mercoledì 24 ottobre 2018

I Mani, “Manes”







 

 

 

 

 



 

 

 

Tornando un po’ a tematiche “occulte”, in questo tempo sì “scorpionico”, sì “scorpionico” tal tempo … deh …


“Qui potrei anche scrivere la parola fine avendo già detto abbastanza, ma è forse opportuno accennare anche ai riti familiari che si rivolgono al mane della stirpe, sia esso il totem, il mane o il lare o semplicemente l’antenato che dette gloria e notorietà alla famiglia, concludendo, poi, con un breve cenno al sacrilegio sul quale si potrebbe scrivere un grosso volume dato che, oggi, nella vita delle comunità cosiddette civili del mondo occidentale [ed oggi non più solo occidentale, nota mia], quasi ogni gesto e ogni parola costituiscono un continuo sacrilegio. Dice Macrobio che i mani, i lari, i penati si riconoscono come gli dèi che ci fanno vivere, essi nutrono il nostro corpo e regolano le nostre anime. In altre parole, i mani s’identificano non direttamente e integralmente con i defunti ma con quella parte spirituale, sia pur grossolana, che sopravvive e che mantiene il legame, tra il capostipite della famiglia e i suoi discendenti, con quel qualcosa che esiste sotto forma di pneuma nel sangue di ogni discendente di un determinato ceppo familiare.

Il Guénon [in Errore dello spiritismo] accomuna i ‘mani’ allo ‘OB’ [maiuscolo in originale] degli ebrei, e cioè a quel soffio delle ossa detto ‘habal de garmin’, dolce sonno per il giusto, specie di stato comatoso al quale accennano molti passaggi dei Salmi d’Isaia e di Davide, di cui si parla nelle kabbalah e dalla cui esistenza dipende la proibizione mosaica d evocare i morti.

Nella tradizione delle famiglie patrizie e delle caste superiori, che rifacevano le loro origini a semidei, a eroi o a sovrani che non erano morti in quanto ‘hestos’ [“Colui che rimane in piedi” = immortale] la consecutività della discendenza era confermata dal rito sacrificale che, alla morte del padre o del ‘patres’ [sic], il primogenito, o il consanguineo più prossimo mancando i figli, eseguiva per rinnovare il patto col nume e dal cui risultato appariva chiaro se il sangue era puro o impuro, cioè se in esso continuava a pulsare il pneuma dell’antenato, richiamando così, con la riuscita del rito, la gloria del mane. Bisogna però sottolineare che il rito sacrificale doveva esser compiuto secondo le norme, i gesti, le parole e con l’uso degli accessori rituali (fuoco, acqua, profumi ecc.) tradizionali. Qualsiasi variante inutilizzava il rito [ecco spiegato il perché dell’attenzione meticolosa e del sopravvivere, per lunghi secoli, seppur non più compreso, dell’insieme delle norme rituali nell’antica religione romana, che ne aveva mediato molto – di detto “insieme” – dalla religione degli Etruschi] interrompendo il legame fra il nume e l’esecutore del rito stesso. A quest’eventuale incapacità di chi compiva il rito a rinnovare col nume familiare l’unione che garantiva la di lui gloria, si può addebitare il lento ma continuo decadere di grandi famiglie o il loro estinguersi [per esempio, il caso dei Sansevero, fra degli altri]. Se, invece, il rito eseguito da un usurpatore, allora scattava l’azione sacrilega; il contatto fin allora mantenuto tra la famiglia e il nume veniva a mancare provocando lo scatenamento di forze quasi sempre oscure e temibili e di cui era impossibile prevedere l’azione e dov’essa era diretta, forze che, quasi sempre la distruzione della famigli usurpatrice […] in quanto priva del pneuma proveniente dal nume e quindi senz’alcun diritto alla sua gloria”[1].

Secondo la tradizione cinese, nelle ossa si mantiene la parte più yin del “compost” umano, negli stati post mortem. Altrove Guénon denotava quest’ “OB” anche col nome “influenze erranti” e, in un altro – vecchio – post[2], affermo che scopo del “Trono del Drago” era di mantener sotto controllo – simbolicamente o, almeno, virtualmente – dette “influenze erranti”, per l’appunto. Ecco che la fine di questo controllo ne ha lasciato libere molte. Sono le “vene del Drago” che attraversano la Terra. Esse possono generare anche quei posti “pericolosi” o, almeno, “strani”, per così dire … Ed anche dei, più o meno sospetti, phenomena … In ogni caso, soprattutto con le linee continue, ma pure col reticolo elettromagnetico – non ne parliamo con le antenne – quest’originario reticolo delle “vene del Drago” è stato “sovvertito”, che non significa sia sparito” eh. Piuttosto che è fuori controllo, e qualcosa pur genera, sebbene l’uomo moderno prima e quello contemporaneo, poi, pur essendo diversi – modernità vera e propria è dalla seconda metà del XVI secolo all’epoca della Prima Guerra Mondiale – per certi aspetti, son ambedue insensibili a queste forze, per quanto l’uomo davvero “moderno” era “semplicemente” insensibile ad esse, l’uomo “postmoderno” è tornato ad esser sensibile ad esse, ma le subisce solo. Si sente senza difese, verso un “qualcosa” di oscuro e senza forma, guarda caso … e tutto ciò provoca molti problemi, anche alla salute … ma qui ci fermiamo, si sarebbe malintesi difatti.

