domenica 1 ottobre 2017

San Leucio – II – **In margine** alla presentazione d’un libro su San Leucio e sull’industria tessile meridionale





Padre Ubu: Controventraglia! Non avremo demolito tutto se non demoliremo anche le rovine! Ora, per questo, non vedo altro modo che equilibrarle in begli edifici ben ordinati”[1].

Sulla potenza. ‘Il sentimento di potenza che io considero come il quarto attributo dello spirito [geist] moderno, consiste nella gioia che si prova nel mostrarsi superiori agli altri. Se si analizza questo sentimento, si constata che esso […] altro non è che una confessione involontaria ed incosciente di debolezza; per il che, esso costituisce anche uno degli attributi della psiche infantile. Un uomo veramente grande, naturalmente e interiormente, non annetterà mai uno speciale valore alla potenza esteriore. La potenza non offre alcuna attrattiva a Sigfrido, ma esercita un’attrazione irresistibile su Mime. Bismarck non si è preoccupato mai oltre misura della potenza, perché l’esercitava naturalmente. E così un re perché la possiede, non le dà un prezzo esagerato. Ma un mercantuccio della frontiera polacca che fa fare anticamera ad un re, perché questi ha bisogno della sua assistenza pecuniaria, gioisce della sua potenza esteriore, perché manca di quella interiore. Un imprenditore che comanda a diecimila uomini e gode della sua potenza rassomiglia al bambino che è felice di vedere il suo cane obbedire al minimo cenno [questa è la radice della “mania” per i cani oggi, soltanto che il cane non obbedisce, tanta è la nullità di chi li possiede per esserne posseduto; nota mia]. E quando non sono né denaro né una costrizione esteriore a procurarci un potere diretto sugli uomini, ci consentiamo di esser fieri di aver asservito gli elementi della natura. Donde la gioia puerile che ci procurano le ‘grandi’ invenzioni e scoperte [questa la causa di tutte quella manie per la tecnica, tipiche di oggi: nota mia]. Un uomo dotato di sentimenti profondi ed elevati, una generazione veramente grande, alle prese coi problemi più gravi dell’anima umana, non si sentirà accresciuta per il fatto della riuscita di qualche invenzione tecnica. Essa non attribuirà che una importanza insignificante a questi strumenti di potenza esteriore. Ma la nostra epoca, inaccessibile a tutto ciò che è veramente grande, non apprezza che questa potenza esteriore, ne è lieta come un bambino e dedica un vero culto a quelli che la posseggono. Ecco perché gli inventori e i milionari inspirano alle masse un’ammirazione senza limiti’. Queste osservazioni appartengono ad un semplice libro di storia dell’economia. ‘Il Borghese’, di Werner Sombart. Ma meritano di esser riportate anche qui come oggetto di utile riflessione, per coloro che sono portati a cadere in equivoco quanto al concetto della vera potenza.
La psicanalisi ha un termine per designare la situazione indicata dal Sombart: supercompensazione. ‘Supercompensazione’ è, nel nostro caso, ogni bisogno della potenza che serva a nascondere a noi stessi una effettiva debolezza e a distrarci dal compito di davvero superarla”[2].

“La conversazione iniziava con ciò che lo interessava al momento, per esempio la parola ‘Raum’. Avevo mai pensato che parola sorprendente fosse questa? Il dittongo ‘au’ racchiuso fra ‘r’ e ‘m’? Egli, col bastone di passeggio faceva un ampio movimento come a voler disegnare un gran cerchio nell’aria. Che cosa mi veniva in mente? Schaum (schiuma) Frau (signora), Aue (riviera), Blau (blu). […] Sai, la lingua tedesca è (in questo) insuperabile! Mi veniva in mente il francese espace. Il latino spatium. Già, quest’ultimo è qualcosa di completamente diverso – è romano, mediterraneo – la ‘s’ delimita una zona – è separativo – mi veniva in mente la casa meridionale col suo patio, aperto verso l’interno, a proteggere gli abitanti dal mondo esterno. Raum (spazio) è lo spazio aperto sotto l’albero dove i duchi germanici radunavano i loro uomini. Apertura, ‘lealtà’, questo era. Ma come la mettiamo con la parola rom? Rom [la città di Roma] e raum sono simili, non trovavo anch’io?”[3].

“Questa casa ha una collezione di centomila libri,
ed un funzionario senza incarico che sta in ozio da mille anni”
(fine dinastia Qing, 1907)[4].

“Nella luce incerta del crepuscolo si scorge un pino possente
tollera paziente le nuvole disordinate che gli veleggiano intorno.
Il cielo ha creato la Grotta degli Immortali.
Dalle cime impervie sconfinato è il panorama”[5].




Problema molto grave dell’Italia – e del mondo – ma di Caserta in particolare, è l’assenza di visione: panorami ridotti, sfondi di teatro chiusi su. Manca il respiro, e tutto rimane rachitico.  


