sabato 22 settembre 2018

Segnalazione 8














Sul mito.
Nello specifico, sul mito romano
Una segnalazione. 

In primo luogo, il testo, del quale si va dunque a riportare qualche passo, ha una parte, interessante, legata ai miti del mondo moderno[1], importante, in quanto non può esistere un’età senza miti. Ne avrà di cattivi, di auto lesivi, questo sì, ma non potrà stare senza miti.
Ma veniamo alle Conclusioni di quest’agile volume. Si parte dalla similarità – dovuta al sostrato indoeuropeo- fra Grecia e Roma sul concetto di deus e di theòs. Ma ecco la differenza, la particolarità tutta romana: il concetto di numen, del quale l’autore citato dà una spiegazione davvero esatta e convincente.
“Con la nozione di deus, concetto ereditato dagli indo-europei, essi [i Romani antichi] esprimono la loro fede nell’esistenza di esseri divini, ognuno con la propria personalità, che, nel corso dei secoli, si trasformano, si evolvono fino a confondersi, in un certo senso, con le divinità del pantheon greco o, talvolta, con altri pantheon. Mentre si avvicina l’era cristiana, essi si danno una definizione coerente con le aspirazioni di tutte le grandi religioni che seguiranno. Con il concetto di numen, […] nozione nata nel loro mondo, essi aggiungono una nozione complementare al concetto di divinità. Emanazione di un dio, il numen è un segno esteriore della sua volontà, della sua natura, del suo potere, della sua autorità nell’insieme del pantheon romano e finisce per confondersi con deus.
Il concetto di numina s’impone con meno evidenza. Nello spirito degli osservatori della religione romana, spesso sembrano esistere dubbi sulla coerenza di quest’universo alimentato da imprecisioni, e, in alcuni casi, da una certa ingenuità. Si deve tuttavia riconoscere che le opinioni dei teologi e la pratica di una religione non sono sempre compatibili. Nella vita spirituale del semplice popolo romano, i numina son poi così lontani da Nostra Signora della Pace, Madonna del Buon Consiglio, Nostra Signora del Perpetuo Soccorso, Nostra Signora delle Vittorie, la Madonna Guardia, la Madonna della Strada, ecc.? In queste designazioni si cela sempre la stessa persona, ma con differenti mansioni che, spesso, l’anima del devoto singolarizza pericolosamente. La Madonna del villaggio non è esattamente la Madonna del villaggio vicino. La competizione non si limita solo agli aspetti accessori dei festeggiamenti in onore della Madre di Dio. La nascita dei numina si può anche comparare alla specializzazione dei santi presso i cattolici diventata, essa sì, una forma di religione. […] Il devoto dei santi s’interessa, come i Romani dei tempi antichi in presenza dei loro numina, alla loro forza in rado di produrre l’atto che si desidera vanga soddisfatto. Ed è cero che, nella maggioranza dei casi, non ringrazia Dio, che è il vero autore della grazia ricevuta, ma piuttosto il santo invocato. Preoccupati principalmente dell’efficacia, i Romani favoriscono l’azione delle forze oscure e sconosciute di cui colgono la manifestazione, piuttosto che l’aspetto teologico [questo punto è molto importante]. Questo è un tratto di carattere nazionale: un’attitudine a rappresentarsi un atto in forma concreta. E’ nello stesso spirito che bisogna accettare l’apparente freddezza o l’imprecisione delle formula che velano un forte senso del sacro o, se si vuole, del proibito [il senso antico di “sacer” è, appunto, anche, se non soprattutto, quello di proibito]. Circondati da una rete di presenze , o potenze sacre, i Romani sviluppano tutti i mezzi necessari per contrastare i pericoli divini e moltiplicano i loro sforzi teologici per liberare l’uomo dal giogo della divinità [in tal senso, e solo in tale, si può parlare di “tecnica divina”]. Basta avere la pax deorum. ‘Ho la convinzione, dice Cicerone, che Romolo, nello stabilire gli auspici, e Numa, i sacrifici, abbiano gettato le fondamenta della nostra città, che per diventare così grande com’è, aveva bisogno di sentirsi in pace con gli dèi immortali’.
Troppo spesso visto come limitato nel suo amore per l’organizzazione politica e giuridica, come votato anche ai piaceri più equivoci, il popolo romano offre tuttavia, nella sua teologia così come nella sua mitologia, che la pseudo-storia nasconde, un esempio molto significativo di glorificazione dell’uomo”[2].
Domandina innocente: che n’è – o n’è stato – delle dette “presenze”[3]? In ogni caso, rimane vero che tal lato dell’antica Roma si usa porlo in sordina, per i Romani antichi, al contrario, esso era fondamentale: si ricordino le polemiche con i cristiani su questo punto specifico. Non eran tanto delle polemiche “religiose”, si direbbe oggi, quanto, piuttosto, polemiche di “teologia politica”, la quale, per i Romani, era consustanzialmente legata all’esercizio della sovranità e, dunque, del potere politico.















