domenica 14 giugno 2026

“Non c’è crisi se non c’è crescita” … (parafrasi di J. Baudrillard) [“ergo” …] 1986-2026, quarant’anni fa, 1 -

 

 

 

 

 

Un’idea penosa: che al di là di un certo punto preciso del tempo la storia non sia più stata reale. […] Tutto ciò che sarebbe accaduto in seguito non sarebbe più vero ma noi non potremmo rendercene conto. Il nostro compito ed il nostro dovere sarebbero […] di scoprire tal punto e, finché non lo avessimo trovato, non ci resterebbe che perseverare nella distruzione attuale

CANETTI”.

J. BAUDRILLARD, La sinistra divina, Feltrinelli Editore, Milano 1986, p. 45.

 

 

Gli anni Cinquanta, negli Stati Uniti, sono il momento più alto (When the things were going on), di cui si avverte tuttora il rimpianto: l’estasi della potenza, la potenza della potenza. Negli anni Settanta la potenza c’è ancora, ma l’incanto è svanito. È il momento dell’orgia […]. Oggi [anni ‘80 del secolo scorso, ma, in effetti, non è mai ritornata] l’orgia è finita. Anche gli Stati Uniti, come il resto del mondo, si trovano di fronte ad un ordine mondiale molle, a una situazione mondiale frolla. È l’impotenza della potenza. Ma il fatto che gli Stati Uniti non siano più il centro monopolistico della potenza mondiale non significa che l’abbiano perduta, ma semplicemente che non esiste più il centro. Ed essi son diventati […] l’orbita d’una potenza immaginaria cui tutto fa riferimento. […] L’America è rimasta padrona della potenza, politica o culturale, come effetto speciale”.

ID., L’America, Feltrinelli Editore, Milano 1988, p. 87, corsivi in originale.

Oggi è scomparso pure lo “speciale” dall’ “effetto” speciale: rimane solo l’ “effetto” … Dunque: dall’ “Effetto Beaubourg” all’ “Effetto Covid”[*] per finire all’ “Effetto America” del qual ultimo effetto Trump è un notevole rappresentante. La “potenza militare” come un effetto, non più speciale tuttavia, quanto, invece, un effetto residuale.

 

Gli Americani, come tutti gli altri, non han voglia di chiedersi  se credono o no ai meriti dei loro governanti o alla realtà del potere. La cosa li porterebbe troppo lontano. Preferiscono fare come se ci credessero, a condizione che si rispetti questa loro credenza. […] È come nelal pubblicità, e vi si ottiene lo stesso effetto, l’adesione ad uno schema, qual che sia, pubblico o pubblicitario. […] Tutto è nel generico. Dato che la società è chiaramente assimilata ad un’impresa […], i governanti devono esibire tutti i segni del look pubblicitario. La minima défaillance è imperdonabile […]. […] Si giudica solo in base all’immagine. Questo consenso di simulazione è assai meno fragile di quanto si pensi. Tutti i nostri governi […] devono al controllo pubblicitario dell’opinione pubblica una sorta di metastabilità politica. Le crisi, gli scandali, i fallimenti non hanno più un effetto catastrofico. L’essenziale è che siano resi credibili, e che il pubblico sia reso cosciente dello sforzo che si fa in tal senso. È…] In tutti i paesi non si contano più gli errori dei governanti che, in altri tempi, avrebbero affrettato la loro rovina e e ai quali tutti, in un sistema di simulazione di governo e di consenso basato sull’indifferenza, passano invece facilmente sopra. Il popolo non va più fiero dei propri capi, e questi non han più l’orgoglio delle proprie scelte. Basta la più piccola compensazione illusoria per ristabilire la fiducia pubblicitaria. Come l’operazione Grenada dopo i trecento morti in Libano. […] Né l’uno né l’altro avevano alcun senso rispetto all’arte di governare”.