Le “influenze erranti” non sono – di per sé – sempre malevole, ma possono diventarlo. Per questo esse vanno mantenute sotto controllo, “rituale”, appunto.

Altrove poi, lo stesso Guénon – a riguardo di queste “influenze” e del loro (pessimo, peraltro) manifestarsi nel cosiddetto “spiritismo” – affermava che provenivano dal “luogo dell’Anticristo”, ed è, probabilmente, questo un cenno molto interessante.

 

 

 

 




Andrea A. Ianniello






[1] G. Ventura, Il mistero del rito sacrificale, edizioni La Luna Nera (Gruppo Editoriale Brancato), San Giovanni La Punta (CT) 2011, pp. 26-28, corsivi in originale, mie osservazioni fra parentesi quadre.
[2] Cf.
Sul “soffio delle ossa” in Cina, cf. K. Schipper, Demonologia cinese, in AA.VV., Geni, angeli e demoni, Edizioni Mediterranee, Roma 1994, pp. 340-344. In particolare: “Quando l’uomo muore, le houen [hun, anime o anima superiore, non l’anima vitale, per venire alle cosiddette “tre anime” o tre divisioni dell’anima di cui parlò Aristotele] (o la houen, secondo la convinzione popolare che non rien conto della molteplicità delle anime superiori e inferiori) abbandonano il corpo per raggiungere il regno dei morti, mentre le p’o [po] (o la p’o) s’impossessano del corpo non più controllato dalle anime superiori. Il cadavere non ancora sepolto secondo le usanze può uscire, di notte […] per aggredire gli esseri viventi. Ma anche dopo la sepoltura il cadavere può conservare un potere malefico ed esercitare intorno a sé un durevole influsso nefasto. A volte le p’o che risiedono nei resti ossei [corsivi miei] provocano malattie e calamità. I cadaveri non seppelliti possono portare la siccità o trasformarsi in soldati-dèmoni. Essi costringono le persone a ricorrere agli esorcismi e a placarli con offerte. In tal caso, il culto può orientarsi in senso positivo; si può ‘coltivare’ il dèmone inducendolo, con regali, a non provocare disgrazie, ma, anzi, a rendersi utile nelle questioni in cui il suo contributo può essere determinante. Un simile dèmone, al quale si tributo un culto peraltro molto diffuso, è chiamato Yeou-yong-kong (Signore che Ascolta)”, ivi, pp. 342-343, corsivi in originale, corsivi miei detti fra parentesi quadre, mie osservazioni fra parentesi quadre.
Si fa, poi, una grossa distinzione fra le anime dei suicidi e quelle morte uccise per qualche ingiustizia, infatti: “Le anime dei suicidi, degli annegati e di chi è morto per infortunio possono sfuggire alla loro infelice esistenza futura solo trovandosi delle sostitute”, ivi, p. 343. Nel folklore cinese si reputa che, di solito, un suicidio ne richiami un altro, come anche il fatto che gli incidenti tendano a verificarsi sempre in certi posti, ricorrenti (personalmente, aggiungerei che tendono ad accadere in determinate, mutevoli, “finestre temporali”, per così dire: in altri termine: non ogni cosa può accadere in or momento allo stesso modo né con la stessa frequenza). Invece: “I morti per ingiustizie, coloro che sono stati assassinati, ecc … possono, al contrario, ottenere dal Cielo l’opportunità di vendicarsi per metter fine alla loro condizione di dèmoni [che è la sorte di chi non ha completato il su ciclo naturale]. Essi diventano, così, agenti della giustizia e della retribuzione divina. Per ricordare un solo esempio, i 360 dèmoni delle epidemie furono, in origine, soltanto illustri letterati, uccisi ingiustamente dalla magia del Maestro Celeste, capo dei Taoisti. Per vendicare questo torto e rendere difficile la vita ai sacerdoti, furono investiti del ruolo di dèi-dèmoni delle pestilenze. La Provvidenza dispone di tutta un’amministrazione divina per applicare le leggi della retribuzione. Il dio del T’aichan [il Taishan, la più sacra montagna della Cina] è il Gran Vicario della Provvidenza sulla terra. Da lui dipendono i tribunali dei morti e gl’Inferi, dove le anime sono giudicate e scontano i loro peccati prima di reincarnarsi. Il dio del T’ai-chan è aiutato dagli dèi-amministratori regionali: gli dèi della Città (Tch’eng-houang [Chenghuang]) per ogni città, gli dèi del suolo (T’ou-ti [Tudi]) per le circoscrizioni minori; insomma, vien ricalcato lo schema dell’amministrazione civile dell’Impero. L’amministrazione ha al proprio servizio delle anime-dèmoni adibite agli adibite agli uffici più ingrati: sbirri, delatori, carnefici, i cui terrificanti ritratti popolano i templi del dio del T’ai-chan e degli dèi della Città, intimando ai fedeli di fare il bene. A questi dèmoni si dà il titolo di ‘generale’ (tsiang-kiun [jiang-jun]), immaginandoli a capo di legioni di soldati-dèmoni che hanno il compito di combattere le innumerevoli pestilenze che flagellano la terra”, ivi, p. 344, mie osservazioni fra parentesi quadre. Schipper usa la traslitterazione “à la française”, fra parentesi quadre quella “pinyin”, oggi accettata.  


 
















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