“Il vento l’ha portata nel suo ventre. Proprio come con la Luna fecero del vento una lettura letterale e si sforzarono in seguito di controllare il clima trattenendo le masse d’aria con “muri d’onde” alzate su continenti interi, analogamente al confinamento magnetico dei flussi di particelle nei grandi acceleratori. I primi esperimenti, nel 1975 e 1976, sfuggirono ad ogni controllo per vari mesi; i secondi, nel 1983, ebbero migliori risultati, ma il segreto su di essi non fu mai levato, sebbene fossero circolate voci nelle università. La contropartita sociale [NB] della dominazione dei venti si tradusse nel tentativo di controllo dell’opinione pubblica, ciò che Virgilio chiama fama volans, così mobile e fugace come la brezza”.
(Ps.) FULCANELLI; Finis Gloriæ Mundi, Edizioni Mediterranee, Roma 2007, p. 87, corsivi in originale, grassetti miei.
“«Non si fa sempre l’apertura della bocca?»
«Quella sì, perché fa parte del rito essenziale; ma cambiano gli altri atti del rituale, per esempio i particolari ed il luogo del sacrificio animale; oppure viene simulata l’entrata del defunto in una pelle d’animale, perché vi rinasca ad una nuova vita: è ciò che si chiama tikenu. Qualche volta si porta la mummia nella tomba con una finta barca, come se si trattasse d’un viaggio sull’acqua.»
Her-Bak chiese: «Perché si pratica l’apertura della bocca sulla statua del morto?»
«Non sempre è una statua: può essere l’effigie della mummia, o spesso l’una e l’altra; può anche darsi che ci sia né statua né simulacro di mummia; ogni cerimoniale risponda al caso specifico del defunto, alla sua natura, al suo nome, allo stato spirituale, a ciò che simboleggia.»
«Un giorno potrò sapere la spiegazione di questi simboli?»
«Non son soltanto dei simboli: nei gesti e nelle parole interviene anche un’azione magica. Dipende da te imparare a conoscerli, ma io non posso anticipare l’istruzione che tu devi ricevere a tempo e luogo opportuni. Affretta la tua preparazione, neofita: è il mezzo migliore per non temere più la morte.»
«Che cos’è la morte?»
«Una trasformazione; ma è una risposta inutile per chi non ne possiede gli elementi.
Lavora, […] cerca di diventar tanto saldo che più nulla ti possa abbattere.»
La risposta produsse il suo effetto. Her-Bak si alzò e, senza voltare la testa, riprese il cammino verso l’Oriente.”.
I. SCHWALLER DE LUBICZ, HerBak (Cecio), L’Ottava Edizioni, Milano 1985, pp. 353-354, corsivo in originale. L’ “apertura della bocca” – che si poteva “fare” sia sull’effigie (la statua) che sulla mummia direttamente, a seconda dei casi – è proprio ciò che differenzia una “mummia comune”, la cui mummificazione può nascere tanto da pratiche quanto da condizioni climatiche particolari locali, da una mummia egizia. Vi sarebbe, qui, d’aggiungerci molto alto, ma mi fermo qui, e mi limito a sottolinearlo …
“«… dunque chi sei?»
«Sono una parte di quella forza che
eternamente vuole il male ed
eternamente opera il bene.»
(Goethe, Faust)”.
M. BULGÀKOV, Il maestro e Margherita, Newton Compton editori, Roma 1997 (Iª edizione: 1990), p. 7, corsivo in originale.
Come s’è detto, frasi o link oppure cose relative al “momento” – un po’ (SI FA PER DIRE! …) “PARTICOLARE” … – che “SI” sta “vivendo” (più corretto sarebbe dir: periodo un po’ “particolare” che [IN CUI] si sta – lentamente! – di caldo (e non solo …) “morendo” …!) Tuttavia, poiché il caldo si è attenuato – pur NON essendo MAI, davvero, passato DA GIUGNO!, seppur (come detto) con qualche attenuazione (temporanea) – veniamo, dunque, ad un post un po’ più impegnativo.
