lunedì 11 novembre 2019

Federico II° e “l’A.” – Breve riflessione –: Federico II **NON È** (stato) “l’A.” = NON È stato là ….




























Il concetto di Anticristo (“A.”), soprattutto nei tempi più vicini a noi, si è concentrato sull’attribuzione, a questo o a quel personaggio, del termine stesso di “Anticristo”, A. Le attribuzioni più note sono al Papa, da parte di Lutero, e a Lutero, da parte dei cattolici; ma poi c’è solo l’imbarazzo della scelta, ed ovviamente tutto ciò ha un interesse storico, ma con l’ “A.” vero e proprio non ha molto a che vedere.
Ci sono stilemi fissi, che vengono applicati alle varie personalità, fra le quali vi è stato Federico II.
Federico II non è (stato) l’Anticristo.
La parola “stato”, che designa un’azione, o un fatto, del passato, costituiscono un evidente assurdità: se, infatti, qualcuno è “stato” l’A., e poi non si è verificata nessuna “fine dei tempi”, ergo quello non poteva essere l’A. Biblico.  La qualificazione di “biblico” – in realtà, dell’ Apocalisse di Giovanni e delle Lettere attribuite a Giovanni, perché altrove o non si parla di “A:”, oppure lo si chiama diversamente, “l’uomo dell’ ‘anomìa’” della Lettera paolina ai Tessalonicesi, per esempio – è decisiva, perché poi, nello sforzo di attribuire a questo o a quel personaggio la qualifica di “A.” quel che si è visto nel corso della storia è quel che chiamo la “moltiplicazione” degli “anticristi”, sull’onda dell’idea della lettera giovannea secondo al quale chi “nega che Cristo sia ‘disceso’ nella carne”, quegli è un “A.”, il che non poteva che moltiplicarne le attribuzioni. Ma non basta: nello sventolare l’accusa di “A.”, a destra e a manca, si è cercato di adattare il concetto originario di “A.” alla personalità storica concreta colla quale lo si voleva – o doveva – identificare, il che ha reso tutto estremamente complicato. Ed inutilmente complicato. Un intrico quasi inestricabile: questo è – oggi – la questione dell’ A.”, spesso complicata – ulteriormente, si parva licet componere magnis (Virgilio) – dall’ormai risorto, e non più certo meramente “risorgente”, antisemitismo: uno dei bei frutti del “fantastico” ’89, peraltro inevitabile[1], semplicemente inevitabile, e che le belle sciocchezze sulla “democrazia” non sono più in grado di fermare. Mera constatazione della realtà effettiva; e, sia detto en passant, la questione del Terzo Tempio non ha niente a che spartire con l’antisemitismo.
Prima o poi, questa voga destrorsa così pronunciata provocherà una reazione contraria, in modi, però, attualmente imprevedibili: non sarà la mera riedizione della vecchia sinistra storica, ormai trapassata – e su questo mi son espresso così tante volte, che non sto qui a ripetermi: essa è fuori epoca – questo è tutto. il resto sono chiacchiere, le vecchie pseudo “difese” contro il risorto antisemitismo non reggono, piaccia o non questa constatazione.      
Tutto ciò – questo garbuglio storico – è tutto fuorché facilitante l’effettiva corretta attribuzione, il capir bene “chi” davvero sia l’ “A.”, quando si manifesta.
Infatti è tutto divenuto una selva orrenda e spinosa di veti reciproci e di malintesi che, volendo por termine ad un malinteso, in realtà ne aggiungono semplicemente un altro al precedente, in luogo di davvero “risolvere” la questione.


Ma veniamo a Federico II, quest’errata attribuzione storica, fra le tante vistesi nella storia.  
“Proprio il trattamento riservato al 666 rivela un percorso di modernizzazione e di aggiornamento rispetto alla tradizionale lettura gematrica.
All’indomani della deposizione di Federico II decretata dal concilio di Lione (1245), un certo frate Arnoldo, domenicano fedele all’imperatore e assai prossimo a lui, volendo dimostrare che il papa responsabile di tale atto è l’Anticristo, s’ingegna a far corrisponde al 666 la somma numerica delle lettere che compongono il nome d’Innocenzo IV. Una tale rilettura del nome presuppone implicitamente la convinzione che l’ Anticristo sia destinato a cercare d’impadronirsi della chiesa romana e (forse) anche a riuscirci. Il lessico apocalittico attivato entro ambienti curiali contro Federico II e i suoi discendenti vien così rovesciato contro lo stesso papa regnante. L’ invenzione gioachimita del nesso Anticristo/chiesa romana risulta tacitamente operante in entrambe le direzioni, giungendo ad esiti peraltro estranei alle prospettive proprie dell’abate calabrese, che di suo era stato fautore dei papi del suo tempo e di una intesa fra chiesa romana e impero[2].