Andrea A. Ianniello











[1] D. Fasciano, Dio presso i Romani, Editrice Victrix, Forlì 2014, pp. 37-51. Eccoli, secondo Fasciano: i miti politici – in due parti: 1) il comunismo marxista e 2) il nazional-socialismo (ambedue in crisi, ecco che il mondo postmoderno non ha più alcuna mitologia politica, ma il primo in pratica quasi scomparso o, se rimasto, profondamente alterato); di seguito, i miti sociali: 1) il Capodanno, 2) la “natura”, 3) il Cristianesimo, 4) l’educazione, 5) la cultura personale, 6) il tempo, nel senso del tempo “alterato” dei romanzi popolari, del teatro e del cinema e loro estensioni, nel senso di “distrarre” il tempo. Qui si vede la grossa differenza con i mondi antichi: “Ogni forma di distrazione è una difesa contro il tempo. Lo spettacolo e la lettura svolgono particolarmente bene questa funzione, che si estende volentieri a tutte le altre forme di svago. Nell’Antichità, ogni gesto significativo riproduce un modello mitico e, conseguentemente, si svolge in un tempo sacro. Il lavoro, l’amore, la guerra, il cosmo, la vita stessa sono sacralizzati. La vera caduta nel Tempo inizia con la desacralizzazione dell’ azione. ‘Solamente nelle società moderne, ricorda Eliade, l’uomo si sente prigioniero di un mestiere, perché non può più sfuggire al Tempo. E perché non può “uccidere” il suo Tempo durante le ore di lavoro – vale a dire mentre vive la sua vera identità sociale – si sforza di “uscire dal Tempo” nelle sue ore libere’. Questo è il motivo del gran numero di svaghi inventati dal mondo moderno, per regolamentarli ha dovuto perfino dar vita a ministeri governativi. Attraverso la distrazione si cerca di ridurre le conseguenze della meccanizzazione dell’esistenza, attribuibile alla desacralizzazione del lavoro. Questa è l’unica possibile via di fuga per l’uomo moderno che, contrariamente a quello di una società tradizionale, non po’ più uscire dal Tempo attraverso l’opera sacralizzata. Alla luce di queste considerazioni, possiamo concludere senza esitazione che il mondo moderno non ha abolito il comportamento mitico. Se in passato il mito sacralizzava gli ambiti essenziali della vita, ora esso prende volti diversi, ma non rinuncia mai al suo ruolo. Subisce evidentemente il mutamento dell’uomo secondo la sua condotta di vita, ma la sua azione continua ad imporsi per spiegare l’universo e guidare la condotta umana”, ivi, p. 51, corsivi miei.
[2] Ivi, pp. 126-129, corsivi in originale, me note fra parentesi quadre.
[3] Lo si spiega nel libro – in altri passi, chiaro, anche dove si parla dell’antropologo De Martino (quello di Sud e magia), cf. la nota n°1 al post
http://associazione-federicoii.blogspot.com/2018/03/qualche-considerazione-sulla.html. Anche se, in tale nota, si parla delle “acque corrosive”, un tema non legato direttamente a quello detto, ma indirettamente sì, per via del tema della malattia come ingorgo ed accumulo non ben “scaricato”, cosa molto ma molto super frequente nei nostri tempacci di “acque corrosive” molto diffuse nel contesto sociale e, dire, anche naturale, fisico, corporeo.   








