domenica 1 febbraio 2026

Meyrink, 6 – da: “DER Golem” –, anche se si sarebbe detto meglio: “**DAS** Golem”!!

 

 

 

 

 

 

 

 

“‘Se (come il greco [Platone] afferma nel Cratilo[1])

l’archetipo è il nome della cosa,

nelle lettere rosa sta la rosa,

nella parola Nilo tutto il Nilo.

Nell’ora dell’angustia, a luce vaga,

sul suo Golem gli occhi soffermava.

Chi ci dirà le cose che provava

Iddio, mirando il suo rabbino in Praga?’

J. L. BORGES, El Golem”.

G. MEYRINK, Il Golem e altri racconti, Newton Compton editori, Roma 1994, p. 7, corsivi in originale, in calce all’Introduzione dei due curatori: G. Pilo e S. Fusco. Poi vi si dice – citando G. Scholem[2] – che il Golem di Meyrink in realtà è un “personaggio ahasveriano” (ibid., grassetto mio) e cioè come Ahasvero, “l’ebreo errante” (fu questo un aspetto che Guénon considerava “sospetto” nel suo senso del termine) che, ricorrentemente (ogni trentatré anni …!) ritornava a manifestarsi nel ghetto praghese …

Infine, il “Golem”  che, quindi, qui NON È lo stesso della forma originaria della leggenda, è anche la “materializzazione” – solo parziale, tuttavia – dell’ “anima collettiva” del ghetto di Praga. 

 

Zwakh ascoltava attentamente:

«È strano», disse dopo un po’. «Lo sconosciuto era forse senza barba e con gli occhi a mandorla

«Mi pare di sì», risposi. «Cioè sì … sì … ne son sicuro. Lo conosce?»

Il burattinaio scosse la testa. «Però mi ricorda … il Golem

[…] «Il Golem? Ne ho sentito parlare molto. Cosa sa del Golem, Zwakh?»

«Chi può dire di saper qualcosa del Golem?», fu la risposta di Zwakh che si strinse nelle spalle. «Se ne parla sempre come di una leggenda, finché non succede qualcosa e lui diventa di nuovo d’attualità. Se ne continua a parlare per parecchio tempo, e le dicerie s’ingigantiscono e sono sempre più fantastiche, finché tutta la faccenda diventa così esagerata che si esaurisce per la sua stessa assurdità. La prima versione della storia risale, dicono, al diciassettesimo secolo. Si dice che un rabbino, servendosi di un’antica formula, avesse costruito un uomo automatico e gli avesse fatto suonar le campane della vecchia sinagoga ed eseguire altri lavoretti del genere. Ma NON aveva fatto un vero e proprio uomo; era piuttosto una pianta animata, per così dire. E la sua VITA, o quel che fosse – si racconta – derivava da una ricetta MAGICA che gli veniva messa FRA i denti OGNI giorno, e che CALAMITAVA ciò che si chiamava “la libera forza siderale dell’universo”. E, siccome una sera, prima della preghiera, il rabbino dimenticò di togliere la formula dalle labbra del Golem, quell’essere s’infuriò e andò in giro per le strade distruggendo tutto COME un leone. Infine il rabbino riuscì a controllarlo e DISTRUSSE la formula. L’essere cadde in pezzi. L’ UNICO RICORDO che ne resta è la figurina di creta che si mostrava al pubblico nella vecchia sinagoga.»

«Si dice che il vecchio rabbino sia stato poi eletto imperatore: che evocava gli spiriti dei morti e li rendeva visibili agli occhi degli uomini», aggiunse Prokop.

«Questo non posso dirlo», gli rispose Zwakh. «Ma so questo: c’è qualcosa qui, proprio in questo quartiere … qualcosa che non può morire, e dimora tra noi. Di generazione in generazione, i nostri antenati han vissuto qui, e nessuno ha sentito più storie di me sulla ricomparsa del Golem: fatti veramente successi, dal modo in cui sono stati raccontati.»

Zwakh tacque improvvisamente. […] Ci sono cose sulla terra che sembrano complementari fra loro, mi dissi”.

Ivi, pp. 67-68, corsivi, grassetti e maiuscole miei.

Segue un breve riferimento a qualcuno che aveva visto il “Golem” e che, tuttavia – ed è molto significativo ricordarlo! – non sapeva descriverlo esattamente …

 

Evidentemente Hillèl leggeva i miei pensieri […].

«Non c’è niente di strano in tutto questo. Solo il soprannaturale […] può incutere terrore nell’animo dell’uomo. […]»”.

Ivi, p. 88.

 

Da qualche parte aveva letto: «Solo uno stupido disprezza l’apparenza». Com’era vero! Com’era sorprendentemente vero!”.

Ivi, p. 144, grassetti miei.

