (CE) 2017. La Prefazione è di Biagio De Giovanni, che, come prefatore, è intervenuto, oltre all’autore ed al magistrato della Cassazione R. Piccirillo, che ha parlato di alcune problematiche recenti della legge. Il libro era presentato e riassunto da M. Bologna. Ne è seguito un vivace dibattito.
Sul libro e sulla serata qui si diranno poche cose, davvero poche osservazioni minime, si rimanda ad esso per chi voglia vedere – “a volto d’uccello”, come suol dirsi – lo sviluppo della democrazia dal mondo antico al moderno, al contemporaneo, dominato dai dispositivi digitali. La serata ha offerto vari spunti di riflessione, che qui son ciò che interessa; non interessa fare la cronaca della serata.
Ma veniamo a qualche spunto sul libro, come si diceva.
Giustamente Zarrillo dice che il “popolo”, nella pòlis, è il gruppo armato che si difende dagli aggressori esterni, non è dunque il “popolo” nell’accezione odierna, men che meno nell’accezione “populista”. E, a questo punto, io direi che, nell’accezione moderna, sarebbe più esatto parlare di “corpo elettorale” piuttosto che “popolo”, termine ormai troppo generico.
Altra osservazione valida di Zarrillo è come la tecnica abbia cambiato la democrazia, contribuendo alla crisi dei corpi intermedi, individuata dal professor De Giovanni – e su questo vi è stato l’assenso dei tre relatori – come la causa immediata della crisi della democrazia occidentale, si vedrà poi la centralità del termine “occidentale” in tal fenomeno, che stiamo esperendo ormai da vent’anni almeno. Da più di vent’anni, lo incalzava una domanda ed un’osservazione fatta al termine della presentazione. Sulla questione della tecnica si registra il parziale disaccordo di Bologna, che pure si limitava ad esporre il pensiero dell’autore del testo presentato. Per Zarrillo, il problema non è sociale, ma fondamentalmente istituzionale: la voglia di partecipazione ci sta, ma sta fuori della politica. Si deve pensare a delle soluzioni, che Zarrillo chiarisce: sono solo suggerimenti pratici, nessuno sa oggi quale sia la “soluzione” o “le” soluzioni al problema in atto. Una domanda era proprio critica dell’impostazione di Zarrillo, e cioè che la crisi attuale fosse in sostanza istituzionale, perché le cause di tale crisi sono invece sociali, per esempio la questione dei migranti. Chi poneva la domanda si chiedeva – e chiedeva, senza trovar risposte (che, in realtà, invece ci sono) – perché questi migranti vengono in Europa o in America del Nord. Non certo per la democrazia! Giustamente osservava che sì, c’è stato il patto di dopo la Seconda Guerra Mondiale fra democrazia e liberalismo, un tempo alternativi – patto solo e soltanto occidentale, in Oriente c’è la democrazia, ma non il liberalismo, per esempio in Cina o Russia così funziona – ma un tale patto, attivo soltanto in Europa ed America del Nord, ha provocato di fatto la più grande disuguaglianza della storia. Ed è vero, è così, esattamente così, cosa che gli occidentali non amano vedere. Cos’è successo, poi, aggiunge chi scrive: che, per una serie di complessi motivi – in ultima analisi: per la natura del capitalismo – la diseguaglianza si è andata accumulando anche in Occidente, con il conseguente impoverimento della classi medie. Ma di ciò s’è detto anche su questo blog, cf.