Ivi, p. 88, corsivo in originale, grassetti miei.

Da un bel po’ siamo nel tempo in cui “crisi, gli scandali e fallimenti” non producono più degli “effetti” catastrofici … sono la “nuova” normalità … finché, pia piano, si è venuta formando una sorta di contro narrativa … per ora non tanto forte ancora da poter “ribaltare” le cose. Diciamo che lo “sforzo” che si fa “in tal senso” appare sempre meno credibile, sempre più debole, ma, tutto sommato, il System, regge ancor …

 

 

 

 

Interessante rifletterci anni dopo – e piuttosto “calzante” con la situazione attuale – direi … mutatis mutandis …! 

Non c’è crisi se non di crescita. Come dire che moltiplicando il discorso sulla crisi, accreditiamo, prolunghiamo […] ogni giorno l’ipotesi della modernità, che è la sola ipotesi fondante la modernità [la crescita “senza fine” la quale, se anche dà luogo alla “guerra senza fine”, va benissimo: la chiave sta nel “senza fine” o con fini parziali, spesso “simulacrali” e non sacrali]. La crescita può aureolarsi di luci più scure, disperare sui propri mezzi, esitare sui propri fini, ma resta l’unico sistema di valori che possa mantenere [NB] una solidarietà organica, non disponiamo di nulla con cui sostituirla, di nessuna finalità alternativa [ed ecco “IL” punto, quello VERO!], bisogna dunque intensificare il discorso sulla crisi per salvare lo spettro ideale della crescita [“Uno spettro si aggira per il mondo” – detto per parafrasare le ben note pagine iniziali del Manifesto di Marx ed Engels[1] – la crescita “senza fine” …]. Si può anche ricorrere alla messa in scena di una «crisi»[2] come ad una specie di risorsa che riattivi l’energia propria alla crescita. Non saremo mai abbastanza grati agli arabi per il loro colpo di scena petrolifero, che ci ha risprofondati […] nella crisi, e perciò [Nota Bene] nella crescita[3].

Gli effetti sono stati immediati: un sovrappiù di moralità si è impossessato collettivamente della nazioni occidentali [stavolta esattamente lo stesso, esattamente, ma in modo simulato, tant’è vero che dev’essere sostenuto quotidianamente da centinaia di grancasse di espansione, così la società non possa mai essere “libera” ma neanche un mini minimo: il che si conta tra i segni di debolezza, e non di forza[4]; inoltre, la “qualità” della moralità lascia molto a desiderare; tra l’altro, l’essenza della pseudo critica dei “complottisti” non è che questa, in fondo: le “classi” dirigenti sono ipocrite – verissimo –, e “quindi” tutto ciò che dicono “non è vero”: osservazione giustissima, ipocrisia ed “Occidente” son sinonimi, ma è la deduzione che ne traggono che NON è vera, ma PERCHÉ[5]?], e la credibilità e la buona fede dei dirigenti, vacillanti un po’ dappertutto dopo i sobbalzi degli anni Sessanta [del secolo scorso], sono state ampiamente rimesse in sesto dalla «gestione della crisi» [che – novità rispetto a quei tempi – oggi può essere fatta pure da dirigenti di pessima qualità perché NON importa più chi diriga: “l’essenziale” sta nel seguire le direttive NON scritte, ma intangibili[6]]. Mettendo fine all’utopia energetica della crisi, gli arabi [ed oggi russi ed iraniani, ed americani, chiaro, ed europei ed ucraini, ed israeliani, ovvio: insomma, quasi tutti, SALVO poche, deboli eccezioni: quindi “qualcosa è cambiato” poiché sembra che TUTTA la situazione funzioni come un “meccanismo” di “AUTO” perpetuazione “senza fine” (come sempre: “SENZA fine” … questa è la parola-chiave)] ci hanno restituito l’energia simbolica, quella dell’austerità e della penuria - attraverso la crisi ci hanno restituito un principio di realtà e di governo.

