sabato 4 luglio 2026

Gentil consiglio (“A GENTLE ADVICE” …) – utile – per tempi di CRESCENTE “Chaos” … (Vi è poco da fare. “La storia è - davvero! - una giungle di fiere!”)

 

 

 

 

 

 

 

Ishida e Konishi furono posti alla berlina […]. Vennero decapitati sulle rive del fiume Kamo a Kyōto. Mentre ve li conducevano Ishida si fermò e chiese una tazza di tè. Gli fu offerto un cachi che egli rifiutò, dicendo che gli avrebbe disturbato la digestione. «È certamente inutile — commentò Konishi — preoccuparsi della propria digestione poco prima di esser decapitati». « Non capisci niente ribatté Ishida — non si può mai sapere che cosa può succedere, e quindi fino all’ultimo istante devi aver cura di te stesso»”.[1]

R. STORRY, Samurai. I guerrieri aristocratici, De Agostini, Novara 1978, p. 64. (Volume corredato da belle foto)[2]

 

Più di duemila anni fa, così com’è riportato nell’opera di Sun Zu […], il generale cinese Wu Qi disse: «Il campo di battaglia è un luogo pieno di cadaveri in posizione eretta. Coloro che desiderano vivere, vi troveranno la morte». In altre parole, se penserete a difendervi state certi che finirete per perdere la vostra battaglia […]. Per questo motivo dovete abbandonare qualunque pensiero d’incolumità personale”.

F. LOVRET, La via della strategia. I segreti dei guerrieri giapponesi, Edizioni Mediterranee, Roma 2009, p. 85

Che vuol dire? Che chi “si dà per morto” torna a casa … Ma niente lo assicura, si chiederà … vero! Ma questo è l’unico – e solo! – modo per averne il massimo di possibilità … di “tornare a casa” ed intendo: tornare a casa vivi

Chi vuol vivere, muore.

Chi vuol salvar tutto, perderà tutto.

Questa è la dura legge della guerra, della contesa, del male insomma[3]: brutta cosa, ma se ci sei dentro? Che fai, ti lamenti? Piangi?

E a cosa serve?

 

La domanda – di fondo – è questa: “Are you sufficiently *dead*, to Win?” … Alcuni sorrideranno ad una cosa del genere, o non capiranno. Ma sta tutto qui …

Oltre a cercare di combattere solo guerre giuste, l’uomo moderno possiede una predilezione per le guerre circoscritte. Le preferisce perché gli trasmettono una falsa sensazione di sicurezza: combattendo solo battaglie insignificanti, rischia solamente sconfitte insignificanti. In realtà, la guerra circoscritta è una vera e propria contraddizione in termini. Il termine giusto per definire tal evento è “sport”. (Il Dizionario Webster definisce lo sport come «un particolare svago che in genere implica la pratica d’uno specifico esercizio fisico, seguendo un modello ed una serie di regole prestabilite»). La guerra non è un evento sportivo e non potrà mai essere vinta cercando di combatterla come se fosse uno sport. […] La storia è piena d’esempi di questa verità fondamentale. […] Un ottimo esempio […] è la Guerra dei Sei Giorni  avvenuta in Medio Oriente; qualunque guerra che duri meno d’una settimana è ovviamente il risultato d’un comando illuminato. L’uomo civile detesta affermazioni del genere. […] Se non avete in animo di vincere, non dovreste proprio mettervi a combattere. Le guerre non vengono vinte dagli uomini migliori, ma dai più cattivi. La battaglia è solamente un’avventura gloriosa per gli storici che fanno parte della squadra vincente [ah ah: verissimo!]. Per coloro che son direttamente coinvolti, è un’esperienza cruenta e dolorosa. Tuttavia, a volte non è possibile evitare la battaglia. L’unica soluzione razionale è affrontarla nel modo più rapido e risoluto possibile, e portarla a termine con il minor numero di danni possibile. Ma di che rapidità stiam parlando? Per quanto riguarda i combattimenti individuali, bisognerebbe pensare in termini di secondi. Per quanto riguarda le guerre tra nazioni, in termini di giorni. Se un combattimento dura più d’un minuto tra singoli individui, o più d’una settimana tra due eserciti, significa che è condotto in maniera sbagliata”, ivi, pp. 84-85, corsivi in originale, grassetti miei. Ne discende che la STRAGRANDE MAGGIORANZA delle guerre di oggi, e del recente passato, è stata - ed è! - condotta in maniera sbagliata! L’uomo moderno, proprio per questo motivo continua a combattere le stesse guerre, generazione dopo generazione, contro gli stessi nemici, al costo di milioni di vite. Gengis Khan sarebbe rimasto sconcertato di fronte a tale barbarie”, ivi, p. 238 Parole cattivelle, non è vero? Ma oh quanto meritate!