Che cos’ha fatto la “sinistra” rispetto a tutto ciò, se non l’essere del tutto sorda? Anche il tema dell’identità, che ha portato al chiudersi, giustamente condannato da De Giovanni come risposta regressiva, ma non è vero che è stato consegnato alle “destre”? 
Chi è causa del suo mal …
Il punto dove c’era tuttavia pieno accordo fra i relatori è sulla crisi dell’istituto della rappresentanza: qui ci siamo, è stato ed è molto dibattuto in letteratura, vi è nel libro di Zarrillo dell’utile bibliografia per chi volesse approfondire il tema. Tal tema, però, qui lo diamo come assodato e pacifico (mo’ ce vo’) e dunque non ci si sofferma su.
Trattasi semplicemente di un dato di fatto. Non di un dito di fatto … né di una dote disfatta … E’ che il patto democrazia – liberalismo si è disfatto – ormai disciolto nell’ “acid  rain” del mondo digitalizzato. E’ che:  “L’accelerazione crescente ha bruciato i circuiti”, diceva J. Baudrillard in altri tempi[1], ovviamente la “sinistra” ha bellamente continuato a dormire, paga ed appagata, com’era diventata, di una globalizzazione che sembrava realizzare le ambizioni “universaliste” dell’ideale democratico, quando invece ne minava la fondamenta! Infatti, minava quella classe media che è sempre stata la maggiore fruitrice, come la più convinta sostenitrice, dell’alleanza fra democrazia e liberalismo. Alleanza che non esiste più, come poi la Cina ha dimostrato che ci può essere liberalismo economico senza democrazia formale, cosa esaminata, e non da ieri, da qualche autore[2], divenendo, di fatto, così, la principale mina al predominio del “modello occidentale” nel mondo, predominio oggi terminato. “Il problema è l’Occidente, non solo l’Italia”, afferma De Giovanni. E, in ciò, ha ragione.  
Questo in estrema sintesi.

Veniamo a degli altri punti utili di riflessione, come si diceva, che, poi, tra l’altro, è lo scopo del presente blog.
Questo con un occhio al presente ed un altro all’immediato futuro, le elezioni del maggio dell’anno prossimo, ricordate proprio da De Giovanni.
Prima osservazione: se la tecnica consente il sondaggio diretto del corpo elettorale, che si può interfacciare con i sedicenti leader” direttamente, che ci stanno a  fare i corpi intermedi? Qui né Zarrillo né De Giovanni dicono alcunché. La realtà è che i corpi intermedi sono inutili, a causa, per l’appunto, della tecnica, come diceva già Heidegger, sia detto per inciso. Quindi l’idea di “rivedere la mediazione”, migliorandola ed aprendola anche a dei contributi “dal basso”, idea che mi pare predominasse nella discussione, non risponde al nocciolo del problema.
E’ che sembra pochi siano disposti a capire quanto radicale sia la crisi dell’ “istituto” della “rappresentanza”.
Secondo punto. Nella sua Prefazione De Giovanni parla dello scollamento tra la dimensione sovranazionale, chiaro che si riferisca soprattutto a quella europea, e quella dei singoli stati.
Un tal scollamento ha contribuito non poco, secondo De Giovanni, alla crisi della democrazia “in sé”.  
Ed anche questo è vero.
Ma la sua difesa dell’attuale situazione “perché ci ha dato la pace” oggi è ben poco convincente. Non solo perché, sulle più nuove generazioni, non ha praticamente presa, e genera rabbia nella pletora di non più giovani però esclusi dalla follia globalista (ma di questi si è mai occupata la “sinistra”? li ha mai considerati “esistenti”? direi di no, però fan parte del corpo elettorale …), ma perché è una mera difesa. E, in politica, la mera difesa non è una buona via. Si deve rilanciare, ma in maniera del tutto diversa. Come prima cosa, occorre dire che l’Europa com’è stata costruita è un fallimento; sì, ha comportato anche qualche aspetto positivo, ma vi prevale l’aspetto negativo. Bisogna cioè invertire le cose, rispetto a come la pensa De Giovanni, e tanti come lui. Poi, seconda cosa, va rilanciata, ma su base federale.
E tu non puoi passare dagli stati ottocenteschi, in sostanza, ad una costruzione sovranazionale: vi è un salto di qualità che non puoi costruire “dal basso” né meramente “assommando” gli stati fra loro e sottraendo loro pian piano delle competenze, perché non vi arriverai mai, come dimostra proprio la vicenda dell’UE e della sua crisi.
Qua il discorso si farebbe troppo lungo. Alcuni spunti su questa questione sono in nota[3].
In ogni caso, una serata interessante, più per gli spunti di discussione forniti, e per i problemi posti, che per le soluzioni suggerite.





