Sul caldo, colmo dell’ “alito di fuoco” dei jinn del deserto: un brano interessante, dunque … Una premessa: l’autrice, un cui brano si riporterà di seguito, sta parlando dei Touareg. Ora, occorre sapere – ed ecco la precisazione – che i “Tuareg” in realtà son divisi secondo caste, fra le quali solo la casta superiore corrisponde ai Tuareg veri e propri, ovvero gli “Uomini blu” cosiddetti. Ma dei Tuareg (nel senso più vasto) fan parte ALTRI gruppi, anche di pelle nera. È MOLTO importante, dunque, capire che i “Tuareg” – “Touareg” (“à la fransè”) – son composti di varie caste, della quale solo quella superiore (i “KEL RELA”) sono i “Tuareg” veri e propri, cioè gli “Uomini blu” cosiddetti.
Detto questo, veniamo al punto.
“Gli inaden [gli artigiani del fuoco, ovvero fabbri] possono esser considerati veramente gli stregoni per eccellenza che si son messi, da secoli e secoli, al servizio degli ihaggarènes [i Tuareg nobili]. Forse erano israeliti del Mediterraneo [interessante quest’ “ipotesi” …] venuti verso il meridione del deserto, non si sa per qual ragione, poi incastrati col nobile dello Hoggar e, da quel magico momento, son rimasti i detentori in assoluto d’una sapienza che confina con il mondo soprannaturale. E tali son considerati dal nobile.
Lavorano il fuoco ed il cuoio insieme a qualsiasi altro materiale esistente sulla terra; quindi diventano i mediatori fra il mondo terreno e il mondo degli spiriti: da qui a modificare lievemente l’azione del loro lavoro ci vuol molto poco. Essi non sono solo i mediatori, bensì, all’occorrenza, diventano i rappresentanti in terra del mondo degli spiriti. Questa mediazione è strettamente collegata al loro tipico lavorare con il fuoco. È chiaro che combinano con il fuoco – grande generatore sottile – le quotidiane esperienza di un’opera che, alla fine della costruzione dell’oggetto, diventerà né più né meno un’ operazione alchemica. I grandi facitori terrestri sono in stretta simbiosi con gli spiriti del mondo soprannaturale e, come tali, sono in possesso di tecniche considerate – a torto o a ragione – come impregnate di soprannaturale. Ciò vale per le armi e i gioielli, per i lavori in argento e in ferro; ma anche per le sacche o i deliziosi bauletti che racchiudono nella tenda i vari utensili; per tutta l’oggettistica che fa parte integrante dell’esistenza quotidiana di ogni gentiluomo dello Hoggar.
Quest’oggettistica, che comprende anche armi e gioielli, diventa allora portatrice di forze sottili, perché proprio a queste i vari oggetti sono stati consacrati.
E poi, non bisogna dimenticare che il nome dato a questi artigiani significa: gli innominabili, gli altri; cioè coloro che è bene tenere a rispettosa distanza, quasi fossero divenuti essi stessi dei potenti demoni. Inoltre, come ogni mago o stregone che si rispetti, gli inaden hanno una loro lingua segreta, intesa unicamente dagli addetti ai lavori: il tenet, oltre a parlar e scrivere correntemente anche il tifinar degli ihaggarènes.
Quanto siamo lontani dall’insegnamento sciamanico! Qui in terra d’Africa la stregoneria non è certamente ereditaria, e se lo è, lo è per puro caso. Chiunque può diventare stregone; è sufficiente trovare un genio [un jinn] disponibile [NB], che obbedirà ad una parola pronunciata con una determinata emozione [NB]; di geni, poi, è veramente pieno il mondo. Le donne nobili consultano solo le tombe pre-islamiche quando desiderano una veggenza: la stregoneria è completamente in mano alle donne nere sudanesi, appartenenti alle caste inferiori degli ihaggarènes.
