martedì 1 settembre 2020

A partire da Weber, ovvero: “LA fine DEL fine della Storia” (Cacciari)? DAVVERO?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vi è un passo, in relazione al tema in questione, dal recente libro di Cacciari, citato in un precedente post: “La ‘fine della storia’ è concepibile soltanto in due forme (quando non sia mitologia apocalittica, che spesso nasconde solo la paura per la fine del proprio mondo ‘privato’ [giusto: mitologia apocalittica, che con la vera Apocalisse ha ben poco a spartire, e che, poi – è altrettanto verissimo –, non è altro se non un’espressione di paura della fine del proprio “privato”, appunto: e quel che leggiamo al giorno d’oggi, il 99% di scemenze pseudo apocalittiche, non è altro se non l’ espressione della paura della fine del proprio mondo borghese in dissoluzione da decenni: non è altro se non questo: e tutto ciò, con la vera e propria “Apocalisse”, ha sottozero a che spartire]). O nella forma di un ‘sapere assoluto’, puramente affermativo, che in sé sussume ogni tradizione e genera da sé quel Regno, dove si sa a priori come qualsiasi interrogazione debba essere posta e l’ignoto non è che il conoscibile – oppure nella forma di un insistere senza che alcun Fine risulti indicabile. La storia delle negazioni (che è la storia dell’ uomo storico) continua, allora, senza mai incontrare quella negazione della negazione costituita dal ‘sapere assoluto’ – e tuttavia il momento del negativo si esaurisce nel suo stesso porsi, non dà vita ad alcuna Auf-hebung, neppure contiene in sé l’immagine di un qualunque fine che ne superi il darsi immediato. La ‘fine della storia’, in questo senso, non è che l’ intrascendibilità stessa del divenire storico. L’esserci che si fa solo storico è l’esserci della ‘fine della storia’. Storia può darsi soltanto fino a quando l’esserci si concepisce ek-staticamente, come un compito rivolto a un fine, e questo fine assume ogni volta una figura determinata. Se la forma semplice dell’indefinito divenire non presenta più nulla di ulteriore, essa finisce con l’annichilire in sé la storicità dell’esserci.

[…] il tempo che manca cristiano si è dilatato smisuratamente, è divenuto masslos [eccessivo] anch’esso, fino a far apparir ormai naufragata ogni idea di Fine o di Eschaton [fine “ultimo”]. Nessuno più attende la parousia [i cristiani per primi hanno abbandonato, ed ormai da tempo, quest’attesa, senza fine, appunto] o il Giorno del Signore. Tuttavia, l’ analisi della realtà effettuale mostra che la catastrofe è in ogni istante, all’interno delle stesse potenze o degli arconti di questo mondo e del loro polemos. […] La fine (del fine) della storia non può […] esser fatta coincidere con la fine della storia [in effetti, una tale “coincidenza” era la tesi di Fukuyama subito dopo la “caduta del Muro”, scambiata per chissà quale “rinnovamento”, in realtà era solo la fine di “un fine” alla storia, seppur nella forma di surrogato della “promessa apocalittica”, surrogato che, alla fin fine, il marxismo sovietico è stato], poiché è dall’interno della sua stessa attuale  configurazione che può maturare l’energia capace d’imporre di nuovo un fine al divenire, capace, cioè, d’interpretarlo e agirlo, ek-staticamente. Chi non avverte quest’ ultimo possibile orizzonte nel disincanto weberiano appartiene inesorabilmente alla peggiore genia d’incantati, quella dei disincantati araldi del destino”[1].

Che in Weber vi sia quest’ultima esigenza di agire, è indubbio, e che Cacciari sia d’accordo con lui lo è altrettanto. Le ultime frasi rientrano nel suo, perenne, tentativo di salvare il “fare” a fronte della “fine del fine” della storia.

“Araldi del destino”? Il destino non ha bisogno di araldi[2].