Andrea Ianniello









[2] Cf. N. Ferguson, Il grande Declino. Come crollano le istituzioni e muoiono le economia, Mondadori Editore, Milano 2013, cioè cinque anni fa: forse si era ancora in tempo. Le la “sinistra”? E dove stava o è stata, nel frattempo, in questi cinque anni? A sognare, a sostenere le peggiori politiche, completamente presa nel suo narcisismo auto riflettente. Ferguson è parte di quegli storici dell’economia che pone al centro le istituzioni, in questo è simile a Zarrillo, da tutt’altro lato, chiaro. Pone proprio a confronto Occidente e Cina. Chi ha un po’ di tempo, se lo legga, con attenzione: è breve, potreste anche sottrarre qualche minuto alle necessità di dibattere banalità sui social …






giovedì 8 novembre 2018

Quarant’anni “topo”










“E’ come una precipitazione chimica che solidifica i cristalli e pone fine alla soluzione in sospensione attraverso una risoluzione il cui effetto è irreversibile[1].






40 anni fa = 1978. L’ “anno dei tre papi”, si dice. Dal 2013 siamo nel periodo dei due papi copresenti, e dopo un lungo papato del secondo papa con due nomi. Questa anomala ricorrenza del “due” ha senz’altro qualcosa di particolare, d’interessante.
Il 40, poi, è un numero molto particolare.
Segna le “quarantena”, la quarantena detta “espiatoria”, secondo la Bibbia. Come l’errare degli ebrei, dopo l’Esodo, per il deserto. Ecco, è terminata la quarantena.
Nessuno mai avrebbe detto ch’essa dovesse durare tanto.
Come nel “Il deserto dei Tartari”, il film, del 1976, tratto dall’omonimo romanzo di D. Buzzati. Solo che oggi noi lo vediamo con ben altri occhi, rispetto a “quel” tempo, là dove in esso era il problema “personale” dell’attesa, a fronte di un regime burocraticamente insensato – che poi è solo continuato – mentre oggi l’attenzione va invece ai “Tartari” e la sorte individuale non ha quasi più senso, segno di “strati più profondi”, avrebbe detto Jünger.
Ma in ogni caso, il libro insegna qualcosa, pur nella sua forma passata: che anche l’attesa ha un senso, che il tempo si dilata e fugge via, e, tuttavia, non può certo farlo per sempre.
Ed ora, i “Tartari” han fatto la loro episodica comparsa.
Ecco la differenza fra oggi ed anche il recentissimo passato prossimo.
La piena manifestazione non può più tardare, ma nessuno sa o mai saprà il perché della scelta di un determinato momento o di un altro. Forse, chissà, ci son equilibri interni ai “Tartari”, equilibri che noi non conosciamo, come il richiamo delle truppe mongole dopo la battaglia di Legnica o Liegnitz, del 1241, per la fine del Gran Khan dell’epoca (era un successore di Gengis Khan, ma non era quest’ultimo), fatto, questo, che “salvò” l’Occidente, quell’Occidente che era destinato a inondare il mondo. Allora non potevano saperlo, eppure le conseguenze lontane di atti recenti sono spesso imprevedibili.
In realtà, sembra che altri fattori abbiano influito su tutto ciò[2]. Ma, in ogni caso, ciò serve a dire che vi son equilibri interni a noi sconosciuti, e sui quali nulla si può dire, oggi.