Il problema di fondo nel mondo di oggi – e nell’ “Occidente” cosiddetto in modo del tutto particolare – si è che chi ha più da perdere con certezza evita quasi sempre la battaglia, mentre quelli che han meno da perdere, ovvero i settori più “deboli” della società, son proprio quelli che vanno in battaglia: ciò è un oggettivo incentivo a lunghe battaglie senza fine, senza contare tutto un settore della società che guadagna tantissimo dalle guerre: la guerra è oggi un fatto strutturale del mondo. È l’anima di fondo della GP …

 

Gli “scopi” …? Non ci son più gli scopi: avevan senso all’ inizio, cioè prima della guerra, dopo non contano più ma conta solo vincere. E – va detto – solo in Israele, non tutti gli israeliani, chiaramente!, solo in Israele – oggi – una parte ha, davvero, questa mentalità e nessun altro. Gli iraniani? In parte. I russi? In parte. Gli ucraini? In parte. Tutti IN PARTE … I russi han dimostrato – per sovrammercato! – di NON avere questa mentalità e sono solo gli europei che **VORREBBERO** che l’avessero per giustificare il mantenimento di un sistema fallimentare. E giustificar dei “riarmi” **non** giustificabili altrimenti. Chiaro che la situazione “può ‘sfuggir di mano’” – come accaduto altre volte nella storia! –, ma è **un tutt’altro discorso** – tutt’altro! –, mentre qui parliamo di mentalità e non di eventi, né di scarso controllo sulla situazione, come oggi è un po’ dappertutto che accade.

Non solo: ma occorre avere questa mentalità SENZA per questo essere malati di mente o impazzire. SENZA … e non è affatto facile. Infatti, ‘sta mentalità qui può trovarsi tra la gente che ha qualcosa che NON FUNZIONA bene nella testa! Ma ciò a sua volta viene dal fatto che chi va in guerra “desidera” sopravvivere, pensa cioè alla propria incolumità come prima cosa e, una volta che “morde la foglia” sul fatto che la morte sarà sua compagna quotidiana per tanto tempo, sente quel “brividino” famoso che fa scattare l’istinto – cieco! – di sopravvivenza; segue la caduta dei famosi “freni inibitori” ed ecco che tanti si danno a delitti mostruosi sul campo di battaglia. Tutto ciò nasce dal fatto di non aver accettato che, nel momento stesso in cui si è in guerra, si è dei “cadaveri in posizione eretta” come diceva Wu Qi: la tua vita di prima è finita, non esiste più, sei un morto che cammina. La tua vita risorgerà il giorno in cui la guerra finirà e mai prima.

Ed inoltre, ognuno entra in guerra per degli **scopi** precisi, che realizzerà perlomeno in parte. Se fallisce i **suoi propri** scopi, si dice che viene sconfitto. Beh: vittoria, sconfitta: non conta. La guerra non s’interessa degli scopi! La guerra s’interessa solo della guerra!

È terribile, dirà qualcuno di questi che vivono nel mondo dei sogni: “That’s War, baby!” Questa è la sua legge: siamo NOI che ci fermiamo una volta che reputiamo – che sia “a ragione” o “a torto” non cambia nulla – che gli scopi che ci hanno mosso, all’inizio!, si siano realizzati:[4] cioè siamo NOI che ci fermiamo. La guerra di per sé non è in grado di fermarsi.

Per tutto ciò chi conosce – davvero! – la guerra, chi ne ha capito la VERA natura, la EVITA.

Buon guerriero è chi evita la guerra. Ciò nasce come deduzione necessaria dall’aver capito la natura – profonda, ineliminabile – della guerra stessa. Se non siete disposti al massimo, alla vostra stessa fine – come requisito primo ed ineliminabilenon dovreste proprio mettervi a combattere.

Per tutto questo la civilizzazione ha prodotto sistemi per diminuire il contrasto: dalla polizia ai giudici, avvocati e via dicendo, per produrre dei cerimoniali collettivi di diminuzione dell’aggressività e del contrasto, come anche le partite di calcio, di football, di basket, insomma lo sport: non si tratta che di questo. Si tratta, in poche parole, di “canalizzare” l’aggressività ed il contrasto nella maniera la meno disastrosa possibile.

