domenica 26 marzo 2017

In relazione al commento al …






In relazione al commento n°4 al post precedente (cf
http://associazione-federicoii.blogspot.it/2017/03/ragionando-su-alcuni-link.html), dove ricordavo una frase di Colli su Nietzsche, ecco che la si riposta qui di seguito.

Il miraggio dell’annientamento. Quelli che attendono al catastrofe finale [corsivi miei], gli ammalati di febbre nichilistica [corsivi miei], quelli che si inebriano di sogni di distruzione [corsivi miei] dovranno ancora attendere a lungo [corsivi miei]. Nelle tenebre da cui siamo avvolti è certo più facile che ladri e assassini spaventino e versino sangue, ma il mondo non finirà tanto presto [corsivi miei]. La violenza è all’inizio delle cose, non alla fine [corsivi miei]. Noi proveniamo dalla violenza, ma intorno a noi regna ormai la mansuetudine. Della violenza rimane ancora la smorfia decorativa, il geroglifico astratto. E se il mondo dovesse finire – momentaneamente [corsivo mio] – non sarà in una deflagrazione [corsivi miei]”[1]. Sarà invece nella dissoluzione, “dalla ‘degenerescenza’ alla dissolutio” il “percorso” dell’iter del mondo moderno, alla quale (dissoluzione, che è un processo e non un singolo momento o evento!!) però – Guénon docêbatnon sufficit la “polverizzazione” in cui siamo.
Da quanto testé detto da Colli si evince chiaramente come lui non parlava per nulla di atti di violenza individuali (“ladri e assassini”, che, a quanto pare, hanno un quoziente medio d’intelligenza minore della media e, dunque, trattasi di gente che non sa proprio capire la necessità delle strutture regolari organizzate sociali) - che Dio solo sa quanto siano super numerosissimi nei “nostri” famosi tempi -, ma delle “grandi violenze collettive”, e qui torniamo alla “cecità verso l’Apocalisse” (espressione di G. Anders, che però aggiungeva prima la parola “nostra”, che sostituirei con “comune”, in quanto, “personalmente” in tale “nostro” non mi ci vedo, questo “nostro” non è “mio” dunque). Infatti tutta questa gente che non sa proprio vedere il processo di “sfaldamento” e disfacimento in cui e di cui si vive, n’è totalmente incapace perché in testa c’ha la Seconda Guerra Mondiale, o la Prima – simile a questa Terza per modalità “bloccate” e scarsa dinamicità di movimento e sfondamento militari ma che n’è tuttavia ben differente in molti altri aspetti -, e cioè una violenza collettiva immane. Ladies and gentlemen: Quell’epoca è finita, finita per sempre. Punto e basta. Non tornerà. Non vi saranno repliche, non vi saranno nuovi Hitler o Stalin ma nemmeno Mao, al massimo abbiamo “dittatorucoli” che sostanzialmente commettono in serie violenza individuali, cui manca – e per principio – ogni senso “apocalitticista” di “realizzazione” di una “dottrina definitiva” che “deve” mutar “per sempre” le “sorti” dell’intera umanità e costruire un “mondo nuovo”. Ma proprio per nulla, per nulla! Questa gente ha solo in mente o il proprio conto in banca, che sia il più ricco possibile, oppure il mantenimento del loro piccolo potere sulle loro proprie comunità etniche. Punto e basta. Hitler che manda le sue divisioni in Russia per ricercare la “terra originaria degli ‘ariani’” o Stalin (o Mao) che cercavano di “costruire” l’ “uomo nuovo”, ma stiamo scherzando! I “dittatorini” di oggi hanno in mente le due cose dette sopra: o il conto in banca; oppure il mantener il potere sulle loro proprie comunità etniche. Il che non vuol dire – proprio per nulla – che i piccoli dittatori, i “piccoli tiranni” dei nostri tempi, legali o non, siano “dolci di sale” e non commettano violenze. Di nuovo: per nulla, per nulla; son violenti e pericolosi, ma la scala della loro violenza è minima. E’ l’ “ordine di grandezza”, come si dice in matematica, che fa ridere, pur facendo senza dubbio piangere quanto a  violenze. Insomma, una certa quantità di violenza fa parte della società, a quanto pare, ma la scala della stessa è minima, individuale, al massimo etnica oggi – da qualche decennio, diciamo così -, nell’ “epoca delle grandi violenze” non era così, e forse Hitler lo tipizza meglio di tutti gli altri dittatori novecenteschi. Il che farebbe sorgere una domanda – che ovviamente esula da questo “picciol” post -: che cos’era il “‘moltiplicatore’ di potenza”, e perché si sia bloccato da una certa epoca in poi.
Dicendo tutto ciò, son ben consapevole che quando Colli scriveva che la violenza era “all’inizio delle cose”, lui alludeva al legame casuale originario che si manifesta come necessità (anànke) che forza le cose ad esser quel che devono essere. Ma ciò, nell’ambito sociale, non si manifesta certo come violenza individuale che, affermando il principium individuationis, per Colli – in questo seguiva la Scolastica – è secondario, e dunque tale violenza è in definitiva illusoria. No, per lui era la violenza “grande” che aveva l’ambizione d’intaccare i “legami originari”, e dunque necessitati, delle cose, e, per questo, non era per ciò stesso non illusoria, ma, nel tentar l’impossibile, manifestava una “traccia” del “sentire” che vi è una necessità e ch’essa è una forzatura (una “violenza”, nei termini di Colli, una costruzione di costrizione, si potrebbe dire). Al contrario, nella società dell’apparire, del visibile über alles, questa percezione della costrizione metaphysica si perde: credendosi “libero” - perché afferma la “sua” individualità (che nemmeno è “sua”, tra l’altro) - ecco che l’uomo contemporaneo è il più terribilmente schiavo della necessità che ci sia mai stato sulla Terra. E n’è schiavo proprio perché non può nemmeno percepire la sua schiavitù = questo è “l’acme”, il klimax della schiavitù stessa, che sei schiavo e manco te ne accorgi