Ma veniamo a noi. 
Si è svolto, venerdì 22 settembre, nella sede della CGIL di Caserta, l’incontro di presentazione del libro, divulgativo, dedicato al tessile: M. Lautieri, Industrie manifatturiere e mondo tessile nell’Antica Provincia di Terra di Lavoro, Aletti Editore, Villanova di Guidonia (RM) 2016. Ha introdotto e moderato P. Iorio, dell’Associazione organizzatrice dell’evento, “Le Piazze del Sapere”, associazione che, usualmente, organizza nelle librerie le Presentazioni di libri, ma che, ha spiegato lo stesso Iorio, ha scelto la sede della locale CGIL proprio a causa del tema del libro stesso.
Non inizio neanche a specificare se sia corretto l’aggettivo di “antico” relativo a Terra di Lavoro che, se “antica”, non può identificarsi, dunque, con la Provincia di Caserta, tra l’altro l’unica Provincia d’Italia ad essere abolita, poi ricostruita con un territorio ridotto, ecc., ecc.. Il discorso sarebbe troppo lungo, e ci porterebbe fuori tema.
Questo libro è un prodotto divulgativo, che vuol essere tale, ma che ha l’intenzione di riportare l’attenzione su di un settore industriale, ormai negletto: la stessa Lautieri preciserà, nel corso della presentazione, che è stata spinta a scriverlo sia per il fatto che, lavorando nel tessile, si è sempre sentita dire che il Meridione non aveva industria tessile, cosa falsa, e il libro ne dice abbastanza, sia che San Leucio non fosse altro che una produzione di nicchia. Per contrastare tale idea, l’autrice ha scritto questo libro che, dopo le parti introduttive, si concentra su San Leucio, avendo l’autrice deciso di riportare, in Appendice, lo “Statuto” di San Leucio, completo: di quest’ultimo si trovano dei brani sul web[6], ma, ormai, è difficile ritrovarlo completo, salvo in belle edizioni di qualche anno fa[7].
Alla serata hanno partecipato anche G. Cerchia, che si è diffuso su alcuni temi strettamente storiografici, relativi al problema dello stato dell’industria nel Regno delle Due Sicilie nell’Ottocento e nella fase di passaggio all’Italia unitaria; su questi temi vi è tutta una storiografia, che ha prodotto anche recenti acquisizioni: sarebbe impossibile riassumerla qui, anche perché si necessiterebbe di “dati” strettamente quantitativi. Chi vi fosse interessato, perché non approfondisce da solo? Questo il suggerimento che si può dire: scoprirà che le cose non sempre sono come appaiono … Ma una tale differenza rilevante tra realtà ed apparenza, non è qualcosa che abbiamo verificato spesso? Domanda retorica …
Seguiva un lungo intervento di D. M. Lepore (del RAM), sul turismo. Concludeva, infine, l’autrice, com’è giusto nelle Presentazioni di libri. Non va, poi, dimenticato il ricordo di M. Pignataro, fatto dal figlio Giancarlo (d’Italia Nostra), e l’introduzione di C. Bernabei, della Segreteria provinciale CGIL. Ma, è ovvio, il tema centrale è stato il tessile, e le problematiche che, ancor oggi, esso suscita.
Infine – last but not least -, anzi, proprio all’inizio dei vari interventi successivi, vi era l’intervento di P. Broccoli, che tentava di porre al centro alcuni “nodi” più generali, e cioè di quelli che interessano in questo blog, per le questioni più particolari non essendoci né il tempo né lo spazio, né sarebbe giusto in questo blog.
Ben fatto il video iniziale, sul quale solo delle brevissime osservazioni. In primis, San Leucio non è stata l’unica esperienza di villaggio, cosiddetto “utopico”, relativo al tessile, tessile che, ricordiamocene, ha costituito l’ ossatura vera e propria della cosiddetta Rivoluzione industriale, sin dall’Inghilterra, e il campo principale iniziale per l’applicazione della tecnica all’industria = capitalismo; in secundis, i dati sugli occupati nel tessile nel Mezzogiorno dimostrano, al di là di ogni dubbio, che nella metà del XIX secolo il tessile era più sviluppato nel Sud che nel Nord; in tertiis, la fine del tessile meridionale si ebbe per due rilevanti motivi: 1) la fine della politica “protezionista”, che il Regno delle Due Sicilie aveva sul tessile meridionale, mentre il neonato Regno d’Italia (1861) non ne ebbe alcuna, privilegiando invece le manifatture settentrionali; e, di maggiore importanza, 2) il fattore monetario, il cambio della valuta. Infatti, se l’equivalenza tra la lira del Regno d’Italia e la moneta del Regno di Sardegna era 1 = 1, al momento dell’Unità d’Italia, e per altri stati preunitari fosse anche meno di 1 = 1, per la moneta del Regno delle Due Sicilie (il ducato) l’equivalenza con la lira era: 1 lira = 4,61 ducati. Come si può ben facilmente immaginare, le merci prodotte nel Sud, quindi anche il tessile, improvvisamente vennero a costare molto di più, quattro volte tanto. E poi, con un cambio così sfavorevole, era inutile buttare a terra il costo della manodopera, perché sarebbe stato impossibile recuperare il divario. Insomma, avvenne qualcosa di simile, mutatis mutandis, a ciò ch’è successo quando il cambio della lira con l’Euro è stato posto in modo così sfavorevole alla lira.   
Un’altra osservazione: il tessile riguardava tutto il Regno, e però “toccava” pure il Lazio meridionale dell’epoca, e il Frusinate, dunque una parte dello Stato della Chiesa. Va precisato che spesso lo stato tecnologico non era, però, al livello delle produzioni estere, inglesi in particolare (anche se Salerno veniva chiamata la Manchester del Sud, Manchester essendo il centro del tessile in Inghilterra), ma che le zone dove si ebbero delle innovazioni furono Terra di Lavoro e la Calabria cosentina. In ambedue i casi, le produzioni meridionali si difesero bene dalla concorrenza estera. In due parole: con altre scelte, si sarebbero potute salvare queste manifatture, per lo meno nelle ultime zone dette. Invece quel che accadde fu che l’industria tessile meridionale venne buttata letteralmente a terra. Risultato: la massiccia emigrazione dal Meridione tra la fine del XX secolo e l’inizio del XX. La crisi del tessile meridionale è stata la causa reale della successiva emigrazione; non dimentichiamo questo punto: il tessile meridionale aveva molto più addetti delle industrie navali meridionali. E il tessile meridionale aveva molti più addetti del tessile settentrionale nella stessa epoca. Due dati, questi ultimi, del tutto incontrovertibili, ma, come tutti i dati numerici, presi da soli, significano poco.

