domenica 16 novembre 2014

CAMBIAR LE PRIORITA’, unica cosa **seria** rispetto alle “bombe d’acqua” di chiacchiere dell’Italia di oggi


Abituale rimpallo di responsabilità nel vuoto spinto di proposte, e di idee - soprattutto d’idee forti -, nello stanco consenso obbligatorio che l’italiota medio ha dato, e dà, in perfetto style “socialismo irreale” la cui caduta, quel “fantaaastico” 1989, è stata la causa remota dei disastri attuali. Ci sta il socialismo reale e quello teorico, mucchio di belle intenzioni non realizzate e, talune, irrealizzabili. 
E c’è il capitalismo reale, quello storico, quello effettivo, quello che conosciamo, poi ci stanno le belle parole di Adam Smith, secondo cui il fare “il proprio bene individuale” si equivarrebbe al “bene comune”, il che non è affatto vero

Quel che il fare “il proprio bene individuale” reso teoricamente equivalente al fare il “bene comune” ha provocato è stata la nascita del dominio delle lobby e delle oligarchie. Questo non è un effetto perverso di un sistema buono, ma l’esito naturale quando le difese dalle oligarchie cadono, e cioè quel che è successo dopo il famoso, fantastico e meraviglioso ‘89. 

Stabilito tutto ciò, che il capitalismo reale non è quello teorico, e che va trattato esattamente come il socialismo reale - lasciamo i sogni ad altri -, veniamo a mettere un po d’ordine in questo gran caos.  

Punto primo. L’Italia è stata distrutta dallo sviluppo. Punto e basta.

Punto secondo.Vanno cambiate le priorità. Non si tratta di fare lo “sviluppo” e, poi, allo scopo disviluppare” l’economia, si dà spazio al riassesto e riassetto del territorio. NO!! 
Il primo scopo è il dissesto idro-geologico e la ri-costituzione territoriale di un intero paese. Di conseguenza - di conseguenza - questo ha delle ricadute in campo economico. 
SI DEVONO MODIFICARE LE PRIORITA’

Punto terzo. Questa modifica delle priorità la possono fare quelli stessi che ci han portato qui? E cioè quelli stessi hanno avuto come priorità lo “sviluppo”? NO!! 
Sta tutto qui. 
Il virus non cura l’influenza. Ci vuole qualcosa di esterno e di altro rispetto al mondo virale che ci ha condotti qui dove si è. 

Punto quarto. L’italiota medio si guardi una buona volta nello specchio e si prenda le sue responsabilità. Ha dato il suo consenso a questo sistema. Se non gli va più bene, non dia più quel suo stanco ed obbligato consenso, né voti quelli che hanno generato il problema o chi strilla soltanto ma non è costruttivo. Questo paese è già sufficientemente distrutto, non c’è bisogna della protesta “senza se e senza ma”, soprattutto senza obiettivi che non siano la revisione del modello dello “sviluppo”. Tal revisione non è la mera “ristrutturazione ecologica” della civiltà, come qualche anno fa si diceva. Infatti, quest’ultima cosa implica che le lobby che ci hanno condotto qui mantengano il loro controllo = nessuna riforma vera.  
Non vi è tale consapevolezza collettiva, delle responsabilità e del consenso dato, si dirà. Bene, chi ha tale consapevolezza, oggi minoranza minima, comunque agisca in qualche maniera. 

Punto quinto. Si deve uscire dal XIX secolo. Punto e basta. Chi si è opposto alla cementificazione selvaggia ed al dissesto e disastro territoriali talvolta è stato accusato di essere contro il cosiddetto “progresso”, diciamola più chiaramente: contro lo sviluppo
Ma siamo nel XIX secolo? Vogliamo entrare nel XXI?  Credono davvero che lo “stile di vita” (senz’alcuno stile) della fine del XX secolo e di una parte degli inizi del XXI possa essere di tutto il mondo? Davvero credono che tutti i cinesi, gli indiani, i sudamericani e gli africani potranno mai avere lo stesso “stile di vita” (senza nessuno stile) degli europei e nordamericani della fine del XX secolo e di una parte degli inizi del XXI? 
Ma se tale famoso stile di non vita di nordamericani ed europei “della fine del XX secolo e di una parte degli inizi del XXI” sta sparendo in queste stesse parti? E che qualcuno, come scrisse Cardini nel 2011(*), “ha deciso di farcene pagare il prezzo”? 
A nulla servirà voler “mantenere” quello stile senza style e votare qualche destra passatista o qualche sinistrella blairiana oltre tempo massimo per la semplice ragione che tutto ciò non affronta la situazione vera che c’è qui-ed-ora e non risolve alcunché.  

Risvegliatevi se potete, e chi lo può lo faccia e rapidamente. E lasci al suo destino chi non può, non vuole o non sa. Che ognuno si prenda le sue responsabilità. 
Ah oscene davvero le commemorazioni del loro fantastico ’89: gli esiti del quale vi erano inscritti necessariamente sin dal principio: il risorgere dei nazionalismi e la fine dell’Europa come presenza mondiale autonoma e indipendente, ridotta a periferia del mondo. Che è quel che siamo per davvero oggi

(*)  “Avviso ai naviganti: Cardini (2011), dal blog ariannaeditrice ”
Voglio terminare con le parole ultime del link qui appena citato:  
E rientrate nella storia.
Quella d’oggi.
Questa.”
 
 


“LE RAGIONI DELL’IMPASSE”, link dal blog “idee-inoltre”


sabato 8 novembre 2014

“Sulla Relazione di F. Cardini, al Convegno del Novecentenario della Diocesi di Caserta”



UNA BREVE RIFLESSIONE SUL CONVEGNO
PER IL NOVECENTENARIO DELLA
DIOCESI DI CASERTA.
In particolare, sulla
Relazione di
F. Cardini.

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*        *
* *


Introduzione.
UN INTERESSANTE CONVEGNO


Si è svolto a Caserta, il 26 novembre del 2013, un importante Convegno sul Novecentenario della Diocesi di Caserta, che ha fatto anche un po’ “il punto” degli studi su questo tema. Per l’esattezza, son trascorsi, nel 2013, novecento anni dalla Bolla di Senne, o Sennete1. Le ragioni di tale Convegno sono state improntate alla relazione fra identità e continuità.
In effetti, che vi fosse una Bolla nel 113, nota da trascrizioni successive, dimostra che, tuttavia, vi erano già delle più antiche realtà ecclesiali sul territorio, ed è questione ancor oggi dibattuta se e quanto la Diocesi di Caserta sia da ricollegarsi a quella di Calatia, o “Galatia”, come si dice, con un probabile “longobardismo” (passaggio della consonante iniziale “k” a “g ‘dura’”). Seppur diminuita di capacità di convincimento, la tesi di una relazione fra la passata, e scomparsa, Diocesi di Calatia/Galatia sembra comunque ancora in certa misura presente negli studi2.

Come che stiano le cose, dal mio punto di vista, per quanto interessante sia stata la “messa a punto”, non vedo novità rispetto al Dizionario Storico delle Diocesi della Campania, del 2010, dove, alla voce Caserta3, si attesta l’origine normanna della Diocesi di Caserta stessa.

Proprio nelle parti iniziali del Convegno, vi è stata la relazione, quasi una lectio magistralis, di Franco Cardini, che, al di là del tema in esame, pur tuttavia riprendendo da esso spunto, è stata una sorta di riflessione sulla storia, in particolare sui rapporti fra storia “generale” e storia locale. Proprio su tale allocuzione di Cardini, a mio avviso, occorrerebbe riflettere un poco più attentamente.



LA RELAZIONE DI F. CARDINI


Cardini svolge un quadro molto vasto della storia del periodo normanno cui, se non proprio prende origine, sicuramente molto deve, la Diocesi di Caserta. La storia normanna, poi, puntualizza Cardini, non ha nessun senso fuori dallo studio dei pellegrinaggi e, soprattutto, delle Crociate, che portarono i Normanni nel Sud Italia4.
Un altro punto, non sviluppato ma sottolineato nella relazione, è il legame fra Diocesi, e loro sviluppo, con le dinamiche delle città campane nell’Alto Medioevo, tutto un capitolo per eventuali sviluppi ed approfondimenti vari.
Detto tutto ciò, Cardini prende a sviluppare il suo intervento, che è una vera e propria riflessione sulla storia e sulla metodologia storica.
La storia è sostanzialmente una disciplina scientifica moderna. Ma, nonostante quel che spesso, troppo spesso si tende a pensare, il legame fra questa disciplina storia e la politica è molto stretto, anche nei tempi moderni, per quanto quasi sempre velato o filtrato dai limiti imposti dal metodo scientifico e dalle sue regole. Cardini si spinge a dire che l’attuale tendenza a trascurare la storia – personalmente parlerei quasi di “una eclisse” della storia – non sia null’altro se non il riflesso della scarsa forza politica e sociale del mondo attuale.
Pertanto dietro all’Esperti, che riporta la Bolla di Senne, chi vi era se non Carlo III di Borbone – domanda retorica -, nessun dubbio al riguardo. Nessuno storico scrive o ricerca o discute nel vuoto spinto.