Parlando dei “tempi”, appena prima Colli aveva scritto un commento, sempre ispirato a Nietzsche come tutto il libro, sulla “storia”.
“Lo sguardo di scherno con cui oggi si considera il passato merita senza dubbio indulgenza, […] è comunque un segno di reazione, un robusto sussulto contro l’indigestione storica. Il bersaglio è offerto non soltanto dal passato monumentale, dalla folla di condottieri e d’idee retoriche onde la storia è costituita, ma è la speculazione stessa sul passato che è sentita oggi come qualcosa di superato, ammuffito […]. Non si crede più alla storia, perché si pensa sia meglio vivere la propria vita; di conseguenza quello che viene insegnato sul passato lo si considera come falso, una cosciente mistificazione […]. Ciò è degno di applauso, tuttavia con una riserva non trascurabile. Perché tutto questo avesse un senso, bisognerebbe già aver condannato il presente: è di qui che comincia la grande diffidenza. Invece è proprio su tale punto che naufragano tutti gli attacchi contro il passato, perché essi vengono condotti in nome del presente, e non solo del presente come vita, ma del presente come intreccio rappresentativo. Eppure il presente non esiste. E tanto meno l’avvenire”[2].

Altri tre passi, forse interessanti.  
“Criticare, attaccare i grandi – Nietzsche e altri della sua statura – sapendo e dicendo nondimeno che sono grandi, rende più elevata la nostra posizione, più acuto e perentorio il nostro giudizio, e soprattutto dispensa dal guardare ai piccoli e ai vicini nel tempo e nello spazio. Gli uomini grandi son appunto quelli che pretendono di esser trattati severamente. Gli altri invece non devono essere trattati in nessun modo. Il discorso è teoretico, ovviamente”[3].
Eccesso pedagogico. Non ha senso render pubblici, comunicare ad altri mediante la scrittura e la stampa, i nostri giudizi su noi stessi. Possiamo, dobbiamo averli, ma i giudizi su di noi che possono interessare pubblicamente sono i giudizi degli altri su di noi. Questa ovvietà non sfuggì ai Greci, ma in epoca moderna, dove chi ha buon giudizio non crede ai giudizi degli altri, si è voluto insegnare agli altri anche il modo in cui noi stessi dobbiamo esser giudicati, ciò accadde a Nietzsche e a Schopenhauer”[4].
“Il merito maggiore di Nietzsche, rispetto alla sapienza presocratica, sta nell’aver divinato per il primo che quello era il culmine del pensiero greco. Nietzsche vide la statura di quegli uomini, ma non comprese le loro parole; vide che là c’era un santuario, ma non riuscì a penetrarvi. Nonostante tutto, quel pensiero, meglio di Nietzsche, lo riconobbero all’inizio del nostro secolo [Colli scriveva negli Anni Settanta del secolo scorso, nota mia] personaggi decisamente minori, un certo Wolfgang Schultz di Vienna, e magari anche Karl Joël di Basilea”[5]. Potremmo chiamar tutto ciò: il maggior vantaggio dei minori …