Come si è detto, l’intervento di P. Broccoli tentava invece di porre sul tavolo dei temi più generali, e cioè quelli che interessano in questo blog[8]. Il primo tema è stato quello della Mostra e dello studio, ormai datati a molti anni fa, su San Leucio (la copertina di questo studio, ve n’era un altro sulla rivista “Casabella”, in nota[9]). Non si può prescindere da quegli studi, ormai della fine degli anni Settanta e dell’inizio degli Ottanta. Ed anche questo tema lo si può trattare qui solo marginalmente, in quanto richiederebbe una lunga disquisizione, che non è adatta né al mezzo che si usa né agli interessi di chi eventualmente segua. Sempre memore del ben noto detto di M. McLuhan (“Medium is Message”), va ribadito che ogni mezzo espressivo ha la sua specificità, e, di conseguenza, non si lasci forzare. Non è mia intenzione, dunque, far vasi di forma quadrata: il vaso è tondo … Nel contesto di questo post, quel che va sottolineato è che il non tener conto di queste ricerche costituisce un limite non da poco del libro della Lautieri. Anche se quest’ultimo ha come scopo quello divulgativo, far riferimento a quelli che risultano gli ultimi studi davvero importanti su San Leucio avrebbe impreziosito il libro stesso. Ma queste sono state le scelte dell’autrice. Un’osservazione a margine è proprio quella di rilevare come questi lavori siano stati tra gli ultimi davvero incisivi su San Leucio, il che la dice lunga su Caserta e sul Sud.
Ma veniamo al secondo tema, e non da poco, sollevato da Broccoli: il tema dell’utopia, assente dall’Occidente da molto, ma davvero molto tempo[10]. Tale assenza non è casuale, di certo, ma è il compimento di un lungo ed accidentato iter.
P. Broccoli osservava, nel suo interevento, come i famosi “Statuti” di San Leucio iniziavano con la dichiarazione, piena e netta, del potere, “di origine divina”, del re. Soltanto dopo vi erano le leggi cosiddette “utopiche”, leggi nate a partire della monarchia, e non del potere che “nasce” in maniera “assembleare”, ovvero “democratica”, come dicesi oggi: titolare della sovranità è il monarca, non l’assemblea. E qui vi è una mia ricorrente, peraltro, affermazione, cioè che vi sono state più “modernità”, non una, e che il tragitto della modernità stessa si può esprimere così: dalla nascita unitaria, allo sviluppo di molte “varianti”, per tornare unitaria, al termine del percorso, dopo l’ ’89-’91.
Questa “riunificazione” – tarda – della modernità, però, non è certo un segno di vitalità, ma di crisi: nell’epoca della “tarda” modernità, cioè la modernità “realizzata”, si ha il massimo della sua potenza, e tuttavia si aprono crepe ogni dì; dunque, semplificando: massimo di potenza, minimo di “attrattività”. Tutti si lamentano senza poter far nulla – ovviamente -, in quanto cercano l’uscita dalla crisi della modernità in modo modernoE non può esistere, la cosa è tanto semplice quanto non vedibile dai nostri contemporanei.
Ma questo, complesso, discorso, fa sorgere due “snodati nodi”; 1) che cos’è la modernità: solo in base alle risposte date su questo punto si può procedere oltre la modernità; 2) la natura del capitalismo – i “misteri del capitale”, come dice qualcuno -: in base alla risposta che si darà su ed a tale quesito centrale si potrà procedere, di seguito, ad una risposta pure a temi più generali.
Al primo quesito, si è data risposta parziale, qua e , in questo blog – e, nel presente post, qualche spunto vi è nella nota n°5 –; e inoltre, risulta fuori tema rispetto al presente post. Il secondo quesito, al contrario, è centrale al tema in oggetto qui.

Come prima cosa, come fatto introduttivo, bisogna esser chiari su due cose, la prima ben ovvia, ma non la seconda: 1) l’artigianato non è l’industria, anche se quest’ultima – come “produzione in serie” –, senza dubbio, è esistita in altre civiltà, seppur in posizione “minore” rispetto all’artigianato[11]; il che porterebbe a chiedersi che cos’ è che ha fatto sì che “il” capitalismo abbia moltiplicato, e a dismisura, l’industria, applicandole la tecnica: non certo l’industria stessa può esser stato questo “qualcosa” (vi è “circolarità”, in tal caso, infatti); 2) poi, al centro del capitalismo, non da ieri, ma da sempre, vi è stata la finanza; essa, quindi, consente la massiva applicazione della tecnica all’industria, industria che già c’era prima, sì, ma quest’applicazione trasforma quest’ultima (l’industria) in un qualcosa di più potente – ed ecco la citazione iniziale, sulla “potenza” -: la tecnica “potentizza” (linguaggio omeopatico) l’industria, ma è la finanza che consente alla tecnica di poterlo fare. Questo, a sua volta, implica che soltanto con il capitalismo nasca il debito pubblico, che è un’assurdità in se stessa, se lo stato batte moneta: può un qualcosa essere in debito con se stesso, domanda retorica. Al contrario, invece, l’inflazione nasce da ben prima del capitalismo, tant’è che nella parte finale dell’Impero romano essa esisteva – l’inflazione – ben viva. Deduzione: il fenomeno del “debito pubblico” e il fenomeno “inflazione” son due phenomena di qualità e di natura differenti. Queste cose possono essere comprese soltanto dopo l’aver “misurato” le sconfitte dei quadri interpretativi dominanti. Infatti, soltanto confrontandosi con le cose si può acquisire vera conoscenza, non nozioni “imparicchiate” a memoria. Bisogna saper porre a critica i modelli ben noti, quando non funzionino più.