Chi si è considerato “araldo del destino”? Nella storia, eh, nella storia (così dimostrando di non esserne affatto uscito: punto decisivo questo)? Gengis Khan, Alessandro Magno, Giulio Cesare, Ottaviano Augusto, Attila, Tamerlano, il Primo Imperatore cinese, Napoleone, e, nel Novecento, Hitler e Lenin. Quando spesso, nei film o nei video, interpretano questi personaggi a me fan ridere perché non sanno dare il senso della “fine”, cioè della realizzazione del “fine” della storia. Se uomini d’ogni genere hanno sacrificato la loro vita per costoro non è accaduto per allucinazione, ma perché credevano – a torto, probabilmente – che la “realizzazione” del “fine della storia” (cioè, storicamente, della sua fine …) era lì, lì per realizzarsi, per “farsi”, per darsi, per prodursi, per concretizzarsi. Questo è stato, in effetti. Naturalmente, la storia non è finita per la presenza di un “araldo del destino”! Anzi, di fatto, è avvenuto il contrario: gli “araldi del destino” hanno “fatto” storia!…

La “fine della storia”, infatti, è un esaurimento, quando costoro, invece, traboccavano d’energie! La “fine della storia”, dunque, non è altro che un’implosione del suo senso, che porta fatalmente alla dissoluzione. Quando l’Impero romano entrò nel processo, lungo, di suo decadimento, comunque presentò dei personaggi notevoli, ma di una natura ben diversa da quelli appena descritti, che non volevano che si giungesse alla “fine della storia”, differenza importante … Non erano “araldi del destino” che volevano “porre termine” alla storia: è vero l’opposto invece …!

Nessuno dei personaggi della fine dell’Impero romano, salvo forse Costantino, si considerò “araldo del destino”, e non certo nel senso dei personaggi detti sinora qui sopra. Costantino, anzi, si considerò “araldo del destino” per ragioni opposte, perché, in sostanza, nelle sue intenzioni, evitò la Fine …

Il realizzare il fine della storia – per Costantino – era quello di evitare la fine della storia per mezzo della cooptazione del Cristianesimo nelle strutture amministrative imperiali (pericolanti, all’epoca), nel segno, sempre, di una aeternitas Romae, che andava oltre i dèi cittadini, pur non negando questi ultimi, punto importantissimo, quest’ultimo, da notarsi.   

 

 

Se cerchi “araldi del destino”, se “ti” consideri – a tuo rischio e pericolo – un “araldo della storia” (ma non pensiamo alle nullità populiste dei nostri tempi, alle destrucole auto nominatesi difenditrici della “libertà” ottocentesca, che non c’è da un bel po’ più, nei termini moderni, poiché la tecnica stessa l’ha ridotta ad un’apparenza: queste destre sono parodie della vera destra storica[3]), allora – ergosei ancora nella storia, e ben dentro ad essa. Che, dunque, considerandoti “araldo del destino” tu possa “porre termine” alla storia è somma chimera, chimera storica naturalmente!

 

 

 

Ma veniamo all’altro punto dell’interessante passo di Cacciari.

 

Imporre di nuovo un fine alla storia: condivido. Anzi: condivido e sottoscrivo. Ma con quale forza? Con la ragione? Il punto vero è qui.

Con la ragione non è possibile (e Weber, se leggiamo qualche ricerca, di G. Galli, per esempio,  sui suoi interessi “altri”, n’era piuttosto consapevole, ancorché discretamente). Il “sapere assoluto” non è un “sapere” razionale, nel senso di discorsivo. E’ una Presenza. La “Fine” è una Presenza. La storia c’è per un’Assenza. Quando c’è la Presenza, l’Assenza – cioè la storia – termina. Ed è inevitabile. Solo che non è l’agire umano che può provocare un tal “ri-Presentarsi”. Non è la ragione umana che può “ri-dare” il Fine a ciò che ormai è divenire senza fine perché privo del fine.