Il problema è proprio questo “lessico apocalittico” che, tirato di qua o di là, rimane uguale nel corso del tempo, solo viene spostato di qua o di là secondo le intenzioni di chi lo usa. E che cos’ha tutto ciò a che vedere con l’ “A.” biblico?? Nulla.
Ma qualcuno si rese conto, anche nel corso del passato storico, che l’attribuire a Federico II la qualifica di “A.” era una forzatura, che i calcoli non funzionavano e ch’era stato solo un uso “politico” dell’ “A.”, perché questo è stato nella storia: l’uso politico della figura dell’Anticristo, sul qual fatto si potrebbe scrivere un lungo Trattato, senza problemi.
Va ricordato come già nel Medioevo l’idea che Federico II fosse l’ “A.” fu compresa come sbagliata[3].

Tra l’altro, non solo Federico II è stato associato all’Anticristo, ma pure papi, fra cui Innocenzo IV, il grande nemico di Federico[4], come anche s’è detto qui sopra. Tutto questo rientra in una concezione molto limitativa dell’ “A.”, per la quale o è il papa o l’imperatore, per cui l’ “A.” è colui che o si oppone o prende possesso della Chiesa cattolica, concezione “riduttivistica” ben saldamente al potere oggi, e la rivediamo in tante proteste conservatrici contro l’attuale papa, perché questo sono, fuori dalla maschera novecentesca che usano: carte conosciute[5].
Qui vi è un errore di visione parallelo a quello che si ha quando si vede la questione del Terzo Tempio da ricostruire attraverso, “via”, le spesse lenti distorcenti dell’antisemitismo.
Che l’antisemitismo abbia usato questo tema, storicamente parlando, non ci piove: ma è la realtà del tema in questione? No.
Che la propaganda conservatrice ami sbandierare il tema del “papa anticristo” quando si trova un papa per qualche motivo a loro sgradito (ed è molto facile scontentarli), non può sorprendere; ma, di nuovo, è la realtà effettiva del tema dell’ “A.” biblico? No.
Quindi quando dicono queste cose, stanno in realtà depistando, “se” lo scopo è discutere delle “cose ultime”; ma noi ben sappiamo che lo scopo vero è la polemica, quindi rientriamo, e pienamente, nella vecchia storia: Lutero è l’ “A.”; eh no, il papa è l’ “A.”; eh no: lo è Federico II o chi vi piace, alla fin fine. Si arriva, infatti, a dire – perché questo è l’esito logico dello sragionamento – che l’ “A.” è colui che “io” (o “noi”) avverso o che “mi” avversa.
Questo è l’esito logico, inevitabile.
Ma cosa c’entra tutto ciò con l’ “A.” biblico?? Zero.
Proprio zero.
Noi non possiamo seguire la “polemica del giorno” se davvero vogliamo, e seriamente, trattare di questi temi. Primo passo, e solo come primo passo, quel che dobbiamo fare si è che dobbiamo distaccarci dalle polemiche storiche del nostro momento. Vi son quei pacchi postali dov’è scritto sopra: “Maneggiare con cura”, ed è ciò che occorre fare su ed intorno a questi temi, perché facilissimo è il leggere gli eventi immediatamente sotto gli occhi “via” queste tematiche, con il solo risultato di applicare – o “appioppare” – a dei temi che hanno una tutt’altra origine, soprattutto una natura differente, le “questioni del giorno”, delle questioni che, sempre cambiando, non possono essere quella dell’ “A.” , e per principio. Quest’ultima questione, quella dell’ “A.”, dovrebbe infatti essere quella che pone termine ad ogni altra questione, nel senso non che le “elimini”, ma le ponga tutte – nessuna esclusa – in secondo piano, e monopolizzi ogni altra questione.
Vi siamo giunti? No, non ancora.
E cosa impedisce, visto che il “colui (o “cosa”) ferma” non ci sta più? Il “Chaos” che c’è nel campo degli “architetti del binario”, ecco cosa intralcia: si tratta di un campo che – ben diversamente da ciò che amano o possano capirne i famosi “complott®isti” – ben lungi dall’essere “unitario”, è, al contrario, un campo di lotte perenni, dove si uniscono solo di fronte al nemico comune, poi ritornare a “baccagliare” o a bisticciare. Se uno si mette a studiare, seriamente, senza “spirito di parte”, questo genere di temi, non può giungere che ad una conclusione: che, ben lungi dall’essere un “campo” (come quello fisico elettromagnetico) unitario, è un campo di lotte. Peraltro assai “darwiniano”, nel senso che vince il più forte. Cioè oggi: chi più sa garantirsi il consenso, la grande, vera moneta della modernità, il consenso. Sta tutto qua.

