lunedì 14 agosto 2017

Benedetto da Norcia, o della decadenza (e della sua cura)







Fermo restando che: “Anche questi monasteri [che saranno formati seguendo la Regola], come qualsiasi altra forma di vita storica, conobbero tempi in cui la sacra fiamma minacciava di estinguersi. Nessuna vita monastica va esente da questo pericolo”[1], chi fu Benedetto da Norcia? Raramente lo si pone nella sua epoca, in ciò sbagliando. Al contrario, ricordiamocene: “Quattro anni prima della nascita di Benedetto, nel 476 Romolo Augustolo, imperatore romano d’Occidente, vene deposto da Odoacre e dai suoi mercenari germanici [Odoacre, in realtà, era un erulo, e cioè un unno, gli Unni, da un base mongolica, poi si erano mescolati sia con popoli germanici sia con slavi: Attila è parola gota e significa “piccolo padre”; nota mia], al soldo dell’imperatore d’Oriente. Roma e l’Italia avevano perso la loro posizione di potenza mondiale [e non l’avrebbero mai più riconquistata – è bene ricordarsene –, nota mia]. Nel 489 l’ostrogoto Teodorico si proclamò re d’Italia. Benedetto visse durante il periodo del dominio gotico in Italia, caratterizzato da instabilità e guerre”[2].
E appena il caso di ricordare che il dominio politico dei papi a Roma deriva dal titolo di Praefectus Urbis e che tal titolo fu dato dall’imperatore d’Oriente perché esercitasse la sua autorità: pertanto, esso è del tutto legittimo.
Naturalmente, da buon romano, il papa subì l’influsso della “lupa”, e subito tese ad esser del tutto indipendente, ma questo è un altro discorso.
Torniamo a Benedetto, dunque.
Quel che c’interessa non sono le vicissitudini storiche o la natura umana, incallita, ma invece avere indicazioni o suggerimenti su come si reagisce alla decadenza ed alla fine delle culture. E cioè quel che stiamo esperendo nel “nostro” tempo.
“Fu [Benedetto] una grande figura di fondatore. Non fu un religioso ordinario. Non esiste un Ordine benedettino nel senso usuale del termine [all’epoca della vita di Benedetto, s’intende], perché Benedetto fondò un solo monastero e nulla più. Secondo lui, ogni monastero è indipendente, un mondo a sé. Egli non fu neppure un riformatore della vita religiosa con intenzioni restauratrici [punto molto importante questo, nota mia]. L’uomo di Montecassino fu un fondatore eminente, con lo sguardo proteso al futuro e per nulla propenso a cullarsi nei sogni di una aureo passato [ben diversamente da oggi, dove o sognano impossibili restaurazioni, oppure si danno – e si dannano - ad uno schiacciamento nel presente che è cosa immonda; nota mia]. Quanto la sua singolare figura fondò, risultò consistente perché aveva in sé la forza di durare nei secoli. La vocazione di esser fondatori proviene unicamente da Dio. […] I fondatori son individui irripetibili in possesso di una straordinaria energia. Con la fondazione di Montecassino Benedetto non si presentò come riformatore del mondo [altro punto davvero da sottolinearsi, nota mia]: si vide semplicemente di fronte a una società in sfacelo e si rese conto di come una cultura andava inarrestabilmente precipitando. In quel difficile momento fondò con estrema modestia un monastero che, appartato dal mondo, era un luogo di silenzio, dove senza grandi ambizioni venne tentato un nuovo inizio. Benedetto non si preoccupò oltre della decadenza in atto, pensò a costruire qualcosa di nuovo[3].
Senza grandi ambizioni”, venne “tentato un nuovo inizio”, mi sembra stia tutto qui, oggi
Questo non significa, come si fa oggi, che si debba “imitare” il passato, cosa, peraltro, impossibile, ma che si debba “trarre spunto” dal passato, perché solo proiettandosi nel passato è possibile spingersi nel futuro, il presente infatti essendo un istante impalpabile.
In effetti, si vive sempre nel recentissimo passato, mai nel presente davvero: esperire l’istante significa collassare nel non tempo, espandersi oltre il tempo stesso: insomma, quel che sta al centro di ogni spiritualità, trascendere l’aspetto temporale.
Non sono, dunque, impossibili “restaurazioni” che potranno mai aver successo: qui è caduto il XX secolo, che, pure, ha ricevuto tanto, più del XIX, mentre quest’inizio di XXI sembra più essere la permutazione del XIX che il superamento del XX. La causa, profonda e decisiva, di tal fallimento sta proprio nell’aver voluto disperder energie in impossibili restaurazioni.
Secondo Toynbee, sebbene le civiltà siano differenti, la maniera in cui decadono e terminano è sempre una.
Ne deriva che anche la cura è una ed una sola.
Quella che Benedetto comprese.
Quella detta qui sopra. Di conseguenza, se uno comprende questo punto, il suo animo si rasserena, come quello di Benedetto: “Il suo animo non tradiva il minimo segno di essere lacerato e diviso[4]. Un “animo (animus, e non anima) lacerato e divisoè “il” segno distintivo di tutte le età di crisi, ma è sommamenteilsegno (signum) dei “nostri” tempi.
La via d’uscita, dunque, una ed una soltanto è.
Ovviamente, poiché viviamo in un quest’inizio del XXI secolo, ben diversamente dall’epoca di Benedetto, siamo seguiti alla fine del XX secolo, l’epoca in cui il come ha raggiunto il massimo della sua influenza.
Oggi è l’epoca del “come”, mai del perché: si descrive molto esattamente un processo, ma non se ne comprendono le ragioni profonde.
La cecità è il prodotto di lenti distorcenti …
In ogni caso, questa è l’epoca che “si” vive.
Dunque l’aspetto analitico – e cioè il come siamo giunti qui – è stato lungamente trattato in questo blog, e rimando ai vari post precedenti, seppur in maniera non sistematica ed anche “saltellante” od episodica, come vogliono sia il mezzo sia la “nostra” epoca.
Ma ciò non significa che le vie d’uscita siano tante, ma proprio per niente.
Al contrario, una soltanto essa è.

