giovedì 27 luglio 2017

La “Spola”: “La fine della democrazia”, 1994 – ANNO “PIVOTALE” –








1. Nella nostra “spola”[1] fra passato e presente, ora tocca al presente, dopo esserci attardati spesso nel ed al passato; il passato è, oggi, sostanzialmente negato: tutto si vuole schiacciare nel presente, il che porta fatalmente alla totale assenza di futuro. Il futuro, infatti, è figlio del passato, non del presente: se voi capire il futuro, cerca nel passato le sue cause.
Il presente, al contrario, non è qualcosa di determinato, ma una linea immaginaria, sempre in movimento, la linea di faglia, oppure simile al fronte di una colata lavica: è là dove la colata, incontrando l’aria – o, ancor più, l’acqua -, si solidifica più o meno improvvisamente.
Insomma, è una linea impalpabile che ora è qui e dopo immediatamente . Dunque, quando stai avanzando con la linea del presente, in realtà retrocedi, mentre – poiché le radici del futuro non sono nel presente, in se stesso mera linea “immaginaria” e quindi mutevole – quando retrocedi nel passato, in realtà ti stai proiettando nel futuro.
Vuoi conoscere il futuro? Studia il passato.
Vuoi conoscere il passato? Studia il futuro.
Vuoi conoscere il presente? Distanziatene.
Vuoi conoscere il presente parzialmente? Studia il passato, di nuovo.
Vi è paradossalità in questo circolo parziale, che dunque, avendo un’ “apertura” è, in realtà, una spirale. La spirale del tempo, illusoria rispetto all’ “eterno presente”.
Ora però, poiché il presente, in effetti, è solo una linea immaginaria, Eterno Presente = Non vi è più “Il” Tempo (Kronos).
La negazione del passato, la rimozione dell’eredità culturale non sono altro che diverse forme sempre della negazione del futuro, in realtà, per riprendere il ragionamento iniziale.
Quando neghi il passato, in realtà, stai affermando che c’è solo e soltanto questo presente che stai esperendo, che la situazione – storica – che stai sperimentando è una realtà “immutabile”, un dato assoluto, ed immodificabile, il che significa negare la natura del presente, che, appunto, è una linea “immaginaria”, della sostanza dei sogni, un soffio di vento, un’onda che, passando, subito sparisce via. Nessun presente ha mai la radice in se stesso.



2. Il 1994 fu anno “pivotale” – termine francese – che si riferisce sia alla pallacanestro, sia in algebra lineare, dove significa il “perno” della “matrice” numerica: il senso preciso del termine francese, appunto, è perno. Il 1994 fu anno che funse da perno.
Non certo per caso fu anche l’anno in cui fu pubblicato un libro che recensii ben undici anni dopo[2] – a riprova della lunghezza che si necessita per poter far “maturare” certi fenomeni –, e fu l’anno in cui venne pubblicato un libretto dal titolo preveggente.
Nella Postfazione, l’autore (di quest’ultima, ovvero F. Marcovaldi), pur condividendone alcune posizioni, critica proprio il titolo.
Nel percorso seguente, dunque, prima s’inizierà dalla Postfazione, per poi riportare alcuni passi dalle Conclusioni del libro di Guéhenno che si andrà, brevemente, a trattare, con modalità da “canone inverso” che “sposa” con quanto detto su: che il passato – indietro – è l’origine del futuro, cioè che il futuro guarda al passato e non al presente.