[1] G. Colli, Dopo Nietzsche, Adelphi Edizioni, Milano 1979 (la prima ed. 1974), pp. 163-164, corsivi in originale, quelli miei son segnalati fra parentesi quadre.
[2] Ivi, p. 163, corsivi miei.
[3] Ivi, p. 162, corsivo mio. Ancora: “I contemporanei stanno di fronte agli occhi di tutti: al filosofo tocca indicare quello e quelli che non stanno di fronte a tutti” (ibid.).
[4] Ivi, p. 164, corsivo in originale.
[5] Ivi, p. 160. 









sabato 25 marzo 2017

RAGIONANDO SU ALCUNI LINK …





“Veleggiando” confusamente sul web, di link in link, son arrivato ad un link che sostiene, ma con prove alla mano, che i “Neanderthal” si siano molto più mescolati con i “Sapiens” di quanto non si credesse sin ora (cf.
http://www.sci-news.com/medicine/neanderthal-derived-dna-impact-modern-human-traits-03629.html, e
https://www.theatlantic.com/science/archive/2017/03/neanderthal-dental-plaque-shows-what-a-paleo-diet-really-looks-like/518949/).
Ma questa relazione fra “Sapiens” e “Neanderthal” era anche l’idea di Gurdjieff, dell’ “organo Kundabuffer”[1], interpretato – correttamente – da J. G. Bennett come apparizione dei Neanderthal, per l’appunto, fra dei Sapiens che già esistevano, e la successiva generazione dei Sapiens (i “Sapiens Sapiens”, come alcuni li chiamano), che poi è quella dalla quale noi discendiamo. La generazione “post diluvio”, per riferirsi alla Bibbia.

Cose da ridere come il “marxismo” sia una sorta di spaventapasseri ancor oggi, dove si confonde – in buona o malafede chi lo sa, non mi pronuncio – certi mali che il marxismo avrebbe generato – persino con la sua scomparsa! Ah ah, da ridere davvero: ha fatto più danni da quando non c’è! Ah ah – con dei mali che son propri alla modernità tout court. Alla modernità tout court. Alla modernità tout court, per quanto “tarda” o “post” la vogliamo considerare. Essa è fatta in un certo modo e non puoi prendertene i vantaggi senza prendertene al tempo stesso gli svantaggi. E’ un pacchetto vacanze che si acquista tutto, ed a “scatola chiusa”, come suol dirsi.
A tal proposito, si ricorda la famosa tesi di A. Toynbee:
https://2.bp.blogspot.com/-GfwnnkyekyQ/V9mN3Z26PnI/AAAAAAAAOOk/vLOJMIP29qMULvISS30j-QZ3HFl7Z6W_QCLcB/s1600/Civilizations%2Bdie%2Bby%2Bsuicide.jpg

Intanto – per tornare alle follie finanziarie in e di cui “si vive” (in “Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo” (1963)[2]) – vi è un link interessante sulla Grecia[3]:
https://www.sovereignman.com/trends/nine-years-later-greece-is-still-in-a-debt-crisis-21202/.
Questo giusto per non dimenticare che non abbiamo “risolto” un bel nulla in questi anni
Ma qualcosa, nel frattempo, è però successo davvero: il cambiamento nelle “sale comando” della nave semi incagliata …








[1] Il termine “Kundabuffer” è ovviamente composta da buffer – e cioè “respingente”, qualcosa che tampona ed attutisce -, e da “kunda”, la parte iniziale della parola che si riferisce alla famosa Kundalini, la serpe attorcigliata intorno al chakra basico (al coccige, alla base della colonna vertebrale in altri termini), “serpe” che si dovrebbe risvegliare (pur mal incogliendo a chi lo faccia incautamente …) in quanto consente di “bruciare” certi “veli” che impediscono di aver “accesso” a determinate “parti” del mondo “sottile” cosiddetto. Va ricordato, tuttavia, che la kundalini – se finisce in “-i” in sanscrito è di genere femminile, se finisce in “-a” maschile, dunque la kundalini e lo swastika -, per Gurdjieff, è il “mondo dell’illusione”, in altre parola: la capacità che la mente ha di “proiettare” le sue stesse credenze.
In tutt’altro contesto, in relazione al fatto – vero – che la ragione serve molto più come organo “sociale” che come “ricerca della verità” (ben si sa che cercare la verità con la logica porti spesso a non trovarla …), vi è questo link interessante (intitolato “Why Facts Don’t Change Our Minds”), relativo ad una ricerca fatta negli anni Settanta del secolo scorso e rifatta recentemente, e che ha dato praticamente gli stessi risultati:
http://www.newyorker.com/magazine/2017/02/27/why-facts-dont-change-our-minds.
[2] Cf
https://it.wikipedia.org/wiki/Questo_pazzo,_pazzo,_pazzo,_pazzo_mondo. Certo, all’epoca il “System” era in fase espansiva in “Occidente”, ma non è che, poi, sia rinsavito …
[3] Intitolato: “Nine years later, Greece is still in a debt crisis…” del 22 marzo di questo presente anno 2017.