La storia è fatta sia d’ipotesi che di tesi vere e proprie. Le due facce son complementari fra di loro. Ed allora l’obiettività storica è un fatto inattingibile storicamente, piuttosto è una meta cui sempre tendere, ben sapendo che non la si raggiungerà mai pienamente. In tal senso, che piaccia o meno, la storia è una sorta di revisione continua. Per cui, oltre alle tematiche pur verissime di continuità ed identità storiche, Cardini inserisce il cambiamento, fuori da “ideologismi e retoriche”. In tal senso, con F. Braudel, Cardini sottolinea come l’esplosione della contingenza s’inserisca nella tematica, pur verissima, della “lunga durata” ed inevitabilmente, dialetticamente, aggiungerei, la modifica. Per fare un esempio, e venendo alle epoche del Convegno, se il VI-VII secolo fu caratterizzato da gravi problemi demografici nell’VIII si verificò una ripresa, in relazione ad un cambiamento climatico. In modo crescente, infatti, si sta prendendo coscienza di quanto i cambiamenti climatici incidano sulla e nella storia. Ma anche una tale accresciuta consapevolezza è un prodotto storico, il prodotto storica della nostra epoca d’instabilità climatica; in altri periodi storici, dal clima ben più stabile, si tendeva a considerare questa variabile come un fatto secondario. La storia, diciamocelo chiaro – e fuori dalla relazione di Cardini – non eccede se stessa, ma invece si implica logicamente: le categorie per mezzo delle quali si “misura” la storia sono anch’esse storiche! Il che ha, senza dubbio, la netta apparenza di un paradosso, del quale pur viviamo quotidianamente: infatti, se il denaro è “la misura del valore di tutte le cose”, che cos’ che misura il denaro? Il denaro stesso, il cui stesso valore fluttua. Sarebbe come misurare un oggetto con un metro la cui lunghezza cambia, il che è pur vero: la barretta di metallo che l’1 metro si espande o contrae, ma in modo minimo, le fluttuazioni del valore del denaro – il “misuratore” di tutte le cose ormai da qualche secolo – son ben più ampie.

Venendo sempre alle condizioni che, tra la fine del Primo Millennio cristiano e l’inizio del Secondo Millennio cristiano, quello che ha dato vita ed inizio alla Diocesi di Caserta, secondo il quadro più accreditato – Secondo Millennio che ormai è terminato già da quattordici anni -, Cardini ricorda l’importante figura di Cassiodoro, per sottolineare quel che si potrebbe chiamare la “dittatura latifondista sul Cristianesimo”.

Insomma, in questo continuo passare tra riflessioni metodologiche di ordine generale e casi storici concreti, tessitura che costituisce l’ordito e la trama della relazione di Cardini, il messaggio di fondo è questo: la storia è continuità nel mutamento. La vera difficoltà della storia e del suo studio – e dello storico che la pratica – è precisamente cogliere questa relazione di continuità nel mutamento. Si dirà: ed ovviamente la difficoltà è anche quella di cogliere il mutamento nella continuità. Vi è una parte di verità in tutto ciò, e tuttavia è più facile, più facile cogliere il mutamento nella continuità che, come invece suggerisce Cardini, l’inverso, ovvero la continuità nel mutamento.
Cogliere quest’ultimo “geroglifico del senso” rivelerebbe la cifra nascosta in ogni epoca.
L’epoca è la “fluttuazione del valore della moneta” nel paragone che si è fatto proprio qui sopra.

Le rivoluzioni, puntualizza Cardini, si pongono in evidente discontinuità; e tuttavia, si scoprono, sotto le loro apparenze, poderose forze storiche che mantengono la continuità.
Le rotture di “faglia storica” le si vede con molta più facilità, e tuttavia non sono quelle rotture definitive che vanno dicendo di se stesse, ma, al contrario, mantengono la continuità.

Se dunque noi studiamo il Primo Millennio, dalle nostre parti, ci accorgeremo della compresenza forte di elementi latini e greci, ma questi ultimi, quelli greci, paiono aver avuto una grande influenza sui Longobardi meridionali, per esempio, rendendoli ben diversi da quelli settentrionali, Longobardi che, comunque, hanno segnato profondamente il Sud non meno che il Nord Italia.

In quest’ambito di considerazioni ed in questa visione metodologica della storia, si chiede Cardini che cos’è la Diocesi di Caserta. Al di là del fatto se sia davvero collegata direttamente a Calatia/Galatia o non, in ogni caso e comunque, la Diocesi di Caserta è frutto di uno spostamento diocesano, come interessi, come struttura di fondo; e tale spostamento non avrebbe senso se non nell’epoca normanna. E qui Cardini ritorna al suo tema favorito, i pellegrinaggi e le Crociate, in cui l’elemento normanno è stato decisivo, lui, studioso di Boemondo principe di Taranto, che andò nelle Crociate. La storia normanna va necessariamente vista nel Mediterraneo, e non si può ben intendere se non in un contesto inevitabilmente più vasto, e cioè mediterraneo. Il che, a sua volta, riporta il tutto nel quadro della Riforma che operò Gregorio VII, e che nacque a Cluny. Rimane da citarsi, solo en passant purtroppo, il tema del perché la Chiesa scelse l’elemento normanno come referente, al di là della visione ottoniano-imperiale allora in auge. La Riforma gregoriana in Italia, in particolare meridionale, non fu cluniacense, ma ebbe come punti di partenza Montecassino e Cava de’ Tirreni: le grandi Abbazie insomma. La loro egemonia sui vescovi casertani è chiara ed evidente.

In effetti, anche da altre fonti, è chiarissimo che è stata l’epoca normanna a costituire una cesura forte per il Sud, la sua entrata, vera e piena, nel Medioevo. Infatti, non a caso “in epoca normanna si verifica la stabilizzazione degli insediamenti fortificati che frammentano gli intorni territoriali di derivazione romana, mantenuti dai Longobardi [corsivi miei]”5. Ancora: “Dall’XI secolo i Longobardi sono sostituiti dai Normanni che fondano una nuova città, Aversa, posta fra i territori bizantini di Napoli e quelli longobardi di Capua, riuscendo a poco a poco a conquistare la Campania, l’Italia meridionale e la Sicilia, formando così un grande Regno unitario. I Normanni son quelli che rivoluzionano l’assetto territoriale realizzato dai Romani introducendo il sistema feudale”6.

Ricordiamo, insomma, che il Meridione, il Regno dell’Italia del Sud è stato formato dai Normanni, poiché il Sud era una sopra di “zona di frontiera” fra Longobardi e Bizantini, e fra questi due ed il mondo islamico nord-africano che premeva da Sud. In effetti., questa farraginosità è rimasta come la base di fondo su cui l’elemento normanno ha costruito un’unità che ha “fotografato” il Sud come tale7.

In quest’ambito di considerazioni, si deve sottolineare un ultimo mutamento; dalle Pievi agli archi presbiterali, come dice Cardini. Il tutto nel quadro della Riforma gregoriana che cambiò il regime delle Relationes Decimarum, il regime delle decime, fondamentale per la Chiesa medioevale.

In quest’epoca, anche in seguito, o almeno in parallelo alla Riforma gregoriana ed alla riforma delle Relationes Decimarum, si verifica un fatto epocale, e cioè il ritorno dell’Occidente all’oro come base della valuta, come nell’Impero Romano. Si dovrebbe riflettere sulle relazioni fra Occidente e base aurea: ha segnato tutte le fasi espansive della economia occidentale, tant’è che la fine della parità aurea è coincisa con l’eclissi della centralità economica europea, ed oggi si sentono voci verso un ritorno, in forme differenti, a tale relazione con l’oro. La borghesia ed il suo dominio sono nati nel Medioevo, ed è in quell’epoca che si ponevano le basi della forza del denaro, che poi, nel corso della storia, è divenuta sempre più autonoma da ogni altra istanza superiore.

Cardini termina ricordando la lezione di Delio Cantimori, per il quale non esisteva quella frattura fra “grande storia” e storia “solo” locale, ma, piuttosto, fra storia ben fatta o mal fatta, dove per “ben fatta” s’intende quella storia che propone ipotesi ragionevoli e verificabili mentre quella fatta male non è in grado di costruire tali ipotesi verificabili.