“Conclusa la lettura del libro di Jean-Marie Guéhenno, rimane un dubbio nel lettore non specialista, come il sottoscritto. E riguarda proprio il titolo di questo coraggioso volume, La fine della democrazia. A istillarglielo […] è lo stesso autore, il cui itinerario parrebbe invitare a […] parlare di fine della politica assoluta. Ovvero fine di quel tempo in cui ogni fatto sociale è interpretato sub specie politicae, e la stessa politica assurge dunque a suprema attività morale, dal momento che soltanto la buona società può generare buoni individui (Pizzorno). Ma anche così non basta […] il tratto veramente tipico del nostro tempo risiede nel progressivo esodo dai luoghi comuni della politica, ma non dalla politica tout court. E allora, per tornare al titolo d Guéhenno, sarebbe opportuno sostituire la parola ‘fine’ con il termine ‘crepuscolo’: l’ora dei chiaroscuri, delle incertezze, delle visioni offuscate. Passeremmo pertanto da La fine della democrazia a Crepuscolo della politica assoluta[3]. Al contrario, ben ventitré[4] anni dopo, non si può che mantenere la radicalità – giusta e preveggente all’epoca – di Guéhenno: probabilmente, ma non è il mio caso, all’epoca si potevano ancor avere delle illusioni, averne oggi sarebbe suicidio, e di suicidi politici è stato costellato il “nostro” tempo.
“L’autore [Guéhenno] parte da una considerazione: con il 1989 non finisce un’epoca iniziata nel 1945 o nel 1917, ma nel 1789: l’epoca degli stati-nazione, che dopo lunga incubazione si annullano ora pericolosamente, determinando un insanabile scarto tra la configurazione del tradizionale ordine politico e la realtà socio-economica circostante. Da qui la domanda: può la democrazia vivere senza il grande edificio dell’età istituzionale? […] Può vivere nella nuova età imperiale che sta subentrando, così come l’impero romano subentrò alla repubblica? Naturalmente Guéhenno sa benissimo che i dati nudi e crudi non gi darebbero immediatamente ragione [nel 1994 era vero, oggi, al contrario, gli han dato ragione; nota mia], visto che dalla quarantina di stati formalmente indipendenti del 1914 si è passati ai 50 del 1947, ai 130 nel 1970, e ai quasi200 di oggi. Così come sa altrettanto bene che evocare la fine delle nazioni nello stesso momento in cui l’ex Urss e l’ex Jugoslavia vivono acutissime crisi sotto la spinta dei più diversi particolarismi, può sembrare paradossale, se non addirittura scriteriato [ma qui si vedono le analisi giuste dai peana inutili e chiusi solo nel momento in cui si strillano; nota mia]. Solo che considera questo terremoto congiunturale (ed è difficile non convenire con lui [corretto, anche se siamo stati l’ infima minoranza a pensarla così, è proprio il caso di ribadirlo ad ogni pie’ sospinto e senza mai e poi mai dimenticarselo, ricordandolo agli “altri” … ; insomma, la rivoluzione francese risorse: ma si dimostrò uno zombie: notata la centralità dello “zombie” nella nostra scena contemporanea??, beh: vi sarebbe molto da dire, ma lo si lascia a chi vorrà approfondirselo da solo, questo è infatti un blog di stimolo, di spunti, di spuntini, di “spuntatelle”, di “puntarelle”, più che di risposte, che pur ci sono, sebbene in forma discreta ed en passant e spesso nei commenti; nota mia]) come il frutto dei rinculi del passato più che come una reale ipoteca sul futuro [giustissimo]. ‘La società degli uomini è diventata troppo vasta per formare un corpo politico. I cittadini formano sempre meno un insieme capace di esprimere una sovranità collettiva; sono solo soggetti giuridici [venendo alla susseguente epoca dei “diritti”, com’essi son divenuti centrali, queste frasi di Guéhenno son fondamentali; nota mia], titolari di diritti e sottoposti a obblighi, in uno spazio astratto dalle frontiere sempre più indeterminate’. Un mutamento, questo, che non vale soltanto per la vecchia Europa. Altrove, anzi, è la stessa equazione indipendenza uguale libertà a venir messa fortemente in dubbio. ‘Se la nazione ha bisogno di uno stato per diventare democrazia’, si chiede Guéhenno, ‘dov’è lo stato in Africa?’