Sto qui condensando alcuni aspetti di studi durati degli anni (per non dire decenni), ma solo alcuni aspetti, ché vi sarebbe ben di più da dire, ma chi ascolterebbe, poi … domanda retorica …
Va bene così; ma torniamo al “filo” del discorso. La “sorpresa”, di fa per dire, per chi non ne capisce niente de ‘ste cose, si è che “quel” campo è dunque tutto un bisticciare, tutto una serie, quasi senza fine, di lotte intestine. Quel che “impedito”, una volta che “chi” o “ciò” che trattiene non c’è stato più, quel che impedito l’esteriore manifestarsi dell’ “A.” è stato la disunione nel campo avverso. Le loro perenni lotte intestine, peraltro inevitabili, poiché il campo avverso si definisce contro e **non** per.
Pertanto non possono che bisticciare, sempre.
Ma questo comporta inevitabilmente una debolezza.
Peraltro strutturale, nonostante che il mondo intero sia stato dato nelle loro mani per lo meno dalla ristrutturazione anni Settanta del secolo scorso, che questo ha significato. Ed è questa l’apocalisse, come evento, non come libro, e cioè che “tutto il mondo”, entro certi limiti (chiaro), sia stato dato ai “nemici d’Iddio” – chiamiamoli così per intenderci – e nemici “dell’ uomo” (!!), e nulla succede: vi è il consenso. Generale, globale. Che deve preludere al consenso – altrettanto generale, altrettanto globale – al dominio della “bestia”, cioè all’emersione della figura dell’ “A.”, che emerge, ma non da solo, ma con “altre” forze a supporto. Stringi, stringi, al nocciolo, questo è il messaggio dell’ Apocalisse di Giovanni, il libro. 
Se ne deve dedurre che la dissoluzione deve giungere ad un punto tale da costringerli, letteralmente, a mettersi assieme, nonostante le – perenni – loro lotte intestine.
Di conseguenza: che la “polemica del giorno” sia giusta o non, essa non ha niente che spartire con la questione dell’ “A.”, salvo nel senso che, finché ci saranno “polemiche del giorno”, non saremo ancora in “quella” situazione, poiché vi son altri temi a monopolizzare l’attenzione, ergo non ci siamo ancora.     


Tiriamo le somme: non può esistere un uso “politico” della figura dell’ “A.” senza profonde forzature del suo senso reale. Questo perché l’ “A.” porrà termine alla “politica”, e ad ogni politica, tanto buona come cattiva. Questo a sua volta perché la figura dell’ “A.” pone termine alla storia, alla storia tout court (o, come dico per “i-scherzo” - toute courte), pone termine a tutta la storia umana.
Che poi è ciò che Hitler avrebbe voluto fare, ma non poté fare perché fu fermato, per la verità rocambolescamente, “per il rotto della cuffia”: è infatti ben noto che la minaccia di Hitler fu assolutamente sottovalutata, compreso dalle chiese, non fu proprio compresa, per vari motivi, che son attivi anche oggi, peraltro; ma stavolta, oggi, non è più possibile fermare queste forze, nemmeno “per il rotto della cuffia”, come accade all’epoca da parte dei pochi che “si rendevan conto” e che occupavano, sempre in modo fortuito e rocambolesco, delle posizioni di più o meno (relativo) comando, cosa quest’ultima oggi super impossibile da qualsiasi punto la si veda (c’è la “democrazia”, quindi è totalmente impossibile): la “cuffia” stessa si è rotta, ormai … Non vi è più “katèchôn[6], insomma …
Il concetto fondamentale dell’ “A.”, dunque, si è che pone termine alla storia umana, pone termine a tutta la storia umana.
Questo è il senso. Vero che – nella storia – vi sia sempre stata una corrente che vorrebbe porvi “termine”, ma sempre frustrata e perennemente, storicamente peraltro, perdente. Finché non avvenga un “qualcosa” che cambia qualitativamente il corso della storia stessa, consentendo all’ “A.” di poter manifestarsi: ed è ci che sta succedendo al giorno d’oggi, pur mantenendosi la forza inerziale del passato storico appena trascorso.
Per cui che i fantasmi – i simulacri – delle ideologia novecentesche svolazzino attorno a noi ancor oggi, ma come fantasmi, come meri simulacri – non per questo meno potenti: la forze dei simulacri è grande – non deve stupire. Ma non è più questa la “linea di forza” crescente. E che, poi, questa situazione sia del tutto incomprensibile ai nostri contemporanei, ch’essi non sappiano “riconoscerla”, neppur questo deve, o può, stupire: poiché trattasi di movimento dissolutivo. Cioè, in luogo dell’ “A.” cosiddetto “grande conquistatore” – che non avrebbe alcun senso se l’ “A.” deve “por termine” alla storia tout court – quel che vediamo una situazione di crescente dissoluzione delle strutture non solo statali, ma storiche: vi è differenza qualitativa tra le due affermazioni, pur essendo esse correlate.
