martedì 11 aprile 2017

“Ricordare Foucault” … …






(Occorre sempre sforzarsi di …
Vivere senza infelicità[1] …)





A proposito di un mio commento al post precedente[2], chiamo questo post “Ricordare Foucault”, per parafrasare – in senso contrario – il vecchio libro di Baudrillard ricordato nel commento in questione.
“Oggi particolarmente il reale non è più che questo: stockaggio di materia morta, di corpi morti, di linguaggio morto. Ancor oggi la valutazione dello stock di reale ci securizza”[3]. E cosa si fa, ogni giorno quasi, al “giorno d’oggi”??
“Né istanza, né struttura, né sostanza, né rapporto di forze: il potere è una sfida [corsivi miei]. Dal manichino di potere delle società primitive, che parla per non dir niente, al potere attuale che è presente solo per scongiurare l’assenza di potere, è stato percorso tutto un ciclo, quello di una doppia sfida. […] La storia reale del capitale. Tutto il pensiero critico del materialismo è soltanto il tentativo di arrestare il capitale [verissimo!!, nota mia], di cristallizzarlo  nel momento della sua razionalità economica e politica [corsivi miei]. ‘Stadio dello specchio’ del capitale cullato dalle sirene della dialettica. […] Fortunatamente il capitale non si lascia imprigionare in questo modello, lo supera nel suo movimento irrazionale [corsivi miei]”[4].
Ma la più grande baggianata dalla storia è quella di credere che il capitale sia “razionale”, nulla di più falso, ha delle modalità e dei mezzi razionali, ma non gli scopi, ma il suo fine, il suo fine non è affatto “razionale”, in alcun modo.
“Vi fu un tempo in cui il potere accettava di sacrificarsi secondo le regole di quel gioco simbolico cui non può sfuggire. Un tempo in cui il potere era la qualità effimera e mortale di ciò che dev’esser sacrificato. Da quando esso ha cessato di esser potere simbolico per diventare potere politico ed una strategia di dominio sociale, la sfida simbolica non ha cessato d’insidiarlo nella sua definizione politica [corsivo mio], di disfare la verità del politico [corsivi miei, e questo punto è decisivo, nota mia]. Oggi […] è tutta la sostanza del politico che crolla [corsivo mio; dunque è già crollata, vista la data del libro …, nota mia]. Siamo al punto in cui nessuno assume il potere [corsivi miei; esattissimamentissimamente, ma queste frasi sono del 1977 …, ed oggi, dove siamo (domanda retorica), nota mia], nessuno ne vuol più sapere, non per una qualche debolezza storica o caratteriale, ma perché s n’è perduto il segreto e nessuno vuol più riprendere questa sfida. Tanto è vero che basta rinchiudere il potere nel potere per farlo crepare. Contro questa ‘strategia’, che strategia non è [corsivi miei], il potere si è difeso in tutti i modi possibili (proprio anche in questo consiste il suo esercizio [corsivi miei]): democratizzandosi [corsivo mio], ecc. Ma mentre i ‘rapporti di forze’ si lasciano facilmente intrappolare e disinnescare da queste astuzie del politico, la contro-sfida, nella sua semplicità ineluttabile, non può aver fine che insieme al potere stesso”[5].
Tutto questo si riassume di poche parole: la “costruzione moderna del potere” sta collassando, e non da ieri, oggi ne stiamo vedendo le battute finali, e, a differenza della “fine” del “mondo mitico”, come nella “Rovina di Kasch” non certo “onde maestose” riempiono i cuori di “meraviglia e timor”, ma un vicino ne batte un altro per interessi molto concreti e pratici. Non “grandi eroi”, ma solo trincee fangose, così è, chi non capisce questo sta nei propri sogni, ché poi il “nostro” mondo è specialista nel dare super compensazioni illusorie.

