sabato 24 giugno 2017

Copertine di: Hackert - “Giardino Inglese” Reggia in Caserta – “Viaggio nel Regno di Napoli”



Il paesaggio secondo natura. Jacok Philip Hackert e la sua cerchia, a cura di P. Chiarini, Artemide editore, Roma 1994, Catalogo dell’omonima Mostra a Palazzo delle Esposizioni, Roma – 14 luglio- 30 settembre 1994.  







Il giardino inglese della Reggia di Caserta, a cura di F. Canestrini e Maria R. Iacono, Electa Napoli, Gruppo Mondadori, 2004.




Carlo U. de Salis Marschlins, Viaggio nel Regno di Napoli, a cura di G. Donno, Capone Editore, Lecce 1999. Sulla copertina vi è il particolare de “Il porto di Taranto”, di P. Hackert. 




Piazza Vanvitelli, Caserta, particolare (manca l’edificio della Banca d’Italia – uno tra i pochi scampati, tra l’altro – a destra), con Palazzo Castropignano a sinistra, da: L’Italia fine Ottocento, a cura di I. Tagliavini, Napoli e la Campania, Edizioni Edison, Bologna s.d., Estratto da Le Cento Città d’Italia (edizioni E. Sonzogno), p. 58, ultima immagine in basso.


NB. Scrivo la Reggia “in” Caserta e non “di” Caserta poiché città e monumento son due binari che non si toccano mai, tranne che, in parte, in un determinato momento dell’Ottocento: da quel momento in poi, le due entità avrebbero preso direzioni ben diverse, opposte direi. “Conurbazione” ma non civitas, il legame fra Caserta e il più rilevante monumento che insiste sul suo territorio è nullo, ma non è che con altre “emergenze” di tal genere i legami siano forti: l’interessante, importante Medioevo locale non è che sia centrale nell’attenzione, ovvero nel senso d’ “identità” locale. Immagine “plastica” di tale stato, molto ma molto comune nel Sud, fuori dai grossi centri che son tenuti, per forza d’inerzia, a tener conto della propria storia – volenti o non -, è come se fosse intervenuta un “taglio”, un’interruzione di continuità, della quale non vi è, però, consapevolezza: ne danno traccia sia la struttura territoriale sia il modo di pensare comune, sciatto oltre ogni dire, e totalmente separato dalla storia che si è svolta sul territorio che, comunque, si abita. Caserta è una “diseredata”, cioè nulla la lega con ed alla sua “eredità”, che pure ci sta, insiste sul territorio, ma non vi è una relazione attiva di rispecchiamento e di correlazione fra quella eredità e l’oggi delle decisioni concrete. Le due cose se ne vanno ognuna da sola, da sé, come fossero due binari. Se il termine “diseredato” si usa oggi per designare il disgraziato, anzi il misero – come tantissimi di questi che scappano da guerre o carestie, senza importarsi nemmeno di morire tanto sono miseri, appunto -, vi è però un’altra accezione, traslata, che proponiamo qui: il diseredato “mentale”, colui che non è ricollegato all’eredità tipica di quel luogo e di quella storia, e che può avere anche molti soldi – accade spesso, ed è peggio del mero diseredato “migrante” -, ma è un disastro totale nelle relazioni col luogo dove vive. Comune ad ambedue è una dislocazione.
Oltre a misero, il termine “diseredato” ha, come sinonimi, quelli di: miserabile, indigente, nullatenente (nulla generale, direi …), spiantato, derelitto. Ora, si aggiunga a tali termini il qualificativo di “mentale”, si avrà che siamo circondati da gente che è “spiantata” – come una pianta che viene estratta dal terreno – mentalmente (= non ha più radici …), e ch’è “derelitta” – sempre mentalmente -; ed ulteriori sinonimi di “relitto” sono negletto, trascurato, reietto (= rigettato …), trascurato ed abbandonato (= Caserta, perfetta immagine, che la qualifica e non da oggi, costitutivamente trascurata ed abbandonata a se stessa = perfetta metafora del Sud); per estensione di significato, da “derelitto” si passa poi a: desolato, squallido, triste. Il contrario di derelitto dà invece una serie d’immagini positive: curato, assistito, per estensione di significato: popoloso e fiorente. Insomma tutti termini che denotano che l’ attenzione si rivolge ad un qualcosa qualsiasi, che, dunque, non viene abbandonato a se stesso. Infine, “derelitto” ha un senso neutro, che denota l’orfano e il trovatello. Ma, di nuovo, cosa denota pure quest’uso neutro del termine? Se non che qualcuno è lasciato a se stesso ed è privo di eredità?
In Occidente, e nell’Italia in particolare, con punte di cupio dissolvi, nel Sud, nel “Südstàn”, come dico per “ischerzo” – purtroppo il fenomeno è molto serio … -, si è verificato un rinnegamento attivo della propria eredità. Attenzione: accettare un’eredità non implica per nulla che la si debba accettare supinamente; anzi, è opportuno averne un punto di vista critico, anche molto critico (del tipo: che cosa, de facto, ha implicato per Caserta che la Reggia fosse costruita sul e nel suo territorio), ma la si deve accettare. Questo è il punto vero. E la si accetta così com’è, avendone un punto di vista critico, critica che, a sua volta, non è una serie di parole da imparacchiare a memoria, ma implica la piena consapevolezza di quanto ricevuto e la necessità di farne un uso diverso rispetto al passato, proprio perché se ne ha un punto di vista critico. Ma, di nuovo, questo non è negare l’ eredità stessa. Queste cose qui son fondamentali per una relazione “sana”, e non nevrotica, con il proprio passato, che è proprio, appunto, non lo puoi negare. Lo puoi ri-focalizzare, ri-usare intelligentemente, ma senza forzarlo a dei fini che esso non conteneva, come il “turismo”, per esempio, sorta di necessità, ma che, se ci sta solo quello, è un’alterazione profonda ed irreversibile delle finalità che han visto nascere quel particolare oggetto culturale.
Di tutti questi fenomeni degenerativi – perché questo sono – non può essere il mero turismo la cura, ma solo il riconcentrare l’ attenzione su ciò che significano certe cose, con lo scopo di ricostruirenon dico affatto di “recuperare”, che non basta per niente, al punto cui siam giunti – una relazione, una continuità (= traditio!, ecco cosa significa questo termine! …) interrottasi de facto.
Andrea A. Ianniello






PS. Sulla tematica dell’eredità, cf









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