martedì 17 settembre 2019

“Quella della nascita dello stato moderno …”


























Quella della nascita dello stato moderno è un’interrogazione **implicita** sull’ “Origine” dello stato stesso, sulla sua “legittimità” cioè, “implicita” perché mai esplicitata, ma nata dalla crisi **nel** (cioè dentro, all’interno) “mondo della tradizione” occidentale; le risposte a tale crisi sono sempre state di tipo “pratico”, vale a dire ch’esse giammai hanno reso esplicito il punto “critico” iniziale, ma, invece, si sono concentrate – le “risposte” – sul “come fare” (“know how”) per aumentare la “preformatività” concreta dello stato, in luogo di rispondere al momento “critico” iniziale, invece di corrispondere al problema dell’ “origine” dello stato.
In altre parole: lo stato moderno “non ha” origine, o, almeno, si rifiuta di discutere sulla sua “origine” – dunque sulla sua legittimità – per concentrarsi sulle soluzioni “pratiche” per rafforzarsi, anche senza “origine”, o, in apparente alternativa, dandola per scontata.
Traduzione: discutere dell’origine – = “chi/cosa” ti/ci ha fatto “stato” – è **il** “tabù” fondante lo stato moderno. E’ “il” tabù **fondante** poiché discuterne è **impossibile** nell’ambito della modernità stessa. 




Di conseguenza, la modernità non può che rimanere rinchiusa nel “cerchio magico” rinserrato attorno ad essa, come – si dice, si dice (questo sarebbe secondo Gurdjieff, il quale, però, afferma di averlo visto di persona: ma, secondo altri, sarebbe “fonte sospetta”; ora, come che sia, il paragone calza bene) – che accadesse ad alcuni yezidì.
E tale cerchio magico, ed insuperabile, è: “la” democrazia (che costruisce un’unità da una pluralità), il “popolo”, il consenso, la (o le) “libertà”, che vengono stiracchiate di qua e di là senza fine, ma pure senza esito. E di qui viene il populismo – o “i” populismi – con la sua ossessione per il “popolo” e la natura escludente della sua definizione di popolo, che, però, fa parte della democrazia sin dal principio[1], di conseguenza si tratta di una contraddizione interna al (e nel) sistema che domina il mondo da circa due secoli, più o meno, da quando si è operato, per mezzo della Rivoluzione francese, e non solo (e, si badi bene, non solo …), “un sensibile cambiamento di rotta”[2]. Tal “cambiamento di rotta” ha reso “il basso” il latore della legittimità, e non più “l’Alto”, il potere “viene dal ‘popolo’” e non più da Dio o da un gruppo scelto, comunque quest’ultimo venga poi definito. La modernità, lo stato moderno, è questo. Solo che, dal punto di vista storico, a parte alcune fratture (come la Rivoluzione francese) non è affatto vero che si è passati a tal “cambiamento di rotta” per mezzo di rotture, anzi, è vero il contrario. Il nucleo fondante dello stato moderno è nato dentro la tradizione occidentale, per mezzo di un complesso movimento di fattori concordi e discordanti, non semplice a descriversi e difficile da “dire in due parole”, come suol dirsi. Questo “dentro” è inaccettabile per i vari “tradizionalisti”, che hanno un “punto cieco”, a tal proposito. In ogni caso, è nota la teoria di F. Maraini, secondo il quale tre personaggi sono gli “emissari” del mondo premoderno: il Tennò nipponico; il Dalai Lama tibetano; il Papa cattolico. Ognuno di essi detiene il potere per ragioni diverse, ma ognuno di essi afferma di derivare questo potere da un’ “autorità superiore” e non umana: Il Tennò per via di successione dinastica, il Papa per successione apostolica, il Dalai Lama per una via molto particolare di successione “reincarnata”, per così dire. Ora però, se succedesse una qualche interruzione in queste “catene”, saremmo in grado di ripristinarle? No. Non saremmo nemmeno in grado di ricrearne altre, dunque? A fortiori. Ed è questo il punto, non da oggi, ma per lo meno da due secoli. Oggi solo degli spostati mentali o degli illusi possono affermare seriamente, senza timore di non esser creduti, che “il mio potere ‘viene da Dio’”, e questo è l’effetto della modernità, che ha spostato l’asse della storia ed inaugurato la legittimazione dal basso, per mezzo del popolo cosiddetto. Ma ciò ha posto il consenso in una centralità come mai prima. Non vi è una legittimità “data”, ma essa dev’essere “guadagnata” per mezzo di ciò che si fa, o si promette di fare, e, poi, di solito, non si fa, ma non importa: Vulgus vult decìpi, diceva il cardinal nipote di Papa Carafa (o, per lo meno, a lui si attribuisce questo detto).    