Il che non significa, per niente, che la ragione valga niente, che, dunque, non abbia un ruolo: quello di spingere alla consapevolezza (o di produrla …) del termine della sua (della ragione) funzione non è una cosa indifferente. Difatti, tutti gli errori contemporanei hanno una sola causa: che il mondo “dell’individualismo e della ragione” (Aurobindo[4]) crede ancora di stare sul trono e non fa che ri-presentare se stesso come “soluzione” al problema nato dal suo dominio, così non potendo far altro che accrescere il cammino vero  la dis-soluzione …

Vi è oggi circolarità: il cane si morde la coda …

E come può la ragione dare consapevolezza del termine del suo ruolo: ricercando comunque un fine, ma sapendo che non potrà mai pienamente possederlo né produrlo. 

Quindi che la ragione ricerchi nuovamente un fine alla[5] storia, è cosa sanissima, che può aiutare a curare le nevrosi contemporanee. Che, però, possa “imporre” un fine alla storia è mera illusione. Non meno grave di quella di presunti “araldi del destino”, che non possono esserci se la storia non ha più un fine … Che quindi son “araldi del destino” senza un destino: una parodia … Come, in maniera particolare, tutte le destre di oggi lo sono di quelle storiche, che volevano “realizzare” anch’esse il “fine” della storia. Era un fine opposto di quello delle “sinistre”, sempre un fine, però, era. Ma oggi non c’è fine alla deriva perché non c’è alcun fine nella storia, e quindi nemmeno della ed alla storia.

Siamo in una deriva senza termine.

I processi e i movimenti sociali iniziano, i processi e i movimenti sociali non terminano, ma non raggiungono mai pienamente le loro intenzioni dette. Quest’impossibilità di “raggiungimento pieno”, tra l’altro, è un’altra delle caratteristiche tipiche della storia: mai nessun piano “storico” si è pienamente realizzato, già è un caso favorevole se se realizzi la metà …

Gli eventi si danno e fanno disastri (cosiddetti “apocalittici”). Gli stessi eventi terminano, ma la deriva cui quegli stessi eventi parevano voler porre termine, la deriva non termina, ma invece continua, imperterrita, e sempre un po’ peggiore, senza che se ne possa vedere il “termine”[6].

Siamo in un oceano putrido. Si sa quando la nave ha lasciato il porto. Non si sa dov’essa possa mai approdare. Per ora si vedono solo inquinate acque putride dappertutto.

Questa è la nostra condizione.

E non v’è destino né chiamata ad un superiore fine, ma solo una trincea fangosa, senza fine.

Non v’è “Battaglia finale” né “Anticristo che domini il mondo” in modo sensibile, visibile, chiamando se stesso Cristo: proprio per questo è “l’età della fine”.

Ora, quest’ultima illusione, del “dominio esteriore visibile globale” da parte dell’Anticristo, in termini sostanzialmente novecenteschi, continua negli ambienti evangelici. Si tratta degli stessi ambienti dove inserire un po’ di controllo statale nell’economia si equivale al “marxismo”, che sarebbe “il male assolto” – e qui ci facciamo davvero panze di risate –, cosa potranno capir mai costoro dell’Anticristo?? … Domanda retorica …

Che senso ha, per l’Anticristo, “dominare” il mondo, che, in realtà, odia? “Prendersene cura”?

Ma necessariamente, se domina il mondo, dovrà prendersene la responsabilità, dunque “rispondere per” il mondo? Non ha gran senso. Lui vuole ingannare il mondo, non certo governarlo!!

Non solo, ma l’Anticristo odia di tutto cuore, detesta e vuol vedere la fine del sistema della “Grande Prostituta di Babylonia” che, pure, i suoi sostenitori han contribuito non poco a far sì che domini tutto il mondo.

Le cose, dunque, sono molto ma molto diverse da come certe rappresentazioni, che magari avevano un loro senso storico in altri tempi, continuano però a far vedere o a tener per fermo e certo, quando, al contrario, nulla è meno certo. 