venerdì 21 settembre 2018

Meyrink, 4















Nella nostra fase di “spigolature”, in questo momento “attendista” (come, d’altro canto, ce ne son stati tanti, anzi tantissimi), torniamo quindi alla relazione fra Meyrink e cabalismo (alla cui forma “deviata”, secondo Guénon, lo stesso Meyrink era legato[1]).
“Valga la presente testimonianza di Gershom Scholem, riportata dallo storico delle religioni Mircea Eliade il 20 agosto 1950: ‘Ho conosciuto il professor Scholem dell’università di Gerusalemme, illustre specialista della Cabala […]. Gli ho chiesto notizie di Gustav Meyrink. L’ha conosciuto da giovane e l’ha anche portato dal grande scrittore ermetista R. Eisler […]. Una volta Meyrink gli chiese se sapeva dove abitasse Dio. Scholem non lo sapeva, e Meyrink esclamò: “Alla base della colonna vertebrale”. Aveva letto Il potere del serpente di Avalon ed era convinto di ciò: Dio era Kundalini, e Kundalini si trovava, arrotolato, alla base della colonna vertebrale’ (Mircea Eliade, Giornale, Bollati Boringhieri, Torino 1976, p. 94)”[2].
Ed ecco ciò che lo stesso Eliade penserà di Meyrink, in un appunto dell’ottobre del 1974: “Raffreddato, sono costretto a restarmene a casa. Cerco di leggere la prosa fantastico-occultista di Yeats, ma senza successo, tanto è insopportabile la banalità del suo ‘messaggio esoterico’ (com’è, del resto, anche in Gustav Meyrink, ma che però leggo o rileggo con piacere per il suo talento di ‘narratore’, e non certo per il presunto contenuto ‘esoterico’ dei suoi libri)”[3]. E qui, caro Eliade, lei si è sbagliato, il suo – tipico – punto di vista iper critico ed accademico le ha velato lo sguardo. Vero si è che il contenuto cosiddetto “esoterico” – termine scorretto, occulto è il termine più giusto – in Meyrink non porti chissà dove, si tratta di quelle “fonti” cui alludeva Guénon, e tuttavia vi è qualcosa oltre la mera “narrazione” e non è mera “paccottiglia” para esoterica, criticando la quale Eliade non errava, vi poneva pure Meyrink, e qui ho da eccepire. A mio avviso, a tal proposito (di Meyrink, intendo), vedeva giusto Guénon.
Senza contare quando Meyrink citava solo delle fonti accreditate, come per esempio Paracelso, al riguardo della spiegazione dei phenomena spiritistici[4].






Andrea A. Ianniello









[2] G. Meyrink, Alle frontiere dell’occulto. Scritti esoterici (1907-1952), a cura di G. de Turris e A. Scarabelli, Edizioni Arktos, Carmagnola (TO) 2018, pp. 143-144, nota dei curatori, corsivi in originale.  
[3] M. Eliade, Diario 1970-1985, a cura di C. Fatecchi e R. Scagno, Jaca Book, Milano 2018, p. 162.  
[4] Cf. G. Meyrink, Alle frontiere dell’occulto. Scritti esoterici (1907-1952), cit., pp. 95-104.  