Or vi sia un momento di silenzio che anche sia un memento al silenzio e della sua importanza: “Benedetto fu animato da un ideale inflessibile […]. In un periodo difficile della storia volle aiutare e aiutò effettivamente. Le sue energie produssero un effetto rinnovatore, per cui con piena convinzione possiamo definirlo una figura veramente benefica della storia. Che dovrei ancora dire? Nient’altro! Vorrei solo ripetere le parole di Gregorio: ‘Ora sarà bene sospendere per un po’ i nostri colloqui … Ristoriamo, con un po’ di silenzio, le nostre energie’”[5].

Andrea A. Ianniello




Copertina di W. Nigg, Benedetto da Norcia, cit., 

L’immagine è dell’VIII secolo, e proviene dalle catacombe di Ermete, a Roma, quella Roma che deluse Benedetto e nella quale trovò decadenza, non solo culturale o morale, ma invece anche religiosa. Tale immagine viene considerata la più antica raffigurazione di Benedetto. Egli vi è un monaco, ancor giovane, che, attento, guarda, osserva profondamente, e “riserba il giudizio”. Ma le sue considerazioni arriveranno, precise, chiare, cristalline come acque di un torrente di montagna.
Uno sguardo attento, vigilante. E nulla potrà sfuggire da quel chiaro, netto eppur sereno sguardo dove le cose saranno viste per ciò che sono, senza falsità e infingimenti umani, eppure con amore, con comprensione. Ma il male non può ingannare un tale sguardo.
Son occhi antichi[6].