Per tutti costoro, in pratica, l’Anticristo sarebbe la copia, estesa a tutto il mondo, dei regimi militaristi degli anni Trenta in Europa più la tecnica digitale. Beh, quest’ultima (la potenza della tecnica, oggi digitalizzata) non solo può fare  a meno perfettamente dei regimi “militaristi”, ma, anzi, si è sviluppata proprio per estendere il controllo senza l’ausilio di forze “militari”, cioè senza l’ausilio delle forze dei vecchi stati moderni. La modernità è finita, signori. Piaccia o non.

La tecnica, finché non fu digitale, rafforzò gli stati moderni (fase della “solidificazione”), ma, dopo lo sviluppo dell’informatica e del digitale, li smembra, li frammenta, fino a generare la polverizzazione degli stati che si comincia ormai da tempo a vedere. Ora, l’Anticristo dovrebbe voler tornare ad uno stadio precedente più il digitale: perché mai? Non ha senso alcuno, e chi lo pensa dimostra solo di non aver capito niente.

Al contrario: in un mondo iper digitalizzato – dunque al massimo della frammentazione – chiamare alla rivolta globale avrebbe senso, pur essendo l’ “iper” digitalizzazione nata dalle forze che hanno supportato l’ascesa di chi dirà le parole che “daranno inizio all’ esplosione del mondo”[7].

Solo che tu, un’ “esplosione del mondo”, nel mondo dell’ implosione, non lo puoi fare con le vecchie ideologie politiche novecentesche: il punto dirimente sta qui. 

 

 

Si pone qui, dunque, una “questioncella” del tutto ininfluente, di ben piccolo momento e di scarsa, se non di nessuna, importanza: ma l’Anticristo, l’Anticristo sarà un “araldo del destino”?

Nel senso che qui si è dato a questo termine, la risposta non può essere che un netto: No.

Di qui l’errore dei vari ambienti che continuano ad applicare all’Anticristo il ruolo di “araldo del destino” che abbiam visto tipico di alcuni, pochi, personaggi della storia, e nella storia. Colui che deve por termine alla storia, ormai mero divenire senza fine, può, esso lui, essere un personaggio solo “storico”? Di nuovo un chiaro: no. Non può essere uno che vuole “dominare”, sia pur per realizzare un “fine” della storia (e nella storia).

Di qui la difficoltà, di moltissimi, nel capire quest’oscuro, sfuggente personaggio, che si pone sul limitare della soglia, sulla linea di confine fra storia e metastoria, in un ruolo che, diceva Guénon, non può avere né precedenti né seguenti.

Per chi “capisce” questa “discesa”, non può, in effetti, esser diversamente che così.

 

 

 

Comunque oggi è molto facile andare in cammini d’illusione. Oggi viviamo in un’epoca nella quale la potenza dell’illusione domina, in cui basta fare un passettino fuori dal sentiero stretto come lama tagliente di spada e si va in bocca, dritti e diretti, alla potenza dominante dell’illusione.

E quando domina l’illusione, quando domina in modi così pervasivi, allora l’Anticristo non è più lontano. 

 

 

 

 

 

 

 

Andrea A. Ianniello

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] M. Cacciari, Il lavoro dello spirito, Adelphi Edizioni, Milano 2020, pp. 93-95, corsivi in originale, mie note fa parentesi quadre. 

[2] Il destino non si compra al supermercato, amo dire. Né di solito si annuncia con “araldi” d’un qualche tipo, salvo talvolta. Quando … piove … Cf.

https://www.youtube.com/watch?v=nlJ7aiJn_wA. O, lo stesso, cf.

https://www.youtube.com/watch?v=TQ2zOkE8p6k.   