. Scomparsa la legittimità della lotta per l’indipendenza – ci viene riferito – essa non è stata sostituita da alcunché (ad esempio nell’area sub sahariana [e in tante altre, dopo …; nota mia]), al punto che in questo paesaggio devastato sopravvivono solo apparati governativi pletorici, i quali funzionano secondo un modello patrimoniale di potenza sempre più scollato dalla dimensione nazionale. Segnali diversi, ma della stessa natura, ci vengono del resto anche dall’America latina [i casi del Venezuela e, in maniera diversa perché trattasi di “nazione” più “strutturata”, quello del Brasile; nota mia]. In una parola, il basso continuo che accompagna i processi planetari in corso ci costringerebbe a prendere seriamente in considerazione l’ipotesi dell’eccezionalità continentale della forma-nazione. E, dunque, la sua transitorietà. E’ una questione, va da sé, delicatissima: da tempo dibattuta e sviscerata. E che vede attestarsi sulla barricata avversa a quella di Guéhenno quanti rivendicano invece (per restare nel nostro continente) la permanenza di quella forma statuale, massima istituzione ereditata dai lumi […] Anche i fautori di questa posizione, peraltro, difficilmente potrebbero negare la progressiva distanza dello stato nazionale stesso dalla gestione dei problemi inerenti alla nostra vita quotidiana [la cosiddetta “terra dei fuochi” e la recente stagione d’incendi dolosi, le ricorrenti inondazioni, le piogge torrenziali, sono stati, e sono, i meri segni più esteriori di questa “distanza”, sempre maggiora; nota mia]”[5]. Quest’ultima posizione, di un permanere (ma inevitabilmente indebolito) della forma-nazione –  che sopravvive a se stessa, in definitiva –, è quella che vinse all’epoca, com’era facilmente arguibile,  ci ha portati al fallimento totale in cui siamo. “Personalmente”, difficile pensare che l’altra posizione, cui son vicino, potesse vincere; anzi, l’idea era proprio quella di ritirarsi, lasciando alla posizione dominante il successo, inevitabile in quel momento, ben sapendo che avrebbe portato dei disastri, come poi è stato, per ragioni strutturali, sostanziali, non per la “cattiveria” di qualcuno. E per costoro, il 1989 – non casualmente –, è un evento “fondante” la “nuova” (= vecchia) Europa.
Di conseguenza, il giudizio su tal evento cambia in modi sostanziali: come un episodio conclusivo, oppure come fondante un futuro possibile, qui è stata – ed ancora è – la vera differenza.
Su questi punti Guéhenno, tornando al tema più vasto, ha visto giusto già più di vent’anni fa; la diffusione della democrazia, come detto in una nota precedente, ne ha dimostrato la debolezza strutturale nella nuova “età imperiale”, e proprio l’Europa dell’est non fa che dimostrare come la democrazia stia nel passato, in quanto quei paesi vengono sempre a ruota, e per ultimi: se lì si diffonde qualcosa, ergo quel qualcosa non conta più, non è la “punta di diamante”, ma la mera retroguardia.
Su Africa e America meridionale, poi, ha avuto ragione da vendere, son cose sotto gli occhi di tutti, ormai.
Ma la cosa bella è che possiamo rispondere ai quesiti di Marcovaldi, qui riportati all’inizio: e la risposta è un seccoNo”, in tutti i casi.
La “democrazia” nell’ “età imperiale” non può essere altro se non una simulazione.
E quando, a sua volta, l’ “età imperiale” va in crisi?
Vi è “nuovo” spazio?
Infatti, noi oggi viviamo in un’epoca in cui possiamo aggiungere qualcosa in più a quanto, pur molto giustamente, già Guéhenno sosteneva: noi viviamo, infatti, nell’epoca dell’ accartocciarsi, del collassare, dell’ implodere della cosiddettaetà imperiale” che Guéhenno – illo tempore – già chiaramente vedeva delinearsi all’orizzonte.
Il cosiddetto “Impero” ha fallito. E tuttavia, il “ritorno alla nazione”, il cosiddetto neo “sovranismo” è una mera simulatio, un mero dreckeffekt. Nell’era della simulazione si può, così, aver successo, ma non certo incidere realmente sui meccanismi fondanti. Tornare, in altre parole, dalla cenere del legno bruciato al legno non bruciato delle “origini”, a causa dell’ entropia, necessita di un’ energia incomparabilmente maggiore di quella ottenuta dal legno nel suo ardere: in altre parole, tornare al paesaggio di prima dello tsunami è, in pratica, impossibile.
Puoi sì ricostruire, ma mai come prima: mancare di una tale consapevolezza è follia, oggi, ed è follia politica, ovvero massimo potere della simulazione, vale a dire il massimo di ciò a cui, a parole, ci si vuole opporre – probabilmente in buona fede –, per lo meno in parte.
Tutto ciò nasce dalle cattive analisi, in minima parte, dall’altra dalla totale inconsapevolezza, in gran parte, dei cambiamenti avvenuti, cioè: credere che la simulazione sia la realtà, ovvero confusione totale della ex-realtà con la presente-simulazione.  