[1] W. Nigg, Benedetto da Norcia, Edizioni Paoline, Roma 1979. Interessante quest’osservazione: “si potrebbe indagare sul ruolo svolto dall’invidia, dalla gelosia e dall’intrigo nella storia della Chiesa … Basterebbe un grosso volume? Certamente no […]. La gelosia, l’invidia, la vanità e l’ambizione occupano un posto paurosamente grande tra i cristiani. Sovente essi non cercano neppure di combattere tali sentimenti. L’invidia tra colleghi costituisce un tristo capitolo nella storia ecclesiastica e rende poco credibile la predicazione cristiana. Non dobbiamo passare frettolosamente sopra questo comportamento deleterio e i suoi effetti nefasti. I cristiani invidiosi hanno fatto più male alla Chiesa di tanti miscredenti: ‘Il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra i pagani’ (Rm 2, 24)”, ivi, p. 29. Delitti sono stati commessi da membri della Chiesa cristiana come da delle altre istituzioni, nessuno è senza peccato: voglio dire che, nonostante quel che alcuni credono, tali delitti non sono affatto una caratteristica distintiva del Cristianesimo; ma, se si dovesse chiedere qual è il peccato che ha costellato sin dall’inizio quest’istituzione, la risposta sarebbe semplice: l’invidia, che altro non è se non una forma della vanità. Benedetto ebbe, poi, a lottare contro l’ “eterno nemico”, cf. ivi, pp. 31-32. Spesse volte, ahinoi, le stupide invidie umane aprono la porta a mali ben peggiori.
[3] Ivi, pp. 62-63, corsivi miei. Interessante notare come un primo tentativo non ebbe successo, cf. ivi, p. 26. Occorre saper perseverare.
[4] Ivi, p. 62, corsivi miei.
[5] Ivi, p. 64, corsivi miei.
Cercando le prove dell’esistenza di un “Cerchio interno” dell’umanità – ma in senso “moderato” e non “teosofista”: “Il punto di vista ‘debole’ attribuisce al ‘Cerchio interno’ saggezza superiore e poteri, ma non lo ritiene onnipotente”, J. G. Bennett, Gurdjieff. Un nuovo mondo, Ubaldini Editore, Roma 1981, p. 60, corsivi miei, ed esso “Cerchio” è costituito da “un insegnamento tradizionale, trasmesso da persone che sono pervenute a un livello superiore di esistenza grazie ai loro sforzi e che usano la loro conoscenza e i loro poteri nella misura consentita dalle condizioni del mondo”, ibid., corsivi miei -, Bennett s’imbatté, guarda caso, in Benedetto. “Tra il iii e il vii secolo d.C., l’Europa fu sconvolta dalle orde che scaturirono dall’Asia centrale e distrussero l’impero romano. Nel bel mezzo di questi sovvertimenti, sorse lo straordinario fenomeno del monachesimo cristiano, visibilmente fondato da San Benedetto e dai suoi successori. I monasteri d’Europa ripristinarono la stabilità e la fiducia, dissodarono di nuovo la terra e crearono una nuova cultura che resistette per ottocento anni, finché non fu soppiantata dal sistema valutativo del Rinascimento. Pochissima gente di solito è disposta a collegare questi eventi con i ‘Maestri’ […], con esseri soprannaturali nascosti ai comuni mortali. Nondimeno, il fenomeno è una realtà storica che non si spiega facilmente. Le orde gotiche furono trasformate da distruttrici in creatrici, in un modo che fa pensare che interventi spirituali fossero in azione sia in mezzo a loro che fra le popolazioni europee che conquistavano. […] Esiste una notevole analogia fra gli eventi europei appena descritti e gli sconvolgimenti che scossero la maggior parte dell’Asia tra l’xi e il xvi secolo. Orde di Goti e di Tartari, di Turchi e di Mongoli avanzarono impetuosamente attraverso gli imperi in declino di Cina e India. […] Il culmine si toccò tra il 1220 e il 1230, quando Gengis Khan e i suoi mongoli abbatterono ogni resistenza e devastarono antiche culture”, ivi, p. 34, corsivi miei.
Su Gengis Khan, cf. G. Mandel, Gengis Khan. Il conquistatore oceanico, SugarCo Edizioni, Milano 1979. Sugli Unni, cf. ivi, pp. 21-35. In calce a questo libro, vi è un passo biblico: “E disse Dio: ‘Ecco susciterò un popolo feroce e impetuoso – i Caldei – che percorrerà i vasti spazi della terra per conquistare le dimore non sue. Popolo feroce e terribile, che dalla forza trae il proprio diritto. I suoi cavalli sono più veloci dei leopardi, più agili dei lupi della sera. Vengono da lontano a cavallo dei loro destrieri, veloci come l’aquila che piomba per divorare. Superano ogni altra gente nella rapina. La loro faccia è del color del fuoco come il veto d’oriente; ammassano i prigionieri come sabbia; se la ridono di re e di potenti; e si fan gioco d’ogni fortezza: vi ammucchiano contro un terrapieno e la prendono d’assalto’. La Bibbia, Abacuc, 1, 6-10. (600 a.C.)”, ivi, p. 7, corsivi in originale. Oggi, che tutto è un’immonda città, nessun popolo “se la può ridere dei potenti” che nel frattempo, non son certo più re. Ed ecco abusi, soprusi ed ingiustizie che sommergono il mondo come uno tsunami radioattivo. Anche interessante: G. Mandel, Gengis Khan, “Periodici Mondadori”, Milano 1968, che, a p. 61, presenta una foto di una grotta “probabile tomba di Gengis”, corsivi in originale.