giovedì 23 marzo 2017

“In un mio …”






In un mio commento recente (al post http://associazione-federicoii.blogspot.it/2017/03/su-di-una-recente-trasmissione.html, commento n°9), parlavo della recente scomparsa di David Rockefeller, e ho scritto:
‘Qualcuno mi ha chiesto della recente scomparsa di David Rockefeller, l’ultimo discendente **diretto** del patriarca della dinastia **economica** dei Rockefeller e se è un “signum”, tra l’altro morto con un cospicuissimo patrimonio e a ben 101 anni. Certo che sì, certo che è “signum”, ma di cosa è segno ... Non certo delle fesserie che si leggono sul web, infatti occorre capirne un po’ davvero di queste cose ...
Chi era, ora, David Rockefeller, **qual è** il “senso” della sua lunga opera ...
Dobbiamo sottolineare come D. Rockefeller fosse sia fondatore sia membro autorevole di **tante** organizzazione “para pubbliche” o anche molto “riservate” che han costruito l’**ossatura** della “globalizzazione” dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Il “patto” fra i tanti che han guadagnato dal “system” della “Grande Prostituta di Babylonia” e i **pochi** seguaci della “bestia” (vi è poi una “palude” di mezzo, più o meno vasta, più o meno mutevole a seconda dei tempi e degli eventi esterni) - patto del quale Rockefeller è stato uno dei principali garanti - si sta sfaldando ... Ecco di cos’è “signum” questa scomparsa ...
Per il resto, i “cantori di sventura” continuano a “toppare” alla grande e il “system” rimane molto forte, giacché la difesa del dollaro rimane il pilastro centrale systemico.
Quanto durerà una cosa del genere, è difficile dirlo, che non possa durar per sempre è altrettanto certo, ma che la “blindatura” operata dalle banche centrali abbia funzionato e che il corso degli eventi dopo il 2008 sia stato “sventato” è certo lo stesso.
Diciamo che la via rimane quella della “dissolutio” con guerre mascherate e senza territori definiti, in una sorta di “sindrome d’immunodeficienza **acquisita**” però a livello **sociale** quindi senza riuscire a debellare i fenomeni dissolutivi ma nemmeno lasciando a questi ultimi campo libero.
Come camminare sul ghiaccio fino ... scricchiola dappertutto ma non si rompe mai davvero, salvo in lontananza, nella “Caoslandia” dell’ultimo vol. di “Limes” ... e se la “Caoslandia” si espande? Che si fa, in tal caso?’[1]. Che si fa?? Niente. Niente. Niente.


Ora però, in relazione alla storia di questo “patto non formulato”, un “reminder historicus” ha il suo senso, in relazione ad una fase fondamentale – passata ormai – e della quale tutto il sistema è oggi in difesa, ma che sta scricchiolando, ha il suo senso ricordare quell’anello fondamentale, sempre legato strettamente alla centralità del dollaro, che è fatto sistemico, oggi scricchiolante ma sempre centrale, e alla cui centralità, come s’è detto, tutto il capezzale del “sistema” sta intorno allo scopo di sostenerlo e sorreggerlo. Piccole recenti correzioni non sono per niente una crisi sistemica. Quest’ultima non si può per nulla escluderla, e siamo andati vicini più volte al suo redde rationem, ma la “buona volontà civilizzata”[2] è sempre riuscita a farvi fronte.




La crisi è “funzionale” al “System”