Ed è precisamente questa situazione “dissolutiva” che, quando giunta ad un certo punto – a noi tuttavia ignoto e, in sostanza, inconoscibile, ma solo da noi constatabile ex post (ovviamente da parte di chi sappia dove e come guardare) –, consente all’ “A.” di poter manifestarsi apertamente. Vi è sempre stato, infatti, ma in “quel” momento, nel momento in cui il processo di dissoluzione giunga finalmente ad un determinato punto, può manifestarsi apertamente.  
Quel che loro non riescono a capire, nemmeno ad accettare, neanche a concepire, è l’essenzialità della fase di dissoluzione che, unica, può consentire di aversi quello spazio che “serve” all’ “A.” per poter manifestarsi apertamente. Quest’ultima necessità – questo “apertamente” insomma – gli è necessario, non è una scelta, insomma, quanto invece un suo obbligo. Ciò per molti motivi, discutere dei quali ci porterebbe molto lontano: qui ci si limita invece ad annotarlo, in modo “apodittico”, come suol dirsi.   






















Andrea A. Ianniello

















[2] Introduzione Generale in L’Anticristo, vol. iii La scienza della fine, a cura di G. L. Potestà e M. Rizzi, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2019, p. xix, corsivi miei; che sia stato Gioacchino da Fiore ad “inventare” questo nesso Anticristo/Chiesa cattolica, è vero, ed è anche significativo: prima non c’era questa relazione, quindi. Nondimeno, è altrettanto vero che gli esiti cui si piegò questa relazione, pur originando da Gioacchino, furono ben lontani da quelli pensati dallo stesso Gioacchino da Fiore: ciò accadde per profonde ragioni storiche, trattare delle quali ci porterebbe troppo lontano. Si osservi tuttavia come il “lessico apocalittico” viene rovesciato, ma non vien mai cambiato. Il punto vero è questo, e, sinché questo lessico” rimarrà invariato, senza che se ne comprenda la natura storicamente determinata, per cui esso non può aver valore se si discute del termine della storia, non si farà mai alcun passo in avanti. Mai.  
[3] Cf. ivi, Introduzione al testo di Fra’ Salimbene di Parma editore, p. 15. 
[4] Cf. ivi, testo di Frate Arnoldo, Innocenzo IV, ovvero l’Anticristo, pp. 345-353. 
[5] Ed ovviamente, per questi ambienti, per quanto l’Anticristo debba cercare d’impadronirsi della Chiesa cattolica, saranno loro – i “conservatori” – che, resistendo, gl’impediranno di aver successo. Questa è la mentalità di tanti, oggi, ma, con l’Anticristo biblico, ciò ha ben poco, se non niente, a che spartire.
[6] Termine che, significativamente, può esser sia di genere maschile che di genere neutro, può essere una “persona” così come un’istituzione, così come ambedue. 


sabato 9 novembre 2019

L’ **Altro** ‘89

























La data del 9/11 ha un significato particolare, per la Germania: il 9/11/’23 fu la data del tentato putsch a Monaco di Baviera, detto “della birreria”, cui partecipò come capo Hitler, ed anche Ludendorff. Il 9/11/’89 “cadde” – si fa per dire – il Muro di Berlino cosiddetto, ed iniziò una fase che si è conclusa con l’introduzione dell’Euro ben ventun anni fa[1] (l’Euro come fase di “chiusura” delle diverse possibilità, nemmeno mai concepite però eh, perché l’ ’89 segna l’inizio del democratismo come “unico sistema” possibile, che, poi, per fallimento della sua estensione all’est – cosa super extra iper prevedibilissima – c’ha portato dove siamo, alla crisi della democrazia e della rappresentanza, crisi strutturali ed irreversibili): iniziava l’Europa come “Germaniopa”, come la chiamai anni fa[2].