Interessante notare l’eponimo di Sant’Agata dei Goti, dove i Goti avrebbero sostato, indipendentemente se siano stati o non i fondatori della città, di ritorno (oppure andando verso) il Busento, dove Alarico I era stato, secondo la leggenda, sepolto. Anche questo fatto, riferito al borgo sannita, è leggendario, ma non ci si può dimenticare del legame fra Sant’Agata e i Goti, testimoniato a Roma dall’omonima chiesa nell’angolo di Via Panisperna, ed alle spalle della Banca d’Italia, un posto per il quale son passato molte volte, chiesa molto ma molto antica, sebbene oggi, ovviamente, sia stata ricostruita varie volte: le forme attuale son ben più tarde dell’originale del V secolo. Siamo sulla via che porta alla Suburra, una parte molto interessante di Roma, verso l’Esquilino, dove gli stranieri a Roma spesso si stabilivano. Sull’etimo di Sant’Agata dei Goti e sull’inconsistenza della tesi, oggi dominante, secondo cui il nome “dei Goti” deriverebbe dalla famiglia de Goth – eh sì, quella di Clemente V (Bertrand de Goth, 1264-1314) –, cf.
http://www.sanniopress.it/2013/06/25/storia-sul-nome-di-santagata-dei-goti/.
Tra l’altro, tornando a Gurdjieff, prima di notare come avesse contatti sia con il partito zarista sia con quello rivoluzionario, con grave scandalo di Ouspensky che era zarista, Bennett parla del soggiorno di Gurdjieff a Roma, dandone i riferimenti nell’edizione inglese di Incontri. Eccone il passo, nell’edizione italiana: “Sempre seguendo il mio scopo, un giorno approdai a Roma; siccome il mio denaro stava finendo, seguii il consiglio di due giovani aissori [cristiani assiri] di cui avevo fatto la conoscenza, e col loro aiuto mi installai sul marciapiede come lustrascarpe. All’inizio, bisogna dirlo, i miei affari non furono brillanti. Perciò, per aumentare le mie entrate, decisi di dare a questo mestiere un tocco nuovo, per niente banale. Ordinai una poltrona speciale, sotto la quale sistemai un fonografo di Edison, invisibile ai passanti. Di fuori, si vedeva soltanto un tubo di gomma munito di diffusori disposti in modo tale che quando una persona si sedeva sulla poltrona, questi erano a portata delle sue orecchie. Non avevano che da avviare discretamente la macchina. In questo modo, mentre io gli lustravo le scarpe, il mio cliente poteva sentire La Marsigliese o la maestosa aria di un’opera. Inoltre, fissai al braccio destro della poltrona una specie di vassoio sul quale posavo un bicchiere, una caraffa d’acqua, del vermouth e dei giornali illustrati. Grazie a questi accorgimenti, i miei affari andavano a gonfie vele: questa volta cominciarono a piovere delle lire, e non più i centesimi. I turisti giovani e ricchi era particolarmente generosi. Introno a me c’era sempre una quantità di sfaccendati. Essi aspettavano il loro turno per sedersi sulla poltrona dove, mentre io loro lustravo le scarpe, essi si sarebbero dilettati con qualcosa d’inedito, mettendosi nello stesso tempo in mostra davanti agli occhi di altri idioti vanitosi della loro specie, che andavano bighellonando da mane a sera”, G. I. Gurdjieff, Incontri con uomini straordinari, Adelphi Edizioni, Milano , pp. 173-174, corsivi in originale. Sembra che, quanto a gente che “bighellona”, Roma continui ad avere una lunga e gloriosa tradizione antica …
Riguardo al fatto che Gurdjieff potesse militare in partiti opposti, Ouspensky non capì mai come, per Gurdjieff, non contasse “di che partito si era”, ma, invece, quel che contava era l’uomo, la condizione umana.
Nonostante tutta la sua evidente intelligenza, Ouspensky conservava comunque qualche aspetto della classica mentalità russa, chiusa e tendenzialmente settaria. I russi hanno questa “sindrome dell’accerchiamento”, come se tutto il mondo ce l’avesse con loro, anche quando ciò non è affatto vero e il contrasto è semplicemente un contrasto d’interessi, senza nessuna particolare intenzione negativa specifica contro di loro. Inoltre, sul denaro Gurdjieff era senza scrupoli, la qual cosa inquietava il molto corretto Ouspensky. In poche parole, Gurdjieff era vissuto tra disastri economici e guerre, frequentando società segrete e cospiratori di varia natura, mentre Ouspensky era, in sostanza, un giornalista ed un professore, dunque due esperienza di vita del tutto lontane: non stupisce non s’intendessero.