domenica 16 settembre 2018

Del “Vajra”, SPARSE CONSIDERAZIONI

















Rin […]
Cercando di scomporre l’ideogramma stesso (operazione in questo caso particolarmente complicata) vi troviamo comprese le idee di Vaso, Bocca, Pietra …
Il Vaso appare connesso all’Energia Psichica […]; la Bocca è l’organo attraverso il quale si manifesta il respiro, materializzazione di questa energia; la Pietra, in questo caso, può essere intesa come ‘cippo di confine’, di un limite, cioè, superato il quale si aprono nuove possibilità per lo Spirito e il Corpo. Questa sembrava essere, infatti, la ‘funzione specifica’ del Segno Rin: permettere il ricorso […] alle Energie Segrete. Nell’antichissima mistica indiana, questa posizione rappresentava il Vaso del tesoro Mistico, ovvero la sede della Conoscenza e della Consapevolezza. Essa era dedicata alla divinità guerriera Vaisravana [Vaishravana], il Guardiano delle Quattro Direzioni nel paradiso buddhista. Vaisravana era altresì uno dei mitici Quattro Re Deva che vennero chiamati in Giappone Shi Tenno (Quattro Imperatori [Sovrani celesti]). A sua volta il Vaso Mistico assunse il nome di Hobyo restando uno degli attributi della divinità che dai mistici giapponesi era conosciuto sotto l’appellativo di Tamon-Ten-no-Jin. Un altro dei simboli di potenza di questo dio (e che, per questo, venne associato alla Posizione Rin) era Dokko (anche talora chiamato Kongo): una rappresentazione del Vajra, il Diamante-Fulmine che era lo scettro-arma dei monaci buddhisti, particolarmente diffuso in Tibet, e il cui scopo era quello d’imporre il timore della Saggia Conoscenza). Il Vajra si scagliava simbolicamente contro la ‘Rozza Tinozza’ per frantumarla e farne emergere il Vaso della Conoscenza Iniziatica: in altre parole, secondo la miglior tradizione di quella che diverrà la Pratica Zen, spezzava le apparenze, le illusioni del mondo fenomenico, per risvegliare il Buddha che giace in ogni uomo. Il Vajra, oltre che un simbolo, divenne nelle mani dei monaci una vera e propria Arma Tradizionale per la quale furono affinate tecniche d’uso anche molto complesse e sofisticate […]. L’importanza simbolica del Vajra e la sua venerazione furono tali in Oriente che l’antica capitale del Giappone, Heian-Kyo (che assumerà poi il nome di Kyoto) fu fondata ed edificata secondo uno schema di costruzione che ricalcava un ‘Mandala’ (una rappresentazione ‘grafico-mistica’ dell’Universo) che si richiamava proprio al Kongo-Kai (Vajiradatu in sanscrito [correttamente,Vajradhatu]) ovvero al ‘Mondo del Diamante-Fulmine’. D’altra parte Heian-Kyo era una città altamente ‘spiritualizzata’, attraversata da est ad ovest, e non certo casualmente, da Nove Viali mentre nel muro che circondava il Palazzo Imperiale si aprivano Quattordici Porte: ancora le Nove del Numero Mistico più le Cinque dedicate agli Elementi … Tornando alla Posizione Rin essa era anche considerata in connessione con l’Elemento Terra e rappresentabile dal Colore Giallo. Data poi la sua caratteristica di Segno dispensatore di Energia, l’Animale al quale era collegata era il Serpente, essere che da sempre (e non solo in Oriente) viene considerato portatore magico per eccellenza … […]
Si è fatto […] riferimento ad un collegamento tra la Posizione Rin e il Serpente: collegamento che ritroviamo in quanto, tra i Nove Centri d’Energia che, secondo l’anatomia orientale, si situano nel corpo umano, Rin è connesso proprio a quello localizzato alla base della colonna vertebrale, all’incirca all’altezza del plesso sacrale. E’ questo, appunto, il Centro Occhio del Potere del Serpente, da cui proviene l’Energia destinata a scorrere per il corpo attraverso uno dei Canali (o Meridiani) principali individuati dall’antica Agopuntura, uno dei Due Canali Dominanti: Tu-Mo, il Canale che Governa. Tu-Mo attraversa il corpo in posizione mediana,
sul retro: partendo dal coccige risale lungo il centro della schiena, sulla spina dorsale, attraverso il centro della parte posteriore del cranio per ridiscendere sul viso terminando in un Punto situato sulla gengiva superiore. Lungo il suo percorso si situano 28 (secondo altri 27) Punti utilizzabili per l’Agopuntura o la Digitopressione.
Dal punto di vista medico-curativo Tu-Mo controlla le funzioni della vescica e di altri organi situati nell’addome o nelle parti inferiori del petto: la Posizione ad esso collegata, quindi, aveva anche il compito di stimolare il buon funzionamento del Canale, impedendo disturbi in questi organi [con Urano in Toro, ecco che queste “Energie” – l’autore citato con molta evidenza mette la maiuscola perché intende il ki, ovvero il qi [ch’i] – vengono molto stimolate, sia a livello terrestre, i vari terremoti ricorrenti, che a quello individuale, varie affezioni all’addome o al basso petto, ed organi correlati]. […] Era, in sostanza, un modo per incrementare e far fluire l’Energia del Centro Occulto del Serpente e, sempre per suo collegamento con questo particolare Animale, era ritenuta idonea anche alla prevenzione di possibili fratture o altre lesioni ossee così come, in genere, la figura del Serpente nelle Antiche Arti Marziali era connessa all’irrobustimento elastico di ossa e di tendini.
La vocalizzazione che accompagnava la Posizione Rin riproduceva i suoni: On Bai Shira Man Ta Ya So Wa Ka. Essi avevano, naturalmente, valore in quanto ‘Suoni’, in quanto vibrazioni emesse e modo di modulare la respirazione in base alle ‘valenze simboliche’ che sono state precedentemente esposte. Tuttavia anche il loro significato letterario faceva riferimento ai Poteri concessi dalla Posizione: una delle possibili interpretazioni del significato arcano della vocalizzazione suona all’incirca: ‘Non mi lascerò sfuggire l’occasione, pur fingendo ignoranza, di usare il Suono e la Lezione d’Armonia per liberarmi dei vincoli di questo mondo’.
I ‘vincoli’ cui si fa riferimento sono quelli delle limitazioni sensoriali: Rin è il ‘superamento della Pietra di Confine’, lo ‘Straordinario che diviene Ordinario’. E’ il ‘Vaso Mistico’ che riversa la propria Energia nel Corpo …”[1].