Ma torniamo alla politica moderna, di cui si diceva su, basata sul consenso e sull’effettività concreta, di qui la parentela stretta fra tecnica e stato ed economia moderni. Di qui anche il fatto – su questo Severino ha ragione, anche se sbaglia a voler mettere le religioni sullo stesso piano degli altri attori (o ex attori) del teatrino “globale” – che tutte queste potenze differenti (tra loro) abbiano sviluppato la tecnica credendo di poter signoreggiarla, mentre, in realtà, è stata la potenza della tecnica che si andata espandendo per loro mezzo … ed oggi le signoreggia
Chi ha la sovranità, secondo Schmitt: colui, o quella potenza, che gestisce lo stato di eccezione. Ora, il predominio della tecnica è tutto uno “stato d’eccezione”, ma, ed ecco il punto, non sono né gli stati né l’economia né qualsiasi altra forza oggi esistente a poter gestire lo stato d’eccezione: lo è, invece, la tecnica stessa. Dopo aver provocato lo stato d’eccezione, essa stessa se ne presenta come la risoluzione … paradosso solo apparente  

Due le risposte concrete che la storia ci ha consegnato (piaccia o non), al problema centrale del consenso e dell’effettività concreta: una di “sinistra” e l’altra di “destra”; quella di “sinistra” è basata sul concetto di “estensione”, di “tutela” e/o di “diritti”, ma sempre di “estensione” trattasi: quindi aumentare la “platea” e coinvolgere, insomma. La risposta di “destra” è la “legittimità” di Talleyrand: non ci s’interroga sull’ “origine” del potere politico (perché nella modernità ciò è “tabù”), ma si dice che è “legittimo” ciò che già lo era: in tal modo, si può mantenere in epoca moderna dei poteri di origine premoderna (come i vari regni dell’epoca, sec. XIX, o il Papato o il Tennò), ma non fondarne di nuovi. Il gioco di prestigio è stato questo, ed è durato sin troppo, le “destre” d’ogni risma e forma non avendo alcuna consapevolezza del problema fondante, né potendo averne. Vi son ostacoli formidabili sul cammino, perché solo se si abbia consapevolezza dei “nodi” lasciati sul campo dallo “sviluppo” moderno, né alcun Alessandro Magno c’è in vista, che tagli – una volta per tutte – l’ inestricabile “nodo di Gordio” che la modernità è, si può pensare di rispondere a tal gigantesco nodo.
Se un diverso assetto si può instaurare, o si deve confermare quello preesistente, nella mentalità di destra si deve ricorrere al “plebiscito”, cioè, di nuovo, al “popolo”: la “sindrome plebiscitaria”, con il suo corollario di super retorica sul “popolo” e la “fixe” per i referendum, è parte costitutiva della “destra” politica moderna, che si auto presenta come “tradizionale” cosiddetta, ma, in realtà, si basa “sul basso” esattamente come tutta la politica moderna, erede di quella “frattura” di cui s’è detto su.
In tal senso, fra “populismo” e “destre” vi è similarità e differenza al tempo stesso[3], nel senso che le “destre” sono “plebiscitarie”, il “populismo”, anche se simile alle destre, però è diverso; esso ha il senso “materico” della protesta: è il “popolo” cosiddetto – definito in senso escludente – versus le “élite”, sempre cosiddette, ché vera “élite” ha un altro senso.
Le “destre” non si oppongono mai – ma dico **mai** – al cosiddetto “popolo” ed alla sua ancor più iper cosiddetta ““volontà”” – sono meri desideri di massa ed opinioni dominanti, in effetti –, ma se il “popolo” non va in una certe direzione occorre condurvelo. Senza opporcisi, ma facendo leva sulle sue emozionalità di massa, e poiché più basse le emozioni di massa, tanto più sono diffuse, ecco che la scelta delle emozioni può essere scarsa.
Al populismo quest’ultimo punto, il “condurre” il “popolo”, cioè, in pratica gli è lontano, non del tutto quando giunge a governare eh, ma il populismo cosiddetto “puro”, al contrario delle “destre” populiste, si accontenta del muro fra cosiddette “classi dirigenti” e “popolo” cosiddetto, i “poteri forti” ecc. ecc., quella retorica che oggi ben si conosce, perché ha invaso tutto e tutti: alla faccia di chi crede che siano ancora le “sinistre” a dominare il dibattito pubblico[4]. Da un bel po’ non è così più, e la tematica dei “diritti”, anche se storicamente di “sinistra”, lo è oggi sempre meno, e quindi non aiuta ad enucleare la “sinistra”, qualsiasi cosa residuale oggi sia.