Tornando alle debolezze dello stato nazione, rispetto alle forze disgregatrici “globali” che si esprimono in problemi “globali” ad andamento “catastrofico” e/o “catastrofizzante” – e vi è l’ embaras de richesse quanto ad essi, dalla questione ecologica a quella dell’immigrazione, al collasso d’intere strutture statali o parastatali –, il punto è che oggi noi vediamo la debolezza dell’ “età imperiale”, che, però, nonostante quel che molti pensano, ben lungi dal portare indietro allo stato nazionale, acuisce il processo di dissolvimento che l’emergere della cosiddetta “età imperiale” ha inevitabilmente, necessariamente comportato.
In una parola: la crisi dell’ “età imperiale”, della quale Guéhenno vide l’inizio, età “imperiale” – che vedeva negli Usa il punto centrale –, ha reso il processo di dissolvimento irreversibile.

Ancora: “Che si stia dunque delineando un impero senza imperatore? Uno spazio politico in cui il sovrano conta meno delle regole? Che sia la logica relazionale funzionale il vero Ufficio, il vero Signore della città cablata? Dell’agorà informatico? Che l’Ideologia abbia lasciato lo scettro al Procedimento? E il sovrano al Gestore? Di mio andrei un po’ più cauto di quanto non faccia Guéhenno [forse all’epoca, questo era ancora vero, oggi siamo anche ben oltre Guéhenno; nota mia] in merito alla nuova e definitiva impersonalità del potere [è impersonalità sistemica, non a livello individuale, dunque può convivere benissimo con una carrellata di personaggi, anonimi e d’infimo valore: ecco perché “non può esserci leader oggi”, come si diceva in un altro post[6]; nota mia]. Quantomeno di quello politico, che pure resta una sua faccia decisiva. Evidentemente le recenti vicende di casa nostra mi condizionano non poco. Ma per molti versi pare d’essere ancora tutti dentro i cascami della distinzione weberiana tra democrazia plebiscitaria e democrazia acefala; laddove la forma spuria che si disegna spinge inevitabilmente verso la prima [ed anche questo si è realizzato, nota mia]”[7].
Ma poi siamo usciti da tale distinzione, da tale deriva?
Per niente.
E siamo tornati ad avere una qualche – vera – sovranità?
Per niente.
Se ne deve dunque dedurre, necessariamente, che una tale distinzione, weberiana peraltro, fra la “democrazia plebiscitaria” e la “democrazia acefala” non è produttrice di alcunché, né può far altro se non acuire il cammino verso la dissoluzione. Insomma, è anch’essa un effetto del passato, non certo uno stimolo e una visione in relazione al futuro.
Questo perché in nessuno dei due casi – democrazia plebiscitaria o acefala –, è intaccato il “ganglio” fondamentale, il problema strutturale.
Questa è, precisamente, la politica-come-sistema-di-simulazione. Questo genere di politica e di opposizioni si realizza, quindi, senza che possa incidere sui meccanismi fondanti: come una ruota che gira, gira vorticosamente, affannosamente, in moto tumultuoso e caotico, eppure la vettura rimane inchiodata, rimane fissa come fosse al palo.
Infatti – e non per caso – noi, di nuovo, a distanza di due decenni, siamo perfettamente in grado di rispondere agli interrogativi che Marcovaldi estraeva da Guéhenno, ma, stavolta, in luogo delle precedenti negazioni, la nostra riposta sarà “”, a tutte le questioni poste.
Ripetiamole: “Che si stia dunque delineando un impero senza imperatore? [] Uno spazio politico in cui il sovrano conta meno delle regole? [] Che sia la logica relazionale funzionale il vero Ufficio, il vero Signore della città cablata? [] Dell’agorà informatico? [] Che l’Ideologia abbia lasciato lo scettro al Procedimento? [] E il sovrano al Gestore? []”.
E torniamo a quanto detto nel colloquio fra il gestore e Paolo Broccoli[8]: oggi la sovranità non è più nella politica, essa è “altrove”.
Bisognerebbe cominciare a guardare in faccia alla realtà – con un ritardo, ormai, più che ventennale!! –, non “nascondersi dietro a un dito”, come suol dirsi. Non serve a nulla. E tutto annulla.
Infatti “nascondersi dietro un dito” brucia ogni residua possibilità, posto – e concesso – l’enorme, incredibile ritardo di una tale consapevolezza, sostituita dalla simulazione in cui ancor oggi viviamo.

“Se l’analisi di Guéhenno (vaporizzazione della sovranità, fine del vecchio corpo politico, incertezza della cittadinanza […]) ha una sua cogenza, ebbene allora è evidente che l’autogoverno democratico di una collettività (su cui già Schumpeter esprimeva fondatissimi dubbi) finisce per oscurarsi. ‘Il processo di concentrazione del potere iniziato parecchi secoli fa è finito [punto decisivo, nota mia], e con esso lo sforzo parallelo di controllare, in un equilibrio istituzionale, l’esercizio di questo potere. L’idea del sovrano ha perso la sua forza di attrazione, come l’idea di un corpo politico sovrano. Ci si deve forse […] rallegrare, in quanto la libertà, intesa come esercizio della volontà generale, è stata una minaccia per la libertà, intesa come diritto della minoranza’. Ma ci deve anche preoccupare […] Finita l’era della grande politica, il buon andamento della macchina non si affiderà più al re filosofo, e neppure al capo carismatico [oggi costruito in vitro, nota mia], ma ai ‘simili’ che noi tutti siamo”[9].

3. Il nuovo dispotismo, per nulla “illuminato”, ma nel senso della “dittatura della maggioranza” (Toqueville).
Ovunque il dispotismo della consuetudine, dell’ opinione pubblica, si erge a ostacolo della metamorfosi, della crescita generale. E poiché quest’ esercizio della tirannia non si limita agli atti che può compiere per mezzo dei funzionari pubblici, esso ‘lascia meno vie di scampo, penetra più profondamente nella vita quotidiana, rende schiava l’anima stessa’. Trovare il limite della legittima interferenza dell’opinione collettiva sull’indipendenza individuale è dunque ‘altrettanto indispensabile alla buona conduzione delle cose umane quanto la protezione dal dispotismo politico’. Parole nette, taglienti. Tanto più oggi, era trionfante del Lego sociale, della relazione come unico valore. Della società economica che trionfa sulla società politica. Ma assieme, pure, era del definitivo svelamento della democrazia quale  sistema di sradicamento: assenza di sede e dimora”[10].
Parole “taglienti”, sì, ma del tutto inascoltate più di vent’anni fa, ed ancora inascoltabili oggi. Prima non erano ascoltabili nell’era che ho chiamato ironicamente quella della “globalizzazione felice”, inascoltabili oggi, nell’epoca da me detta, sempre ironicamente, della “globalizzazione infelice”, perché si vedon sì le magagne della globalizzazione, però manca un punto di vista realmente “critico”, pertanto si vedono i limiti senza fare un passo avanti sulle ragioni di tali difetti, spesso nemmeno visti come strutturali, ma come un effetto delle azioni di qualche “cattivo” o gruppo di “cattivi”.    