Tutti si son trasferiti nella crisi come principio fantasmatico di realtà [“suona familiare” non è vero? …]. Principio d’iperrealtà [un simulacro cioè]: nessuno in fondo ci crede [“l’invasione russa” oppure “il crollo di Hormùz”[7] o altri simulacri, disputare della loro realtà o falsità nasconde il fatto – questo sì vero, questo sì d’incalcolabile potenza: che non importa più se sia vero o falso per aver effetti], ma tutti vogliono convenire [no: debbono convenire: ed ecco il Gran Cambiamento[8]] sulla sua credibilità, cioè sulla sua più grande probabilità come compromesso, sulla speranza di questo compromesso definitivo [molto attuale] […] [poiché] solo questo ci può risparmiare l’ evidenza della nostra fine [questo è “il” motivo per cui tutte le strutture attuali in “occidente” sostengono la “crisi senza fine” con la Russia, con la spaccatura – novità relativa – della crisi senza fine con l’Iràn da parte statunitense[9]]. […] [pertanto] ci troviamo in un altro regime, le cui conseguenza sono incalcolabili [pubblicato nel lontano 1 9 8 3 …]. Non siamo più nella crescita, siamo nell’escrescenza. Siamo in una società della proliferazione […]. […]. […] Questo non è più un processo critico [di qui l’errore di chi, ancor oggi, ricerca il “punto critico” sistemico capitalistico[10]]: la crisi è funzionale[11], essa è sempre questione di causalità, di squilibrio tra le cause e gli effetti, trovi o non soluzione in un aggiustamento delle cause. Mentre, per quanto ci riguarda, sono le cause che […] diventano illeggibili, lasciando il posto ad un intensificarsi dei processi nel vuoto. Finché c’è contraddizione [ecco la visione “marxista”], disfunzione in un sistema, […] questo non è grave, c’è prospettiva di superamento […]. Il fatto […] che non pertiene più alla crisi [NB] ma alla catastrofe [idem], accade quando il sistema si è già superato da solo, ha già superato i propri fini e dunque non gli si può più trovar alcun rimedio.

La carenza non è mai drammatica, ma la saturazione è fatale: crea nello stesso tempo uno stato di tetanizzazione e d’inerzia.

Ciò che mi colpisce è l’obesità di tutti i sistemi attuali [1 9 8 3: nel tempo, essa è solo cresciuta, anzi: “escresciuta”], questa «gravidanza diabolica», come dice Susan Sontag [NB[12]] […], che è quella dei nostri sistemi d’informazione, di comunicazione, di memoria, d’immagazzinamento, di produzione e di distruzione, talmente amplificati e pletorici che è già sicuro in anticipo che non potranno più servire [salvo, per l’appunto, l’ “auto mangiarsi” per così dire …]. Non siamo stati noi a mettere fine al valore d’uso in teoria [le critiche di B. al “valore d’uso” marxiano], è il sistema stesso che l’ha liquidato con la sovrapproduzione [liquidando, così, tanto la “soggettività rivoluzionaria” quanto tutte le “speranze novecentesche” sul “superamento” del System]. Si producono e si accumulano così tante cose che esse non faranno mai a tempo a servire (nel caso delle armi nucleari è davvero una fortuna: l’obesità dei sistemi di distruzione è l’unica cosa che protegge dalla loro messa in funzione [com’è noto, infatti, le armi nucleari tanto sono più pericolose quanto sono in minor numero: ed anche questa è semplice attualità del momento, ritornata in auge …]). Si producono e si diffondono così tanti messaggi e segnali che […] non faranno mai in tempo ad assumere un significato [e le cose sono andate ancor molto peggio dagli anni Ottanta (del secolo SCORSO!) ad OGGI!]. Fortunatamente per noi! Fortunatamente noi passiamo solo accanto al 99% dell’informazione, al 99% della produzione, e con l’infima parte che che assorbiamo siamo già in folgorazione permanente [ed ecco spiegato “perché ‘la gente’ non si ‘muove’” mai ed “accetta tutto” come alcuni si chiedono: è l’effetto della “folgorazione permanente” in cui siamo ed in cui “laggente” si trova!].