“La storia reale della lotta di classe. I soli momenti reali furono quelli in cui la classe dominata si è battuta sulla base del rifiuto di se stessa ‘in quanto tale’, sulla base del solo fatto che non era niente. Marx lo aveva ben detto che un giorno essa avrebbe dovuto essere abolita. Ma questa era solo una prospettiva politica. Quando la classe od una frazione di classe preferisce giocare come radicale non-classe, come inesistenza di classe, vale la pena giocare la propria morte subito nella struttura esplosiva del capitale, quando sceglie di implodere d’un tratto invece di cercare l’espansione politica e l’egemonia di classe, allora si arriva al giugno ’48, alla Comune [di Parigi, 1871] o al maggio ’68. Segreto del vuoto, forza incalcolabile dell’implosione (contrariamente alle nostre immaginazioni sulla esplosione rivoluzionaria) – si pensi al quartiere Latino il 3 maggio nel pomeriggio. Il potere stesso non si è sempre considerato potente ed il segreto dei grandi politici fu quello di sapere che il potere non esiste. Che esso è soltanto uno spazio prospettico di simulazione, come fu quello pittorico del Rinascimento e che, se il potere seduce, è proprio perché (cosa che i realisti ingenui della politica non capiranno mai) è simulacro, perché si trasforma in segni e s’inventa su dei segni (questa è la ragione per cui la parodia, la reversione dei segni o la loro esasperazione può toccarlo più profondamente di qualsiasi altro rapporto di forze). Questo segreto dell’inesistenza del potere che fu quello dei grandi politici, è anche quello dei grandi banchieri, cioè che il denaro non esiste; fu quello dei grandi teologi ed inquisitori, cioè che Dio non esiste, che Dio è morto. Questo conferisce loro una superiorità favolosa. Quando il potere afferra questo segreto e lancia contro se stesso la propria sfida, allora esso è veramente sovrano. Quando smette di farlo e pretende di trovarsi una verità, una sostanza, una rappresentazione (nella volontà del popolo, ecc.), allora esso perde la sua sovranità”[6].

“Quando si parla tanto del potere, vuol dire che questo non c’è più. […] Il sangue fresco viene al potere dal desiderio. Ed esso stesso non è più che una sorta di effetto […] di strategia ai confini della storia. E’ proprio qui che giuocano [con la “u”, sic!!, nota mia] anche ‘i’ poteri di Foucault: innestati sull’intimità dei corpi, sul tracciato dei discorsi, sull’accoppiamento dei gesti, in una strategia più insinuante, più sottile, più discorsiva, che anche qui allontana il potere dalla storia e lo avvicina alla seduzione. Fascinazione universale per il potere, nel suo esercizio e nella sua teoria, fascinazione così intensa solo perché è quella di un potere morto, caratterizzato da un effetto di resurrezione simultanea, in odo osceno e parodistico, di tutte la forme di potere già viste, esattamente come avviene per il sesso nella pornografia. La morte imminente di tutti i grandi referenti (religioso [interessante considerazione alla luce dell’ “integralismo” religioso, nota mia], sessuale, politico, ecc.) si traduce in una esacerbazione delle forme di violenza e di rappresentazione che li caratterizzavano. Nessun dubbio che il fascismo, per esempio, sia la prima forma oscena e pornografica di ‘revival’ disperato del potere politico. Riattivazione violenta di un potere che dispera dei propri fondamenti razionali (la forma rappresentativa che si è svuotata del suo significato sul filo del XIX e del XX secolo), riattivazione violenta del sociale in una società che dispera del proprio fondamento razionale e contrattuale – il fascismo è tuttavia il solo potere moderno affascinante, poiché è l’unico, dopo il potere machiavellico, ad assumersi in quanto tale, in quanto sfida, prendendosi giuoco di ogni ‘verità’ del politico, e l’unico ad aver accettato la sfida di dover assumere il potere fino alla morte (la sua, quella degli altri). Proprio perché ha accettato questa sfida esso ha beneficiato di quello strano consenso, di quell’assenza di resistenza al potere”[7]. Considerazioni interessantissime, alla luce oscura e tenebrosa della situazione attuale, di “risorgenza” di certo “neonazionalismo” che il fascismo è, e che l’ “hitlerismo” – conviene precisarloin sostanza non è, pur assumendone molte forme esteriori. Si spiega così la sostanziale non resistenza rispetto a fenomeni del momento presente, ma si spiega così anche la non resistenza di fronte al capitalismo dell’epoca dei “fasti” della globalizzazione, circondato da un consenso incredibilmente unanime, o certe fasi dello stalinismo e del maoismo: in tutti questi casi, la resistenza semplicemente crolla, vi è un’incredibile “assenza di resistenza”, fenomeno evidentissimo, ma di cui nessuno sa darne ragione, che nessuno spiega. Anzi, nella sociologia corrente vi è il consensus omnium che secondo il quale il problema non esiste nemmeno. Forse qualche storico se lo pone in qualche nota a pie’ pagina. Rimane che la spiegazione di tal fenomeno è molto difficile.