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NOTE


1Bulla Sennetis, Episcopus Casertanus; trascrizioni: Michele Monaco 1630, Crescenzo Esperti 1775, il quale Esperti fa riferimento ad Ughetti all’inizio del XVIII. E’ piuttosto interessante sottolineare come, nella Bolla, si citino ben 133 chiese.
2Tesi che, poi, è quella divenuta comune dopo il XIX secolo, cf. Diocesi di Caserta, Cronologia dei vescovi casertani, Società di Storia Patria di Terra di Lavoro, Napoli 1984 (per l’esattezza si legge al termine del volume: “Finito di stampare nel mese di marzo MCMLXXXIV nello stabilimento ‘Arte Tipografica di A. R.’ S. Biagio dei Librai – Napoli”). In particolare, si dà per certa l’origine della Diocesi di Calatia/Galatia da “S. Augusto – africano – (439-477?)” (ibid., p. 9). Poi l’origine sostanzialmente tarda ed ottocentesca sta nel fatto che S. Augusto sia sempre stato percepito come un nero di pelle, in base a quell’equazione, falsa, che vuole che tutti glia africani siano di pelle scura, cosa peraltro molto improbabile riguardo a S. Augusto stesso. Ricordo quelle teorie che vogliono Gesù Cristo scuro di pelle, sempre in base ad un’equazione, antropologicamente del tutto arbitraria, fra mediorientali e neri. Né i nordafricani, almeno la gran parte di essi, né i medio orientali sono appartenenti alla “etnia” nera. Tra l’altro, un uomo della fine dell’Impero romano queste cose le avrebbe conosciute benissimo.
3Cf. AA.VV., Dizionario Storico delle Diocesi della Campania, L’Epos Società Editrice, Palermo 2010, voce Caserta, pp. 256-280.
4Cf. F. Cardini, I Normanni e le Crociate, in Centro Studi Normanni di Ariano Irpino, I Normanni. Popolo d’Europa 1030-1200, Catalogo della Mostra del 1994 (vent’anni fa) a Roma, a cura di Mario D’Onofrio, Marsilio editore, Venezia 1994, pp. 356-362. Questo catalogo è molto importante, contiene anche uno scritto di E. Cuozzo, L’organizzazione socio-politica, in ibid., pp. 177-182. Utilissimo e davvero molto importante il contributo di O. Zecchino, Le Assise di Ariano, in ibid., pp. 183-187. Per finire, l’ultimo contributo, che pone il problema di una “identità normanna (o meglio ancora, ‘normanda’) europea”, che non è patrimonio di nessuno, né dell’Inghilterra, né della Francia, né dell’Italia meridionale, di Jean-Yves Marin, La coscienza normanna oggi, ibid., pp. 371-373, considerazioni di venti anni fa, però invero attualissime, di fronte alla pericolosissima “deriva” di una Europa concentrata, e direi arroccata, nel centro-Europa tedesco, con il resto d’Europa, dall’Irlanda alla Grecia, ivi compresa l’Italia, ridotta ad una sorta di “periferia”, con la Francia, che s’illudeva di far parte del centro decisionale, ridotta ad essere il “primus inter pares” dei secondari. Esiste o può esistere un’Europa “normanda” o “normandizzante”? Può darsi che quest’asse possa costituire una sorta di bilanciamento rispetto allo strapotere di un’Europa centrale troppo forte? Temi che travalicano amplissimamente quest’articolo. Ma vorrei ricordare poche parole di Marin: “L’idea è semplice e sappiamo che è condivisa in Scandinavia, in Inghilterra ed evidentemente in Italia forse sarebbe più corretto dire, alla luce del ventennio passato: era condivisa; nota mia]: fare della memoria che ci accomuna un asse portante su cui innestare sinergie di studio e di ricerca e attraverso cui percorrere le nuove esperienze umane, artistiche e culturali in genere. Come è ormai stato appurato, nessuno può rivendicare priorità assolute sulla civiltà normanna dei secoli XI e XII; questo patrimonio del passato è indivisibile e proprio in ciò risiede la sua forza e la sua peculiarità” (ibid., p. 273, corsivi miei).
5Rosa Carafa, Il sistema policentrico casertano, in Provincia di Caserta, Il Piano di sviluppo socio-economico e Premessa del Piano territoriale di coordinamento della Provincia di Caserta, Tipografia DEPIGRAF, Caserta 2003, p. 67. Naturalmente, visto questo scritto di dieci anni fa (ormai undici) e le realizzazioni pratiche: che distanza vi è fra i cumuli di carta delle organizzazioni politiche e le realizzazioni concrete, una distanza divenuta abissale nell’ultimo decennio. In ogni caso, lo scritto della Carafa fa, in breve, un sunto della situazione storica delle Provincia.
6Ibid., p. 66.
7“Potrebbe applicarsi ai Normanni dell’Italia meridionale ciò che si disse dei Romani rispetto ai Greci, cioè che i conquistatori furono vinti dallo stesso popolo assoggettato. In realtà, i rudi guerrieri nordici furono presi d’ammirazione per la cultura arabo-bizantina e per i grandi monumenti del passato greco e romano che la Sicilia e l’Italia meridionale a quei tempi presentavano in grande copia. D’altra parte, tutte le regioni conquistate dai Normanni furono dapprima ostili e quindi ammirate dalla loro accortezza politica e militare e si lasciarono governare con fiducia. […] La monarchia dei Normanni fu di tipo feudale [cosa verissima, ma gli studi di Cuozzo e Zecchino, citati prima in nota, pongono dei limiti a quest’affermazione che rimane vera, ma con molti “aggiustamenti di tiro” da farsi; nota mia], […] ma una larga tolleranza, un intelligente spirito di conciliazione e la più ampia utilizzazione degli elementi più vivi dei diversi paesi, consentirono di creare in Italia meridionale – come in Inghilterra e in Francia [e qui possiamo tornare a quanto detto, e citato in nota, prima, da J.-Y. Morin; nota mia] – un grande periodo di prosperità politica, civile ed economica, quale gli antichi predoni del mare non erano riusciti ad erigere in altri paesi europei da loro conquistati. Dalla conquista normanna derivò per il Mezzogiorno d’Italia una unità storica intramontabile” (R. Bosi, I miti dei Vichinghi. Storia e tradizioni degli uomini del Nord, Convivio/Nardini editore, Firenze 1993, pp. 47-48, corsivi miei). Soprattutto l’ultima frase, posta in corsivo, dovrebbe, al di là di questioni storiche, essere profondamente meditata. 

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BIBLIOGRAFIA

AA. VV., Dizionario storico delle Diocesi della Campania, L’Epos Società Editrice, Palermo 2010.

Roberto Bosi, I miti dei Vichinghi. Storia e tradizioni degli uomini del Nord, Convivio/Nardini editore, Firenze 1993.

Rosa Carafa, Il sistema policentrico casertano, in: Provincia di Caserta, Il Piano di sviluppo socio-economico e Premessa del Piano territoriale di coordinamento della Provincia di Caserta, Tipografia DEPIGRAF, Caserta 2003.

Franco Cardini, I Normanni e le Crociate, in Centro Studi Normanni di Ariano Irpino, I Normanni. Popolo d’Europa 1030-1200, Catalogo della Mostra del 1994 (vent’anni fa) a Roma, a cura di Mario D’Onofrio, Marsilio editore, Venezia 1994.

Errico Cuozzo, L’organizzazione socio-politica, in Centro Studi Normanni di Ariano Irpino, I Normanni. Popolo d’Europa 1030-1200, Catalogo della Mostra del 1994 a Roma, a cura di Mario D’Onofrio, Marsilio editore, Venezia 1994.

Diocesi di Caserta, Cronologia dei vescovi casertani, Società di Storia Patria di Terra di Lavoro, Napoli 1984.

Jean-Yves Marin, La coscienza normanna oggi, in Centro Studi Normanni di Ariano Irpino, I Normanni. Popolo d’Europa 1030-1200, Catalogo della Mostra del 1994 a Roma, a cura di Mario D’Onofrio, Marsilio editore, Venezia 1994.

Ortensio Zecchino, Le Assisi di Ariano, in Centro Studi Normanni di Ariano Irpino, I Normanni. Popolo d’Europa 1030-1200, Catalogo della Mostra del 1994 a Roma, a cura di Mario D’Onofrio, Marsilio editore, Venezia 1994.
[A. Ianniello]
 

giovedì 6 novembre 2014

Era tutto già scritto: differenza fra Natale 2011 e Natale 2012


Parigi prima del Centre Pompidou



Israele, 1978


“Un cinese a Venezia” (2010)





“Cacciari all’auditorium della Provincia di Caserta (2010)”




mercoledì 29 ottobre 2014

Se l’Euro - zona di cambio fisso - termina...


Se l’Euro - zona di cambio fisso - terminerà, sarà perché la **Germania**, non l’Italia, lo lascia. 

Il sistema di cambio fisso, che è la zona Euro, è nato nel 1998, ricordiamocene.  

La valuta cartacea, e non, corrente è stata introdotta nel 2002

Fino al 2012 valevano ancora le lire, non come valuta corrente, ma come obbligo di cambio alla Banca d’Italia, quando le si presentava per poter avere Euro in cambio. 