“Non c’è crisi se non di crescita. Come dire che moltiplicando il discorso sulla crisi accreditiamo, prolunghiamo, resuscitiamo ogni giorno l’ ipotesi della crescita, che è la sola ipotesi fondatrice della modernità. La crescita può aureolarsi di luci più scure, disperare dei propri mezzi, esitare sui propri fini, ma resta l’unico sistema di valori che possa mantenere una solidarietà organica, non disponiamo di nulla con cui sostituirla [la crisi di ogni “tradizionalismo” sta esattamente qui; nota mia], di nessuna finalità alternativa [la crisi di ogni “tradizionalismo” sta esattamente qui; nota mia], bisogna dunque intensificare il discorso sulla crisi per salvare lo spettro ideale della crescita. Si può anche ricorrere alla messa in scena di una crisi ‘reale’ come a una specie di risorsa che riattivi l’energia propria alla crescita. Non saremmo mai abbastanza grati agli arabi per il loro colpo di scena petrolifero [si riferisce alla “Crisi energetica” del 1973 e, poi, in misura minore, a quella del 1979, con i conseguenti aumenti spropositati del prezzo del petrolio, cui si reagì con la riaffermazione della centralità del dollaro e la caduta dei prezzi petroliferi; si noti il recente andamento si crescita enorme del prezzo del petrolio intorno all’inizio dell’esplosione della Grande Crisi (2008) e, in conseguenza di quest’ultima, il crollo, seguito da una nuova ascesa intorno al 2012-14, per poi, a partire dal 2014, crollar giù di nuovo; nota mia], che ci ha sprofondati nella penuria, e perciò nella crisi, e perciò nella crescita. Gli effetti sono stati immediati: un sovrappiù di moralità si è impossessato collettivamente della nazioni occidentali”[3]. Questo è accaduto di nuovo sia dopo il 2001, sia dopo il 2008, e poi ancora in conseguenza delle minacce del terrorismo islamico.
Lo stesso Baudrillard – illo tempore - all’epoca sosteneva che la crisi “reale” fosse, in realtà, “manovrata” per ottenere del “consenso”, un po’ la tesi che riecheggia – in forme incredibilmente, stoltissimamente banalizzate – nei vari “complottismi” più o meno di moda; e lascio al lettore sceglier fra loro, perché non ha alcun senso scegliere in quanto questi “complottismi” al massimo denunciano il fenomeno, ma non son di alcun aiuto a capire il perché di quel fenomeno stesso!! Allora, perché accade questa necessità di ritrovare un qualcosa che re-immetta in moto il processo di “crescita”, il qual processo – e su questo Baudrillard non errava – è l’ unico che la modernità conosce e l’ unico che possa conoscere??




Hic sunt leones … (o Dracones) …

La ragione – vera e “strutturale” – sta nel processo di crescita stesso che, oltre un certo punto, perde la sua finalità, non si capisce perché debba esserci, ma continua, ingovernabile, in effetti. Tutte queste “estensioni” con in vista il “consenso” non ci sono state – né ci sono – per il solo consenso, consenso la cui ricerca, tra l’altro, dopo la “fine del ‘comunismo’” è pressoché inutile in quanto nessun “modello alternativo” sfida quello dominante, ma per mantenere in vita la finalità sistemica. Tutte queste “estensioni” con in vista anche il “consenso”, hanno, in realtà, dunque, in vista il mantenimento della finalità sistemica una volta che quest’ultima sia divenuta “funzionante di per sé”, per così dire, e, conseguentemente, non vi sia più necessità di sostenere questa finalità che, ormai, funziona di per sé.
Per esempio, quel che si attribuisce a Wernher von Braun (1912-1977) - che sia vero o non, sul qual fatto non mi pronuncio -, che cioè s’inscenerà una “invasione extraterrestre” per ragioni di “consenso”, non avrebbe questo scopo – o, almeno, non avrebbe “solo” questo scopo … - ma invece quello di mantenere la “finalità systemica” in atto.
Il che, a sua volta, farebbe chiederci: ma “qual è” questa “finalità systemica”, per “davvero” … ? E, a questo punto, sfociamo in cose “metaphysiche”, se non “metapsichiche”, almeno a metà metafisiche … Ci stiamo rendendo conto che c’ molto di più di quel che appare …? Non credo, dunque: Buon sonno

In ogni caso, quand’anche così fosse, quand’anche s’avesse “per davvero” come scopo, precipuo e reale, il mantenimento in atto della “finalità systemica” che lo stesso “sviluppo”, nel suo perdurante successo “onni-ri-coprente”, mette in crisi, nulla garantirebbe ad “alcuni” il successo, e, forse, evocando ed evocando, questi stessi “alcuni” giungerebbe ad evocar qualcosa di non più gestibile[4], che, poi, è quel che “altri ‘alcuni’” sospettan fortemente …  