Personalmente mi son opposto a quest’ultima deriva ed all’introduzione dell’Euro, per cui son contrarissimo anche all’uscita unilaterale caldeggiata da parte di chi affetta ora un comportamento ragionevole, ma cui non credo. Era un “club” troppo costoso per entravi, da parte d’un paese, sostanzialmente, esportatore (e non è questa una delle sue minori debolezze, dell’Italia, intendo, ma tant’è, questa la realtà dei fatti); ma uscirne unilateralmente implica il pagamento di una pesante tassa. Diverso è se si avesse il meltdown del sistema Euro, ma ciò non può esser provocato dall’Italia da sola, derivando eventualmente da fatti generali, che,a attualmente, spingono invece all’accordo ed a “transare” con le forze che stanno facendo a pezzi la vecchia oligarchia novecentesca di “democrazia liberale” più capitalismo. E sono forze interne al sistema stesso.
Al momento, dunque, un meltdown della sola zona Euro non si sta verificando, sebbene l’Europa – non l’Euro!! – sia in gravissima crisi politica.
Il risultato è, in apparenza, paradossale, che, cioè, l’Euro stia meglio dell’Europa, quando tutti starnazzano di “riforme” dell’Europa e di farla una sorta di Federazione: sinora solo sogni e chiacchiere al vento, perché vi son interessi fortissimi, sia dentro l’Europa – Germania e Francia, con il corredo, la prima, dei paesotti dell’est Europa (che, se l’Europa avesse dovuto mai essere cosa seria, mai e poi mai sarebbero dovuto entrare ma solo essere paesi cuscinetto verso la Russia, più che super iper prevedibilmente risalita nel rango di potenza mondiale: solo gli europoidi se ne potevano meravigliare) in testa – si esterni: la Russia ed oggi anche l’America. E l’Europa non ha la forza di proporsi come potenza realmente autonoma. Quanto all’Euro, non è un male in sé stesso, ma com’è stato fatto, si doveva scegliere una via del tutto diversa: porre assieme le riserve auree di Germania, Francia ed Italia, rispettivamente secondo, terzo e quarto possessore di riserve auree mondiali, dopo gli Usa, e porre ciò “a cauzione” di un reale Euro. Gli altri, se vogliono entrarci, lo possono fare: pagando. In tal modo avresti evitato tanti guai seguenti, anche se, ovviamente, certi problemi che danno le aree di tasso fisso ci sarebbero sempre stati. Ma, in tal caso, con possibilità di manovra. Una tale possibilità, tuttavia, era del tutto impossibile – direi del tutto inconcepibile – da parte di un ceto dirigente che è nato nella paura del comunismo, il cui collante (o collant) era l’anticomunismo, per cui l’ ’89 è stato come la realizzazione del loro sogno, ovvero illusione. Non potevano che far quel che hanno fatto, col risultato altrettanto inevitabile, che tuttavia li ha presi di sorpresa e continua e continuerà nel farlo, perché il punto che non va è a monte. Ma è impossibile – la storia ce lo dimostra – che un ceto dirigente si “reinventi in modi sempre nuovi”, per dirla con Lee Kwan Yew. Non potevano che far questo, l’hanno fatto ed i risultati sono altrettanto inevitabili delle premesse. Con però la ridicolaggine della “sorpresa” riguardo alle rinnovate ambizioni russe.
Oltre una certa data, il “comunismo” in Russia era diventato una maschera per ambizioni del tutto “nazionali” (soprattutto dentro al Kgb era evidente questo); dunque, dopo la fine del comunismo, la maschera poteva cadere del tutto. E così è stato.
La grande ironia si è che ciò è avvenuto grazie ad un ex del Kgb, fermo restando che la formazione nei servizi segreti, di qualunque paese, condiziona la mentalità di chi vi è stato formato per l’intera vita, piaccia o non piaccia. In altre parole: non se n’esce mai davvero e del tutto, come mentalità, chiaro.  
Per l’Italia, invece, cominciò un’epoca di declino crescente, che si sarebbe solo acuito, e non sarebbe mai terminato. Si sa, l’Italia è paese di brevi ed inebrianti fase espansive, ma di lunghe fasi di stagnazione, quasi senza fine. Si veda il sec. XVII rispetto ai due secoli precedenti. Ma la fase negativa continuò, e a lungo, interrotta da qualche breve fase di espansione nel sec. XVIII, fino al sec. XIX, dove, però, l’espansione si concentrò al Nord e sacrificò, definitivamente, il Sud, la cui fase espansiva, dopo il XVIII sec., si ebbe solo per un breve, ubriacante periodo dopo al Seconda Guerra Mondiale, della serie dei piccoli fenomeni espansivi di compensazione, che, tuttavia, non intaccano la fase, ben più forte, di contrazione o stagnazione; in Italia più stagnazione: la “stagnazione secolare”, in realtà, è uno stato dell’animo più che solo economico. Nel presentare l’Italia, si commette di solito un grossissimo errore di valutazione: la stagnazione è il suo stato normale; poi, vi son brevi, effervescenti periodi di “follia”, quando l’Italia “si prende una vacanza da sé stesso”, per parafrasare Nietzsche. Ma la “norma” è la stagnazione, la contrazione, la discesa, la bassa marea.