La vita dei nomadi nobili si muove talmente in stretta simbiosi con il mondo della natura che in questo territorio […] ‘… gli uomini prendono in prestito il proprio nome da quello delle montagne’. Non sono le montagne ad aver nomi umani, bensì è l’uomo che chiede con gentilezza alla montagna se può usare temporaneamente […] la sua denominazione terrena. […] È naturale quindi che queste montagne che si levano, il più delle volte, in picchi audacissimi verso il cielo siano anche la dimora più o meno fissa dei Kel es Suf, cioè degli spiriti devoti al demonio; quei folletti che spaziano indisturbati nelle vastità immense del territorio dello Hoggar completamente invisibili durante il giorno, e che di notte assumono le forme ed i corpi viventi più svariati. I Kel Rela temono in modo folle la potenza di questi spiriti”, M. ROSTAING CASINI, I segreti degli Uomini blu. Alla scoperta del misterioso mondo dei Tuareg, Oscar Mondadori, Milano 1992, pp. 64-66, corsivi in originale, grassetti miei, miei commenti fra parentesi quadre. L’informatore dell’autrice (Merkhaba) le spiega i tabù su tutto quanto un accampamento nomade lascia, persino le unghie: “Merkhaba sotterra tutto, nasconde il viso – soprattutto la bocca –, che diviene un ottimo veicolo d’infiltrazione. In questo momento sto pensando al ‘chiudere o aprire la bocca’ delle immagini votive di molti popoli antichi; ma il concetto è esattamente il contrario di quanto mi sta spiegando Merkhaba; cioè le immagini aprono la bocca proprio per entrar direttamente in contatto con l’afflato universale che anima il mondo.
‘Merkhaba, come fai ad andare a letto con tutti i tuoi scatolini appesi al collo?’. ‘Lascio solo i talismani e gli amuleti appesi e tolgo il resto: il portaocchiali da sabbia, il porta pietra-nera per i serpenti e gli scorpioni, il coltello a tre lame’.’ Merkhaba sembra esser soddisfatto dell’idea che gli dev’essere venuta nel momento in cui parla, e ridacchia soddisfatto, guardandomi”, ivi, pp. 66-67.
Merkhaba usa sull’occhio dell’autrice una polvere per gli occhi, che li pulisce immediatamente. Il famoso velo blu serve sia contro il vento e gl’insetti, sia però ha un ruolo apotropaico, contro i “jinn” del deserto, la cui **sola vista** è pericolosa per il Kel Rela: “Ecco quindi il duplice beneficio del velo: riparo contro gli elementi esterni e possibilità di calarlo sugli occhi in modo da non vedere lo spirito malefico. ‘Merkhaba, perché sei così superstizioso?’ Tale domanda […] mi arriva spontanea; ed egli mi risponde che, prima di tutto, chiunque viva a contatto così diretto con la natura, non può che essere superstizioso [nel senso europeo del termine, dunque falso perché – per principio! – nasce da chi NON VIVE “a diretto contatto” con la natura!]: infatti, è chiaro che il colloquio quotidiano con gli elementi che fanno parte della nostra stessa natura ci porta a considerare i mutamenti che avvengono nell’ordine naturale delle cose come risultato di volontà superiori non ben identificate.