Quanto alla “rivitalizzazione” della democrazia: “La rivitalizzazione della democrazia, al contrario, passa per un confronto forte tra diversi e conflittuali ‘congetture di verità’ (Cacciari). Che rivendicano coraggiosamente la loro parzialità, e che mai arrivano a un Bene, persistentemente ricercato, ma per tutti egualmente intangibile”[11]. Due osservazioni: il “coraggiosamente”, ma, perché vi sia, si richiede giàpreventivamente – l’esser fuori da quell’influsso “dispotico” di cui sé detto su, ed è sempre più difficile, man mano che la “pervasività” della tecnica spinge inevitabilmente verso il conformismo alla “pubblica opinione” cosiddetta. Secondo punto: “che mai arrivano al Bene”, cioè ogni “congettura di verità” dovrebbe rinunciare al dominio, al ruolo “dominante”, accettando di essere solo una “congettura di verità”; ma ciò significa ignorare quel che c’è di apparentemente paradossale nel “nostro” tempo: e cioè che ogni “congettura di verità” – nel’ “Autunno del mondo moderno” – si propone come “il” Bene, in quanto questa “nuova” fase ha obliato qualsiasi punto di vista “critico”; questo, a sua volta, perché l’abbandono dei “lumi”, cosiddetti, è nato dallo svuotamento di questi ultimi, e non da una “critica della critica”, da una “negazione della negazione”. Infatti, la negazione della negazione afferma; se non c’è, semplicemente c’è un’altra forma di negazione, sempre di negazione.
No, non è possibile alcuna “rivitalizzazione” della democrazia. E non perché il “confronto vero e forte” fra “diversi” sia un male: vi è dell’altro. Vi è un punto al di là del quale la “rivitalizzazione” non è altro se non “accanimento terapeutico”, anche se, si stia ben attenti a questo, nessuno “staccherà (mai) la spina”.
Il che rende la nostra situazione così tormentosa, così fangosa, bloccata come le trincee della Prima Guerra Mondiale, evento davvero “fondativo” della fase finale dell’avventura e disavventura della “modernità”, della “Crisi del mondo moderno” (Guénon).
Le cose si esauriscono per inerzia, per stanchezza, per saturazione, anche la Terza Guerra Mondiale “a pezzi” è inerziale, satura, bloccata, impantanata: tutto ha oggi questa natura, spire fangose che tutto trascinano con sé, nessuno può tagliare alcun “Nodo di Gordio”. Finché, la stanchezza vince, ed uno o più attori della situazione lasciano, per ragioni interne.
O la cosa si esaurisce da se stessa.
Vi è vera pace? Vera guerra?
Quali sono le reali differenze tra due stati, un tempo, ben delimitati e delineati??
Tutto pare indistinto, le delimitazioni fra stati saltano. Insomma l’ alluvione globale, che tutto ha sommerso, poi si è ritirata, e lascia oceani di fango.
Il paragone, davvero, è calzante.  