Eppure, c’è una nausea particolare in questa inutilità prodigiosa. È la nausea di un mondo che cresce, che accumula, che prolifera, che s’ipertrofizza, e che non riesce a partorire [nemmeno la sua “fine” riesce a “partorire” = produrre]. Tutte queste memoria, tutti questi archivi, tutte queste documentazioni che non riescono a partorire un’idea, tutti questi piani, questi programmi, tutte queste discussioni che non riescono a partorire un avvenimento [tutto ciò è solo peggiorato nel tempo, con avvenimenti “hectici” e caoticamente crescenti, pur se disordinati = senza un piano], tutte queste armi sofisticate che non riescono a partorire una guerra! [cioè una guerra significativa: dopo lo spreco di tante armi, si nota che la situazione si è cambiata un pochettino, et tutti a dire di vincere! … sembra che lo scopo sia l’usare, in un qualche modo, le armi, ma senza “un fine” **realmente** significativo, come tutte le discussioni o i programmi non partoriscono mai un cambiamento reale, decisivo: insomma, siamo in un mondo che si “auto” mangia]. Questa saturazione non ha più niente a che vedere con l’eccesso di cui parlava Bataille, che tutte le società hanno sempre saputo produrre  e distruggere con effetti di spreco inutile  e voluttuario. Non abbiamo più spreco possibile di tutta quest’accumulazione, non ne abbiamo più nemmeno l’uso, ne abbiamo soltanto uno scompenso, lento o brusco – poiché ogni fattore di accelerazione di concentrazione gioca come fattore d’ineriza, ci avvicina al punto d’inerzia [il “punto d’indecidibilità” …]. Ciò che chiamiamo crisi è il presentimento di questo punto d’inerzia. […] Rimangono solo gli effetti concentrati, saturati, miniaturizzati. […] La campagna, l’immensa campagna geografica sembra un corpo desertico […] da quando tutti gli avvenimenti si concentrano nelle città, esse stesse in via di riduzione a qualche grande centro miniaturizzato. E il tempo: che dire di tutto questo tempo libero che ci viene lasciato, tempo persino eccessivo che ci avvolge come un terreno abbandonato […] dato che l’istantaneità della comunicazione ha miniaturizzato i nostri scambi in una successione d’istanti?”. J. BAUDRILLARD, “Dalla crescita all’escrescenza” in L’Illustrazione italiana, Nuova serie, Anno III, n.12, agosto-settembre 1983 - n’è passato di tempo!!, pp. 13-14, corsivi e grassetti miei, mie osservazioni fra parentesi quadre.[**]

Per l’epoca, erano considerazioni davvero “eccessive” da un lato, e, dall’altro, si può tuttavia osservare che, nel tempo, l’ “istantaneità della comunicazione” comunque abbia trovato delle “resistenze”, anche se solo inerziali, e ne trovi ancor oggi, ma della stessa natura cioè soltanto inerziali = non vi è mai stata un’opposizione consapevole reale, ma solo la “resistenza della materia” che, sì, può anche andar bene, ma è relativa.

Guardate la moneta. L’inflazione è crisi, d’accordo [e ci risiamo dentro!]. Ma c’è un’altra cosa ben più inquietante […]: […] la massa di monete fluttuanti che circonda la la terra con il suo girotondo orbitale. L’unico autentico satellite artificiale la moneta divenuta artefatto puro, d’una mobilità sbalorditiva, d’una convertibilità istantanea […].