Finisce lì, però, il populismo “puro”, e quando si deve passare dalla protesta e dal muro contro muro  di “popolo” contro “classi dirigenti” ad un programma positivo, hanno delle difficoltà grandissime, come la cronaca dimostra.
Però ambedue le cosiddette “soluzioni” storicamente proposte, oggi, sono **inefficaci**: quella di “sinistra” è tramontata da tempo, come s’è detto varie volte su questo blog. Mentre quella di “destra” è in crisi, in realtà, ma non vista, **non** riconosciuta: di qui le false soluzioni, in realtà **dis**-soluzioni, proposte da varie forme di “sovranismo” – sempre cosiddetto tale.
Il “popolo” – cardine della legittimità “democratica” e “liberale” assieme, ma i due volti del democratismo danno al “popolo” ruoli diversi – è sempre una nozione basata sull’ esclusione, questo Mény lo mette bene in luce. Il “popolo” è “tutti” tranne altri, si compone dei cosiddetti “tutti” ad eccezione di “tutti” gli “altri” (questi ultimi definiti come i non cittadini sin dalla Costituzione o in altre modalità di “prassi”, se una forma scritta Costituzionale non si è pienamente formata per una qualche ragione).
Per fare un esempio chiaro: i cittadini di uno “stato” moderno saranno effettivamente votanti, ovvero parte del “corpo” elettorale; altri abitanti del territorio statale saranno … senza corpo, dunque … incorporei.
In altre prole: non votanti. Il risiedere su ed in un territorio non rende di per sé cittadini, salvo norme specifiche regolanti, che vanno però aggiunte: esse non sono costitutive, costituzionali, se del caso. Questo per la semplice ragione che “popolo” è nozione basata sull’esclusione. Tant’è vero che gli Imperi, non le Repubbliche, son sempre stati quelli che “danno la cittadinanza” erga omnes, che includono. E, di nuovo, questo è storia, sgradevole per il democratismo dagli anni Novanta (del secolo scorso) imperante, democratismo che ha subito l’avanzata del liberalismo per decenni, ma è storia. Può piacere o non. Nell’antica Roma si è dovuto piegare la Repubblica per poter, poi, davvero estendere la cittadinanza.  
Questo natura escludente del “popolo” fa sì che il “populismo” non possa, in alcun modo, essere un “incidente di percorso” della democrazia, ma, invece, sia la piena e completa realizzazione della democrazia come “dittatura della maggioranza” teorizzata da Toqueville[5].
La democrazia, ogni democrazia, frenata dal liberalismo, questo sì – perché questo è ciò che è successo storicamente, e, di nuovo, Mény ripercorre correttamente queste evenienze storiche – non può che schiacciare tutto. Se ciò non è successo storicamente era solo perché si limitava il “popolo” per mezzo di vari artifici “liberali” cosiddetti; il che non vuol dire che oggi, con gli strumenti social a disposizione di tutti, con la dittatura delle “doxa” – che Platone avrebbe aborrito – imperante ovunque, noi si possa, per mezzo d’artifici legali – “liberali” e costituzionali cioè – “frenare” questa deriva. Ciò è chimera pura. Oggi, dato che il fiume è troppo impetuoso per poterlo domare, l’unica cosa seria da farsi è deviare il fiume, non arginarlo. Dunque spingerlo nella sua deriva, ma in direzione meno “maggioritaristica”, direzione che, poi, e non a caso, è il “clou”, il centro, il punto nodale di ogni “populismo” che si rispetti. Dunque si deve fare proporzionale puro, senza sbarramenti di sorta.
A questo punto, si vedrà, non a caso, che i populismi si opporranno: perché il “maggioritarismo” è il loro nocciolo fondante. Qualunque populista che valga la “cassoeula” che mangi – taleggio e “bitto” non son altrettanto “probanti”, in tal senso … – sempre penserà: La majorité c’est moi.
Questo “maggioritarismo” è la loro cifra fondante.