4. Ora veniamo a Guéhenno lui même.
“Né Hitler né Stalin sono […] riusciti a ucciderla [la democrazia]. Volevano confiscare il potere, ma credevano nel potere e questa convinzione li ha perduti. Essa ha circoscritto la lotta, poiché ha creato un terreno politico [chi sposta la lotta sul proprio terreno, quello vince: antichissimo detto strategico; nota mia]. Per poco –il tempo di una rivoluzione – i popoli dell’est hanno formato un corpo politico. Hanno sperimentato la sovranità popolare. Ed ecco che questa vittoria, ancora recentissima [all’epoca, ovviamente; nota mia], sembra minacciata, non perché l’avversario si rinforzi [ma poi, anche questo è accaduto; nota mia] – quella minaccia li richiamerebbe piuttosto ai loro primi giuramenti [un ritorno avvenuto circa una ventina d’anni dopo, però, ha visto quanto la democrazia si sia esaurita da se stessi, anche mercé una lunga crisi economica, per cui nessun “richiamo” …; nota mia] – ma per il fatto che non è più del tutto chiaro quali siano i veri nemici [e dopo, le cose si sarebbero ancor più aggravate: ci sarebbe stata la lotta contro le ombre; nota mia]. La menzogna totalitaria ha ben potuto, a forza di terrore, imporre a milioni di uomini la sua schiavitù [il che dimostra che non era solo “terrore”, vi era pure consenso; nota mia]. Essa rimane però identificabile. Questo nelle società dell’età imperiale non avverrà più; non vi si trova più nessuna statua di Dzerzinki da demolire, ma solo la massa amorfa di un potere diffuso e inafferrabile. Ogni uomo vi diventa poliziotto [frasi del 1994 … !!], né vi è più un capo della polizia contro il quale dirigere la propria rivolta. Non siamo più privati della libertà, ma del pensiero della libertà. Per due secoli abbiamo pensato la libertà attraverso la sfera politica che doveva organizzarla. Abbiamo voluto essere cittadini. A oggi la cittadinanza non è che un comodo mezzo per manifestare il malumore nei confronti dei dirigenti [insomma, il “nostro presente”, frasi incredibilmente preveggenti; nota mia]. Abbiamo perso il fondamento della nostra dignità di uomini liberi, l’ aspirazione a formare un corpo politico [nemmeno l’ aspirazione a formare un “corpo politico”, attenzione a questo punto; nota mia]. Questa indifferenza ha effetti più ipocriti delle antiche tirannie; è dolce come un’emorragia lenta e inarrestabile[12]. E, proprio di quest’ emorragia, la sovranità e il corpo politico sono morti.  Che cosa vuoi “rivitalizzare” … La realtà, poi, è che il potere non c’è più, per lo meno non più nella politica. Quindi che cosa c’è da “confiscare” oggi … domanda retorica, ovvio. Si confisca quel che c’è, non si confisca una simulatio
Privo di passioni collettive e circondato da ostilità, il nostro deserto umano potrebbe allora prendere fuoco coma una savana troppo secca [questo non si è visto con la Grande Crisi Economica (GCE) 2008-2015, dove la protesta si è sfogata in gran parte sui “social network”, a riprova del ruolo vicario della tecnica come strumento del consenso, consenso alla “Macchina”, e non a una “classe dirigente” qualsiasi; se quanto dico fosse meno sfumato e velato, la sua radicalità incredibile che quindi emergerebbe pienamente, spaventando qualcuno: non avrebbe però alcun senso, in quanto ci vorrebbe chi potrebbe pienamente comprendere quest’aspetto, ma la gran parte non può proprio: dunque, la forma sfumata è l’ unica possibile, in concreto; nota mia]. L’impero romano ignorava con superbia le terre barbare che lo circondavano e questo lo aiutava a vivere. Il nostro atteggiamento è diverso. Quale ‘religione’ esclusiva e brutale inventeremo per giustificare ai nostri occhi la nostra felicità, in mezzo a tante disgrazie [la “religione” già c’è: la fede nel system tecno-economico, nell’economia del tecno-ottimismo, che non necessita di alcuna giustificazione, in quanto diventa evidente in un certo modo di vivere più in una certa mentalità, è auto referente, auto giustificante; nota mia]? Bersagli naturali del risentimento e dell’invidia di miliardi di uomini [che cos’avrebbe detto a fronte dell’attuale “crisi dell’ immigrazione”?, nota mia], sapremo reagire altrimenti che con la paura […]? [no, la reazione è stata, ed è, la paura, nota mia] Il mondo imperiale […] sarà afferrato da fanatismi di cui, abbandonato alla logica che gli è propria, è incapace? [ed è stato afferrato, periodicamente; nota mia] E questo diffuso fanatismo [suona familiare …??] sarebbe più temibile della violenza organizzata e centralizzata dei totalitarismi dell’ età delle nazioni? [, lo è, come l’Idra di Lerna era più temibile del Leone di Lerna; nota mia] Non esiste ancora una risposta a queste domande [invece , vent’anni, e passa, dopo si può rispondere, lo si è appena fatto tra parentesi quadre]. S’intuisce solo che l’organizzazione sociale, come un mostro che sfugge al suo creatore [esatto], è dotata di una potenza senza precedenti, ma questa potenza non si governa, così che risulta altrettanto difficile volerne definire l’orientamento e pretendere di trattenerla una volta lanciata [il che dimostra che il fatto che, oggi, letteralmente, “non sappiamo che pesci prendere”: atto strutturale; nota mia]. Siamo nella preistoria di questa nuova età, e la logica degli stati-nazione coesisterà ancora a lungo con la logica del mondo imperiale [e così è stato]. Questo, come gli imperi che l’hanno preceduto, tenterà di estendere il suo potere per ridurre le minacce che lo circondano o sarà paralizzato dalla logica che lo governa? [l’ “età imperiale”, però, è passata dalla prima opzione alla seconda, nota mia] Coloro che, ai confini dell’impero, sarebbero tentati d sfidarlo, sono condannati a rimanere nell’incertezza, possono altrettanto scommettere sull’incapacità della potenza post-nazionale di resistere efficacemente alla minaccia classica di uno stato-nazione così come possono temere lo scatenarsi della potenza imperiale, qualora essa sia provocata [la Corea del Nord sta scommettendo su quest’incapacità, come Putin sulla Crimea, e sin ora ambedue han vinto; in Siria la storia è diversa: trattasi di classico collasso dello stato nazione che, però, a causa d’interessi molteplici, ha scatenato l’interesse di potenze più grandi, a differenza di altri collassi “silenziosi”, che han portato, al massimo, ad una massiccia “immigrazione”; nota mia]. L’errore strategico di Saddam Hussein è stato quello di non vedere che il mondo imperiale che stava nascendo era ancora organizzato da stati-nazione capaci di volontà politica. Una coalizione di stati affrontò un altro stato [all’ epoca questo era ancora possibile, oggi non più; nota mia]. Cos’accadrà se la diffusione della potenza nel mondo imperiale sarà troppo perfetta perché vi si organizzi una volontà politica?”[13]. Che èprecisamente – il nostro presente: la potenza del “mondo imperiale” è divenuta così “perfetta” che non dà spazio ad organizzarvi alcuna “volontà politica”. Direi di più: il “mondo imperiale” non ha alcuna “volontà politica”, ed essendo divenuto così “onnipervadente”, non lascia più sorgere alcuna “volontà politica” al suo interno, cosa che, vent’anni fa, era possibile ancora, ed oggi non lo è più. A questo punto, risulta evidente che una “rivitalizzazione” della democrazia è impossibile, in concreto, salvo, chiaramente, parlare d’ipotesi scolastiche, oppure si può sì realizzare tutto ciò, ma come simulazione della politica. Questo è possibile, questo è il nostro presente.
In tal caso, possiamo rivitalizzare, ricostruire, cambiare, del tutto a nostro piacimento: è una frase su qualche social, un quadro “virtuale” dove noi siamo gli arbitri assoluti, non vi è alcun referente all’esterno.
Ma tutto ciò non costituisce alcuna “volontà” politica. Né corpo sociale. Men che meno corpo elettorale.  