Et tuttavia, la violenza – caotica stavolta, proprio perché disorganizzata! – “esplode” lo stesso: di qui un fiume di delinquenza senza senso che attraversa il mondo. Ciò nasce sia dalla **debolezza** delle “strutture” di “canalizzazione” sia dall’aumento del disastro sociale, cioè aggressività disorganizzata, e sia per una crisi – sostanziale, profonda, irreversibile – del “sistema-mondo” nel quale si vive, per lo meno dall’ “apertura delle rotte oceaniche” - tanto tempo fa, ormai![5] 

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Anche la Storia è una giungla di fiere ed un campo di battaglia! Attraversarla per giunger fino al presente che viviamo e trascenderlo per l’avvenire che si sta compiendo, è consentito soltanto a coloro che attingono i Principi e si spogliano dell’accessorio. Le armi son l’accessorio della contesa. Questi strumenti di malaugurio intimoriscono soltanto chi ha presa e trofei di cui lasciarsi spogliare o un’opaca carcassa. Che si muoia trapassati da una freccia o molecolarmente sconvolti nelle proprie cellule non consente di apprezzare più di tanto lo sviluppo delle tecnologie di morte. La guerra è, e continuerà ad essere, il mistero del sacrifizio di sé, della morte deliberata, che è il massimo della micidialità consentita. Nessun’arma, per quanto terribile, sarà mai in grado di provvedere alla propria morte!”

(“Epilogo” alla Prefazione, di Renato Padoan, a Sun-Tzu, L’Arte della guerra, SugarCo Edizioni, Milano 1980, p. 40, corsivi miei.) 

Fonte:

https://associazione-federicoii.blogspot.com/2017/04/la-storia-una-giungla-di-fiere.html

 

 

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Vi è poco da fare: la storia è una giungle di fiere! E, se vuoi salvarti, devi “attingere ai Princìpi” e devi “liberarti dell’accessorio” … Ed ecco il “Gentle Advice” del titolo …

Non m’interessa della “causa” per cui combatti, né di ciò che ti hanno detto: m’interessa solo dell’uomo, di chi combatte: devi portare a casa la pelle, puoi farlo solo se ti dai già per morto.

Non m’interessa dello scenario, chiunque oggi può esserne coinvolto, anche “civile” cosiddetto, così valgono le stesse cose. Questo può aiutare davvero.

Tutto il resto non sono che parole.

Sarà pure solo l’un per cento ma, se tocca te, allora è il cento per cento!

 

 

PS. Cf.

https://associazionefederigoiisvevia.files.wordpress.com/2022/01/yuki-den-.pdf 

 

 

 



[1] Ishida venne comunque decapitato, però apprezziamo il consiglio.

[2]Nel XIX secolo abbondano gli esempi di marziali minoranze elitarie soccombenti di fronte al superiore potere armato del mondo occidentale: i Maori, i Sikh, i Sioux, gli Zulu. «Noi abbiamo la mitragliatrice Gatling e loro no»: ecco dove risiedeva la forza che in ultima analisi sosteneva quello che è universalmente è noto e accettato come ‘il progresso della civiltà’. La fortunata resistenza dell’impero amarico d’Etiopia all’invasione italiana degli anni 1890 fu l’unica eccezione a quella che era ormai una regola generale”, ivi, p. 111. Che però l’eccezione toccasse all’Italia non è un’eccezione affatto, per l’Italia! Ma quel tempo è ormai stra finito.

Tra l’altro, si è verificato un “livellamento tecnologico” per quel che riguarda le armi per cui, a parte le armi nucleari, tal livellamento comporta il prolungamento tendenziale dei conflitti armati.

[3] Della “Discordia” che gli antichi Greci personificavano in una – pericolosa – divinità: Eris … che aveva fatto uscir fuori gli uomini dallo “stato paradisiaco” delle Origini, tra l’altro … casualità …? Non credo proprio!

[4] Intanto magari la situazione generale si è cambiata – forse anche per effetto della guerra che abbiamo iniziato per quegli scopi –, e quegli stessi scopi che ci muovevano ad iniziare la guerra non han più senso! È successo nella storia … Nulla v’è di peggio nella storia delle “vittorie di Pirro” cosiddette …

[5] Wallerstein 1996 – trent’anni fa ormai! –, nell’edizione italiana, edizione originarle: 1995.