Di seguito, lo stesso Baudrillard riconosceva nel fascismo storico un tentativo nostalgico di “ritorno” del politico ad una fase di sua effettiva potenza. Nell’attuale fenomeno del “neonazionalismo”, dunque, occorre vedere il tentativo di ritorno a forme già “nostalgiche[8], per cui siamo alla nostalgia della nostalgia … Una sorta di “sciatalgia del politico”, insomma, una dichiarazione incredibile d’impotenza del politico … 




NB. Dietro alla copia appena citata del vecchio libro di Baudrillard vi è un brano da un’intervista di D. Salvatore Schiffer a Zinoviev intitolato “Inevitabile la dittatura”, il frammento d’articolo ha – dall’altro lato – un frammento che fa capire che si tratta del giorno in cui Shevardnadze diede le dimissioni dal governo Gorbachev [Gorbačëv] in cui aveva la carica di ministro degli esteri: il 20 dicembre del 1990[9].
Fra chi pensava che la Russia fosse definitivamente finita, e chi pensava che sarebbe tornata al potere, quando vi sarebbe stata una dittatura di nuovo – in style XXI secolo, ovviamente -, personalmente all’epoca optavo per la seconda ipotesi. Le cose son sembrate negare questo fatto, finché si è presentato Zhirinovksij, e finché – come scrissi in un articolo molto tempo fa[10] – non fu chiaro che altri ne avrebbero “stralciato” alcuni brani verso un “neonazionalismo” che, inevitabilmente anche – se non soprattutto – in Occidente, Europa in testa - vede in Putin il suo alfiere.
Dunque l’ “orizzonte” (in russo gorizont) dei “neonazionalismi” è molto forte, oggi. Peccato siano nostalgia di nostalgia … il che non li rende meno pericolosi, perché il meccanismo dell’ “assenza di resistenza” è in atto, hic et nunc, e può aver successo in quanto il resto della “politica” è un polverulento ammasso di “resti” e di cose monche …

Andrea A. Ianniello 

















[1] “40. Vivere senza infelicità. Disse Huitang: Le cose trascurate per lungo tempo non possono essere ripristinate in un batter d’occhio. I mali che sono andati accumulandosi per anni non possono esser spazzati via in un attimo. Non ci si può divertire sempre. Le emozioni umane non sono perfette. Non si evita la sventura cercando di sfuggirla. Chiunque insegni ed abbia capito queste cinque cose, potrà vivere senza infelicità” (Lezioni di Zen. L’arte di comandare, Edimar, Milano 1996, p. 46, corsivi miei). Ho sempre cercato di seguir questi saggi consigli, per vivere senza infelicità
Altro testo, di considerazioni varie, “sparse” come foglie d’autunno, e spesso di “etichetta” (“etichetta” che poi vien a sua volta spesso criticata come la passione giapponese per la ricchezza) e di estetica (contro l’uniformità, giudicata “brutta”), dal quale ho tratto però qualche centone utile di “saggezza pratica”, è quello di Kenkô, dal qual estraggo queste sparse frasi: “Ecco le cose che ricordo di aver trovato interessanti nello scorrere un libro intitolato, mi pare, Ichigon hôdan, in cui sono raccolte le parole di venerabili saggi: Quando si è in dubbio se fare o non fare una cosa, è bene astenersene. Colui che tende alla vita futura non deve possedere neppure un vaso da miso. E anche per i testi e le immagini religiose, è futile averne di preziosi. […] Le persone di alto rango dovrebbero comportarsi come se fossero di umili origini, i saggi come stolti, i ricchi come poveri, i capaci come incompetenti” (Kenkô, Ore d’ozio, SE, Milano 1995, p. 65).