Dunque l’Italia alla soglia – “alla sogliola”, siccome dico per i-scherzo – dell’ ’89 – lo pseudo rinnovamento. “Invece si organizzavano bene all’interno dell’azienda i gruppi d’ispirazione integralistica e cattolica, le mafie di potere. E poi, in definitiva, ha finito per prevalere proprio la politica più miope e opportunistica. Alla lunga, dopo la crisi del petrolio, i bilanci che andavano in passivo e tutto il resto, lei e la sua famiglia s’impaurirono e si fecero intrappolare – si pure […] con alcuni dubbi – accodandosi al carro che gli venne presentato come vincente, ovvero quello di Kissinger e di Cuccia, con il loro progetto superiore. Ma qual era il progetto superiore? Far prevalere l’industria e svuotare di ogni contenuto politico l’amministrazione pubblica, ridurla a una larva. […]
L’industria italiana non pensa a se stessa, quanto alla propria comodità. L’industria italiana non pensa a svilupparsi ordinatamente: alla ricerca, alla propria organizzazione, dei propri prodotti, ad un confronto aperto e leale con il mercato, con la cultura industriale, con l’università … pensa alla propria comodità, nel senso che esclude queste reali ipotesi di ricerca per restare nell’ambito dell’esercizio di comando e bastaProdurre quel che sa produrre, vendere quel che sa vendere … E, per restare così arretrata, ha bisogno di tenere arretrato l’ intero paese”[3].
Con quest’enorme debolezza l’Italia ha affrontato il post ’89; non stupisce, allora, la stagnazione, che si evitò negli anni ’90 grazie alla crisi del ’92 che fece abbassare il valore della valuta dunque rafforzando le esportazioni, ma senz’alcun cambiamento sostanziale. L’Euro è stato, poi, usato solo per sostenere il debito senz’alcuna riforma strutturale: quand’è venuta la crisi, l’Italia era un ventre molle di fronte ad una lama tagliente. Ma la cosa più probabile, la cosa più italiana, era il “mettere lo sporco sotto il tappeto” e non fare alcuna riforma strutturale per la semplice ragione che tali riforme avrebbero dovuto toccare le rendite di posizione della classe più abbiente italiana, e della varie lobby. Cosa impossibile, in Italia.
Per questo ero contrarissimo all’Euro, cioè a che l’Italia vi entrasse: per le ragioni, speculari, di chi pensava che, entrando nell’area Euro, l’Italia sarebbe stata costretta a cambiare; ma senza guerre o catastrofi gigantesche, dico gigantesche, l’Italia è impossibile che cambi. Quindi pretendere che, sotto l’Europa, sotto quest’Europa di bottegai – ed è l’unica che, oggi, ti puoi attendere – l’Italia come sotto un pungolo cambiasse, era una totale, assoluta, completa chimera.
Per questo dicevo: questi non cambieranno mai, perciò meglio che non entrino nell’area Euro. Dietro questo fatto vi è stato il distillato dell’illusione delle sinistre italiane, che l’Europa fosse la realizzazione di un piano comune, quando invece era la Germaniopa, la realizzazione di precise ambizioni di egemonia poste in campo economico, per cui l’area Euro è come un costoso “club” di milionari, dove uno della classe media – l’Italietta – non dev’entrare se non accumulando una serie di soldi che gli serviranno per pagarsi le costose rette di quest’Harvard economica. Vero che hai de vantaggi, tipo quei club che mettono a disposizione l’auto e vari servizi, o vari sconti, ma tu non devi credere che ciò avvenga senza pagare. Anzi, è cosa tedesca, dove il “senza pagare” è un obbrobrio, rasenta la bestemmia, dove tutto si paga, ma con vantaggi, in un sistema che non ha niente del classico “mo’ vediamo” italiano, “mo’ faccio e poi cambio”, “ci mettiamo d’accordo”, “vabbeh si vedrà”, “vabbuo’ un forfettario ah” e cose simili: dove tutto ciò è obbrobrio, quasi una bestemmia. Dove vi è tutto fuorché la mentalità mediterranea del “mettersi d’accordo”, e non è certo un caso che, oltre l’Italia, la sola Grecia sia stata trattata peggio: vi è una differenza di mentalità ch’è stata totalmente sottovalutata da più parti, non solo italiane o greche. Non è dunque colpa solo d’italiani e greci o dei centro europei, solo che chi ha una mentalità mediterranea non doveva entrare: ma è stato attratto dai vantaggi, senza vederne altrettanto gli svantaggi, molto “mediterraneo” anche questo …
In ogni caso, tornando all’arretratezza italiana voluta dall’ industria italiana, possiamo dire, oggi: Missione compiuta (“Mission accomplished”), e compiuta “alla grande”, la missione di mantener piccolo il “paese” Italia (davvero solo un “paesone”), paese che ama rimanere piccolo, e guardare solo al proprio “particulare”, secondo la lezione di Guicciardini, il buon conoscitore del “carattere” nazionale (o della nazionale “assenza di carattere”), in ciò ben diversamente dall’ inguaribile sognatore Machiavelli.