5. Una conclusione. “La fine dell’era dei lumi e della sua ambizione di rivelare con la politica l’ordine della ragione non sarà […] necessariamente una rinuncia alla ragione e un ritorno a oscure passioni [è stato questo: senza “rinunciare” alla ragione, si è andati nelle “oscure passioni”: le due cose si sono mescolate, com’era prevedibile nella “fase infrarazionale del ciclo” (Aurobindo), e cioè la fase razionalistica ha portato a questa fase qui; nota mia]. Ma, per evitare questo rischio, oggi bisogna ritrovare la saggezza – nel senso stoico della parola – cioè preservare l’indipendenza dello spirito non più soltanto dalla polizia dei dittatori, ma dall’ impoverimento delle coscienze. Non sarà affare da poco [e non lo è stato, nota mia]; quest’età infatti è in genere tollerante e troverà pittoreschi, più che pericolosi, color che avranno scelto –come quegli eremiti giapponesi […] – di non essere ‘conformi’. Come sarà difficile poggiare i propri piedi su un suolo fermo [e così è stato, nota mia], in poche parole prender sul serio la libertà dello spirito[14]. Ed oggi non può esserlo, ed oggi non può più esserlo fatto politico, ma solo e  soltanto “meta politico”. La crisi della politica non ha soluzione politica.

Ed ora, ora la “Pace”: ora il “falso” deve diventare ancor più radicale. Questa sarà la nuova fase, a breve.


Andrea A. Ianniello







PS.
Anche questo blog va in “vacanzetta”, per cui ad inizio agosto vi sarà un solo post, di quelli lunghi, ahimè. Ovviamente, per i commenti non c’è problema, si sarà sempre disponibili.
Ed altrettanto, se non più, ovviamente, se la “Crisi del mondo moderno” (Guénon) accelerasse il suo ritmo, staremo “sul pezzo” sempre.
Allievo del professor Dupin, interessato come sono ai fenomeni di decadenza, degenerescenza, e caduta d’imperi e/o civiltà, **mai** ci si farà mancare l’occasione di “sul pezzo” stare …
I fenomeni “critici” o di degenerazione e/o caduta son sempre stati al centro del “mio” interesse …
Il post di agosto sarà su temi dell’ “immaginario” e del “simbolico”, ovviamente le due cose non sono lo stesso. Ma qui le “attenzioni amo” ambedue, pur perfettamente consapevoli delle loro – radicali ed irreversibili – “differenze”.