E veniamo, dulcis in fundo, al tema “chiave”, dopo questa, lunga, nota introduttiva: i cosiddetti “misteri del capitale”. P. Broccoli ha, più volte, notato (anche se non nel corso della Presentazione) come il capitalismo nel Sud sia stato o d’impianto statale, oppure si sia sviluppato a partire da investimenti esteri, per esempio le famose industrie tessili Egg a Piedimonte d’Alife (come si chiama oggi), dove, tra l’altro, vi è un piccolo, ma bel museo. Ricordiamo anche che Alife è tra le poche città ad aver conservato, almeno in gran parte, la cinta muraria romana.
Ma torniamo ai “nodi” di fondo (grund): cioè che non basta la “laicizzazione” della politica per far nascere il capitalismo, e dico nascere, non svilupparsi, che è altro discorso. E così torniamo a Weber, ed al suo – classico – testo L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, “spirito”, in tedesco geist, che ha la stessa radice del termine inglese ghost, che però vale come “fantasma”, o “spettro”, eh sì, quello del “comunismo”, secondo Marx.
Tuttavia si è visto – in un altro post – come, in effetti, per Marx, il “fantasma”, lo “spettro”, il dybbuk, fosse la “merce”, che, secondo lui, non esisteva “in quanto tale”. Far capire però queste semplici cosettine ad un comunista d’antan, “vintage”, era semplicemente impossibile.
Per loro, vi era sostanzialmente al centro la riprovazione “morale” del capitalismo, che c’è anche in Marx, ma non era certo dove batteva il suo (di Marx) cuore. Di qui il fatto – incontrovertibile – che Marx detestava i “socialisti utopici” – cui almeno una parte del comunismo storico si è apparentato, dove però la mera logica della gestione del potere non abbia preso il sopravvento –, mentre Marx ammirava la “spietatezza” di Ricardo, lo “spietato” teorico delle “dure leggi” del capitale, “senza se e senza ma”. L’ambizione di Marx – il quale aveva del capitalismo la conoscenza che il meccanico può avere di un motore –, era quella di trovare dove “s’inceppava” il motore, per poter poi dire: il “comunismo” è meglio. Di qui derivava l’aggettivo di “scientifico”, poiché la critica seria non derivava da una riprovazione morale, ma dall’analisi del funzionamento del sistema stesso. Purtroppo, per lui, pur avendo trovato molti punti deboli, non riuscì però a far tornare indietro, sull’ “Isola dei morti”, le revenant che pure intravedeva esser tale, cioè uno “spettro” … Erede, com’era, del passaggio hegeliano dalla filosofia alla “scienza” (Wissenschaft), cosa che poi sarebbe sfociata nel risibile “scientismo” comunista – molto casertano (= baciare la mano che ti ucciderà) –, lo stesso Marx, però, si rendeva conto che la scienza non basta, che vi è dell’altro nel capitalismo. Il “comunismo” è “come” uno spettro, ma il vero “spettro” è il capitalismo, il “comunismo” avrebbe dovuto, quale spettro, opporsi ad uno spettro: si sa com’è andata a finire. I comunisti non son riusciti mai a capire che c’è un solo modo di scatenare la tecnica e di renderla “autonoma” – legge a se stessa, priva di qualsiasi cosa superire ad essa -, ed è il capitalismo. Il socialismo e il comunismo avevano dei valori cui la tecnica doveva sottostare, che fossero lo stato o la classe; e nemmeno il nazismo, con la razza, o i vari nazionalismi potevano.
Quel che rimane oggi della “sinistra” cerca di far propria la critica morale, di quelle di papa Francesco, dimostrando così, di essere residuale. Vi è infatti sempre stato un orientamento cristiano, cattolico, in particolare, vicino alle classi disagiate, che però ha sempre proposto una sorta di nuovo compromesso sociale, la qual cosa è legittima, da un punto di vista religioso. Il “nodo” è che il punto di vista religioso non è, ipso facto, politico. Altro indicatore della non rilevanza della “sinistra”, fatto che si sta manifestando persino nell’unica cosa che interessa le “democrazie” – le elezioni –, il che vuol dire che ormai la cosa è più che matura, sta nel fatto che la “sinistra” si “blindi” nella questione dei “diritti”. Quando il System è forte, concede; quando è debole, considera la “diffusione dei ‘diritti’” questione secondaria, e lo lascia ai marginali, ovvero alla “sinistra”, che non perde mai un’occasione per denunciare la propria marginalità, ora stando a rimorchio degli uni, ora stando a rimorchio di altri, sempre a rimorchio, mai capace di avere una sua agenda e di porla nel centro della discussione. Ponendo al centro una tale questione – dei “diritti” –, la “sinistra” non fa che attestare di essere rimasta ad una fase passata dello sviluppo sistemico: quella dell’ “universalismo moderno”, in crisi irreversibile. Del tutto dimentica di se stessa, la “sinistra” oblia come la sinistra “storica” si sia costituita in virtù della critica dell’ “universalismo moderno”, a sua volta nato dal convergere tra Rivoluzione francese e sviluppo capitalistico, quest’ultimo nato in Inghilterra.
E qui torniamo al modello interpretativo, giusto, proposto da Wallerstein – e ricordato varie volte in questo blog –, quando quest’autore sostiene che il capitalismo non è nato dalla rivoluzione borghese, ma, invece, dalla cooptazione di questa classe da parte di alcuni settori dei proprietari terrieri dell’Inghilterra, resisi consapevoli del fatto che lo sfruttamento dei produttori primari non poteva che far diminuire i profitti. Dunque, vi son “due lati” della “classe borghese”, o della gentry, per usare un termine più esatto. Dunque: non basta far parte della classe borghese perché nasca il capitalismo (= perché nasca il capitalismo, perché nasca, non perché si espanda, che è altro discorso, seppur ricollegabile al primo). Di conseguenza: il dominio borghese, cioè la “democrazia”, pur non ponendo alcun ostacolo al capitalismo ed alla sua espansione, non è sufficiente a far nasceredi nuovo … – questo sistema storico. Ed ora, chiediamoci: a Marx che cosa interessava di più? La Rivoluzione francese, e i suoi valori, oppure la recinzione delle terre da parte della gentry, fatto che diede inizio alla Rivoluzione industriale? Senza dubbio, Marx ebbe sempre grande interesse per la Rivoluzione francese, e tuttavia non riuscì mai a scrivere quella storia della Convenzione come avrebbe voluto, da giovane, scrivere[12]. Al contrario, scrisse, com’è ben noto, Il Capitale (“Das Kapital”) …: più chiaro di così
Il già ricordato Wallerstein, poi, dopo aver rielaborato uno degli schemi fondativi della storiografia sul capitalismo, proponeva dei “correttivi” alla crisi del capitalismo stesso, che già vedeva, tra venti e diciassette anni fa. Proponeva, come una possibile via d’uscita, quella di elementi di “socialismo” che le borghesie dominanti avrebbero potuto inserire nella civiltà capitalistica, con lo scopo di diminuire – o controllare –  i fattori dissolutori all’interno, e consentir così un passaggio meno “brusco” al processo, già in atto, della crisi sistemica. In ciò, Wallerstein era “gramsciano”, proponeva, cioè, un patto in cui le “classi subalterne” si legavano ad e collegavano con una parte delle classi dominanti, non con lo scopo dello sviluppo (Gramsci), invece con lo scopo di gestire la fase di transizione della crisi e della dissoluzione della civiltà capitalistica (Wallerstein), fenomeno in atto per lo meno dall’inizio degli anni Settanta. Naturalmente, niente, assolutamente niente di tutto ciò è accaduto; anzi, si è avuto lo sviluppo unico di un sol modello. Ma un tale insuccesso, a livello globale, è parallelo precisamente a quel ch’è successo nel Sud, laddove, per debolezze strutturali proprie, la borghesia è rimasta, nel profondo, compradora, “mediatrice” col capitale estero, o con lo stato, quando ancora investiva nel Sud. O con l’Europa.