Esisterebbe un piano della Banca d’Italia per fronteggiare questa - eventuale - defezione della Germania dall’Euro, e cioè del paese che ne ha più beneficiato. 
Riflettere su quest’ apparente paradosso aprirebbe molte chiavi...


Chiaramente sarebbe una grana grossa, ma il punto è che non è l’Italia più, com’era nel 2011, il pericolo maggiore per l’area Euro, né lo è la Francia azzoppata di oggi, bensì la Germania... 


martedì 28 ottobre 2014

Piccola requisitoria, ma giusto per divertirci....

Il comunismo era guidato da una massa di dementi, verissimo, ma il processo di fine del comunismo è stato un macello unico, ben peggio del comunismo, perché ha sguarnito il fronte orientale, che è stretto fra i paesi del Brics, eredi dell’Occidente produttivista, e l’estremismo islamico pseudorivoluzionario. Su ciò cfr.: Cardini sui recenti eventi in Canada

Hanno giocato - e perso - la battaglia decisiva aka la guerra. 
Per questo io son sempre stato a favore della cosiddetta “fine del comunismo” aka fine dell’Occidente: perché questo soltanto avrebbe rivelato al totale nullità in cui l’Occidente sta. 

Il termine corretto è nullità, vuoto di senso, nel senso di direzione: si continua ridicolmente ad agitare il fantasma della “crescita”. Ma brutt’imbusti vari e parolai a iosa: su quella via non c’è confronto né con la Cina né con il Brasile. Non c’è confronto proprio. La guerra è già vinta da costoro. Si entra in una guerra già persa. 

Dunque “Che fare?” (Cto deljat’ leniniano famoso). 

Beh ha senso discuterne solo e soltanto con chi prende coscienza del problema, con chi si soddisfa di simulacri non ha senso discuterne. 

Cardini sui recenti eventi in Canada

Tutto questo, però, accade sullo sfondo di una grande crisi di senso dell’Occidente…
«Ma l’Occidente è finito! Ormai ha completato il suo ciclo, anche se ci vorrà ancora qualche tempo prima che se ne renda conto. I centri di produzione non solo economica, ma anche del pensiero sono altrove. Quella sfida che l’Occidente lanciò al mondo 500 anni fa aveva in sé quello che sta succedendo adesso. I veri eredi del pensiero occidentale sono i paesi del Brics. Noi abbiamo fondato una cultura raccolta da altri».

E il cristianesimo? Non può giocare un ruolo in tutto ciò?
«Il cristianesimo è rimasto in piedi solo perché ormai non dà più noia a nessuno. Noi, di fatto, non siamo più cristiani. Possiamo esserlo in forma individuale, ma la nostra società da almeno tre secoli ha cessato di ispirarsi al cristianesimo. Poi ci meravigliamo se un canadese, magari spostato, si converte all’islam? Quali ideali gli dà l’Occidente? Noi non proponiamo più un’idea che sappia riempire la vita di qualcuno. Non abbiamo più nulla da dare».”





giovedì 23 ottobre 2014

Un vecchio scritto del 1997, la “Germaniopa” era già scritta, ma l’Italia è senza classe dirigente da venti anni

NB. La forma è vecchio style, con le sottolineature e senza i corsivi, un po’ da ciclostile politico. 
Ho quindi lasciato gli errori.
Le parti “datate” son tolte, e segnate così:
[...].  

Ho anche voluto lasciare il carattere (courier new) da vecchio ciclostile.

E’ molto importante la memoria, il ricordare certe cose... 
Dunque: a futura memoria. 


Sottolineo il passo, che si leggerà di seguito: Naturalmente, l’Italia facendo parte dell’Europa, pone il suo peso non molto rilevante a favore dell’Europa, ma come attivo partecipante, e non come oggi, e cioè un passivo vagone della Germaniopa. L’Italia, proprio perché non ha una vera classe dirigente, per fare semplicemente parte della lotta geoeconomica e per non essere esclusa dal novero dei paesi vitali, accetta il suo ruolo passivo nella Germaniopa. E questo e molto sbagliato perché l’Europa non è la Germania. Nessuno nega l’importanza centrale della Germania, ma il punto è che il predominio della Germania e la sua egemonia di fatto, pur essendo la realizzazione, in forma blanda e indiretta, del pangermanesimo, non coincidono affatto con il predominio dell’Europa nella contesa geoeconomica globale. Questo è il punto, e il non averlo ben capito è la causa principale della crisi europea.





PARTE III°






1.



I “fanatici” della democrazia, cioè i fanatici di una particolare interpretazione della libertà, sono un’aggressiva setta. Per loro tale interpretazione va imposta all’intero globo, e ci stanno riuscendo. Però allora la libertà che fine fa? Per loro c’è una sola “vera” libertà: quella che concepiscono. Il resto è non senso. Ma è questa libertà imposta vera possibilità di libertà? Evidentemente no. In Occidente tutti si lamentano del fanatismo islamico: ed a ragione si può parlare di fanatismo laddove si concepisca solo il proprio modo di vedere, non riconoscendo ad altro alcun posto. Non è fanatismo invece il riconoscere l’altro tuttavia scegliendo il proprio modo di vedere. I fanatici della democrazia (democratisti) non riconoscono l’altro: perciò son fanatici. Come ogni fanatismo provocano un sacco di guai, che non vedono: non possono infatti; per vederli dovrebbero per lo meno distaccarsi un po' dalle proprie vedute: ma è per l’appunto ciò che il fanatismo non consente.

Naturalmente, e qui ci ricolleghiamo con il punto 3 della parte I°, il democratismo occidentale moderno vien fuori dall’individualismo. Il democratismo è in crisi di successo perché l’individualismo è in crisi di successo (la crisi di successo è quando un qualcosa ha successo e vince, ma risulta incapace poi di gestire il suo successo, che gli sfugge di mano). Così, per il democratismo l’individuo, concepito come un cosiddetto “atomo individuale”, è alla base. Per questo però non può risolvere il problema della decadenza dell’Occidente moderno.

Poiché pone l’individuo, considerato come un atomo, alla base, delega allo stato il resto. Questo è il meccanismo perverso. Laddove lo stato è debole tutto va male . Inoltre, in un mondo che funziona così, basta indebolire lo stato che tutta la società affonda. Questo è proprio quel che è successo con il disimpegno liberalista iniziato con gli anni ‘80. Prima si lega tutto ad un sol filo, poi lo si taglia: il lampadario cade a terra in mille pezzi. Diabolico non è vero?

Ma il punto è che nella fase precedente si è dato allo stato un ruolo che non gli competeva. Difatti la chiave della faccenda è che ci devono essere altri collanti oltre l’individualismo a tenere assieme la società. Ed è questa chiave che coloro i quali son barricati nel fanatismo del democraticismo non vogliono vedere. Per questo essi non riusciranno mai a capire le società non occidentali.... e nemmeno la propria!

Se difatti le società occidentali sopravvivono (male!) è per il residuo di collanti precedenti, erosi sempre più dall’individualismo di massa, cioè dalla massificazione. Solo per questo residuo le società occidentali non precipitano nel rinselvatichimento (alla Yahoo) e nella barbarie, che tuttavia non fa che diffondersi sempre più. La nostra non è forse l’epoca in cui si esaltano i cannibali? E non è questo un segno molto chiaro?

La tradizione culturale liberale che si è sviluppata dopo la Seconda Guerra Mondiale affermò che gli esseri umani erano giunti a questo stato perfetto dove ognuno sarebbe stato più ricco se fosse lasciato fare le sue cose e fiorire. Non ha funzionato e dubito che lo farà. Certe cose di base sulla natura umana non cambiano. L’uomo ha bisogno di un certo senso morale del bene e del male. Vi è una tale cosa chiamata male, e non è il risultato dell’essere vittima della società. Tu sei proprio un uomo malvagio, incline a fare cose cattive, e devi esser fermato dal farle. Gli occidentali hanno abbandonato una base etica per la società, credendo che tutti i problemi son risolvibili grazie ad un buon governo, cosa che noi nell’Est non abbiamo mai creduto possibile” (“Culture is Destiny” intervista al SM di Singapore in Foreign Affairs, March-April ‘94, p.112, sottolineature mie).

Non si potevano dir le cose più chiaramente. Proprio questo falso modo di pensare ha contribuito a far sì che lo stato fosse concepito come ciò che risolve ogni problema. Questa diffusa illusione è il frutto maturo e venefico di tutto un modo di pensare sbagliato. Poi, basandosi su di una versione di questo modo di pensare nel campo economico, in nome di una malintesa “libertà”, si è iniziato a colpire lo stato stesso: e la crisi è precipitata. Ma la radice della crisi stessa non è in ciò che l’ha precipitata.