“Un tale, famoso per la sua abilità nel salire sugli alberi, stava insegnando a uno come arrampicarsi su una pianta per tagliarne i rami più alti, e anche quando sembrò che costui fosse in grave pericolo non disse nulla. Solo quando, nel discendere, fu giunto più o meno all’altezza dei tetti, gli disse: ‘Stai attento, non far sbagli!’. Qualcuno osservò: ‘Da quell’altezza potrebbe anche saltar giù agevolmente: perché, dunque, gli avete detto così?’. ‘E’ proprio questo il punto’ rispose l’esperto. ‘Se uno ha le vertigini e si trova in pericolo su un ramo, ha già tanta paura per conti suo che non gli dico nulla: i passi falsi si fanno sempre quando si crede di stare in un luogo sicuro’. Sebbene fosse un uomo di umili condizioni, i suoi ammonimenti erano quelli di un saggio” (ivi, pp. 71-72). Kenkô ha pienamente il culto, tipicamente nipponico, dell’ “esperto” a fronte del dilettante, pur brillantemente dotato.
“Un tale, noto per la sua abilità nel sugoroku [diverso da quel gioco che oggi porta lo stesso nome; corsivo in originale], interrogato sul segreto del suo successo, disse: ‘Non bisogna mai giocare per vincere, ma in modo tale da non esser vinti: si individui dunque la mossa che può portare rapidamente alla sconfitta, la si eviti e si faccia quella che la ritarderà, sia pur di un solo quadrato’. Ecco l’insegnamento di uno che conosceva bene la sua arte, ma che vale anche per il controllo della propria condotta e per il governo di un paese” (ivi, p. 72, corsivi miei).
“Quando nel gioco d’azzardo uno continua a perdere e giunge a rischiare quel poco che ancora gli rimane, l’avversario farebbe bene a rifiutarsi di continuare, considerando che può esser vicino il momento in cui per l’altro la sorte cambierà e incomincerà a vincere a sua volta. Buon giocatore è colui che sa riconoscere questo momento. Così mi ha detto un esperto” (ivi, p. 80, corsivi miei). “Quando cambiare non porta alcun beneficio, è meglio lasciare le cose come stanno” (ibid.).
[2] In extenso:
‘Ma il fatto stesso che simili sciocchezze [il ritorno alla “nazione”] siano spacciate come “soluzione” (= ulteriore passo verso al **dys**-soluzione) la dice lunga: non è che ci siano altre “idee”, non è che, come in altre epoche, da un lato vi sia un modello e dall’atro un altro – che ci piaccia o non quest’ultimo. Non vi è alcun modello, e in tal senso, se la crisi è nata dalla mala gestione della “fine del comunismo” - che ha portato la potenza dominante a voler imporre il proprio modello “democratista” all’intero mondo, fallendo miseramente com’era facilmente prevedibile -, come “causa scatenante ed ‘occasionale’”, vi è qualcosa di molto più grave, vi è qualcosa che nella storia raramente si è visto (chiaro eufemismo) e cioè quel che ho avuto modo di chiamare “dissolvenza mentale”, qualcosa di ***qualititativamente*** differente da una mera crisi storica.
Fondamentale l’esser consapevoli di questo punto.
Insomma è un corpo sociale globale che non può non auto mangiarsi, prima lo faceva in modo controllato, ora tal fenomeno è incontrollabile, avrebbe detto Baudrillard “illo tempore” che si sé passati dall’implosione controllata all’implosione incontrollata (J. BAUDRILLARD, “All’ombra della maggioranze silenziose ovvero la morte del sociale”, Cappelli, Bologna 1978!! [*]). L’ “implosione” di Baudrillard, in linguaggio preso da GUÉNON, dicesi: **dissoluzione**, il **contrario** della soluzione, in altre parole.
In aggiunta, importante qui ricordarsi quel che “illo tempore” scriveva R. GUÉNON ne “Il Regno della Quantità”, parte finale (e ricordato più d’una volta da Incànus, se non ricordo male, ma potrei sbagliarmi), e cioè che – perché il processo di “dissoluzione” fosse completo, non già un processo di “polverizzazione” (che noi abbiam visto!, ed esperito, perché questo è stato il nostro recente passato dagli Anni Novanta in poi!) – si necessita l’intervento di “qualcosa d’altro” rispetto al “tutto sommato limitato ambito del ‘Regno della Quantità’”, per parafrasare Guénon, **non** come i “guénonisti” che, come gli “evolomani”, ripetevano le frasi di Guénon a pappagallo: a che cosa serve ripetere se non si comprende … domanda retorica, ovviamente …
E qui vi sarà il prossimo anello nella crisi perenne, che ormai – come diceva giustamente sempre lo stesso Baudrillard “illo tempore” – è divenuta il nostro **residuale** principio di realtà, il “System” ha necessità della crisi sennò sarebbe costretto ad implodere oppure a cambiare le sue finalità, cosa quest’ultima che già Marx – nel suo lato migliore -, “illo tempore”, reputava totalmente impossibile.