Ora, domandiamoci: questo caso, in cui lo sviluppo capitalistico avviene o per intervento statale oppure per investimento straniero, è la norma o l’eccezione, nel sistema capitalistico. E’ la norma: il Sud è nella norma.
Il tumultuoso sviluppo della Cina così è avvenuto, per mezzo dello stato e per intervento straniero. Non troppo diversamente il Giappone nel XIX secolo, dove, tuttavia, la mano statale vi è stata molto più forte, in proporzione: le epoche cambiano, ed il mix d’interevento statale e di capitale straniero può cambiare, sia per nazioni sia per epoche. Ciò non toglie che così è avvenuto, ed avviene tuttora. Qui sta il “mistero del capitale”, capitale che, tuttavia, non è affatto misterioso, quanto al fenomeno della sua espansione: quest’ultima si sviluppa per mezzo del capitale straniero e/o dell’interevento statale: e/o, si badi bene. Il Sud non fa eccezione. Tu devi spiegare non come si espanda il capitalismo, ch’è chiaro, né perché tutti gli ostacoli crollino al suo cospetto, cioè al cospetto del dybbuk e del “revenant” che il capitale, in realtà, è; devi spiegare, invece, dove il sistema è nato, e perché solo lì è nato, e non altrove. E torniamo così a Weber, il quale non ci aiuta per niente a spiegare l’espansione del capitalismo, ma che, invece, rimane fondamentale per spiegare le ragioni della sua nascita, che sono inscindibili da una certa mentalità, nata solo in una parte dell’Europa occidentale, non tutta. E non nel Sud. Non la Spagna, per esempio, ma pure in Spagna vi è la differenza tra la Catalogna, un po’ come il nostro Lombardo Veneto, ed il resto – per fare un esempio. Non nell’Europa dell’Est – per farne un altro.

Temi non da poco, dunque. E non sta certo ad un blog approfondirli tutti, quanto, piuttosto, stimolare a che altri approfondiscano, sempre che vi siano interessati, ovvio.
Quel che può, ancora, segnalare un blog è un affanno ed una insufficienza profondi che suscitano tanti quadri esplicativi dominanti, che più non funzionano: sono insufficienti ormai. E son anche troppo parziali, troppo influenzati da idee dominanti, che anch’esse, a loro volta, più non funzionano, essendo in una crisi ancor più profonda dei quadri esplicativi dominanti.  