Diceva Gurdjieff, per esempio, “Ero sempre cortese nei riguardi dei poveri, però non consideravo n peccato approfittare della stupidità di coloro che, senza merito alcuno, e soltanto in virtù di una posizione dovuta al caso, rappresentava l’intellighenzia del posto, mentre dal punto di vista dell’intelligenza vera, erano bel lungi dal valere la popolazione locale a loro subordinata”, ivi, p. 339. E, dopo aver visto di tanta, tantissima gene, che vale sottozero, esercitare un governo “senza merito alcuno, e soltanto in virtù di una posizione dovuta al caso”, non posso che dire “amen” a questo. In altri tempi non l’avrei fatto, ma dopo averne viste “di crude e di caldissime”, no ho alcuna comprensione per questa gente qui, che impesta le pubbliche amministrazioni, e non solo.
Poi, sulla Russia, diceva: “dopo esser diventato per volontà del Destino (o, per meglio dire, per la stupidità di chi detiene il potere in Russia), povero come un topo di sagrestia, mi sono avventurato nel paese del dollaro”, ivi, p. 321, corsivi miei, dove “di chi detiene il potere in Russia” si riferisce allo zarismo. Lo stesso Gurdjieff tentò anche di staccare Nicola II dall’influsso di Rasputin, senza però riuscirci; descrisse Nicola II come uno che, sulla carta, aveva chissà quale potere, in realtà non ne aveva più di “un Duca di Brunswick”. Chiaro che queste frasi, ascoltate da un Ouspensky, non potessero che scandalizzare quest’ultimo.  
[6] Dietro questa questione vi è il – perenne – problema dell’ “intervenire” nel mondo o, al contrario, “liberarsene”, quest’ultimo atteggiamento essendo quello di Sri Ramana Maharishi, l’altro di Sri Aurobindo. Parlando dell’opera di teatro di Sri Aurobindo Perseo il liberatore, Mère riassumeva questi due atteggiamenti ed il fatto che spesso lei oscillava fra questi due “atteggiamenti spirituali”, cf.
http://www.arianuova.org/it/perseo-il-liberatore?id=889.
Il discorso sarebbe lungo, si può però dire una cosa, ovviamente legittimi ambedue, non è questo affatto il problema: è il discorso del “pagamento”, cui si è accennato varie volte su questo blog. “Dio ha fatto del mondo un campo di battaglia e lo ha riempito del calpestio dei combattenti e delle grida di un grande conflitto e di una grande lotta. Vorresti rubarGli la pace senza pagare il prezzo che Egli ha fissato?”, Sri Aurobindo, Pensieri e aforismi, Editrice Arka, Vimodrone (Mi) 1985, p. 25, corsivi miei. Eh sì, gli uomini questo vorrebbero: “rubarGli la Pace” senza pagarla. E non si può, non si può. Ma il punto vero è: qual è il prezzo, e chi è disposto a pagarlo? Sta tutto qui … A questo punto giunti, chiarito il “nodo” – che si debba pagarne il prezzo -, si può pensare a far sì che, fra i due “atteggiamenti spirituali”, la Bilancia si “abbocchi” dal lato più debole: infatti, questa spiritualità remissiva ed intimistica, che noi abbiamo ereditato dal recente passato, ha contribuito non poco ad aprire all’ “Avversario perenne” enormi spazi di manovra. Ora, giusto per esser chiari, se “intervenire” vuol dire tornare alla “religione più politica” avremo soltanto fatto un grande, un enorme autogol.
Questo per dire come le cose siano tutt’altro che “semplicistiche” e che non ce la si può cavare con la permutazione di vecchi atteggiamenti, probabilmente avremmo bisogno di nuovi atteggiamenti, lontani sia dalla mera imitazione del passato sia dalle solite storielle sulla “nostra” grande epoca di “trasformazione”, che si riducono sempre a trasformazioni verso il Basso, mai verso l’Alto. E mai che si chiedessero com’è che sia così facile discendere, difficilissimo il salire, che, poi è una domanda-chiave - che aprirebbe tante porte.
Bisogna che la spada, come quella di Brenno si ponga sulla Bilancia dei due atteggiamenti, stavolta in favore del più debole; ma ciò, ripetiamolo, non è mai a costo zero … Ma si può fare, si può fare.     
Tra l’altro, il 1962 fu, secondo Satprem, un raro anno “liberoe “sereno”, per Mère, cf.
http://www.superzeko.net/doc_incanus/IncanusPrecisazioniNonNecessarie.pdf, nota n°16 a pie’ pagina. 