Ora però, che caspita c’entra Federico II di Svevia con tutti questi temi, ci si potrebbe chiedere, come m’è stato chiesto da un gentile commentatore. La sovranità, ecco cosa c’entra, Federico II è **centrale** in tal senso, come comprese Kantorowicz (cf. E. Kantorowicz, I due corpi del Re. L’idea di regalità nella teologia politica medievale, Einaudi editore, Torino 2012).
Il tema della sovranità, infatti, è centrale in questo blog, cf.






[1] Sul significato del termine “spola”, cf.
http://www.treccani.it/vocabolario/spola/,
dove si legge: “fare la s., andare avanti e indietro da un luogo a un altro con una certa continuità e regolarità”, corsivi in originale. In questo blog, dunque, “si fa la ‘spola’” fra passato e presente.
[2] Cf.
https://associazionefederigoiisvevia.files.wordpress.com/2014/03/il-e2809clibretto-neroe2809d-il-caffc3a8-30-dicembre-2003-anno-vi-n-48-274.jpg
[3] Postfazione di F. Marcovaldi in J.-M. Guéhenno, La fine della democrazia, Garzanti Editore, Milano 1994 (edizione originale francese 1993), p. 129, corsivi in originale.
[4] Cf., a tal proposito, l’ esagramma n°23 dell’ I-Ching [o Yijing, in un’altra traslitterazione], per un’interessante “eco” simbolica.  
[5] Postfazione di F. Marcovaldi in J.-M. Guéhenno, La fine della democrazia, cit., pp. 129-131. Attenzione: questa fine si ha per “realizzazione”, una “crisi di successo” insomma, successo che, però, smaschera la nullità del principio fondante, ovvero di assenza di principi, è la stessa cosa vista da un’altra differente angolazione, a riprova della giustezza di certe scelte, da me accennate in un altro post, a proposito di un vecchio libretto del 1996, ventun anni fa. Inoltre, cf.
https://associazionefederigoiisvevia.wordpress.com/2017/07/09/sulla-prima-guerra-mondiale-rivisto/, p. 14, la frase di Fest la cui fonte si trova detta nella nota n°19, ivi. Il “problema” della “democrazia” fa parte integrante dello scritto di cui s’è appena citato il link.
[7] Postfazione di F. Marcovaldi in J.-M. Guéhenno, La fine della democrazia, cit., pp. 133-134.  
[8] Cf.
http://associazione-federicoii.blogspot.it/2017/04/colloquio-sul-blog-tra-il-gestore-a.html.  
[9] Postfazione di F. Marcovaldi in J.-M. Guéhenno, La fine della democrazia, cit., p. 135, corsivi miei.  
[10] Ivi, pp. 139-140, corsivi miei.
[11] Ivi, p. 140. La posizione di Cacciari, comunque, non è cambiata nella sostanza da quel tempo, chiaramente mutatis mutandis, e la mutazione, non della posizione, che rimane quella del confronto, anche duro ma leale, tra “congetture di verità”, ma nel senso di un accentuarsi dell’aspetto di “perdita” dell’Occidente, perdita persino della carica utopica, vaga speranza ultima e rifugio dei disperati, cf.
http://associazione-federicoii.blogspot.it/2016/10/cacciari-san-leucio-per-presentare.html.  
[12] Ivi, p. 118, corsivi miei. Questa non è più la Postfazione, ma lo scritto di Guéhenno stesso.
[13] Ivi, pp. 119-120, corsivi miei. Tutti questi che hanno “starnazzato” di “rivolte” e “rivoluzioni”, che ridere: dove vole/va/te andare. E, infatti, nulla di radicale poi è davvero successo, solo la “presa del potere” di certi “gruppi” all’ “interno” del System. E perché avete fallito, se mai passasse questa strana consapevolezza nell’epoca del narcisismo auto rispecchiante, dove ognuno ha sempre ragione; se mai succedesse, e non lo credo, la risposta sarebbe solo questa: perché avete voluto la soluzione all’interno di quel sistema che causa il problema, e questo è impossibile, semplicemente impossibile. Certo, son possibili “aggiustamenti” all’interno di quel quadro, come quel che diceva Jorge ne Il nome della rosa, di U. Eco, e cioè che è possibile solo una sana e saggia ripetizione del noto. Si può solo permutare il ben noto, si può migliorare qua e là qualcosa. Stop.
Nessuna riforma radicale può esser possibile senza cambiare il quadro di riferimento stesso; il cielo del mondo moderno si è richiuso. Definitivamente, per sempre, cioè. Irreversibilmente, che vuol dire che non si può tornare alla situazione precedente, quando qualcosina di radicale si sarebbe pur potuta fare, ma, “in quel tempo” – illo tempore -, il compiacimento vi era universale.
[14] Ivi, p. 125, corsivi miei.