Andrea A. Ianniello







[1]Ubu incatenato” in A. Jarry, Ubu – Ubu Re – Ubu Cornuto – Ubu incatenato – Ubu sulla Collina, Adelphi Edizioni, Milano 1977, p. 108. Sulla patafisica, cf. A. Jarry, Scritti patafisici. La macchina, il tempo ed altri epifenomeni, :duepunti edizioni, Palermo 2009.
[2] In Introduzione alla magia, a cura del Gruppo di Ur”, vol. 2°, Edizioni Mediterranee, Roma 2011 (edizione originale 1972), pp. 281-282, corsivi in originale. Quest’opera contiene brevi saggi e articoli di valore anche molto differente: non tutto è valido allo stesso modo, ma nemmeno tutto è da scartarsi. In tale raccolta, infatti, si riflette spesso e volle tiri sul problema della potenza e sulla differenza tra quella interiore e quella esteriore. W. Sombart ha, tra l’altro, riflettuto profondamente sulla Metropoli: “Insomma: la Metropoli, per essere tale, deve essere sistema capitalistico nel senso complessivo: città della circolazione-riproduzione del capitale: Geist des Kapitalismus. Sia ben chiaro: Sombart afferma con ciò esattamente l’opposto del fatto che la Metropoli debba essere ‘città d’industrie’. Afferma che essa deve essere sistema perfettamente integrato allo sviluppo industriale-capitalistico, o, come prima dicevamo, servizio complessivo, politico-sociale, dello sviluppo. La Metropoli coordina, organizza, socializza le forme dello sviluppo. Questo è il dovere che la sua ‘vocazione terziaria’ deve espletare: centro di direzione politica dello sviluppo”, M. Cacciari, Metropolis. Saggi sulla grande città si Sombart, Endell, Scheffler e Simmel, Officina Edizioni, Roma 1973, p. 37, corsivi in originale. La copertina di quest’ultimo libro (di Cacciari) la si può veder qui: cf.
http://associazione-federicoii.blogspot.it/2016/09/altre-immagini-dellepoca-di-federico-ii.html. Intanto, però, la chiave dello sviluppo, da molti decenni, ormai, non è più l’industrialismo, con tutte le conseguenze del caso. Tuttavia, è proprio grazie a questo spostamento di “focus” che la Metropoli è, oggi, planetaria, e il pianeta Terra un’enorme, disgustosa Metropoli. Sia detto per inciso, i “conti”, come suol dirsi, col pensiero negativo non sono stati fatti per intero, e nemmeno dallo stesso Cacciari, passato al suo periodo “positivo” ormai da molto tempo, positivo ma non “propositivo”, si giunge sempre ad una “non conclusione” in Cacciari, anche nel suo, pur bel libro, Il potere che frena, del 2013.
[3] N. Sombart, Passeggiate con Carl Schmitt, Prefazione di M. Krüger, Nota finale di S. Gajani, “Ogni uomo è tutti gli uomini” Edizioni, Bologna 2015, pp. 14-15, corsivi in originale. N. Sombart è il figlio di W. Sombart.
[4] In Lu Hsun [Lu Xun], Storia della letteratura cinese, vol. II, Editori Riuniti, Roma 1960, p. 184.
[5] Mao Tse-tung, Uno studio sull’educazione fisica. Tutte le poesie, a cura di R. Pisu, Sansoni, Firenze 1971, p. 93, datato: 9 settembre 1961. Interessante qui sottolineare che Uno studio sull’educazione fisica è della fase precedente alla fase marxista di Mao. Qui occorre fare una breve precisazione, in relazione alla “natura” della modernità, che in Cina, ben prima di Machiavelli, la politica si separa dalla religione, divenendo “etica”, cf. E. Erkes, Credenze religiose nella Cina antica, Edizioni di Ar, Padova 2005, pp. 90-91. Ed ecco, dunque, il motivo di queste citazioni iniziali, che non vi sono per caso. Un certo “iter” non è stato affatto proprio del solo Occidente, eppure solo in una parte di quest’ultimo si è sviluppato il capitalismo; deduzione: la “laicizzazione” del potere politico non è sufficiente a generare il capitalismo. Inoltre, una sorta di “Machiavelli cinese” lo si può legger qui, dove la politica si separa non solo dalla religione, ma pure dall’etica, cf. Il libro del Signore di Shang, Adelphi Edizioni, Milano 1989. E tuttavia, dopo questa separazione dall’etica, vi è una sorta di, non casuale, “ri-religionizzazione” del potere – se così può dirsi. Il libro del Signore di Shang è citato in
http://associazione-federicoii.blogspot.it/2016/05/shi-il-poterecircostanze-dallintro-di.html, ivi nota (***). Lungo sarebbe il discorso, tuttavia, su paralleli e differenze tra Cina ed Europa in relazione al rapporto fra legge “naturale”, cosiddetta, e legge statuale, che poi è un nodo decisivo della “modernità”, nodo non più padroneggiabile oggi = la modernità è in crisi esiziale.
[6] Cf. https://it.wikipedia.org/wiki/Statuto_di_San_Leucio, che, per l’appunto, come detto qui sopra, ne presenta solo qualche breve brano. 
[7] Cf. Ferdinando IV, Origine della popolazione di S. Leucio, ristampa anastatica su carta amatruda di Amalfi in 399 esemplari di cui 49 in numeri romani e 350 in numeri arabi (quella che or ora consulto ha i numeri arabi), Edizioni Saletta dell’Uva, S. Leucio (Caserta) 2004. Questo è il testo che contiene la famosa legislazione di S. Leucio.
[8] Blog è contrazione di “web-log” = diario sul web – di seguito, diventa anche verbo, to blog. La parola nasce esattamente venti anni fa, nel 1997.
[9] Cf.
http://associazione-federicoii.blogspot.it/2015/06/san-leucio-un-castello-di-aspettative.html.
[10] Cf.
http://associazione-federicoii.blogspot.it/2016/10/cacciari-san-leucio-per-presentare.html.
[11] L’Italia è sempre stata un paese di artigiani, storicamente parlando, e l’attuale crisi dell’artigianato, già divenuto, nel corso del tempo, di “nicchia”, la dice lunga sul cosiddetto “nostro” paese. Tra l’altro, sia detto en passant, anche l’ antico Egitto è stato un paese d’artigiani; tutte le sciocchezze sul fatto che le Piramidi siano state edificate con torme di schiavi son ormai sciocchezze “hollywoodiane”, in quanto si sa che grossi gruppi di artigiani ed operai han costruito l’Egitto, i cui punto di forza era, proprio, per l’appunto, l’artigianato diffuso. Son infatti stati ritrovati resti della capanne dei lavoratori alle piramidi, come persino resti di ciò che mangiavano. In effetti, non si può capir l’Egitto senza quest’artigianato diffuso, e la sua indiscutibile maestria.
“‘… quel procedimento è un segreto: prima di conoscerlo bisogna aver fatto il proprio capolavoro’. ‘Che cos’è il capolavoro?’. Il vecchio vasaio si raccolse in se stesso, poi disse: ‘Il capolavoro è un’opera creata con l’anima, concepita col cuore, tenuta in gestazione nel proprio corpo, sentita a partire dalla pelle fino alle viscere … vissuta profondamente e portata dentro fino al momento in cui, come un frutto maturo, ti viene alla luce tra le mani’. […] ‘Ci vuole molto tempo per fare un capolavoro?’. ‘Ci vogliono intere generazioni per prepararlo; poi un uomo, che ne è l’erede, lo realizza’. ‘Come si fa a essere quell’uomo?’. ‘Bisogna ascoltare la voce muta degli Antichi, osservare la Natura, e tacere’. Il crepuscolo aggiunse silenzio a silenzio, il bambino sospirò , e disse: ‘Allora, se mi fosse riuscito il vaso quadrato, non sarebbe stato un capolavoro?’. Il vecchio dalla faccia rugosa sorrise: ‘Il capolavoro è stato quello di aver avuto l’idea! Poiché il tornio, rifiutando la terra che contrastava con la sua forma, ti ha mostrato la potenza nascosta del Neter [più o meno “divinità”, ma davvero grosso modo], in lotta col movimento. E così, il tornio ti ha insegnato la legge delle cose rotonde, che a scuola non avresti mai conosciuto realmente’. ‘Ma sei tu che me la stai spiegando!’. ‘Nient’affatto: una spiegazione entra solo nella testa; ma il tuo dispetto per l’impotenza d’imporre un’altra forma ti è entrato nelle dita, e questo ti resterà”, I. Schwaller de Lubicz, Her-Bak (Cecio), L’Ottava Edizioni, Milano 1985, p. 165, corsivi in originale, grassetto mio. Penso che queste parole abbiano un valore degno d’esser meditato. Quest’ultimo libro è interessante, perché vuol far vedere proprio quest’aspetto, così spesso così poco ricordato, e cui non si fa “mente locale”, dell’Egitto, per mezzo di un bambino, per mezzo “dell’innocenza divenuta cosciente”, cf.
http://associazione-federicoii.blogspot.it/2017/06/per-mezzo-dellinnocenza-divenuta.html. “Bisogna ascoltare la voce muta degli Antichi, osservare la Natura, e tacere” ... In tal modo si diventa gli “eredi”, ed erede è chi dispone del patrimonio a suo piacimento, senza cioè essere un ladro, ma legittimamente …
[12] Cf. F. Furet, Marx e la Rivoluzione francese, con un antologia di testi di Marx a cura di L. Calvié, RCS Libri, Milano 1989: “Marx non ha mai scritto un libro sulla Rivoluzione francese, ma in compenso ad essa ha dedicato molti commenti e numerose allusioni disseminate in tutta la sua opera”, ivi, Avvertenza di F. Furet, p. 7. La causa di tutto ciò sta nel fatto che il proletariato, secondo Marx, avrebbe dovuto liberarsi nei termini – “dialettici” – di ciò che criticava, il dominio borghese nato, appunto, con la Rivoluzione francese. Qui sta una delle “debolezze fondanti” lo stesso Marx, cf.
http://ideeinoltre.blogspot.it/2014/05/andrea-ianniello-baudrillard-la.html.
Un testo, seppur datato, interessante, in relazione al tema del rapporto di Marx con la Rivoluzione francese, è quello di A. Cornu, Marx e Engels dal liberalismo al comunismo, Feltrinelli, Milano 1962.  