 

S’interruppe bruscamente […]

«[…] se ci fosse qui adesso qualcuno che guarisse i malati con l’imposizione delle mani, io potrei dire che si tratta d’un miracolo. Finché la terra inanimata sarà riempita DALLO SPIRITO, E LE LEGGI DELLA NATURA NON SARANNO ANNULLATE, NON accadrà ciò che io bramo FIN dal giorno della mia nascita. Una volta mio padre mi disse: “La Cabala ha due aspetti, uno magico ed uno astratto, e NON bisogna confonderli”. Cioè, QUELLO MAGICO comprende l’astratto, ma NON viceversa. L’ aspetto magico è un dono, mentre l’altro può essere acquisito, anche se soltanto con l’aiuto d’un Maestro. […]»”.

Ivi, p. 154, corsivi, grassetti e maiuscole miei.

 

Era chiaro, da quel che avevo visto, che doveva essere UN SONNAMBULO”.

Ivi, p. 209, grassetti e maiuscole miei.

 

«[…] Lo spettrale Habal Garmin[3], che lei ha visto, il “soffio delle ossa”[4] della Cabala: è lui il Re[5]

Laponder tacque”.

Ivi, p. 215. Ovviamente NON È il “Re” …

 

In quella gola, dall’ampiezza di circa cinquanta miglia quadrate, sarebbe vissuta, in mezzo alla più lussureggiante vegetazione, una piccola tribù appartenente alla razza tibetana, che portava berretti rossi a punta e adorava una crudele divinità satanica raffigurata da un pavone [tibetani allora? di un po’ più a ovest?]. Quest’essere diabolico, nel corso d’ innumerevoli secoli, avrebbe insegnato agli abitanti la magia, e avrebbe rivelato loro dei misteri che un giorno avrebbero sconvolto l’intero globo terrestre”.

Ivi, p. 242, grassetti miei, mie osservazioni fra parentesi quadre.

 

 

 

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[1] Cf. https://www.ousia.it/SitoOusia/SitoOusia/TestiDiFilosofia/TestiPDF/Platone/Cratilo.pdf

[2] G. SCHOLEM, La Cabala e il suo simbolismo, Einaudi editore, Torino 1980. Rif. di p. lasciati al giudizio ed alla ricerca di chi vi fosse interessato. Havvi un intero passo dello texto, “quivi suso” ricordato, dedicato al tema, in effetto!

Sulla spiegazione del Golem lo stesso Scholem sarebbe tornato altre volte, dove si riscontra la differenza di vedute tra vari studiosi e maestri della Cabala ebraica. “Moses Cordovero riteneva che l’uomo abbia il potere di dare vitalità, ḥiyyùt, al golem, ma non vita (nephesh), spirito (ru’a) o anima vera e propria (neshamah)”, G. SCHOLEM, La Cabala, Edizioni Mediterranee, Roma 1982, p. 354, corsivi in originale, grassetti miei. E poiché la parola viene dallo spirito (la spirito: ru’a che in ebraico è femminile, tant’è che in realtà la parola è scritta “ruḥa” pur se pronunciandosi – fa eccezione, con “erètz” [“terra” che si pronuncia “arètz”] – ru’a) dunque si ha che il golem, non a caso, è incapace di parola: non può parlare!; non a caso, quindi.

Nel sottocapitolo appena seguente, dedicato al golem nelle arti, ecco cosa scriveva Scholem a proposito del testo di Meyrink, alcuni brevi passi del quale si son qui su ricordati: “L’opera più notevole sul golem fu il romanzo intitolato Der Golem (1915; ed. ingl. 1928) dello scrittore boemo Gustav Meyrink (1868-1932) che aveva trascorso i suoi primi anni a Praga. Il libro di Meyrink, notevole per la descrizione dettagliata e l’atmosfera d’incubo, era una terrificante allegoria della lotta dell’artista per trovare se stesso”, ivi, p. 355, corsivi in originale, grassetti miei.

Dunque non tanto un riferimento alla leggenda originale del golem, pur facendo molte allusioni – e molto chiare, peraltro – alla leggenda originale stessa. 

[3] Più correttamente: Habal de Garmin. Cf. https://en.teopedia.org/lib/Habal_de_Garmin

[4] Guénon accomuna i ‘mani’ dei latini all’ ‘OB’ degli ebrei, e cioè a quel soffio delle ossa detto ‘habal de garmin’, dolce sonno per il giusto, specie di sonno comatoso al quale accennano molti passaggi dei Salmi di Isaia e di David, di cui si parla nella kabbalah e dalla cui esistenza dipende la proibizione mosaica di evocare i morti”, G. VENTURA, Il mistero del rito sacrificale, Edizioni La Luna Nera (Gruppo Editoriale Brancato), San Giovanni La Punta (CT) 2011, pp. 26-27. Il testo di Guénon cui fa riferimento Ventura è questo: Errore dello spiritismo, la cui prima edizione francese si è del lontano 1923, cioè 103 anni fa esattamente … n’è passata d’acqua – sporca! – sotto i ponti! …

[5] Il “soffio delle ossa” cioè i “Mani” (Manes) … e torniamo così a quel che diceva Borges a proposito di Meyrink, cf.

https://associazione-federicoii.blogspot.com/2026/01/meyrink-5-1976-2026-cinquantanni-fa-1.html