La disoccupazione, d’accordo [e ci siamo ancora e di nuovo e sempre]. Ma è noto che anch’essa ha cambiato significato. Non è più una strategia del capitale (l’esercito di riserva [marxiano]), viceversa non è più un fattore critico nel gioco dei rapporti socialialtrimenti, poiché il livello di guardia è stato superato da molto tempo, avrebbe dovuto dar luogo a sconvolgimenti inauditi [dei quali non v’è stata né v’è traccia; ed il parziale aumento di lavori? Son quelli di “servizio” nel senso più ampio, non una cura della disoccupazione ma solo l’altra faccia della stessa medaglia, che conferma il fenomeno, poiché appartiene interamente alla sua stessa natura (del fenomeno, intendo)]. Che cos’è oggi? Anch’essa una specie di satellite artificiale, una satellite d’inerzia, una massa carica d’elettricità neppure negativa, di elettricità statica, una frazione sempre più grande della società che si congela [esatto], che si ferma per inerzia, e che, al limite, diventa un oggetto da museo nelle fabbriche-simulacro tedesche [vi erano al tempo]. Dietro l’accelerazione dei circuiti e degli scambi testimonia [cioè il fatto della disoccupazione] di quest’inerzia crescente in tutti i campi. […] È avvenuto un capovolgimento: è la società intera che si mette a gravitare attorno a questo punto d’inerzia [di qui la tremenda paura di cambiare de “l’Occidente”, di cambiar qualsiasi costrutto e qualsiasi cosa, sotto il manto del “cambiamento” costante, che conferma che le cose vadano in una sola direzione, lo conferma sempre]. «Inerzia polare» dice molto bene Paul Virilio. È come se i poli del nostro mondo si avvicinassero, e questo cortocircuito inesorabile produce nello stesso tempo effetti esuberanti ed un estenuarsi delle energie potenziali. Non si tratta più d’una crisi, ma di un avvenimento fatale, di una catastrofe al rallentatore”, ivi, p. 15, corsivi e grassetti miei, mie osservazioni fra parentesi quadre.

Una “catastrofe al rallentatore” mi pare l’espressione più “calzante”, se soprattutto si considera la data di pubblicazione …

È scoraggiante, ma che cosa farci? A future. […] Inutile sognare: il crac è arrivato dappertutto, dolcemente. [..] Che […] riflessioni drammatiche su una situazione così banale! È vero, la crisi è divenuta banale, talmente banale da essere quasi nostalgica, poiché riflette i bagliori di un desiderio di crisi e del desiderio crepuscolare di uscirne. Ma per l’appunto, è interessante ciò che si cela sotto questa banalità (che in ogni caso giova a tutti), […] elemento imprevedibile poiché dipende dallo scatenamento degli effetti e non più dal complesso delle cause”, ivi, p. 16, corsivo in originale, grassetti miei. Il “desiderio di crisi” sta dietro tanto “complottismo” come il “desiderio crepuscolare di uscirne” fa parte di tante cose della cosiddetta “politica” di oggi … Ma la crisi – come si sa – “giova in effetti a tutti” che ne han bisogno, apparenti oppositori come sostenitori d’un System auto funzionante ormai! Peccato che c’è un piccolo particolare, davvero mini minimo: che non si tratta più di una “Crisi”, quanto di una “catastrofe al rallentatore” …

A p. 17 vi è una foto di una fiammata di gas naturale nei campi petroliferi in Kuwait, al tramonto, quegli stessi che saranno al centro di eventi, che, in quel tempo, eran futuritout se tient, ma come degli “effetti” che s’implicano fra loro e NON come intreccio di CAUSE tra loro congruenti!

 

Andrea A. Ianniello

 

 

 

PS. In questo stesso numero vi sono delle vecchie, interessanti foto: per esempio, sulla vita culturale romana degli anni Sessanta e Settanta –, vi è anche la foto di Pasolini con Orson Welles nel corso della lavorazione del Pasolini film “La ricotta” (1963) – in un vecchio articolo di A. Bevilacqua, e, molto importante, foto sul Libano del 1982 … guarda un po’ come le cose ritornano …, e l’intervento israeliano al tempo: sempre quella zona rimane il “cuscinetto” dove si scaricano le tensioni mondiali.