L’Italia sogna d’essere Machiavelli, ma, poi, rimane sempre Guicciardini, con gusto e partecipazione.
Sogna d’esser leone o volpe, ma poi non è nemmeno volpe, ma spesso asino, oppure topo. 
A grandi discorsi corrispondono sempre risultati minimi.
O miseri.
Quel paese dove tutto ciò, cioè questi atteggiamenti di fondo, è una seconda natura si chiama: Italia.
Il paese dove finisce sempre, immancabilmente, col prevalere “la politica più miope e opportunistica”; una ricorrenza così riscorrente deve pur segnare l’emersione di una nota “caratteriale” specifica, e sostanziale. Sennò non sarebbe così prevalente, così ricorrentemente prevalente.
Comunque divertentissime le esaltazioni dell’evento che avrebbe spostato nel Centro Europa il baricentro e lasciato sguarnita la zona Mediterranea, nella quale, ahi lei, l’Italia si trova incastrata più che incastonata. Si tratta dell’epitome – compendio – del “carattere” italiano: gli italiani credono in due cose, fermamente: 1) che tutto il mondo li guardi e sia super interessatissimo a ciò che vi accade, fermo restando che in certe cose esteriori son davvero molto bravi, ma stop: ciò non significa star lì a pensare ad ogni cosa che vi accada come se fosse il centro del mondo perché non lo è affatto; 2) che, chiunque sia il vincitore, essi debbano (è un obbligo) salire sul suo carro – debbano – nella ferma convinzione che su avranno di che guadagnarvi, cosa che, strano, raramente invece accade loro.
Fanno sempre quest’errore, dalle cosiddette “lezioni” della storia non riuscendo mai ad imparare il bel resto di nulla.
La ristrutturazione sistemica degli anni ’70 ed ’80, quella che, poi, effettivamente portò alla caduta del comunismo come sistema economico (i marxisti erano all’epoca degli illusi totali, e non ne capirono niente), trovò in due eventi la sua scansione temporale: il primo è quello ricordato nel passo di Volponi, la crisi del petrolio; il secondo è la fine del “Gold Exchange Standard”[4], che avrebbe fatto del dollaro la valuta globale, cioè quel che, un pezzo qui e un pezzetto lì, stanno – dall’interno stesso del sistema  mettendo sempre più in questione, contrastati dai cosiddetti “sovranisti” che – ma è impossibile lo comprendano, son come italiani che credono che tutto il mondo non abbia meglio da fare che guardarli – non possono che portare sempre di più nella direzione dove, a parole, dicono di voler evitare che si vada.










Andrea A. Ianniello




[1] Ricordiamoci che il 1998, cioè la data d’inizio della zona di cambio fisso che in realtà l’area Euro è, fu anche l’anno della crisi delle cosiddette “tigri” asiatiche: i due eventi son ricollegabili, cf.