Bene ora. In quello stesso anno – il 1978, dunque – apparve un titolo molto importante di J. Baudrillard: All’ombra delle maggioranze silenziose, titolo che viene “a fagiolo” con i risultati delle recentissime elezioni di “Midterm” negli Usa. Tutte queste elezioni ultime infatti sono elezioni della “maggioranza silenziosa”, cosiddetta. Ecco come poterle capire. Questo è un punto decisivo ed un suggerimento importante.
Sia detto en passant, ma la deriva orribile che si è pian piano estesa, partendo da quarant’anni fa sino ad oggi, è nata dal desiderio di “consenso”, e cioè chiunque si è opposto ha ricercato il consenso, per quanto – in una situazione determinata e, soprattutto, in un mondo così chiuso (la “gabbia di ferro” di Weber, ma, direi, oggi è una gabbia digitale, una gabbia di flusso elettromagnetici, che non si vedono, dunque ben peggio) – in una specifica situazione, chi può davvero garantirsi il consenso è un nucleo ristrettissimo di individui[3]. Senza per questo giungere all’eccesso opposto, di “scandalizzare”, cosa presto stucchevole, la via è seguire il cammino che si è scelto senza interessarsi del consenso – impossibile – né cercare di scandalizzare o di andar contro alcuno.


Ma torniamo al libro del lontano, lontanissimo 1978. Avevo la vecchia copia del 1978 che, però, non riesco più a trovare, ma – ed ecco la cosa interessante – esso sarà,  e finalmente!, ripubblicato l’anno prossimo, proprio all’uscita dalla quarantena, iniziata e terminata sotto il “segno” di detto piccolo, ma denso, testo.
Dunque se ne avrà occasione di riparlarne, soprattutto sarà interessante vedere chi firmerà la Prefazione, che si richiede per un testo ripubblicato dopo ben quarant’anni!
Per ora, due link; il primo è un breve riassunto, che può venir utile, cf.
https://www.doppiozero.com/materiali/la-passivita-delle-masse.
Il secondo link è molto interessante – ed è ovvio che non entro nella questione specifica – perché si basa sull’idea che la “democrazia” debba far parlare le “maggioranze silenziose”[4], e qui si torna dunque a Baudrillard. Solo che dir questo, se da un lato non può che rimarcare la débacle ormai completa della “sinistra” – ossessionata e ferma nel principio di rappresentatività –, dall’altro fa capire quanto la lezione di Baudrillard, su questo punto, sia stata poco compresa (e non è l’unico punto[5] dove ciò sia successo).
Il concetto di fondo, presente, appunto, in All’ombra delle maggioranze silenziose, è quello di “implosione”, sul quale va ricordato qualche passo: “L’implosione non è un portato, un esito di ‘contraddizioni’ emergenti nella e dalla struttura della simulazione [modello che ha sostituito quello della “produzione”, secondo Baudrillard]: non è una ‘reazione contro’ […], un revival del principio di realtà, o la contrapposizione di un principio di ‘iper-piacere’ (come potrebbero essere la produzione, i flussi e le tensioni desideranti di quei neo-futuristi che sono Deleuze e Guattari). L’iperrealtà è un estremo rifugio, un estremo tentativo della realtà di sopravvivere a se stessa […] L’implosione quindi, come ho detto, non è ‘reazione contro’ l’iperrealtà della simulazione e tanto meno ‘irruzione’ dell’ambivalenza simbolica […] nell’atmosfera rarefatta dei modelli (il disordine simbolico che irrompe negli spazi modulari); l simulazione ha già fatto fuori ogni residuo di realtà […], cammina sul manque come un alpinista sul vuoto di un crepaccio coperto da uno strato sottile di neve ghiacciata; basta che sulla crepa il passo prema di un niente. Basta spingere la simulazione a calcare il suo passo, spingere l’iperrealtà a forzare il giuoco illusionistico (il Mago Houdini affogato nella colonna d’acqua e di cristallo). L’implosione è questo avvinghiarsi della simulazione su se stessa [corsivi miei], simulazione della simulazione [idem], l’ iperrealtà che si eleva alla n [idem], suo venir meno [idem], perdita dell’indeterminazione al punto massimo d’intensità della determinazione; implosione dunque come sfondamento del muro del reale nell’impulso dell’iperrealtà [idem]; implosione come sprofondamento [idem]”[6]. Ma vedremo di ritornarci su questi temi. Una sola considerazione: se l’implosione – simile, ma solo a livello “sociale”, alla dissolutio guénoniana – non nasce dalle contraddizioni, se ne deve dedurre che la storia è terminata. Solo, infatti, quando le contraddizioni, motrici della storia, si svuotano – l’implosione – la storia può finire: oggi. ed anche oggi è la fase, da tempo iniziata, quando la simulazione ha “calcato di un niente” il suo passo, ed ecco l’inutilità dei tanto modelli elaborati nel recente passato per spiegare la situazione presente.