Ma torniamo a noi.
“Il fatto più grave e che non pertiene più alla crisi ma alla catastrofe, accade quando il sistema si è già oltrepassato da solo, ha già superato i propri fini e dunque non gli si può ritrovare alcun rimedio. La carenza non è mai drammatica, ma la saturazione è fatale: crea nello stesso tempo uno stato di tetanizzazione e d’inerzia”[5].
Ancora: “Non siamo stati noi a metter fine al valore d’uso in teoria, è il sistema [era: questo è parte del nostro passato = è già successo; nota mia] che l’ha liquidato con la sovrapproduzione. Si producono e si accumulano così tante cose che esse non faranno mai più in tempo a servire (nel caso delle armi nucleari è davvero una fortuna: l’obesità dei sistemi di distruzione è l’unica cosa che protegge dalla loro messa in funzione). Si producono e diffondono così tanti messaggi e segni che essi non faranno mai in tempo ad assumere un significato. Fortunatamente per noi! Fortunatamente noi passiamo solo accanto al 99% dell’informazione [è il cosiddetto “information overload” che, dal tempo in cui scriveva Baudrillard, ovvero ben 34 anni fa (!), non ha fatto che accrescersi!; nota mia], al 99% della produzione e con l’infima parte che assorbiamo siamo già in stato di folgorazione permanente. Eppure, c’è una nausea particolarità in questa inutilità prodigiosa. E’ la nausea di un mondo che cresce, che accumula, che prolifera, che si atrofizza, e che non riesce a partorire. Tutte queste memorie, tutti questi archivi, tutte queste documentazioni che non riescono a partorire un’idea, tutti questi piani, questi programmi, tutte queste decisioni che non riescono a partorire un avvenimento, tutte queste armi sofisticate che non riescono a partorire una guerra!”[6]. Quest’ultima frase va ricalibrata in quanto, proprio la diminuzione della produzione delle armi nucleari (ma pure questo, nel momento in cui si scrive, si tende a metterlo in questione) ha fatto sì che di guerre ve ne fossero, ma non “la” guerra, quella che “la gente” s’immagina, sullo style della Seconda Guerra Mondiale: ed ecco che, a fronte dei recenti eventi, hanno in mente passati eventi e non riescono proprio ad afferrare che le guerre di oggi sostanzialmente sono incapaci di produrre un nuovo ordine relativamente stabile, com’effetto della guerra. Mentre invece producono altro disordine, vale a dire: si va verso la dissolutio.

Appena dopo il passo riportato: “Questa saturazione non ha più niente a che vedere con l’ eccesso di cui parlava Battaille, che tutte le società hanno sempre saputo produrre e distruggere con effetti di spreco inutile e voluttuario. Non abbiamo più spreco possibile di tutta quest’accumulazione, non ne abbiamo più nemmeno l’uso, ne abbiamo soltanto uno scompenso lento o brusco […]. Ciò che chiamiamo crisi è il presentimento di questo punto d’inerzia[7].
Alla frase “Non abbiamo più spreco possibile di tutta quest’accumulazione” vi è una nota a pie’ pagina che dovrebbe essere scritta su di una targa (come quella che commemora le parole – “fittizie” – dette da Holmes a Watson) all’ingresso dellr facoltà di economia:
E’ lo stesso scenario della crisi del ’29. Ci siamo tuttora dentro. La breccia aperta non si è mai richiusa. Essa rimane l’avvenimento centrale del secolo[8]. Ovviamente Baudrillard parlava del sec. XX, ma il XXI non è capace di risolvere la “breccia”, di richiuderla.
Non ne siamo ancora usciti. Questa è la realtà dei fatti. Il resto son chiacchiere.
Ne usciremo mai …? No.
I politicanti di oggi hanno in mente una qualche soluzione, seppur minima …? No, non ne hanno alcuna in mente.

Si può citare la “disoccupazione” a riprova del fatto che non si è fuori da quello scenario – del ’29, ovvero si produce di più di quanto sarà mai possibile consumare – ma che siamo “oltre” un certo punto d’inerzia e di controllo, per cui “abbiamo superato un certo punto di reversibilità, di contraddizione nelle cose e siamo entrati da vivi in un universo di non-contraddizione, d’infatuazione, di estasi, di stupefazione davanti a processi irreversibili e tuttavia privi di senso[9].
Vi è, quindi, un’osservazione di Baudrillard, a riguardo dei due “segni caratteristici” della “crisi” capitalistica: l’inflazione e la disoccupazione, quest’ultima è sostanziale[10], e non risolvibile. Ma, questa volta, in questa “Grande Crisi”, vi è sì la disoccupazione sostanziale – “tipica” delle crisi capitalistiche -, e tuttavia l’inflazione è bassa: ecco il segno di aver “superato” il limite d’inerzia per cui la situazione è, di fatto, ingovernabile.

Rispetto alla radicalità di questa crisi “per inerzia” - il cui orientamento è la dissoluzione -, le sedicenti “terapie” della simulazione inane oggi detta “politica” non fanno ridere: fanno piangere. Esse son segno della più totale inconsapevolezza … Il che non fa, e non può far altro, che, ovviamente, favorire la direzione presa …