[*] Stesso discorso per J. BAUDRILLARD, “Dimenticare Foucault”, Cappelli, Bologna 1977!!, immediatamente precedente all’altro su citato, dove Baudrillard – nella parte finale (p. 83 e sgg., a p. 89 già parava del “simulacro del potere”) – già criticava Foucault il quale, pur ben delineando la “genealogia del potere moderno”, non riusciva però a vedere – “illo tempore” – quanto quest’ultimo stesse in crisi, fosse “polverulento” e in decadenza. Ricordiamoci che quegli anni furono quelli nei quali si mettevano le basi della globalizzazione, della sudditanza totale del potere politico – supposto ancora una supposta dolorosa e possente ma manco  una pillo letta inodore, incolore, insapore – al potere economico, e di tutto ciò il recentemente scomparso David Rockefeller è stato un gran tessitore, un grande costruttore dietro le quinte.
Ora perché cito le **date** di certi testi. Le riporto “in extenso” e le sottolineo – di solito con “!!” o “**” – per far capire che la crisi in cui ci si dibatte **non è nata ieri**, ma invece ha **radici profonde**, dunque potrà mai risolversi con quattro fesserie semplificanti, com’è costume oggi … domanda retorica … Anzi, l’iper “semplificazionismo militante” dei “nostri” tempi n’è una delle caratteristiche dominanti, ma che ti fa capire che, davvero, “non sanno che pesci pigliare”, e questo fa capir ancor di più quanto grave sia la crisi, ma davvero … ’. 
[3] J. Baudrillard, Dimenticare Foucault, Cappelli, Bologna 1977, p. 94, corsivo in originale.
[4] Ivi, p. 98, corsivi in originale, salvo sia diversamente indicato.
[5] Ivi, p. 100, corsivi in originale, i corsivi miei son segnalati fra parentesi quadre.
[6] Ivi, pp. 102-103, corsivi in originale. Non casualmente, Lenin la cosa che studiò di più fu la Comune di Parigi: “Le numerose rivoluzioni tentate o realizzate nel corso della storia avevano insegnato a Lenin molte cose (era per la rivoluzione che era nato e vissuto, non doveva conoscerla prima e meglio d’ogni altra cosa?), aveva i suoi personaggi, i suoi momenti, i suoi metodi, e i suoi personaggi preferiti. Tuttavia coi suoi occhi ne aveva vissuta una sola, e neanche dall’inizio, non tutta quanta, non nei suoi momenti decisivi, e non vi aveva preso parte alcuna, aveva dovuto limitarsi ad osservarla, per trarne deduzioni e post-deduzioni. Ma ce n’era stata un’altra, in un altro paese, quando lui era ancora piccolissimo, per la quale sentiva una sorta di fatale affinità, e che gli faceva battere il cuore come al nome dell’amata, una specie d’incoercibile passione, di amore-dolore: i sessantun giorni che era durata erano per lui come i giorni più decisivi della sua propria vita, li aveva sviscerati uno a uno, i suoi errori bruciavano più degli altri e il suo nome l’aveva sempre sulle labbra: la Comune di Parigi! Se in Occidente aspettavano da lui spiegazioni su qualcosa, se consideravano importante la sua opinione, era a proposito della rivoluzione russa del 1905, e lui la commemorava regolarmente […]. Ma per lui parlare di questa rivoluzione che gli avevano soffiato sotto il naso era piuttosto noioso […]. Nessuno gli domandava mai che cosa pensasse della Comune di Parigi, molti potevano parlarne in modo più attendibile, ma era lui stesso a voler stringersi ad essa, come se col contatto […] potessero reciprocamente guarirsi. E quando […] avevano dovuto tutti, nel segreto e nella clandestinità, fuggire ad uno ad uno dalla Russia perduta per sempre, egli, scoraggiato, in rotta con i suoi compagni, coi nervi tesi all’estremo, si era consegnato in quel marcio inverno ginevrino del 1908 all’abbraccio della solitaria stesura degli insegnamenti della Comune di Parigi. Anche in questo inverno egualmente teso del 1917 […] era arrivato da Abramovič l’inaspettato invito a commemorare […] la proclamazione della Comune, il 18 di marzo” (A. I. Solženicyn, Lenin a Zurigo. Capitoli, Oscar Mondadori, Milano 1990, pp. 238-239, corsivi in originale). La cosa fu, evidentemente, per lui, per Lenin, di buon auspicio … Di quest’ultimo libro di Solženicyn è stato scritto giustamente: “lo scritto di Aleksandr Solzenicyn, Lenin a Zurigo. Capitoli, con molta probabilità la ricostruzione letterariamente più efficace e pregevole dell'animus sia di Parvus che di Vladimir I. Lenin” (da: http://www.sitocomunista.it/marxismo/altri/parvus.htm).