PS. Sulle tendenze di caduta delle “sinistre”, ormai dominanti da tempo, cf.


PPS. Sempre per parlare di “anniversari”, ora “solo” trent’anni fa, la canzone “Zai Zaman” di F. Battiato, cf.
https://www.youtube.com/watch?v=eZ_JwHtlJFw. Eccone un passo, assai significativo:
Vuoto di senso crolla l’Occidente
soffocherà per ingordigia
e assurda sete di potere
e dall’Oriente orde di fanatici”.
Passo del 1988 … trent’anni fa, come s’è detto …



















Andrea A. Ianniello












Addendum.
Fondamentalmente siamo impreparati al futuro, che si è prospettato in maniere che l’ignoranza e il ventre pieno dominante non riescono nemmeno vagamente a presentire.
Per questo è necessario rivedere il passato, anche quello più recente, dunque. Anche solo vent’anni fa.
Ed è interessante venire ad una sorta di “frutto finale” degli anni Novanta del secolo scorso, e ripensarci oggi, dopo aver posto altri miei scritti di quel decennio su questo blog, “a futura memoria”, ovvio. E qui mi attiene di dover precisare come – ma d’altro canto è chiarissimo, visto il tenore di tali scritti – io sia sempre stato un avversario dell’Euro “della prima ora”, e, proprio per questo, non abbia niente a che spartire – e non voglia proprio averci niente a che spartire, ora mai – con gli attuali più o meno reali avversari dell’Euro, in quanto il nostro punto di vista è alternativo (ma davvero, non come la ridicola distinzione “destra” e “sinistra” di oggi). Costoro, infatti, son dei nostalgici dello stato nazionale, cioè di un impossibile “ritorno”. Di solito questi tentativi di ritorno al “buon tempo antico”, e la storia insegna, propiziano degli “allontanamenti” tremendi.
Ma torniamo al tema.
Dopo i quarant’anni ed i trenta, veniamo ai vent’anni fa, direi diciannove, quasi vent’anni fa. In quel tempo, infatti, scrissi un “Manifesto per un’Europa Nuova”, che ho semplicemente corretto (usavo spesso il carattere courier new, quello dei vecchi ciclostile per intenderci, ed usavo il sottolineato, sempre nello style delle vecchie cose “da strada” che oggi “laggente” non sa manco cosa siano, e l’ho sostituito con un corsivo più accettabile nella forma scritta; infine, ho tolto delle piccole parti, che avevan senso all’epoca, e i commenti aggiunti son messi fra parentesi quadre). Ed ecco il link, cf.
Chiaramente si tratta di una vera “falsariga”, non di seguire delle forme pensate per circa vent’anni fa, ma, ed è il punto, di seguire l’idea generale che c’è dietro. Di questo si dovrebbe parlare, in luogo delle solite banalità elettorali, che abbiamo recentemente ascoltato, a iosa[7], e ne ascolteremo ancora …
Sulla “fallacia interna” della “democrazia”, sull’afasia della sovranità vi è oggi pochissima consapevolezza (la consapevolezza è “sapere di sapere”, “rendersi conto di”, ovvero una “coscienza seconda”, che va oltre la cosiddetta “coscienza di veglia”, ed anche questo è un qualcosa che “laggente” ben poco sente o percepisce: l’uomo comune vivendo nell’ inconsapevolezza la stragrande maggioranza dei suoi giorni).
Ma questo richiede che sulla “democrazia” ci si soffermi un po’.
Dico tutto ciò ben avendo in mente che la “democrazia” non può essere altro se non un fallimento. Dico tutto ciò proprio senza illusioni. Lo scopo non sarebbe tanto quello di “farsi eleggere”, ma di porre degli interrogativi sostanziali, ben sapendo che con la “democrazia” non s andrà mai d’alcuna parte. E’ un sistema costitutivamente inerziale, per di più in crisi esiziale. “Si può discutere all’infinito sui benefici del sistema di rappresentazione, e in particolare sul sistema elettorale. Per la democrazia il passaggio dalla presenza alla rappresentazione costituì una peripezia gravida di conseguenze. La democrazia greca non si regge sulla rappresentazione ma sulla presenza rivale, antagonistica, non egualitaria, di tutti i cittadini. I nostri sistemi moderni, invece, disabituano i cittadini alla presenza a vantaggio della rappresentazione. Questa forma ha indubbiamente dato storicamente un impulso alle democrazie borghesi ma è certamente possibile che oggi esse ne muoiano [da quel tempo ad oggi, possiamo dire: ne sono morte, solo che sono state sostituite dal loro simulacro che, come una mummia nel vuoto spinto, può sussistere indefinitamente]. La