[3] A me fan ridere proprio quando usano, del tutto retoricamente, la carica “demiurgica” della leadership rivoluzionarie, conservatrici o di sinistra che fossero, del Novecento per difendere sostanzialmente lo status quo! Ridicoli davvero! Lo si è detto, discutendo – nel 2017 – della Rivoluzione d’Ottobre: Putin non può smantellare il Mausoleo a Lenin finché avrà necessità del gesto demiurgico della Rivoluzione, che inizia un cammino “nuovo”, in realtà “realizzando il fine” della storia, che, poi, era la giustificazione che davano i rivoluzionari. Quando non avrà più necessità de gesto demiurgico per mantenersi, potrà far sì che sia smantellato. Con l’importante differenza che, almeno, Putin sa di cosa si sta parlando: gli occidentali – anche quelli che l’ammirano – non ne hanno la benché minima idea invece.

Venendo alle destre “di nuovo conio” – un conio senza valore ormai –, esse non stanno difendendo che un simulacro di libertà, un simulacro 

[4] Età che alcuni discepoli di Aurobindo, che evidentemente non han letto con attenzione Il Ciclo umano, vorrebbero difendere. Difficile capire più all’inverso certe cose … Ma, si sa, “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”, dice l’adagio popolare …

[5] E cioè della storia, ed dunque nella storia ma non proveniente dalla storia. Dunque trascendente alla storia, però esprimentesi, essente, dantesi (dante se stesso), nella storia stessa. Ma non “producentesi” nella storia, poiché un tal fine trascendente la storia, che tuttavia si esprime nella storia, non è una pro-duzione, al massimo un’ in-duzione, poiché si produce in base a ciò che c’è, quando invece un tal fine nasce da ciò che sorpassa – “trascendente” – un insieme dato, la storia, nel nostro caso, la storia come mondo dell’agire umano determinato temporalmente, oltre che socialmente, con tempo e luogo ben determinati. Ma, per definizione, un tal fine non può che “eccedere” il tempo …

[6] Terminus era una divinità nell’antica Roma. Un tempo i confini erano sacri, oggi non si ha più alcun sentore di cosa ciò fosse. E’ il tempo che ha fatto del “no limits” la sua divisa. Che il tempo senza termine cerchi un suo termine non può darsi, è chimerico crederlo ed illusorio pretenderlo. Questo limite gli va imposto dall’Alto, ma non può essere la ragione ad imporlo, poiché non ne ha la forza, lo si è detto. Magari qualcuno (ristretta minoranza, chiaro) ne ha anche l’intenzione, non discuto, ma non ne avrà mai la forza.  

[7] Cf.

https://associazionefederigoiisvevia.wordpress.com/2014/09/24/particolare-link-da-un-blog-il-diavolo-sussurra-nellorecchio-dellanticristo-le-parole-che-daranno-inizio-allesplosione-del-mondo/.

Anche cf.

https://associazionefederigoiisvevia.wordpress.com/2017/11/15/altro-interessante-link/, fonte del particolare: cf.

https://associazionefederigoiisvevia.files.wordpress.com/2017/11/59ed7-antichrist.jpg.  

 

 

 

 

lunedì 24 agosto 2020

“Frammenti” di destino … o destino in “Frammenti” …

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«“L’influenza della luna su tutti gli esseri viventi si manifesta in tutto ciò che accade sulla terra. La luna è la forza principale, o meglio la forza motrice più vicina, più immediata di tutto ciò che si produce nella vita organica sulla terra. Tutti i movimenti, tutte le azioni e manifestazioni degli uomini, degli animali e delle piante dipendono e son comandati dalla luna. La sottile pellicola di vita organica che ricopre il globo terrestre è interamente dipendente dall’influenza di questa formidabile elettrocalamita che succhia la sua vitalità. L’uomo, come ogni altro essere vivente, non può, nelle condizioni ordinarie della vita, liberarsi dalla luna. Tutti i suoi movimenti, e di conseguenza tutte le sue azioni, sono controllate dalla luna. Se egli uccide un uomo, è la luna che lo fa; se si sacrifica per gli altri, è ancora la luna. Tutte le cattive azioni, tutti i crimini, tutti i sacrifici, tutte le imprese eroiche, così come il modo di comportarsi nella vita di ogni giorno, è comandato dalla luna. La liberazione che viene dalla crescita dei poteri e delle facoltà mentali è una liberazione dal giogo della luna. La parte meccanica della nostra vita dipende dalla luna, è soggetta alla luna. Ma se noi sviluppiamo in noi stessi la coscienza e la volontà e sottomettiamo ad esse la nostra vita meccanica e tutte le nostre manifestazioni meccaniche, sfuggiremo al potere della luna”»[1].