Marguerite Yourcenar, parlando della sua travagliata scrittura di Memorie di Adriano, diceva che ci son libri che puoi tentare solo dopo i quarant’anni. Solo Solženicyn poteva capir ambedue: ci son libri che puoi scrivere solo se sei stato in un gulag … Solženicyn riesce molto efficacemente a dipingere due “uomini del sottosolo”, quel mondo russo che occorre capire, e che fu, in altra epoca, però altrettanto efficacemente, dipinto da Dostoevskij in Memorie del sottosuolo, Dostoevskij che, pure lui, aveva fatto il suo bravo soggiorno in un gulag, quello zarista, non così “perfezionato” (sic …) come quello staliniano: ma ciò non fa che confermare quanto detto: ci son libri che può scrivere solo chi sia stato in un gulag ed abbia vissuto “certe” cose. Per esempio, Se questo è un uomo è un libro che solo chi sia stato in un campo di concentramento nazista avrebbe potuto scrivere.
Ma vi è un altro punto interessante in quest’ultimo libro di Solženicyn: che riesce – molto efficacemente – a dipingere l’alternanza che si verifica nell’animo di Lenin fra “ora è il momento” e “no, non lo è”, una cosa snervante davvero, e che ricorda incredibilmente da vicino il “nostro” tempo. Anche l’attuale Terza Guerra Mondiale “a pezzi” – con centro bloccato – ricorda da vicino molto di più la Prima che la ben più dinamica Seconda …
Sui fondi dati a Lenin e sul permesso germanico di passaggio per giungere in Russia (“come tanti bacilli”, disse W. Churchill), cf. “I finanziamenti segreti della Germania a rivoluzionari russi” in Appendice a R. Alleau, Le origini occulte del nazismo. Il Terzo Reich e le società segrete, Edizioni Mediterranee, Roma 1989, pp. 295-299. Alleau dimostra la cosa citando studi diretti tedeschi. Su “Parvus” (Aleksandr Helphand), che funse da mediatore tra il vertice tedesco e Lenin, invece Alleau non dice molto, in nota i curatori italiani rimandano al testo che, ancor oggi, rimane il miglior studio al riguardo: P.  Zveteremich, Il Grande Parvus, Garzanti, Milano 1989. Nel libro di Solženicyn il punto di klimax è dato dall’incontro-scontro fra Parvus e Lenin, dove il primo – gratificato dall’epiteto biblico (Parvus era d’origine ebraica) di behemoth per le sue dimensioni – cerca di sedurre il secondo, che però vuole “starci” alle sue condizioni. Il che dimostra l’incredibile talento politico “tattico” di Lenin. In parte, i dirigenti russi rimangono così, la lunga permanenza del “comunismo” in Russia li ha resi ottimi tattici, strateghi non altrettanto.
[7] Ivi, pp. 104-105, corsivi in originale.
[8] Ivi, 106, corsivo in originale.
[9] Tra l’altro, D. Salvatore Schiffer si è sempre interessato, ancor oggi, alla Rivoluzione russa, come attesta questo recente articolo su Le Nouvel Observateur, intitolato “La fascinante histoire secrète de la Révolution russe” (21 febbraio 2017), al link:
http://laveritedesmasques.blogs.nouvelobs.com/archive/2017/02/21/la-fascinante-histoire-secrete-de-la-revolution-russe-600382.html.
[10] Cf.
https://associazionefederigoiisvevia.files.wordpress.com/2014/03/il-e2809clibretto-neroe2809d-il-caffc3a8-30-dicembre-2003-anno-vi-n-48-274.jpg. 










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