professionalizzazione delle classi politiche ha rovesciato il processo democratico. O piuttosto si è verificata fra rappresentanti la stessa confusione delle determinazioni propria di tutti i grandi sistemi a due poli che funzionavano tanto bene prima: prendete la pedagogia, la psicoanalisi, le relazioni di potere, le relazioni personali, ecc. – nessuno può più dire che la sovranità transiti dalla base verso il vertice [corsivi miei], così come la parola o il senso non partono da un punto per essere decodificato all’arrivo [le “reti”, i social: ed ecco anche l’idea che i social, di fatto, sostituiscano la “democrazia”, cosa “intravista” dallo stesso Baudrillard nella pagina seguente a questa qui riportata, e però detta a proposito dei media, che ancora mantenevano un simulacro di “centralità”, sparito nei social]. Si ha confusione delle distanze rispettive [ma la cura non può essere “ripristiniamo le distanze”, mantra classico delle vecchie destre, “tradizionaliste”, anch’esse “prese alla sprovvista” da questa svolta solo apparentemente “imprevedibile” ma che, al contrario, è il compimento della “modernità” quando essa sia però andata oltre qualche residuo limes], abolizione dei rispettivi poli che permettevano il trasferimento di un spazio della rappresentazione [corsivi miei], che lasciavano spazio a una scena dell’azione e della rappresentazione politica [questo passo è davvero d’importanza decisiva: oggi non c’è più spazio politico, ecco perché non puoi “manovrare” se non in modo simulato, ecco perché la “comunicazione” – il flusso informativo – è tutto, l’azione niente: non è un caso; ed ecco la mia idea – degli anni Novanta, di diciannove anni fa – di costruire uno spazio – simulato – per aver dei margini di manovra]. Tutto ciò è perduto e nessuno lo ignora perché non è questione d’ideologia o di filosofia morale: è l’ accelerazione dei flussi che ha bruciato i circuiti [corsivi miei], qui come altrove – e nessuna credibilità politica lega più la massa dei cittadini ai loro ‘rappresentanti’, così come nessuna credibilità politica lega l’opinione della gente alla sua espressione nei sondaggi. Meglio ancora: la gente non ha letteralmente più volontà politica – entrambe le cose sono divenute aleatorie e non fanno più atro che rispondere alla sollecitazione e al movimento artificiale dei sondaggi e delle consultazioni elettorali, divenute innumerevoli e permanenti per la forza delle cose [corsivi miei], che consiste appunto nel costringere l’aleatorio a significare lo stesso qualcosa [idem]”[8]. Le “maggioranze silenziose” scelgono sempre più gli “uomini forti” tra virgolette – i simulacri degli uomini forti – perché il gioco, così, “sembra più vero”, sembra … Ovvio che ci sia una differenza di fondo fra costoro, in “Occidente indecente”, e un Putin, un Erdoghan o uno Xi Jinping. Lì comunque lo stato – pur essendo andato incontro alle stesse forze dissolventi – ha resistito meglio, per due motivi: 1) si partiva da stati forti, ex Imperi pre democratici; 2) lo stesso movimento è avvenuto in modo secondario e più lento, avendo dunque lasciato loro qualche margine di manovra (lo spazio!!) in più. Quando ammirano costoro, a seconda dei gusti eh (di solito Putin sì, ma Erdoghan no, perché “mamma li Turchi”, questi frammenti di un mondo passato che galleggiano, fatti a pezzi, nel subconscio collettivo), non sanno cosa dicono. Putin sa che cos’è una “politica di potenza”, che lui fa molto accortamente: non è uno stupido, sa che la potenza oggi si può esercitare solo accanto alla forza del mondo finanziario, che resta dominante; in Cina e Turchia la pensan così, mutatis mutandis. Pur nel mondo dei flussi finanziari dominanti, essi han capito che ci son residui margini per la politica di potenza – classica – e per perseguire le proprie ambizioni. Se tu vedi in Occidente non c’è nessuno che sappia che cos’è una “politica di potenza”, anche di “destra (sedicente) radicale”, per quanto se ne stiano a citare Nietzsche e la “grande politica”. Questo perché trattasi di persone tutte nate o che han costruito le loro carriere nell’epoca iniziata quarant’anni fa e divenuta però assolutamente dominante (“asfissiante”) vent’anni fa. Quindi, per loro, la simulazione, politica, è la realtà, politica.