Molto divertente l’argomento che da costoro sarà, di certo, usato: la governabilità. Il proporzionale “puro” metterebbe in questione la governabilità. Ma come, voi che mettete in questione la governabilità, ora la tirate in ballo … ? Qualcosa mi rende scettico al riguardo … E’ come se il diavolo ti dicesse: va’ in chiesa. Qualche domandina vogliamo farcela? Anche se oggi si nota la totale insensibilità non dico alle contraddizioni, ma pure solo alle incongruenze, rimane che c’è qualcosa di stonato.  
Una simile obiezione fa capire tante cose: che per i populismi non sono le istituzioni che assicurano la governabilità, ma sarebbe “direttamente” il popolo, e cioè la piena negazione delle democrazie “liberali” che inevitabilmente “disciplinano” la cosiddetta “volontà” popolare – alias: l’umore cangiante del popolo e i suoi perduranti tabù e fissazioni –, per cui la mediazione, e dunque la rappresentanza (ché questo è, alla fin fine), non hanno alcun senso. Notiamo come anche membri del cosiddetto “establishment”, in realtà, abbiano in sostanza la stessa mentalità, seppur in forme meno estreme dei partiti “populisti ‘puri’”, per cui su questo Mény centra la questione: il vero problema è che “i” populismi hanno influenzato e colorato di sé l’intero clima pubblico delle democrazie un tempo “liberali”, modificando quel clima.
Ma la questione diventa: se così è già ora – senza uscircene con i soliti, e vieti (e soprattutto inutili) appelli al “se non faremo così, allora …”, allora niente, perché già ci siamo dentro – quali mosse rmangono. Non certo l’arroccarsi dentro le istituzioni liberali allo sfascio, anche, se non soprattutto, grazie a quella tecnica che il liberalismo diceva essere “cosa buona e giusta” e che lo ha distrutto, divertente nemesi.
Quando un fenomeno degenerativo ha preso una forza tale che non è più possibile combatterlo – senza per questo credere di poter “cavalcare la tigre”!![6] – hai due opzioni, concrete, reali, niente sogni: 1) lo lasci andare per la sua via; 2) attui la diversione, cioè, con metodo “aikidò”, puoi deviare il flusso, “girarlo” per così dire.
Oggi concretamente ciò significa proporzionale puro, ma è molto difficile che succeda. Ciò a causa di parti non piccole dell’establishment che sono influenzate da i populismi, e su questo Mény ha ragione: il populismo ha cambiato il “clima” delle democrazie dette “mature” e che io, invece, chiamo “sfatte” o democrazie in dissolvimento.  
Molto difficile che capiscano che cosa ci sia in gioco e si comportino di conseguenza: questo non solo a causa dell’influenza detta, ma pure a causa di pregiudizi ideologici; eh sì, la democrazia – il democratismo – è un’ideologia come un’altra, non è la “salvezza” dell’umanità né “il” sistema assoluto, che qualcuno avrebbe scoperto una volta per tutte[7]. Per cui è molto facile che o si vada in rincorsa della deriva “maggioritaristica” o ci si arrocchi nelle istituzioni liberali ormai svuotate. Una scelta errata in ogni caso.
Al livello di forza che questi fenomeni han preso, è futile credere di poterli “governare”, tanto più quanto meno le istituzioni abbiano forza vera, rose come sono dal capitalismo sovranazionale e, insieme, dallo sviluppo tecnico che ha corroso ed indebolito le classi medie. Occorre andare nella direzione della discesa, cercando di deviarne gli obiettivi. 
Père Ubu: Cornoventraglia!, non avremo demolito tutto se non avremo demolito anche le rovine! Per questo, non vedo altro modo che equilibrarle in begli edifici ben ordinati[8]. Insomma, l’unica via d’uscita concreta è “ubuesca”, è patafisica … Ordina le rovine, poni ordine fra di esse: sembra paradossale, e lo è.
Quel che nessuno può fare è ripassare dalle rovine alle costruzioni di prima (tranne avere un progetto di cambiamento dell’intera “città degli uomini”, ed oggi nessuno ce l’ha!!), nessuno può farlo, né populista né membro dell’establishment. Nessuno.
Si può prender atto di ciò o far finta che non sia così, chiaro che nell’epoca della simulazione tutti fan finta, ma è altrettanto chiaro che, così, la crisi non può terminare. Mai.

