mercoledì 7 febbraio 2018

“Il racconto della giustizia”, dalla biografia – di Federico II – di Eberhard Horst







“ ‘Ho parlato troppo? La loro cecità provoca la replica’.
‘Che t’importa? Lascia nell’errore chi ama l’errore;
non sai che sta scritto: “Quelli che saranno sulla terra …
tutti gli scribi capaci di mettere a nudo le difficoltà delle scritture,
ed esperti nei geroglifici; coloro che si lanciano alla ricerca della
conoscenza, coloro che gioiscono in beatitudine dei risultati raggiunti”.
Per costoro furono scritti i testi dei Saggi, e per quelli che
con animo nobile sanno rinnegare l’errore comune
per scoprire la verità. Ma per gli altri la verità è stata celata
sotto forme banali. Ecco perché devi misurare le tue parole”[1].




“Federico amava disputare con i copisti e coi dignitari di corte, e molte di queste conversazioni vertevano sul tema della legge e della giustizia. Diritto e giustizia rappresentavano per lui i pilastri sui quali poggiava il suo dominio; ed egli stesso si compiaceva di definirsi non già padrone e servitore dello Stato, bensì padrone e servitore della Giustizia. Queste duplice figura del padre-padrone, artefice della legge, e del figlio-servitore, che onora la Giustizia e la persegue, scaturiva dal diritto di famiglia, così il concetto secondo cui i fini della Giustizia fossero superiori a quelli dello Stato, rientrava nella terminologia medioevale. ‘La Giustizia non serviva affatto a mantenere lo Stato, ma era lo Stato ad esistere in funzione della Giustizia’.
Significativo, in tal senso, l’aneddoto su una contesa intellettuale svoltasi alla mensa di Federico e basata, pare, su un fatto realmente accaduto. A due dotti Federico pone le seguenti domande: ‘Posso io, secondo la vostra legge, togliere senza ragione qualcosa ad uno dei miei sudditi per darla ad un altro? Posso io far quel che m’aggrada essendo Re? e ciò che aggrada al Re è legge per i sudditi?’. Uno dei dotti rispose: ‘Signore, tu puoi agire senza colpa verso i sudditi secondo ciò che a te piace’. L’altro, scuotendo la testa, sentenziò: ‘No, Maestà, non mi sembra giusto … La legge è giusta e giustamente deve essere seguita affinché si possa rendere giustizia. Giusto sarebbe spiegare la ragione per cui ad uno viene tolto per essere dato ad un altro’. Entrambe le risposte concordavano con il diritto allora vigente. ‘E poiché entrambe affermavano il vero – prosegue l’aneddoto – Federico ricompensò entrambi i dotti ma con diversa mercede. Il primo ebbe un cappello scarlatto e un cavallo bianco. Al secondo fu concesso di fare una legge a sua discrezione.
La storia non finisce qui. Sorse infatti un’altra disputa sui motivi che stavano alla base della difformità di quelle ricompense e quale delle due fosse più preziosa. Dopo lungo dissertare, ci si accordò nel modo seguente: colui che aveva parlato per piacere all’Imperatore, ebbe cavallo e cappello. All’altro, che nella Giustizia vedeva il valore più alto, toccò il più alto onore, quello di fare egli stesso una legge.
Per quanto questa storia di grande rilievo alla Giustizia, e benché le leggi fossero improntate ai principi della superiorità di essa, resta il fatto che in pratica Federico si atteneva più alla risposta del primo che a quella del secondo dotto. Ai suoi occhi non esisteva alcun contrasto tra Stato di diritto e Stato assoluto. Non è possibile, comunque, adattare concetti di oggi al tempo di allora. Secondo una concezione squisitamente medioevale Federico faceva discendere la sua nomina e missione direttamente da Dio, il solo verso il quale si sentiva obbligato […] come, del resto, dichiarava anche Roffredo di Benevento, giurista docente all’università di Bologna e poi in quella di Napoli, il quale così formulò l’autorità giuridica di Federico: ‘L’Imperatore fonda il suo diritto sul dono elargitogli dalla grazia celeste’. Per meglio comprendere queste teorie, oggi non più facilmente comprensibili, della personificazione del diritto e dello Stato, occorre esaminarne le conseguenze pratiche: la centralizzazione del potere operata da Federico e la sua nuova legislazione eliminarono l’arbitrarietà del dominio d’innumerevoli feudatari apportando alla popolazione la pace, l’ordine, la sicurezza giuridica, la difesa dei deboli garantita dalla persona dell’Imperatore e l’ uguaglianza di tutti di fronte alla legge […] ma non va dimenticato che l’assolutismo di Federico, comunque fosse motivato, condusse inevitabilmente allo Stato assoluto non lasciando quasi spazio alla libertà individuale […]
Questo massiccio intervento statale in ogni settore della vita sociale determinò più tardi, allorché Federico dovette difendersi da una sotterranea attività di agenti pontifici e di altri, il sorgere di una vasta rete sionistica, che teneva sotto controllo non solo i funzionari ma l’intera popolazione. La questione a soggetto del Diritto e della Giustizia, formulata nel famoso aneddoto, era dunque inevitabilmente legata all’assolutismo di Federico e alla sua sempre più spiccata identificazione con lo Stato”[2].


Andrea A. Ianniello



[1] I. Schwaller de Lubicz, Her-Bak (Cecio), L’Ottava , Milano 198x, p. 274; la citazione nel passo riportato è tratta da un “Appello ai vivi, scolpito all’entrata della stanza interiore della cappella funeraria tebana di Khaemhât” (ibid., in nota).
[2] E. Horst, Federico II di Svevia, Rizzoli Editore, Milano 1981, pp. 102-104, corsivi miei.



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