Tutto ciò serve a far vedere come concretamente “destra” e “sinistra” si dian la mano. Ambedue si trovano d’accordo, poi, nell’abbandonare una base etica per la società. Quest’ultima basa vien considerata in maniera schizoide e sbagliata solo da correnti estreme e solo per cose particolari, tipo il populismo di destra, che usano questa base solo legata con il razzismo ed i resti del comunismo, che la usano legata solo a certi aspetti della vita economica. Di conseguenza, si sfruttano certi residui, ma, proprio come tutti gli altri gruppi e movimenti politici occidentali, si è abbandonata una base etica per la società.

In conseguenza di questa sbagliata visione, in Occidente, ma sempre più ovunque, “Il governo dice datemi un mandato popolare e risolverò tutti i problemi della società” (ibid., p.114). Naturalmente, ciò non accade; anzi è rarissimo che un gruppo politico riesca anche solo a mantenere una piccola parte del suo Programma.

Non esiste governo che possa risolvere tutti i problemi, né rimedio per tutti i mali (Panacea) di una società. “Governi verranno, governi se ne andranno. Ma questo dura. Noi cominciamo dalla fiducia in sé. Nell’ Occidente oggi è l’opposto” (ibid., sottolineatura mia). Sì, questa è la chiave: da qui bisogna iniziare. Questo è il punto fermo. E l’Italia deve ripartire da qui.

In ogni altro modo invece, non si andrà da nessuna parte, perché non sono i programmi che danno la fiducia in sé, ma è la fiducia in sé che forma e coagula un programma. Ma tale fiducia non può che formarsi oltre la visione attualmente dominante. Per cui, siamo contrari alla visione, che ha radici lontane, che ha dominato dopo la seconda guerra mondiale, sia nella sua variante di destra che di sinistra. Solo così è possibile ritrovare la fiducia.

Non è un caso se una certa visione genera negatività. Né si può uscire da quella negatività da un giorno all’altro: “I mali che si sono andati accumulando per anni non possono essere spazzati via in un attimo” (Huitang). Né m’illudo che si possa ridare una base etica per la società senza che una base spirituale non si sia prima formata e radicata, e so che ad una cosa simile si può contribuire, con essa si può collaborare, ma non si può né generare né iniziare: è opera più che umana. Epperò, star fermi come un bove al macello è altrettanto sbagliato.

D’altra parte, alla domanda dell’intervistatore seguita all’affermazione di LKY sul fatto che gli Occidentali hanno abbandonato una base etica per la società: “E’ tale fondamentale cambiamento nella cultura irreversibile?, LKY risponde: “No, è come l’oscillazione di un pendolo. Penso che tornerà indietro. Non so quanto tempo ci metterà, ma c’è già una sferzata indietro in America contro le fallite politiche sociali che sono sfociate in gente che urina in pubblico, nell’offensivo chiedere l’elemosina in pubblico, nel collasso sociale” (ibid., p.113).

E il pendolo ha appena iniziato a tornare indietro.

Quando l’intervistatore pone a LKY la domanda su che cos’avrebbe fatto se fosse stato americano, il SM di Singapore risponde: “Cosa farei se fossi americano? Primo, dovete avere ordine nella società. (...) Poi le scuole (...). Poi dovete educare rigorosamente ed istruire un’intera generazione di abili, intelligenti, ben informate persone che possano essere produttive. Partirei con le cose di base, lavorando sull’individuo, guardando nel contesto della sua famiglia, dei suoi amici, della sua società. Ma l’Occidentale dirà che fisserò le cose in cima. Una formula magica, un grande piano. Agiterò la bacchetta magica e ogni cosa funzionerà. E’ una teoria interessante ma non un metodo provato” (ibid., p.114).

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Cinque livelli: 1) ordine nella società; 2) educazione; 3) indirizzare l’ambizione di individui e famiglie; 4) dare importanza al “contesto” in cui vive l’individuo, che l’influenza e che spesso lo deprime (la società influenza l’individuo molto più di quanto l’individuo influenzi la società: quest’ultima può far credere all’individuo persino l’opposto di come sono le cose per mezzo di un individualismo di massa); 5) last but not least, formare una burocrazia giovane, ben istruita, il nerbo dello stato.

Il vero scopo è arrivare a quest’ultimo punto, davvero un grande lavoro, ma non di quella pseudo-grandezza che sta sempre in bocca dei politicanti e che questi bestioni applicano a cose molto molto piccole... Ma, per arrivare al punto N.5, bisogna iniziare dal punto N.1: questa è la cosa importante che ci differenzia dai programmi che cianciano di “un grande piano”; il piano è grande proprio perché parte dalle cose piccole.

Ora, è necessario che ci sia chi vuole realizzare questi 5 punti, condicio sine qua non perché la serie di obiettivi momentanei e particolari che costituisce la Parte II si possa concretamente realizzare. Detto altrimenti, la Parte II tratta degli obiettivi particolari. Mentre i 5 punti qui enunciati sono la linea politica generale senza la quale gli obiettivi restano dichiarazioni di desideri e, al tempo stesso, degli obiettivi troppo legati ad una situazione particolare, passata la quale tali obiettivi particolari si vanificheranno. I 5 punti di linea politica fortificano gli obiettivi particolari, rendendoli concretamente possibili proprio perché li distaccano da una situazione troppo contingente.

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Cos’è la geoeconomia? Il termine è di E. Luttwak, il quale lo ha coniato in parallelo con geopolitica. La geopolitica è l’epoca che inizia, grosso modo, con la vittoria della Prussia sulla Francia nel 1870 e dura fino alla prima guerra mondiale; “il modello mondiale di grande potenza era la Prussia” (E.Luttwak: C’era una volta il sogno americano, Rizzoli 1994, p.103). In pratica, la contesa mondiale si caratterizzava dalla spinta a conquistare territori, utili o non: tutti gli stati vitali erano quelli che avevano tale spinta alla conquista di sempre maggiore spazio. “La guerra e la pace non erano cambiate, ma la diffusione globale della navigazione a vapore, delle ferrovie e del telegrafo indicavano che il territorio poteva essere controllato come mai era stato possibile in passato” (ibid., p.107). Occorre porre mente con attenzione al legame che allora c’era e c’è di nuovo tra tecnologia e contesa mondiale, perché qui c’è un punto nodale. “La spinta alla conquista non era naturalmente un sentimento nuovo, ma con poche eccezioni i conquistatori del passato avevano sempre bramato territori non per se stessi, ma per ciò che contenevano” (ibid.); ora, la spinta alla conquista di territori, di “spazi vitali” come allora si diceva era la chiave per poter avere una posizione nell’ambito della contesa mondiale.

Oggi, pur rimanendo la questione territoriale al centro dei rapporti degli stati esclusi dalla contesa mondiale, come rimane centrale nei rapporti che gli stati che partecipano alla contesa mondiale hanno con gli stati esclusi da questa contesa, e questo è un punto fondamentale, pur rimanendo la questione territoriale importante, si diceva, i rapporti fra gli stati che partecipano alla contesa non sono più regolati da lotte territoriali (geopolitica), ma da lotte economiche (geoeconomica). “Nella politica mondiale tradizionale, gli obiettivi sono di assicurarsi e ampliare il controllo fisico del territorio e di guadagnare influenza sui governi stranieri mediante la diplomazia. Il corrispondente obiettivo geoeconomico non è di raggiungere il massimo tenore di vita possibile per la popolazione di un paese ma la conquista o la protezione di ruoli appetibili nell’economia mondiale. Chi svilupperà la prossima generazione di aerei di linea, computer, prodotti biotecnologici, materiali avanzati, servizi finanziari e tutta la produzione di alto valore di grandi e piccole industrie? I progettisti, i tecnici, i manager e i finanzieri saranno americani, europei o asiatici? Chi vincerà si aggiudicherà ruoli di controllo assai remunerativi, mentre a chi perderà rimarranno solo le linee di montaggio (...). Abbiamo già visto che quando gli impianti di montaggio si sostituiscono alla produzione nazionale, l’occupazione locale di manodopera manuale e semispecializzata può anche reggere, ma la finanza e tutto il management di rango superiore vengono trasferiti nei paesi di origine” (ibid.,;p.339).

L’Italia non è attrezzata per nulla per la contesa mondiale geoeconomica, nella quale è o perdente o semplicemente assente, pur essendo un paese molto industrializzato. L’euromania delle sedicenti classi dirigenti, cioè della borghesia italiana che ha fatto sì che l’Italia non potesse accedere alla contesa mondiale, nasce da ciò: che questi falliti sanno molto bene che l’Italia non è attrezzata per la contesa geoeconomica; in parte essi stessi han voluto così, in più gran parte sono stati un fallimento perché non sono stati capaci di esprimere una classe dirigente che recuperasse quello storico ritardo italiano e ponesse l’Italia in quanto tale in grado di partecipare alla contesa mondiale. Parlo di Italia, e non di italiani o di certi gruppi di italiani.

[...]