 

 

 

 









Andrea A. Ianniello

 

 

 

 

 





[1] A tal proposito, cf. Y. Mény, Popolo ma non troppo. Il malinteso democratico, Società editrice il Mulino, Bologna 2019. Al di là dei molti, giusti, rilievi di tal libro, rimane che il “bricolage” caratteristico delle democrazie, sempre dal punto di vista di Mény, non basta nel risolvere un crisi che tocca, per la prima volta, il loro nucleo fondante: la rappresentanza. Su ciò, cf.
[2] J. Robin, René Guénon. Testimone della Tradizione, Edizioni “Il Cinabro”, Catania 1993, p. 27. La stragrande maggioranza dei “tradizionalisti” è rimasta all’anti Rivoluzione francese, insomma alla stagione della “Restaurazione” post 1815, questa è la loro mentalità, poi “tradotta” e scagliata contro altri “nuovi” – o cosiddetti tali – “spaventapasseri”, uno dei più grandi dei quali è stato il famoso “comunismo”, tolto il quale – ma che goduria averli visti senza oggetto d’odio!! – ora si son riciclati sul e nel “popolo”, referente d’ogni tutto, la grande parole “di moda” oggi. Solo Guénon si chiedeva – o, almeno, personalmente conosco solo quest’autore che se lo è chiesto – che cosa dovesse succedere, una volta che la fase più “positivistica” si fosse chiusa, come poi è successo. Per costoro, per i “tradizionalisti”, era solo il “materialismo” o ancor oggi lo è lo “scientismo” che son oggetto di riprovazione. Essi si costruiscono una simia philospiae, che amano poi incendiare in quegli “auto da fé” che ne incendiano gli animi …
[3] A tal proposito, cf. Y. Mény, Popolo ma non troppo. Il malinteso democratico, cit., pp. 181-202, cioè l’intero cap. 7, intitolato “Radicalizzazioni: dalla protesta all’estrema destra” non a caso. Secondo Mény, la frattura crescente, negli ultimi tempi, è quella fra liberalismo e “democrazia”, che si erano uniti nella lunga stagione precedente, invece. Possiamo vedere questa lotta – fra una democrazia “illiberale” e un liberalismo poco democratico, anche se non “anti” democratico, dunque la relazione fra i due termini non è “speculare” – negli eventi recenti, o recentissimi, qua, in Italia.  
[4] A tal proposito, sempre cf. Y. Mény, Popolo ma non troppo. Il malinteso democratico, cit., e i molti passi dove dimostra quanto il dibattito pubblico, anche da parte dei partiti dell’ establishment, sia oggi dominato dalla retorica populista. Giustamente, tuttavia, Mény redarguisce ogni volta i membri dell’ “establishment” per la loro storica sottovalutazione dei populismi, di “destra” o “sinistra” poco conta, anche se la parentela è maggiore con le “destre”, per i motivi suddetti.  
[5] Cf. A. de Toqueville, La democrazia in America, Cappelli, Bologna 1957.
[7] “L’Europa e l’America, con le loro radici culturali gemelle che affondano nella tradizione filosofica greco-romana e giudeo-cristiana, non hanno scoperto la formula magica del buon governo valida al di là di ogni divisione culturale”, in Sol Levante, Monografia di “Internazionale” n° 133 del 7 giugno 1996, p. 52.
[8] A. Jarry, Ubu. Ubu Re. Ubu Cornuto. Ubu incatenato. Ubu sulla Collina, Adelphi Editore, Milano 1977, p. 108, maiuscoletto in originale, corsivi miei.
 











Reminder di link di vecchi post, sul “DE ARTE VENANDI CUM AVIBUS”, di Federico II e su Federico II e Capva













Cf.


Cf.


























Andrea A. Ianniello