Andrea A. Ianniello













[1] “ ‘Voi avete messo il dito sul solo punto importante. La civiltà è una congiura. […] La vita moderna è il patto non formulato fra quelli che possiedono per conservare le loro pretese’” (da La centrale di energia (“The Power-house”, del 1916, 101 anni fa …), di J. Buchan (I barone Tweedsmuir, 1875-1940), in L. Pauwels – J. Bergier, Il mattino dei maghi, Mondadori editore, I edizione Oscar Mondadori, Milano 1979, p. 108, corsivi e grassetti miei). David Rockefeller è stato un gran “tessitore” di patti e trame in quanto è stato tra i fondatori o tra i membri influenti di tutta quella struttura “semi pubblica”, o del tutto “privata”, su ed in cui si è costruita l’ “intelaiatura” del mondo della “globalizzazione”, quel mondo che oggi è in crisi profondissima.
[2] Ibid.
[3] J. Baudrillard, “Dalla crescita all’escrescenza”, L’Illustrazione italiana, n. 12, agosto-settembre 1983, p. 13, corsivi miei. Lo “spettro” è un evidente richiamo alla famosa frase del Manifesto comunista di Marx ed Engels: “Uno ‘spettro’ si aggira per l’Europa”, ed ovviamente per questi due ultimi autori sarebbe stato il “comunismo”, per Baudrillard è invece la “narrazione” della “crescita” …
[4] Cf. http://associazione-federicoii.blogspot.it/2015/06/e-venne-il-giorno.html. Tra l’altro, va rilevato come von Braun avesse conoscenza reale di questi “meccanismi nascosti” della storia, poiché fu oggetto dell’ “Operazione graffetta” (“Operation Paperclip”) che portò tanti scienziati ex nazisti negli Usa. Interessante sul tema “parallelo” dell’ “Area 51” tanto fortemente negata ma che, poi, alla fine, è stato ammesso esistere, un libro: cf. A, Jacobsen, Area51. La verità, senza censure, Edizioni Piemme, Milano 2012.
Interessante anche lo stemma von Braun;
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/b/b3/Escudo_de_Armas_von_Braun.png/800px-Escudo_de_Armas_von_Braun.png.
[5] J. Baudrillard, “Dalla crescita all’escrescenza”, cit., p. 13, corsivi miei. Si noti che son frasi scritte nel lontano 1983 …
[6] Ivi, p. 14, corsivi miei. Qui Baudrillard allude ai suoi studi, critici sì, ma dialoganti, con e su Marx, in particolare a riguardo del “pilastro” dell’analisi marxiana, e cioè la distinzione, quasi “metaphysica”, tra “valore d’uso” – qualitativo – e “valore di scambio – “quantitativo” e cioè “il” capitalismo, insomma -, per parlar senza “ambagi”, che razza di parola, “sfiziosa” come “ambaradan”. Tra l’altro, questa “questione del valore” è stata resa centrale – e Marx lo ammetteva senza problemi – dall’abate Galiani (Ferdinando Galiani, Chieti 1728 – Napoli 1787), del quale possiamo leggere, a proposito della “questione del valore”, nell’ancora insuperato J. A. Schumpeter, Storia dell’analisi economica, a cura di C. Napoleoni, Edizioni Boringhieri, Torino 1972, pp. 119-122, nel sottocapitolo intitolato: Digressione sul valore. Se uno scorre l’Indice dei nomi di detto volume vi “misurerà” la centralità di Keynes e delle sue posizioni, il che – evidentemente – fa sì che tale volume sia “datato”, e tuttavia non possediamo, in seguito, dei tentativi di sintesi dell’ “analisi” economica d’eguale spessore, ma, piuttosto, la “resistibile dittatura” del neoliberismo, oggi in crisi, ma non veramente “sbalzato” dall’usurpato trono, un “tronista” abusivo. Su Galiani, cf.
http://www.treccani.it/enciclopedia/ferdinando-galiani_(Dizionario-Biografico)/.
Tra l’altro, Claudio Napoleoni era nato a L’Aquila nel 1924 (cf. http://www.treccani.it/enciclopedia/claudio-napoleoni_%28Il-Contributo-italiano-alla-storia-del-Pensiero:-Economia%29/), e del qual è nota la figlia, Loretta Napoleoni, “sanamente” oppositrice dell’Euro, nel senso che vi è sia un’opposizione “intelligente” contro l’Euro sia una “malsana”, viziata da sogni nazionalistici o “sovranisti”, come dicesi oggi.
Tornando a Baudrillard, queste sue critiche le aveva espresse in J. Baudrillard, Lo specchio della produzione, Introduzione di M. Ferraris, Multhipla Edizioni, Milano 1979, in cui svolge la critica del marxismo, di Marx, per l’esattezza, sia a riguardo del problema del valore, che, ancor più, a riguardo del problema del “lavoro ‘produttivo’”, quello che il “sistema”, di fatto, sta attaccando e distruggendo da trent’anni, quel cambiamento che ha eliminato la “sinistra” nel suo vero senso, e che a “sinistra” si è fatto finta di non vedere, vuoi per congenita ottusità – tipicamente “di ‘sinistra’” -, vuoi perché si sa che non si hanno contromisure e dunque ci si limita a gestir “bene” l’esistente, ma allora che senso ha la sinistra, ci si potrebbe chiedere. La risposta è chiara: non ha alcun senso.