Sia detto en passant, ma oggi quant’è divenuto difficile “spezzare le apparenze” … le illusioni … !!
Il che si sostanzia col dire che il “serpente ‘cattivo’” – kakòs – la vince su quello “positivo” – agathòs – ovvero l’ “astrale” cattivo la vince su quello “buono”, vale a dire: uno squilibrio – davvero enorme – nelle energie sottili (il qi o ki) è in atto su questo pianeta, oggi.
In altri termini, la potenza dell’illusione ha sommo dominio su questo pianeta, oggi. Ed essa è multiforme, ed essa seduce.
Le sue apparenze sono difficili da smascherarsi, poiché tale potenza si maschera, master in disguise, si dice in inglese: ecco perché, oggi, è così difficile la situazione.
Il cumulo di tanti depistaggi rende il “venire al punto”, in pratica, un’opera titanica, come il lavoro di quei magistrati che si son occupati della cosiddetta “stagione delle stragi”, e i tanti, troppi depistaggi rendono praticamente o impossibile oppure solo frammentario il lavoro di ricostruzione. La nostra situazione oggi è molto simile.











Andrea A. Ianniello















[1]  B. Abietti, Kuji-Kiri. Magia segreta dei Ninja, Edizioni Mediterranee, Roma 1989, pp. 85-88, grassetto in originale, miei commenti fra parentesi quadre.
Sull’occhio – malvagio – del serpente, cf.
https://www.youtube.com/watch?v=HHLmkJdVh2A; anche cf.
https://www.youtube.com/watch?v=J-v5HwiJTTg.
E l’ “Occhio malvagio del serpente” vien “tagliato” dalla “spada d’Atlantide”, cf.
https://www.youtube.com/watch?v=t3k9L0pEtFg.
Sugli schemi “mandalici” e la loro influenza sull’architettura, anche in Occidente, cf. G. Muratore, La città rinascimentale. Tipi e modelli attraverso i trattati, Presentazione di P. Portoghesi, Gabriele Mazzotta editore, Milano 1975, pp. 117-173.