Inoltre, questa superstizione di base porta con sé, conseguentemente, delle pratiche che possono bilanciarsi fra magiche e rituali. ‘Inoltre, Mirella, non esiste Kel Rela che ami dedicarsi a pratiche di magia malefica o magia nera: essa è completamente estranea alla semplicità che è il lato dominante del nostro carattere. In verità, sono portato più ad una certa difesa che all’offesa vera e propria: preferisco riempirmi di talismani, ferri, amuleti, erbe o altro, invece di far sortilegi occulti che colpiscono quello che è considerato il mio nemico’. Sento di aver più nulla da dire dopo una dichiarazione tanto appassionata e senza incertezze. D’improvviso mi viene in mente che so da chi posso aver maggiori ragguagli sulla magia nera; ma sì, ci sono due tende dei vassalli di Merkhaba: come ho fatto e non pensarci prima? […] Sono infatti le donne nere che ne fanno abbondante uso ed abuso, e conoscono fin nei minimi particolari questa scienza occulta. Intanto, ogni donna nera [del gruppo Tuareg non è affatto detto di altri gruppi, per quanto i Tuareg non possono esser certo i soli ad essere così … (nota mia)] sa sempre come comunicare con gli spiriti per avere le notizie che essa voglia conoscere. Le formule per ottenere questa conoscenza sono svariate: la donna può prendere delle erbe molto specifiche, come il burzig […]. Può andare presso le tombe per ascoltare, ponendo l’orecchio sulle pietre esterne che ricoprono il tumulo; oppure, se la voce non si fa sentire, evoca gli spiriti con la frase magica […], quasi cantilenandola, e solo allora la comunicazione con gli esseri signori del Male sarà positiva. Esiste anche un altro metodo, un pochino più complicato […].
Ci sono anche metodi comuni per fare veggenza, ad una maggiore o minore distanza nel tempo, qualsiasi bimba nera lo sa fare, con dei segni sulla sabbia che successivamente interpreta [è la cosiddetta “geomanzia”]. C’è poi la pratica della magia nera che può dare la morte; anch’essa è patrimonio completo della donna nera: essa senza la minima esitazione conosce la sua vittima e le dà la morte – tranquillamente – come fosse un atto d’ordinaria amministrazione, invece che di ordinaria follia.
Questa pratica mortale è chiamata borbor ed è considerata irreversibile.
Una volta lanciata, non ritorna assolutamente indietro, né può essere fermata: unicamente a seconda delle richieste fatte dalla stregona nera, il borbor può provocare una morte lenta, a lunghissima scadenza e con il progressivo diminuire delle forze dell’individuo, oppure la morte immediata, senz’alcun perché, al malcapitato cui è stata praticata. Alla parola borbor, Merkhaba ha sussultato e ha girato il viso dall’altra parte; i neri stessi ugualmente tremano al solo sentirne il suono; le donne nere fanno finta di non sapere a cosa voglio alludere; insomma, un grande silenzio, pesante e difficile, s’instaura quando uno cerca di sapere qualcosa su quest’allucinante sortilegio. Ma insistendo, e soprattutto attendendo con pazienza, riesco, alla fine, a saperne abbastanza. Intanto, la pratica magica del borbor è un fatto che colpisce individualmente, mentre nulla può contro un insieme di persone o su dei clan e delle tribù. È l’individuo solo quello che può subire questo maleficio gravissimo [punto molto importante, perché vuol dire che le pratiche “suggestionanti” che sono in atto da tempo nel mondo, e che hanno come oggetto “gruppi” o delle società varie, non sono di tal tipo!, e, di conseguenza, ecco spiegato come l’ “interesse” per tali “pratiche” NULLA possa CONTRO la “magia collettiva” in atto da tempo … (nota mia)]”, ivi, pp. 67-69, corsivi in originale, grassetti miei.
Segue la descrizione che, pur non potendo avere alcuna efficacia se compiuto da chi non ne “possegga” le “chiavi” cosiddette, comunque omettiamo. Il modus operandi è il classico delle fatture: ci vuol qualcosa ch’è stato toccato da chi si vuol colpire o provenga dal suo corpo, anche “alla lontana” come l’acqua con la quale ci si sia lavati.