[3] P. Volponi, La mosche del capitale. Einaudi editori, Torino 1989, pp. 138-139, corsivi miei. Proprio così ha funzionato e, spesso, ancora funziona, la Lega essendo stata la voce di queste forze per decenni ed ora sta per diventare l’intero paese. Ed è altrettanto chiaro che per “intero paese” Volponi intenda solo il Nord Italia. Ma è ancor più chiaro che, su tali basi – l’arretratezza anche del Nord – il cosiddetto ““sviluppo”” – con quattro virgolette – del Sud è chimera totale. Il cosiddetto “sviluppo del Sud” non è mai avvenuto sotto l’egemonia dell’industria del Nord, che ha sempre condizionato il centro del potere italiano: di nuovo, il Nord, e non avverrà mai. Perché potesse avvenire, difatti, sarebbe necessario un massiccio processo di ristrutturazione tecnologica nel Nord Italia, che consentisse lo spostamento delle produzione a più basso tasso di profitto – cosa in parte avvenuta ma di fronte ad uno scarso cambiamento del sistema del Nord Italia – nel Sud. In alternativa, deve intervenire lo stato, che, tuttavia, è gravato da pesanti debiti. La ristrutturazione nel Nord avrebbe significato – inevitabilmente - il passaggio delle proprietà e l’accentramento delle stesse ovvero colpire al cuore il centro imprenditoriale del Nord ch’è il principale vettore dei profitti italiani e percettore di rendite accumulate, oltre che sostenitore della Lega, per cui siamo di fronte ad un blocco sociale, al quale il meridionale, da bravo perdente per principio, chiede qualche contributo spese, con atavico istinto italico: salire sul carro del vincitore. Peccato che per lui ci siano solo i “due euri, come quelli che a Napoli chiedono: “tenete due ‘Euri’??”, al plurale (che non esiste), anzi al “prulare” come dicono alcuni, ed è cosa da ridere. Ecco: per il meridionale ci sono i due “Euri”, che non si negano a nessuno, “uè”, sü, vala’ … Che saranno mai due euro?? E per lui, per il meridionale, sempre, e solo, due Euro ci saranno; ma lui si accontenterà, in questo è bravissimo …
[4] Cf. R. Triffin, Il sistema monetario internazionale: ieri, oggi e domani, Einaudi editore, Torino 1973, dove qui è la data ad essere decisiva, poiché questo libro viene pubblicato in Italia dopo la fine del Sistema Aureo nel 1971, mentre l’edizione in lingua inglese è del 1968, altra data significativa. Il sistema del Gold Exchange Standard è stato iniziato in seguito agli accordi di Bretton Woods del 1944 ed ha retto tutto il grande periodo di espansione post Secondo Conflitto Mondiale. Questo sistema, entrato in crisi negli anni Settanta – per l’appunto e come s’è già detto – doveva dar luogo al sistema della “globalizzazione” oggi, a sua volta, in crisi, sistema della globalizzazione ch’è stato la causa reale della fine del sistema economico comunista, fine avvenuto in est Europa per crollo dei regimi ma, non lo si dimentichi mai, sia in Russia che in Cina – per ragioni e con modalità ben diversevolontariamente da parte delle autorità comuniste al potere in quei paesi, classi dirigenti locali che volevano far parte del nuovo sistema in fase di espansione. E volevano farne parte non certo per bellezza, ma per salvare i loro paesi dall’espansionismo americano, dove all’epoca l’America si faceva il portabandiera della globalizzazione come poi lo è diventato del cosiddetto “sovranismo”, cioè del ritorno ai nazionalismi, perché questo è, in effetti. Il libro di Triffin discuteva, e in modo approfondito – l’ho anche citato nel post sul cosiddetto “Dilemma di Triffin” – dell’uso delle riserve monetarie: siamo al cuore del problema di oggi, dove, dopo la crisi del 2007-08-09, le Banche centrali, di fatto, stan sostenendo il mercato finanziario come mai prima successo, e in ciò ben diversamente da un altro anniversario – ben più grande, l’evento centrale del sec. XX secondo J. Baudrillard – il crollo dell’ottobre del ’29 alla Borsa di New York. Se questo fiume di liquidità ha evitato il decorso del ’29 ed ha soprattutto evitato i crolli bancari a ripetizione, per debiti, ha però abbattuto i profitti delle banche stesse. Dalle conseguenze di quest’abbondanza di liquidità, che permette, sì, ai debiti di “spalmarsi”, nondimeno abbatte i profitti bancari, sorge la necessità – necessità sistemica – del passaggio alle valute digitali, dove su ogni transazione si può effettuare un piccolissimo profitto. Naturalmente, si parla dell’abbattimento delle commissioni bancarie su tali transazioni come unico modo per renderle – davvero – popolari, e, una volta rese popolari, chiaro che le banche stesse abbasseranno i profitti per transizione, poiché il loro stesso numero – delle transazioni – renderà grossi profitti. Ma il punto è che, come sempre nel capitalismo, il costo iniziale non può essere accollato a chi opera i profitti, ma dev’essere collettivizzato, cioè pagato dallo stato, dall’erario pubblico. Se quest’ultimo accetterà di caricarsi di una parte dei costi ancora presenti e cioè devolvere una parte dei profitti alle banche, non c’è problema per queste ultime, finché il numero di transazioni sarà sufficiente a garantire profitti crescenti tali da poter consentire alle banche di abbassare le commissioni pur garantendosi un crescente profitto, crescente, che è la parola d’ordine del capitalismo; per chi si fosse – inutilmente peraltro – scandalizzato del fatto che i costi siano pubblici ed i profitti privati, occorre ricordare che sempre – sempre – così è stato nel sistema detto “capitalismo”, dove un nucleo centrale asserve a sé lo stato per i suoi fini. Qui è solo possibile accennare a cose che si è già trattato qua e là in vari post; in particolare sulla valuta, vi è un vecchio link, cf.
Vi è anche un post sul “Dilemma di Triffin”, cf.