Su questo cf.
http://ideeinoltre.blogspot.it/2014/05/andrea-ianniello-baudrillard-la.html.
Di questi temi “economici” ne potremmo parlare per ore, servirebbe davvero a ben poco; in ogni caso, rimanderei chi vi fosse seriamente interessato, a:
http://associazione-federicoii.blogspot.it/2015/12/la-rovina-del-cash.html, e:
http://associazione-federicoii.blogspot.it/2015/09/appendice-al-post-precedente-per-chi.html.
[7] J. Baudrillard, “Dalla crescita all’escrescenza”, cit., p. 14, corsivi miei.
[8] Ivi, p. 16, maiuscoletto mio.
[9] Ivi, p. 15, corsivi miei.
[10] “La disoccupazione, d’accordo. Ma è noto che anch’essa ha cambiato significato. Non è più una strategia del capitale (l’esercito di riserva), viceversa non è più un fattore critico nel gioco dei rapporti sociali – altrimenti, poiché il livello di guardia è stato superato da molto tempo, avrebbe dovuto dar luogo a sconvolgimenti inauditi [che non si son visti, e quest’andazzo è continuato son oggi, vi sarà un motivo – c’è da chiedersi -, e, difatti, vi è un motivo, e ben chiaro, solo che vederlo mette in questione molti “assunti non detti” e dunque moltissimi non gradiscono vederlo; nota mia]. Che cos’è oggi? Anch’essa una specie di satellite artificiale [come, secondo Baudrillard, la moneta che “fluttua” come un satellite intorno alla Terra], un satellite d’inerzia, una massa carca d’elettricità neppure negativa, di elettricità statica, una frazione sempre più grande della società che si congela [esattissimo], che si ferma per inerzia, e che, al limite, diventa un oggetto da museo nelle fabbriche-simulacri tedesche. Dietro l’accelerazione dei circuiti e degli scambi testimonia di quest’inerzia crescente in tutti i campi [verissimo e che abbiam vissuto: solo che dopo il 2008 e, ancor più, dopo il 2011, si è vista l’ “escrescenza” iniziare a “cancrizzare” ripassando sui suoi passi e dunque ad auto mangiarsi: ecco la definizione di “Dissoluzione”, nota mia]. Dietro l’esasperazione del movimento, qualche cosa in noi, in ciascuno di noi rallenta, rallenta fino a cancellarsi dalla circolazione. E’ avvenuto un capovolgimento: è la società intera che si mette a gravitare intorno a questo punto d’inerzia. ‘Inerzia polare’ dice molto bene Paul Virilio. E’ come se i poli del nostro mondo si avvicinassero, e questo cortocircuito inesorabile produce nello stesso tempo degli effetti esuberanti e un estenuarsi delle energie potenziali [solo che, nel corso del tempo di questo lungo, troppo lungo processo che pare senza fine, la fase di “esuberanza” è stata presto seguita dalla fase in cui siamo da tempo: quella dell’esaurimento energetico, cf. http://associazione-federicoii.blogspot.it/2017/02/la-gente-e-provata.html; nota mia]. Non si tratta più di una crisi, ma di un avvenimento fatale, di una catastrofe al rallentatore” (ibid., corsivi e grassetti miei). Esattissimo: una catastrofe al rallentatore
Or dunque, detto tutto ciò, pensiamo a tutte le sciocchezze che si senton oggi, a tal proposito … Chiacchiere, nulla di più, in quanto il ruolo sociale della “disoccupazione” non è più quello d’un tempo, e si può parlar chiaro a riguardo della vera e propria sostituzione del lavoro da parte di robot, senza che succeda nulla di significativo. Il “lavoro” è stato irreversibilmente sconfitto dal “capitale”. Non solo, ma la sedicente “sinistra” non fa che predicare la “conciliazione”, la sedicente “mediazione” il che la fa detestare: ecco perché “la gente” le preferisce la destra cosiddetta “estrema” (termine sbagliato), salvo le cose vadano complessivamente ancora non malaccio dal punto di vista economico, per larghe parti delle classi medie. Questo accade ancora in certi paesi del Nord e del Centro Europa, ma possono sostenere questo loro sistema sociale soltanto scaricando le contraddizioni sistemiche sui paesi mediterranei i quali stanno così nei guai da non poteri opporre, in concreto, in quanto “prigionieri” del sistema.