Naturalmente, l’Italia facendo parte dell’Europa, pone il suo peso non molto rilevante a favore dell’Europa, ma come attivo partecipante, e non come oggi, e cioè un passivo vagone della Germaniopa. L’Italia, proprio perché non ha una vera classe dirigente, per fare semplicemente parte della lotta geoeconomica e per non essere esclusa dal novero dei paesi vitali, accetta il suo ruolo passivo nella Germaniopa. E questo e molto sbagliato perché l’Europa non è la Germania. Nessuno nega l’importanza centrale della Germania, ma il punto è che il predominio della Germania e la sua egemonia di fatto, pur essendo la realizzazione, in forma blanda e indiretta, del pangermanesimo, non coincidono affatto con il predominio dell’Europa nella contesa geoeconomica globale. Questo è il punto, e il non averlo ben capito è la causa principale della crisi europea.

L’Europa può predominare nella contesa geoeconomica e sopravvivere alla contesa tra esclusi ed inclusi nella geoeconomia se e solo se sviluppa le sue molteplici energie e differenze. Trasformare le differenze all’interno dell’Europa (Occidentale e Centrale, non dell’Est, che è escluso dalla geoeconomia) in un punto di forza e la chiave di volta del predominio dell’Europa nella contesa mondiale che si farà sempre più dura. La presenza di una classe dirigente in Italia che perseguisse consapevolmente questi obiettivi sarebbe un fattore di cambiamento in Europa e, di conseguenza, nel mondo. I paesi dell’Europa dell’Est non possono essere fatti partecipi della contesa geoeconomica a causa delle loro condizioni: sarebbero solo un peso (e lo sono già per la verità). Devono diventare una zona cuscinetto rispetto alla Russia.





2.



Il paese che oggi è considerato “modello è il Giappone, nonostante il crollo del mercato azionario e immobiliare che si erano gonfiati troppo artificialmente” (ibid., p.103). E soprattutto un’istituzione del Giappone vien considerata come l’esercito prussiano: il MITI (Ministry of International Trade and Industry). Ora, l’Italia ha bisogno assolutamente di qualcosa di simile al MITI, beninteso adattato alle condizioni concrete dell’Italia.

Il MITI, cioè un centro che organizzi l’intera politica industriale, è una necessità vitale per la contesa mondiale della geopolitica. Difatti, il merito del Giappone è di aver dimostrato che la politica industriale è necessaria. “E’ vero (...) che in diversi paesi europei, soprattutto Francia ed Italia, c’è una lunga tradizione di interventi statali in tutti settori imprenditoriali (...). Ma con il collasso mondiale del socialismo, la tradizione della politica industriale sarebbe in piena ritirata, se non fosse arrivato l’esempio giapponese a confermarne la vitalità” (ibid., p.104). Questo è un merito storico del Giappone, senza il quale il modello americano sarebbe l’unico; ed è un modello, Luttwak lo dimostra, che si autodistrugge giunto a un certo punto. La differenza col socialismo è che il modello socialista era meramente burocratico, mentre quello giapponese è dinamico; inoltre, nel modello giapponese lo stato non è il proprietario, ed è qui che si differenzia pure da quello “a metà” fra liberalismo e socialismo tipico di Francia e Italia: lo stato in Giappone interviene pianificando ed investendo secondo piani precisi e direttive chiare, facendo così prosperare di più i settori d’interesse “nazionale”, cioè utili per la contesa mondiale.

Il MITI a volte vien idealizzato. In realtà, come tutte le istituzioni umane, ha commesso errori. Se ciò che si chiede a un’istituzione è la perfezione, si chiede una chimera. Se però la misura di un’istituzione è la sua capacità di raggiungere gli scopi ai quali è prefissa, allora il MITI ha avuto un grande successo. “Perché l’esperienza di molti paesi, e non del solo Giappone, dimostra che la politica industriale (...) funziona, sia quando si creano industrie da zero sia quando se ne accelera la crescita e il progresso tecnico. E’ vero che i risultati complessivi devono essere inefficaci nei confronti del consumatore, perché per qualsiasi giapponese sarebbe più vantaggioso usufruire di una produzione spontanea e spesso di semplici importazioni, ma devono essere validi dal punto di vista produttivo per il popolo giapponese nel suo complesso, creando un’opportuna gamma di desiderabili possibilità d’impiego” (ibid., p.117). La differenza risiede per l’appunto negli scopi: se lo scopo è servire il consumatore si ha che il sistema americano è migliore, se lo scopo è servire il popolo allora è il sistema nipponico il migliore. Il guaio degli Stati Uniti è quello che un tempo era pure della morta Unione Sovietica: difendono un punto di vista pratico come un fatto ideologico. E bisogna essere allucinati per difendere non un qualcosa di realmente ideologico, ma una modalità di estrinsecazione come un fatto ideologico! La politica industriale non dinamica, come lo era nel socialismo, è vinta dalla dinamica assenza di politica industriale. Ma quest’ultima è vinta dalla politica industriale resa dinamica. E’ quest’ultimo punto che brucia a molti americani.

L’innovazione del MITI non è in realtà gran cosa, come non lo fu l’innovazione introdotta dall’esercito prussiano. “Nei suoi meccanismi non sarebbe stato possibile scovare una formula segreta che garantisse la vittoria, né qualcosa di particolare che non fosse già stato fatto prima in un modo o nell’altro da quartiermastri, addetti militari, amministratori, vecchi lupi della guerra e giovani addetti di cui i sovrani amano circondarsi nelle loro corti in tempo di guerra e che i comandanti militari raccolgono per servirsene durante le operazioni belliche. Tuttavia c’era effettivamente un nuovo elemento segreto nell’instancabile sistematizzazione di ciò che in precedenza era stato fatto solo a casaccio (...).

Istruire gli aspiranti ufficiali in un’accademia militare permanente invece di contare sull’istruzione di giovani cadetti condotta coi metodi più disparati; scegliere quindi sistematicamente per lo stato maggiore i graduati più dotati di capacità d’analisi, pianificazione e comando; e distribuire questi pochi privilegiati in settori permanenti del controspionaggio, reparti operativi, logistica e mobilitazione, le cui funzioni erano anch’esse metodicamente definite in modo da evitare sovrapposizioni e da risultare ben chiare” (ibid., p.111, sottolineature mie).

In tale sistematizzazione, metodicità e pianificazione era la “novità” dell’esercito prussiano come oggi è la “novità” del MITI. Ed è proprio questo ciò di cui l’Italia ha urgente bisogno. Da notare che come allora c’era un gruppo di funzionari particolari e ben addestrati, così oggi vi è un simile gruppo di funzionari privilegiati al MITI. Anche, se non soprattutto, questo va imitato intelligentemente, cioè bisogna far la stessa cosa, però adattata ai bisogni ed alle concrete esigenze dell’Italia.

Quest’accenno ad un gruppo di funzionari privilegiati è molto importante, perché la nuova classe dirigente dà forma a tale nuovo stuolo di funzionari che, a sua volta, entra più o meno a far parte della classe dirigente, così rafforzandola.

Ma il tema della burocrazia ci porta oltre. Difatti: “La geoeconomia costituisce l’unico possibile sostituto ai ruoli militari e diplomatici del passato. Solo invocando gli imperativi geoeconomici questi burocrati possono imporre la propria autorità sugli imprenditori e sugli altri cittadini in genere” (ibid., p.343). Vale a dire che senza geoeconomia gli stati perderebbero la loro coesione, oggi. “Perché senza di essa, sul palcoscenico della vita internazionale regnerebbe solo il commercio, sottoposto all’indiscusso controllo d’imprenditori ed aziende. Grazia alla geoeconomia, invece, si potrà far sentire di nuovo l’autorità dei burocrati di stato” (ibid., p.344). Bisogna vedere se questi burocrati son collegati ad una classe dirigente: questo è il punto chiave dove l’impulso dato dalla classe dirigente si trasmette all’apparato dello stato e quindi all’insieme della nazione, orientando quest’ultima.

E come trasmettere l’impulso alle masse? Con la fiducia: è il senso di fiducia che fa sì che le masse siano mosse nella direzione della leadership.

Così: un coagulante per la classe dirigente, un obiettivo per la burocrazia, un sentimento per le masse: ecco che i conti tornano.

Per le masse il sentimento di fiducia: è questo il biglietto da visita ed il messaggio; il resto ad esse non interessa né può interessare. L’incapacità di dare questo sentimento e di diffonderlo è sempre il segno dell’assenza di tale fiducia in coloro i quali vogliono esercitare la funzione di leadership. Difatti: come si può dare ad altri ciò che non si ha in sé?

Occorre dunque che la classe dirigente abbia fiducia in sé per poterla poi dare ad altri, e quindi diffonderla tra le masse. La capacità reale di fondare una leadership è quella non solo di dare direttive, ma pure di dare fiducia alla leadership in modo da coagularla; poi la classe dirigente la diffonderà.



[...]





3.