[1] J. Baudrillard, La sinistra divina, Feltrinelli Editore, Milano 1986, p. 51, corsivi miei. Si noti la data in cui sono state scritte queste parole: in “quel” tempo, nessuno si rendeva conto della radicalità del cambiamento.  
[2] Cf.
https://it.wikipedia.org/wiki/Invasione_mongola_dell%27Europa#Fine_dell'avanzata_mongola.
Alcune immagini:
cf.
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/43/Bitwa_pod_Legnic%C4%85.jpg,
cf.
http://www.templaricavalieri.it/images/mongoli_liegnitz_battaglia_contro_i_cavalieri_teutonici_02.gif,
cf.
http://www.medioevouniversalis.org/images/MEDIOEVO/LEGNICA_32-33_680.jpg,
cf.
http://www.medioevouniversalis.org/images/MEDIOEVO/LEGNICA_28-29_90.jpg,
cf.
http://www.medioevouniversalis.org/images/MEDIOEVO/LEGNICA_34-35_90.jpg.
E difatti, a questa battaglia parteciparono anche i Cavalieri Teutonici, fondati da Federico II di Svevia.
[4] Cf.
http://www.ilmanifestobologna.it/wp/2016/02/coalizione-civica-per-bologna-le-ragioni-di-una-scelta-allombra-delle-maggioranze-silenziose/.
Si tratta sempre “di una re-iniezione ormonale di ‘democrazia’, […] di un innesto omeopatico”, J. Baudrillard, La sinistra divina, cit., p. 39, corsivi in originale.
[6] Introduzione di P. Bellasi in J. Baudrillard, Dimenticare Foucault, Cappelli Editore, Bologna 1977, pp. 37-38, corsivi in originale, miei corsivi indicati in parentesi quadre.  
[8] J. Baudrillard, La sinistra divina, cit., p. 71, corsivi in originale, corsivi miei e miei commenti indicati fra parentesi quadre.