5 commenti:

  1. Un grazie comunque all'esistenza di questo blog: è chiaro che non si può approfondire tutto ma, se il compito del saggio non è riempire vasi ma accendere fuochi, qui si ci riesce benissimo.

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    1. Grazie a te. In effetti è così, accender fuochi, non riempire vasi … Tra l’altro, sottolineo come sia Terra di Lavoro che la Calabria cosentina fossero le zone più interessate dal tessile e dove un minimo d’innovazione aveva preso piede. A questo punto, che queste zone oggi siano tra le più “scassate” d’Italia può anche non esser casuale. E cioè, la storia tende a dimostrare che un precoce – ma di seguito interrotto – sviluppo industriale è **peggio** che nessun sviluppo industriale proprio, e, di seguito, passare al terziario e al turismo. Questo naturalmente ci porta sempre al “nodo” delle borghesie locali.
      Oltre alle considerazioni dette nel post, a mio avviso, un utile suggerimento viene da questo volumetto: “Assisa seu Statuta Civitatis Thelesiae”, Associazione Storica del Medio Volturno – Istituto Campania della Qualità Onlus – Telese Terme, 2016, che riporta gli statuti del Comune nella trascrizione del 1426. Il manoscritto è del notaio Giovannello d’Angelo di Napoli, abitante in Cerreto, Cerreto Sannita oggi, tra l’altro quest’ultimo essendo u interessante esempio di applicazione completa dell’urbanistica settecentesca, oltre che paese noto per la ceramica e per certe particolarità dialettali. Bene, nell’Introduzione di F. Di mezza al libro testé citato, si legge: “Nell’Italia Centro-Meridionale non si ebbe la vivace attività statutaria che contraddistinse i comuni centrosettentrionali. Qui infatti la situazione si presentava in modo del tutto diverso, in conseguenza del ben più stretto controllo regio sulle città meridionali sin dal periodo normanno, che impedì l’emersione di un vero diritto locale autonomo, **le *consuetudines* locali furono nel complesso collaterali e sempre soggette alla legislazione di FedericoII**. Più specificatamente sotto il dominio dei Longobardi, molte comunità del mezzogiorno d’Italia avevano conservato usi propri ed istituzioni che in alcuni casi risalivano all’epoca romana. I Normanni concessero terre in feudo a persone di fiducia, togliendo loro l’autonomia ma il più delle volte rispettando le antiche consuetudini. Successivamente Federico II di Svevia limitò i privilegi dei feudatari e riconobbe personalità giuridica alle *universitates* (da *universi cives*, ‘unione di tutti i cittadini’). Esse sopravvissero sino all’abolizione del feudalesimo avvenuta con decreto del 2 agosto 1806, ad opera di Giuseppe Bonaparte”, “Assisa seu Statuta Civitatis Thelesiae”, cit., pp. 11-12, il segno “**” indica grassetto in originale, “*” indica corsivo in originale.
      Se ne deve dedurre che, sino all’inizio del XIX secolo, i Comuni non furono mai soggetti di diritto pubblico, ma **privato**, punto importante. Ciò non spiega tutto, anzi questa è una concausa, **non** la causa scatenante, che è quella detta nel post qui sopra. E però aiuta a spiegare la totale assenza di senso del “pubblico” negli amministratori meridionali, per quanto si riempiano la bocca delle parole di “bene pubblico”, che non corrisponde ad un sentire reale in loro, ma nemmeno nel funzionariato cioè nei burocrati dei comuni, ambedue le categoria, e amministratori e burocrati, provenendo in sostanza dalle borghesie locali. Ricordiamoci che il cosiddetto “ascensore sociale” nel Sud ha funzionato pochissimo e per brevi periodi, l’unico “ascensore sociale” essendo sempre stato, **dalla crisi del tessile in poi**, tranne il breve periodo dell’industrializzazione del Dopoguerra, andarsene, com’è noto all’universo mondo. Finché lo stato nazionale elargiva, bene o male si è vivacchiato, non appena ciò è finito le debolezze strutturali sono riesplose, ed aggravatesi. Oggi siamo semplicemente **ritornati** alla situazione solita,** post crisi del tessile**, ovvero massiccia emigrazione per chi voglia migliorare la propria posizione economica.