 

 

 

 

 

 

 

«“Ho già parlato del destino e dell’ accidente nella vita dell’uomo. Ora esamineremo il senso di queste parole in modo più dettagliato. Il destino esiste, ma non per tutti. La maggior parte delle persone sono separate dal loro destino ed esse vivono soltanto sotto la legge dell’accidente. Il destino è il risultato d’influenze planetarie che corrispondono ad un dato tipo di uomo. Parleremo dei tipi più tardi. Per ora, dovete comprendere questo: un uomo può avere il destino che corrisponde al suo tipo, tuttavia non l’ha praticamente mai. ciò dipende dal fatto che il destino concerne una sola parte dell’uomo: la sua essenza. Ricorderemo che l’uomo è costituito di due parti: essenza e personalità. L’essenza è ciò che è suo. La personalità è ‘ciò che non è suo’. ‘Ciò che non è suo’ significa: ciò che gli è venuto dall’esterno, ciò che ha appreso, quello che riflette; tutte le tracce d’impressioni esteriori rimaste nella memoria e nelle sensazioni, tutte le parole e tutti i movimenti che gli sono stati insegnati, tutti i sentimenti creati dall’imitazione, tutto questo è ‘ciò che non è suo’, tutto questo è la personalità. Dal punto di vista della psicologia ordinaria, la divisione dell’uomo in essenza e personalità è difficilmente comprensibile”»[2].

 

«“Se l’essenza è sottomessa al destino, domandò uno di noi, ciò significa che, confrontato all’accidente, il destino è sempre favorevole all’uomo? E può un uomo esser condotto al lavoro dal suo destino?”

“No, rispose G., non è per nulla così. Il destino è preferibile all’accidente solo nel senso che è possibile prenderlo in considerazione; il destino può esser conosciuto prima ed è possibile prepararci a ciò che si aspetta. Mentre invece dell’accidente non si può sapere nulla. Ma il destino  può essere spiacevole o difficile. In questo caso, tuttavia, ci sono mezzi che permettono all’uomo di liberarsi dal suo destino. Il primo passo in questa direzione consiste nel sottrarsi alle leggi generali. L’accidente generale o collettivo si produce esattamente come l’accidente individuale; e com’esiste un destino individuale esiste anche un destino generale o collettivo. L’accidente collettivo e il destino collettivo son retti da leggi generali. Le leggi generali non sono tutte obbligatorie per l’uomo; egli può liberarsi da un gran numero di esse, se perviene a liberarsi dagli ammortizzatori’ e dall’immaginazione. Tutto ciò si riallaccia a questo problema fondamentale: come liberarsi dalla personalità? La personalità trova il suo alimento nell’immaginazione e nella menzogna. Quando diminuirà la menzogna nella quale l’uomo vive, quando la sua immaginazione si sarà indebolita, anche la sua personalità non tarderà ad indebolirsi e l’uomo potrà passare allora sotto il controllo, sia del suo destino, sia di una linea di lavoro, diretta a sua volta dalla volontà di un altro uomo; in questa maniera, l’uomo può esser condotto sino al punto in cui una volontà può costituirsi in lui, una volontà capace di far fronte all’accidente e, se occorrerà, al destino»[3].

 

 

 

 

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[1] P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Casa Editrice Astrolabio Ubaldini, Roma 1976, pp. 97-98, corsivi in originale.

[2] Ivi, pp. 179-180, corsivi in originale.

[3] Ivi, pp. 183-184, corsivi in originale.