Come che stiano le cose, ovviamente molto spesso come non sembra stiano!, in ogni caso la magia, la “bassa magia” – e spesso, dunque, “nera” – è “piuttosto diffusa” – eufemismo – in Africa …
“Come dicevo prima, questa pratica è irreversibile: o l’individuo muore subito, oppure fa l’agonia che la maga gli ha buttato addosso, per arrivare lentamente, alla fine, pur sempre alla morte. In verità una controfattura ci sarebbe [la si riporta perché magari potrebbe per qualcuno esser “utile” (nota mia)]: si deve andare a cercare del bottal, che è una specie di sostanza appiccicosa, nerastra e molto resinosa che si spreme dalla corteccia di certi alberi: la si butta su un braciere ardente e si sta lì sopra, ingoiando quanto è più possibile i fumi, densi e acri, che si sprigionano dall’essenza resinosa. Dovrebbe funzionare! Il fatto è che il cosiddetto ‘fatturato’ difficilmente sa di esserlo. Si accorge di stare sempre peggio; prima pensa a qualche disturbo normale dovuto ad indigestione di cibo poco buono; oppure a qualche malanno che, prima o poi, prende qualsiasi essere vivente: se anche gli viene il sospetto del borbor, questo arriva sempre troppo tardi, quando ormai non può più tornare indietro. Non gli resta quindi nient’altro da fare che morire, com’era convenuto a sua insaputa.
A questo punto, risulta inattaccabile la ragione per cui ogni nomade seppellisce sempre i pezzi d’unghia, l’acqua sporca in cui si è lavato, i resti dei capelli ed ogni cosa che appartenga al corpo fisico: ha il terrore sacrosanto di rimanere preda di queste maghe nere […]. I resti del mestruo di ogni ragazza è, anch’esso, sepolto in profondità nella sabbia, sempre quando nessun occhio può vedere; persino la veste che sta a contatto con la pelle, quando è inservibile, viene prontamente bruciata e le ceneri sono sepolte.
Le azioni del Kel Rela hanno quindi un legame profondo con la loro logica d’esistenza: nulla può fermare il potere […] nefasto delle stregone nere”, ivi, p. 71, corsivi in originale, grassetti miei.
Per finire – dal punto di vista più strettamente “spirituale”, NON “occulto”!, è interessante il capitolo IV, dedicato al simbolismo nel deserto del Sahara, zona Tuareg, provenienti spesso da tempi molto antecedenti.
Andrea A. Ianniello
PS. “Il demone della dominazione del mondo ha parlato. Ha rivelato il grande segreto: il mondo può esser dominato. Piegata dalla stanchezza, la gente chiede di essere sottomessa. E coloro che oppongono resistenza saranno domati […]. La società moderna è percorsa da una corrente magica che induce in tutti gli uomini gli stessi pensieri …
KONRAD HEIDEN”,
P. LEVENDA, Satana e la svastica. Nazismo, società segrete e occultismo, Oscar Editore, Milano 2014 (I ediz. 2005), p. 282, corsivi di Heiden.
Di seguito, Levenda parlava della “corrente 93” dei crowleyani, forma più radicale dell’ “Età dell’Acquario” … ma è cosa, in parte, passata.
Un’osservazione più importante: Heiden parlava solo di mezzi violenti: no, la seduzione – lo sviamento – è oggi, al contrario, “il” mezzo principale. “Le cose cambiano” …
“Quest’anno, pensate due volte alla Germania.
Linee aeree Lufthansa,
slogan pubblicitario, 1970 circa”.
Ivi, p. 255, corsivi in originale. Anche quest’anno ci pensiamo “due volte” …
“Iblìs, principe dei Djinn [jinn]”.
A. KIELCE, Il sufismo, SugarCo Edizioni, Milano 1985, p. 133, corsivi in originale.
Ve n’è anche un’immagine, nella stessa pagina, specie d’idolo dalle molte teste … che qui non commentiamo … in effetti, molti uomini “adorano” – spesso senza saperlo! – quest’idolo!
Contro gli “zelatori onnipotenzialistici” (F. Schuon) diffusori d’impotenza:
“Lui può far uscire un frutto da una pietra, ma non prima d’aver mutato la pietra in albero. Conosci dunque le realtà essenziali, e comprendi le loro sottigliezze!”.
ABD el-KADER, Il libro delle soste, Rusconi Libri, Milano 1984, p. 146.