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    2. Dunque le borghesie meridionali sono sempre andate a rimorchio della corona. Esse passarono ai Savoia per errori dei Borbone soprattutto: all’inizio dell’Ottocento le borghesie erano sostenitrici dei Borbone, e di certi progetti riformatori che pure all’inizio questi avevano, ma che si arrestarono per ragioni **ideologiche**, e cioè la fondamentale accettazione, nel Sud, e da parte della corona, dell’ “intransigentismo” cattolico che in Francia si chiamerà “ultramontanesimo” e che non raggiungerà mai però il potere pubblico, come avvenne nel Sud.

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    3. Due notiziole sparse: dalla fine del tessile il Sud non si è mai ripreso eh. Mai.
      Il divario tra Nord e Sud, che era “x” all’ “Unità” d’Italia, è divenuto oggi - **oggi** - “xy” = si è **moltiplicato**, non è “x + y”, cioè si è cresciuto di molto … Tu un paragone lo devi sempre fare in proporzione, non in grandezza assoluta, come fanno tanti, che non vuol dire nulla. Se vuoi vedere come cresce la ricchezza, devi porre il tasso di crescita generale a paragone della distribuzione della ricchezza stessa: questo ti dà la misura precisa. Da questo si deduce che la differenza tra Nord e Sud del mondo è esplosa negli ultimi decenni. Ecco perché non si riesce a governare la cosiddetta “immigrazione”, che è mera conseguenza, non causa. Poi che la conseguenza venga usata da certe forze, dunque diventi una nova causa – ma di un **altro** fenomeno, di un **altro** fenomeno … -, è verissimo.
      Ma è altro discorso …




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  2. Parlando di chi “usa” certi fenomeni le cui cause sono profonde, e si trovano nella natura del sistema-mondo di oggi, si noti il commento: “Il libro di Patton – Mackness – citato qui su, parlava, alle pp. 220-221, già dell’indipendenza catalana, un altro modo d’indebolimento interno della **già fragilissima** Europa”; cf.,
    http://associazione-federicoii.blogspot.it/2017/09/17-anni-fa-lautunno-del-mondo-moderno.html.
    Sta così terminando quell’indebolimento profondo, iniziato già con l’Euro, iniziato già 19 anni fa, nel 1998 (cf.
    http://associazione-federicoii.blogspot.it/2013/12/di-una-crisi-passata-che-si-e.html, nota n°3, ovviamente all’epoca era come parlare ad un muro; ed oggi? lo stesso …, il muro è cambiato, è più zozzo, peggiore, ma sempre un’ impasse” c’è …).
    Non siamo per caso giunti dove siamo … (cf.
    http://associazione-federicoii.blogspot.it/2014/08/puro-caso-e-fenomeno-privo-di-causalita.html, e ormai la linea del fronte della “guerra asimmetrica” che si combatte per bande, indebolendo il nemico dall’interno e **senza** carri armati da Seconda Guerra Mondiale, vede il fronte arretrare sempre più verso Nord …; naturalmente, in Francia, **Germania** e Centro Europa credono di salvarsi, che sacrificando l’Europa del Sud, com’è sempre avvenuto dal punto di vista economico – e qui sopra si è parlato, in sostanza, di quest’episodio storico -, si salveranno anche loro: purtroppo, qui non è in questione l’economia, ma ben altro, e di natura ben diversa).
    Il che, di nuovo, è “signum” di esser pronti per “altro”, per un’ “altra” situazione …
    Rimane centrale, sempre, il problema delle “vie d’uscita”, e di lasciare la città o almeno trovar posti di rifugio in una situazione di galoppante dissoluzione, dove nessuna istituzione può veramente, oggi, far da reale argine al processo in atto da molto ma molto tempo, e che tutte le istituzione se non l’hanno generato, per lo meno l’hanno avallato consenzienti.




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