7 commenti:

  1. Come detto, ecco questi due ultimi post, relativi a temi specifici. Sono stato costretto ad approfittare di questa pausa dal gran caldo, per portare a termine questi ultimi post: di certo il caldo ritorna, ma stavolta non si dovrebbe muovere il “Grande” Capo “lui même”, quanto invece delegare uno dei suoi più o meno agguerriti sgherri …




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  2. Sto leggendo "Andare per le abbazie cistercensi" di Carlo Tosco, Il Mulino 2017, interessante perché racconta la costruzione e l'architettura delle abbazie cistercensi fornendo di volta in volta l'elemento storico. Lo slancio di S. Bernardo fu eccezionale, così come rivoluzionario fu il "ritorno alla terra" dei monaci che dovevano necessariamente svolgere lavori agricoli: difatti bonificarono molte paludi e disboscarono ampie zone, ad esempio in Nord Italia.
    Però c'è una differenza di fondo con S. Benedetto, ed è precisamente questa: "Egli non fu neppure un riformatore della vita religiosa con intenzioni restauratrici [...]", mentre l'animo dei cistercensi era invece proprio quello di restaurare l'austerità e la disciplina dei Benedettini delle origini.

    Questo post è fondamentale, e lo giro al gruppo dei miei amici con cui in questo spirito, "senza grandi ambizioni" stiamo tentando "un nuovo inizio", tentando a tal proposito di ristrutturare un casale in Abruzzo.
    La cosa che più mi ha sorpreso di tutto questo è che finora, anche se siamo davvero agli inizi e ancora non ci facciamo aspettative, il tutto avviene sì con grande entusiasmo, ma in altrettanta grande semplicità.
    La spinta è data sicuramente dalla questione fondamentale del nostro tempo, ma non ci si crede di essere chissà chi. Forse quello più "infervorato" sono io, per questioni di temperamento chissà, e questo post mi ha rinfrescato l'atteggiamento di umiltà.
    Forse quando li raggiungerò a settembre farò un "reportage" su namaqualand, se le cose si consolidano.

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    1. Eh sì, la grande differenza stan nel fatto che i Cistercensi volevano riformare mentre Benedetto non aveva questa intenzione. Questo, a sua volta, derivava dal fatto che i Cistercensi vivevano in una civiltà medioevale che attraversava sì una sua crisi all’interno, ma che, in sostanza, rimaneva ferma in certe sue “certezze” di base.

      Ben diversa la situazione di Benedetto, ben diversa. Non era proprio questione di riformare un bel nulla ma invece di un nuovo inizio, molto ma molto modesta e proprio senza nessuna ambizione.

      Molto bene il vs. tentativo, quella breve “Regoletta” nel blog in inglese basta: nessuna discussione, nessun focalizzarsi su grossi problemi: farebbe solo venir fuori l’insieme di fratture che si son andate accumulando, perché noi viviamo in un mondo frammentatosi, e non possiamo – attaccando frontalmente questo fatto - ripristinare la “deframmentazione” precedente: il mondo non è un computer, il tempo non torna indietro.
      Quindi occorre, molto semplicemente, aver ben in chiaro quel che si può fare, quel che non si può fare; poi scegliere la via del “si può fare”, tralasciando l’altra, che significherebbe solo spreco delle poche forze rimaste.

      Abbruzzo terra “avita” – due “bbi” d’obbligo eh – …




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    2. Abruzzo con una b: trauma per me calabrese.
      Sto finalmente leggendo la biografia di Federico II di Kantorowicz e sto vedendo quando fosse importante e strategica per lui quella terra, cosa che non potevo sospettare prima.

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    3. E lo era in quanto zona strategica, di passaggio, il vecchio post:
      https://chinkinthegreatwall.wordpress.com/2016/08/09/a-humble-proposal/




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  3. http://www.stupormundi.it/it/federico-ii-e-lordine-monastico-cistercense




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  4. Reminders:
    http://associazione-federicoii.blogspot.it/2013/06/federico-ii-le-questioni-siciliane.html
    http://associazione-federicoii.blogspot.it/2013/06/28-giugno-1228-vigilia-sancti-petri.html
    http://associazione-federicoii.blogspot.it/2013/06/un-rito-indu-di-federico-ii.html
    http://associazione-federicoii.blogspot.it/2015/10/federico-ii-caserta.html




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