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Charles Malik, un brillante statista libanese, in occasione di un discorso al Dartmouth College nel 1951 disse: ‘Le sfide che il mondo occidentale deve affrontare sono essenzialmente tre: la sfida del comunismo, quella dell’ascesa dell’Asia e quella dei fattori interni di disgregazione’. La prima sfida è stata affrontata. La seconda incalza ora l’Occidente e in particolare l’America” (R.Halloran “Il Rinascimento asiatico”, in Sol Levante. L’Asia alla conquista del Ventunesimo secolo, Indice Internazionale - Le Monografie di Internazionale, p.19).

In realtà, ho sempre pensato che la sfida meno decisiva sia stata quella del comunismo, che in sostanza condivideva con l’Occidente moderno lo stesso bagaglio mentale: ne è una versione “moderata”, per così dire. Ha generato molti danni proprio col suo pretendersi radicalmente alternativo. Ma gli altri due punti son le sfide realmente radicali, tali cioè, non da sostituire una versione dell’Occidente moderno con un’altra, ma di sostituire l’Occidente moderno tout court.

Ora, la “soluzione finale” data al problema minore del comunismo ha allontanato l’Occidente dalla soluzione dei due altri problemi che sono al contrario maggiori e radicali.

Questi due problemi maggiori stan portando e porteranno l’Occidente moderno alla fine. L’unica è far sì che si sviluppi una cultura globale oriental-occidentale, ma non sono coloro i quali oggi dirigono a poterlo fare, né la cultura “ufficiale”, né la scienza moderna, né la tecnologia informatica, né le reti di trasmissione dati.

[...]





4.


Un paese senza regole, una società senza regole, come l’Italia, è destinata a regredire nelle brume della storia. Dove uscieri e bidelli sono alla testa non c’è testa: l’Italia è come un corpo senza testa che si agita nella sua scomposta e terribile agonia, convulsioni provocate sia da correnti galvaniche, sia da correnti dall’esterno immessevi. Bisogna “attaccare” la testa sul corpo, còmpito non certo facile, perché da quasi trent’anni (dalla strage di piazza Fontana nel ’69 per dare una data simbolo) è in pratica senza testa. Non che questa testa sia sparita da un giorno all’altro: il taglio, iniziato nel ’69, è stato completato nel ’78 (con l’assassinio di Moro, altra data simbolo): gli anni ’80 sono stati gli anni dei delinquenti e dei lestofanti al potere, salitivi grazie al voto spinto di classe dirigente ormai generatosi. Nel ’92 inizia l’inevitabile crollo giudiziario a causa della mutata situazione storica e del fatto che non si può rubare per sempre, tutti i processi, buoni o cattivi, trovando il loro termine, che è pure il loro punto di non ritorno ed il loro punto di inversione. Con gli anni ’90 c’è il confuso tentativo di uscir fuori, ma non si trova nessuna leadership.

La nuova testa, invece, bisogna che si “attacchi” al corpo in breve tempo. Se ciò accadrà, i fremiti convulsi cesseranno, anche se la nuova testa non deve mai e poi mai far l’errore di pretendere che il vecchio corpo gli obbedisca immediatamente: “I mali che si sono andati accumulando per anni non possono essere spazzati via in un attimo” (Huitang). Piccoli consigli, piccole verità, ma di esse chi sale dal basso, chi è “nuovo”, si dimentica troppo spesso: è l’errore classico dei rivoluzionari di ogni sorta. Ma una “rivoluzione” altro non è se non un cambiamento immediato di direzione, di senso di marcia, e non, come troppo spesso si malintende, l’ottenimento di un nuovo stato. E’ un diverso cammino con una differente orientazione. Per l’Italia l’avere una classe dirigente cosciente di sé in pratica è una rivoluzione, cioè un netto cambiamento di direzione. Quindi, la rivoluzione non coincide affatto necessariamente con l’illegalità e le barricate o le manifestazioni di piazza. Queste ultime possono esserci senza che si abbia nessun nuovo corso: e in tal caso parleremo di rivolta o rivolte che l’Italia ha già. Queste son le cosiddette “rivolte elementari”, che non sono la “rivoluzione”, cioè l’emergere d una nuova classe dirigente. Questa perniciosa confusione tra insurrezione e “rivoluzione”, nel senso reale del termine, è tipica di un modo di pensare ottocentesco, modo di pensare che infetta l’aria del Novecento come un cadavere in putrefazione. Un fantasma si aggira per il mondo: il XIX° secolo, col suo modo di pensare sbagliato, cioè democrazia liberale più tecnica. Questo modo di pensare risulta sbagliato perché gli ideologi del secolo scorso ritenevano che il suo predominio avrebbe dato ordine al mondo, mentre quel che succede, e non può essere diversamente, è l’esatto contrario. Spiegar bene perché ci porterebbe lontano, perché il male è alle radici di quelle pseudo-idee (cioè: democrazia liberale più tecnica); ma, leggendo tra le righe del programma, si può avere la risposta (che ho dato più chiaramente in qualche mio altro scritto).

Fatto sta che anche i Bolscevichi non identificavano insurrezione con rivoluzione; difatti, sebbene le “idee” che i Bolscevichi portarono avanti erano in tutto e per tutto ottocentesche (e si è visto poi la fine che han fatto con quelle pseudo-idee), quindi banali e figurative, manchevoli e semplicistiche, facili e riduttive, tuttavia le modalità con le quali hanno risolto il problema del salire al potere sono novecentesche. Già essi stessi non identificavano più insurrezione, cioè rivolta, con rivoluzione (cfr. il più importante capitolo di L. Trotskij: Storia della Rivoluzione Russa, Newton 1994, capitolo che è in pratica la chiave dell’intero libro, uno dei pochi scritti di storiografia marxista che non si esaurisce nella scolastica ripetitiva e sterile, capitolo intitolato “L’Arte della Rivolta”, pp.381-404 del vol. II; c’è tutto lì).

La rivoluzione russa, come fatto tecnico, la famosa presa del Palazzo d’Inverno (oggi non c’è un Palazzo, e chi vi è rimasto dentro è uno zombie), fu fatta senza colpo ferire; e parlo della Rivoluzione d’Ottobre, non di quella di Febbraio, che invece fu una bella insurrezione, una bella rivolta “elementare” popolare, ma che non portò nessuna nuova classe dirigente al potere. Qualcosa di simile è avvenuta in Italia mutatis mutandis con l’epoca dei giudici; ed abbiamo anche il tribuno del popoli Bossi. Per una legge che si verifica sempre quando c’è una serie di rivolte popolari “elementari” senza una direzione, e questa rivolta vince, allora “la vittoria di questa doveva inevitabilmente consegnare il potere nelle mani di quei partiti che fino all’ultimo momento avevano contrastato la rivolta” (ibid., p.382). Così è stato in Italia: da manuale. La speranza è caduta sul “l’uomo che risolve”: Berlusconi, che ha, come era prevedibile, fallito, mentre la Lega è costitutivamente incapace di “fornire” una leadership. La palla è passata alla sinistra che, sebbene meno disastrosa del centro-destra, è altrettanto incapace di formare una classe dirigente: questo è di nuovo il loro punto di caduta e rimane il punto focale dell’intero problema Italia.

Ma non si può attendere per sempre, perché “i compiti obiettivi (...) si aprono una strada nella coscienza delle masse umane viventi, la modificano e creano un nuovo rapporto di forze politiche.

Le classi dirigenti, come risultato dell’incapacità, rivelata all’atto pratico, di condurre il paese fuori dal vicolo cieco, perdono la fede in se stesse, i vecchi partiti si scompongono, si instaura una lotta accanita di gruppi e di cricche” (ibid., p.386, sottol. mie). L’Italia oggi, dal 1993! Il vicolo cieco è dato dall’Europa e dal Trattato di Maastricht del fatidico 1992: o l’Italia continua nella sua politica antinflattiva che però sta generando molto malcontento e quindi arriverà necessariamente ad un termine, oppure l’Italia viene esclusa dal primo turno di chi entra in Europa con rilevanti conseguenze interne. Il centro-sinistra purtroppo ha scambiato l’Europa per gli U.S.A. dell’epoca della guerra fredda: vogliono che l’Europa aiuti l’Italia. Non hanno capito niente: le politiche antinflattive che la Germania ha imposto all’Europa non lasciano spazio. Concepire la politica economica come strumento contro l’inflazione è stata la tendenza che han portato avanti gli USA dagli anni ’80, tendenza che è sempre stata di supporto all’ascesa dello SPM perché ha avuto lo scopo, raggiunto, di glaciare la società, di metterla in una solida gabbia di ferro. Solo che negli USA degli anni ’90 hanno pensato di dare delle vie d’uscita per evitare l’implosione. Tale ingabbiante tendenza, che ha riportato illusoriamente la lancetta a prima della prima metà degli anni ’60, a prima del ciclo espansivo, è ferreamente imposta dalla Germania, serva dei gruppi che si appoggiano alla Bundesbank, all’intera Europa, e non solo alla parte orientale (perché l’Europa dell’Est o è sotto l’egemonia russa o lo è sotto quella tedesca). Quindi questa gabbia è stata imposta anche all’Europa occidentale. Qui si vede che manca pure una leadership europea e qui si vede la mancanza del contrappeso storico che la Francia sempre ha rappresentato nella storia europea. Se ci fosse stato un De Gaulle non saremmo dove siamo. Ed il bello è che il massimo del pesante influsso tedesco si ha quando la Francia è governata dal neogollista Chirac!

