domenica 5 agosto 2018

In attesa di peste, terremoti, **eccetera**, eppur **NON VEDONO**, quel che sta sotto i loro stessi occhi …









Si usa dire che non si vede quel che sta sotto i propri occhi, quello che sta troppo vicino. E’ vero.
Men che meno si vede ciò di cui siam parte o che viviamo e che si considera essere la “normalità”, mentre non è affatto normale. L’esser vissuto in postacci osceni – nel duplice senso del termine (il più noto: indecente, di cattivo gusto, scandaloso, volgare, scurrile, sporco, turpe; l’altro: di cattivo auspicio, volgarmente: che “porta jella”) – mi ha facilitato nel prenderne atto. Ma sono cose diffuse in maniera incredibilmente pervasiva, nel “nostro” tempo.
Ho ripostato più volte questo passo, nei Commenti, proveniente da dell’ “acqua non pura”, il vero problema si è che non vien visto da chi dovrebbe invece vederlo. Le ragioni di tali cecità, di tale “punto cieco”, sono molte: interessante chiarirle, perché la cosa è d’importanza decisiva, ma ognuno dovrà farlo per sé.
“Sappiamo, qui, che è meglio non entrare nei particolari mutazioni dell’Occidente [“prossima” all’ epoca, si consideri che l’ ’89, che per i gonzi doveva esser l’anno della “liberazione” quando invece iniziò, solo iniziò, la fase che non si ancora conclusa], perché sebbene esse non siano in realtà spaventose inquietanti per coloro che amano, la diffusione del loro contenuto basterebbe ad evocare angosce profonde. L’occidentale deve cominciare a comprendere che lui non è l’Essere da cui proviene ogni cosa [per loro è infatti difficilissimo comprenderlo, anche persino solo accettarne la remota possibilità], e che la sua importanza e la sua destinazione si limitano a quelle d’un anello qualsiasi della grande catena evolutiva della Vita. Vi dirò che il distacco è senz’altro la più grande lezione che le civiltà occidentali devono assimilare: verrà un tempo in cui i popoli europei e nordamericani non avranno maggior influenza d’un pugno di nomadi, e questo non è l’annuncio di un cataclisma: attenzione, mi limito a sottolineare per voi una grande verità, ovvero che nessuna potenza o pretesa tale può resistere alle inevitabili leggi della mutazione. Le civiltà sono come gli uomini, e impiegano un veicolo che le porta fino ad un certo punto, una volta che le energie sono sature o esaurite [oggi!!, prima si sono “saturate”, poi esaurite, come dimostra la “piccola parodia” del “sovranismo”, la caricatura dell’ un tempo pericoloso orso cieco del nazionalismo: dove una società reagisce alla sfide solo  chiudendosi in un arrocco, allora dimostra così che è alla fine], viene dato loro un altro veicolo, a volte meno sontuoso [come senza dubbio stavolta ne sarà il caso …], ma comunque altrettanto efficace per crescere … ”[1].







Andrea A. Ianniello





[1]  A. e D. Meurois-Givaudan, Viaggio a Shanbhalla, Edizioni àrista, Giaveno (TO) 1987 (si noti la data …), pp. 124-125, corsivi miei, miei commenti fra parentesi quadre.
Nove novembre ma del 1989: cadde il Muro di Berlino.
Nove novembre 1923: il putsch della birreria a Monaco.
Tra l’altro, il 17 agosto dell’anno scorso ricorreva il trentesimo della morte di Rudolf Hess, che sia stata la morte dell’ “originale” o del (vero o presunto che sia) sosia. Quest’anno, poi, vi è anche il centenario della fondazione della Thule Gesellschaft (1918). Tra l’altro, fu fondata il 16 agosto 1918, questo mese il centenario, da Rudolf von Sebottendorf (al secolo: Rudolf Glauer).
Von Sebottendorf era un buon astrologo e studioso di occultismo, fu ambasciatore in Turchia e referente della Bektashi in Europa, cf.
nota n°5. Come ho scritto in quest’ultimo post che presto “i popoli europei e nordamericani non avranno maggior influenza sulla superficie del globo d’un pugno di nomadi” non era un male … Il problema per lui era che la “deviazione occidentale”, pian piano accentuandosi – dunque manco è vero che, per Guénon, l’Occidente è un male “di per sé”, era contrario ai “difensori dell’Occidente” non voleva dire l’Occidente in quanto tale fosse un male –, pian piano accentuandosi, si diceva, aveva generato un “taglio” dal punto di vista “tradizionale” ed “iniziatico”, era quindi la “crisi della e nella Tradizione” il punto vero, per lui. E’ cosa buona precisarlo.
Sulla “Thule G.”, cf. R. von Sebottendorf, Prima che Hitler venisse (Storia della «Società Thule»), Arktos Carmagnola (1987). Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2004, con un saggio introduttivo di R. Del Ponte, ovviamente minimizzante, com’è uso d’obbligo in determinati ambienti, non sia mai … Tra l’altro, alle pp. 208-209, si può leggere, nell’Indice dei riferimenti, la voce “Adolf Hitler”, che si ferma al 1933, significativamente anche la data di pubblicazione dell’originale tedesco. Il 3 e il 9 sembra ritornino molto spesso nel destino tedesco.














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