L’inflazione è come il colesterolo: c’è quello buono e quello cattivo. Lo studio di David Warsh della London School of Economics ha dimostrato che l’inflazione “buona” è aumentata tutte le volte che l’economia occidentale si è sviluppata. Questa gabbia, nient’affatto solo economica, in cui han chiuso l’Europa è una gabbia di morte. Né sarà la moneta unica a far sì che l’Europa resista ai poli americano e pacifico: è una battaglia già persa in partenza. Ed a nulla serve buttar giù la manodopera europea per far concorrenza a quella asiatica: pure questa è battaglia persa. L’unica per l’Europa è comporre le sue differenze per trasformarle in forze dinamiche: solo così c’è una chance in più rispetto agli altri. Ma per far ciò l’ennesimo tentativo della Germania di egemonizzare l’Europa deve essere sconfitto. E non è certo facile. Un’Europa asservita agli interessi della sola Germania è molto debole.

Perché, se la rivoluzione russa, come atto rivoluzionario, è stata piccola cosa, l’insieme della rivoluzione, come fase storica, è stato sanguinoso? Perché spesso le rivoluzioni nella fase preparatoria, sviluppano molta più energia di quella che ci vuole per abbattere un certo regime; tal energia essendo stata richiamata vuole il suo sfogo. Ecco perché ciò che in realtà è molto importante, oltre a conoscere il momento e quindi lo stato psichico della nazione in generale, è conoscere la consistenza effettiva del regime contro cui si va. Per esempio, la rivoluzione iraniana sviluppò molta più energia di quella necessaria per l’abbattimento del regime dello shah: di conseguenza tal energia si deviò nella guerra.

In Italia oggi i moti son troppo slegati fra loro, ed inoltre è più un problema sviluppare le energie che svilupparne troppe, considerato il freddo carattere degli Italiani, la loro scarsa compattezza, e, soprattutto, il fatto che il dominio mondiale dello SPM esige società glaciate, ibernate. Perciò, si percorre la strada della riforma, nel senso reale del termine, che è affine a quello di rivoluzione (=sostituzione della classe dirigente con un’altra), ma è completamente slegato dall’insurrezione, dalla rivolta. E’ chiaro che tali sono le intenzioni, e che poi, a decidere, è sempre il concreto gioco delle forze, per cui una riforma fallita può trasformarsi in rivoluzione se si lega con una rivolta. Quest’ultima, però, di per sé non genererà mai né rivoluzione né riforma.



5.


Questo discorso sulla natura della rivoluzione può essere approfondito con l’aiuto di Arnold J. Toynbee, storico inglese delle civiltà. Dice Toynbee: “Una fonte di disarmonia tra gli istituti di cui si compone una società è l’intrusione di nuove forze sociali - attitudini, emozioni, idee - che il complesso degli istituti esistenti non era in origine destinato a contenere. L’effetto distruttivo di questa incongrua giustapposizione di nuovo e di vecchio è sottolineato in una delle più famose sentenze (...) [di] Gesù: ‘Nessuno mette un pezzo di panno nuovo in un vestimento vecchio, perché la toppa porta via del vestimento, e la rottura si fa peggiore. Parimenti, non si mette vino nuovo in otri vecchi - altrimenti gli otri si rompono e il vino si spande e gli otri si perdono; ma si mette il vino nuovo in otri nuovi, e ambedue si conservano’ (Mt., IX, 16-17).

Nell’economia domestica da cui l’immagine è presa, si capisce che il precetto può osservarsi alla lettera; ma nell’economia sociale il potere che hanno gli uomini di ordinare a volontà le loro faccende su di un piano razionale è assai limitato, giacché una società non è, come un otre o una veste, la proprietà di un singolo, ma il terreno comune d’azione di molti; e per questo motivo il precetto, che è di senso comune nell’economia domestica e di pratica saggezza nella vita dello spirito, è in cose sociali un consiglio di perfezione” (A. Toynbee: Le Civiltà nella Storia, Einaudi 1950, pp. 364-365).

Così, mentre l’intrusione di nuove forze dinamiche dovrebbe rimodellare l’intero edificio, la vis inertiaæ interviene, e capita che o il funzionamento della vecchia macchina soffoca le nuove forze o queste ultime invadendo la macchina vecchia ne rompono in piccola o gran parte taluni ingranaggi.

Per tradurre queste parabole in termini di vita sociale, le esplosioni delle vecchie macchine che non reggono alle nuove pressioni - o lo scoppio dei vecchi otri che non reggono al fermentare del vino nuovo - sono le rivoluzioni che a volte toccano agli istituti anacronistici. D’altra parte, le gesta funeste delle vecchie macchine che hanno retto allo sforzo di servire ad un’azione per cui non furono mai fatte, sono le atrocità sociali che genera talvolta un anacronismo istituzionale ‘duro a morire’.

Le rivoluzioni possono definirsi come ritardati, e proporzionalmente violenti, atti di mimesi. L’elemento mimetico è ad esse essenziale; ciascuna rivoluzione ha riferimento a qualcosa che è già accaduta altrove, ed è sempre manifesto, quando una rivoluzione si studi nel suo ambiente storico, che lo scoppio non sarebbe mai avvenuto da solo se un gioco precedente di forze esterne non l’avesse così suscitato”(ibid., p.366, sottol. mie).

L’Italia è in questa situazione: la forza esterna che la spinge verso lo scoppio è la pressione dell’Europa. Perché, è vero che l’Italia è stata la prima nazione europea nel muoversi verso il modello decentrato che l’informatica ha imposto al globo, mentre la sua classe politica si è impantanata in un vecchio modello (causa recondita). E vero che il vuoto di classe dirigente ha spinto ladri lestofanti ad occupare quel vuoto (causa palese). E’ ancora vero che la fine dell’egemonia sovietica e dell’URSS ha poi fatto crollare i lestofanti (causa dinamica). Ma tutto ciò senza il ‘92 e la crisi economica e la pressione costrittiva dell’Europa e dei criteri del Trattato di Maastricht (causa scatenante), non sarebbe sufficiente. La causa scatenante è proprio la chiave di quel gioco di forze esterne di cui parla Toynbee senza la quale non c’è rivoluzione.

E’ evidente che, ogni volta che l’esistente struttura istituzionale di una società venga sfidata da una nuova forza sociale, tre risultati alterni sono possibili: o un armonioso assestamento della struttura alla forza, o una rivoluzione (che è un assestamento ritardato e discordante), o un’atrocità. E’ pur evidente che tutte e ciascuna di queste tre alternative possono verificarsi nelle diverse sezioni di una stessa società (...). Se gli assestamenti armoniosi predominano, la società continuerà a svilupparsi; se le rivoluzioni, il suo sviluppo si farà sempre più arrischiato; se le atrocità, possiamo diagnosticare un crollo” (ibid., p.367, sottol. mia).

Quindi: tre possibilità, che non si escludono necessariamente, ma delle quali una dovrà predominare. Noi si cerca di lavorare per la prima eventualità, ma non si esclude la seconda, perché uno scoppio, cioè un cambiamento brusco e non armonioso di rotta, pure dà una possibilità di sviluppo alla società. Solo l’atrocità sociale, per dirla con Toynbee, genera il crollo, e tale atrocità nel complesso si è già in parte compiuta quando all’implosione della vecchia e corrotta classe politica si è risposto proponendone una che è la figlia diretta della prima; e si stacca da ciò solo il delirio à la Cola Di Rienzo della Lega di Bossi: niente di buono.

Detto altrimenti: si cercherà di fare il massimo perché la prima eventualità si attui, ma non escludiamo la seconda, mentre continuare così, cioè con la terza eventualità, implica il crollo.

Nota finale: i passi citati di Toynbee fan parte del capitolo dedicato al fallimento dell’autodeterminazione e cos’è il fallimento dell’Italia se non il non essere riuscita ad auto-determinarsi? Questa mancanza però, ha profonde radici storiche nel passato dell’Italia, dal XVI secolo in poi. E’ dunque una cosa vecchia e profonda che in fine è venuta fuori: è tutta una via che non è più percorribile. Un fallimento nell’autodeterminazione che ha radici così antiche è ora che si inizi a risolverlo. E che una nuova e diversa via sia presa.



Andrea A. A. Ianniello

Febbraio-Marzo 1997 A.D.