Poi – altra cosa interessante – due articoli letterari, uno su Proust e l’altro su Rimbaud, con la pubblicazione della lettera di Rimbaud, datata 1887. Si pubblicavano due poesie, per l’appunto, di questi due autori. Si riporta di seguito quella di Rimbaud:

Canzone della torre più alta

Oziosa giovinezza

A tutto asservita,

Per delicatezza

Ho perduto la vita.

Ah! Venga il tempo che il cuore s’innamora.

Lascia, mi son detto,

E non ti si veda:

Neppure la promessa

Di più alte gioie.

E nulla ti arresti,

Eremo augusto.

Tanta pazienza portai 

Che per sempre mi scordo;

Timori e sofferenze 

Su in cielo svaniti.

E la sete malsana

Mi oscura le vene.

Così la Prateria 

In preda all’oblio,

Fitta, e fiorita

D’incenso e di loglio

Al feroce ronzio

Di cento mosche sporche.

Ah! Mille vedovanze

Dell’anima così povera

A lei solo l’immagine

Tocca di Nostra Signora!

La prega qualcuno la Vergine Maria?

Oziosa giovinezza 

A tutto asservita,

Per delicatezza 

Ho perduto la vita.

Ah! Venga il tempo che il cuor s’innamora”, A. RIMBAUD, “Due poesie e una lettera” in ivi, p. 100, corsivi in originale.

 

 

[*] Cf.

https://associazione-federicoii.blogspot.com/2020/06/dall-effetto-beaubourg-all-effetto-covid.html

 

[**] Un altro numero della stessa rivista, il n. II di giugno-luglio 1983, contiene una serie di passi di J. Ortega y Gasset sull’interpretazione “bellicista” della storia: la “realtà ‘materiale’” storica che ritorna, che pare negare il passaggio all’ “iperrealtà” in atto già in quel tempo, che, a sua volta, è stata la fase prima di entrare nella fase del “simulacro realizzato” in cui, ormai da tempo, viviamo!

Tutti questi che tanto parlano di realtà, in sostanza si rifanno a questo genere d’interpretazioni; e che dire dei “complottisti” e via dicendo? Interessi economici e “geopolitici” cosiddetti. Ma il punto è che tale “realtà” non esiste più da tempo. L’errore sta sempre nel credere che il simulacro non abbia effetti. Ma è vero il contrario! Gli uomini si fanno spesso guerra per le immagini. Anzi, nessuna guerra è più dura e, soprattutto, più lunga di quella per le immagini e non per delle cose “reali”…

Questo stesso numero contiene sia un articolo sui robot, dove si parla del simulacro, tra l’altro!, sia un passo da L’immagine del Tempio di Corbin: che tutti questi temi, così diversi, s’intreccino in uno stesso numero, è significativo: si “costituisce” un “nodo” ed una “congiuntura astrale” – cioè “sincronicità” – molto interessante: il parallelo tra fenomeni MOLTO diversi tra loro, che, tuttavia, si manifestano NELLO STESSO TEMPO …! Vi è poi, per finire, un articolo su alcuni film che il recensore aveva visto, dell’epoca. E quali sono, tra gli altri? “Metropolis”, “Nosferatu” e “Guerre stellari” … Un’altra “sincronicità” dunque?

 



[1] Manifesto le cui pagine iniziali, dopo la parte sullo “spettro” – il dybbuk ebraico (“Chi ha orecchie per …”! – sono un’ “ode alla borghesia, come si dovrebbe ben sapere …

[2] Il “crollo controllato” nel quale siamo: come si dice qui “da tempi non sospetti” come suol dirsi, e unici a dirlo … per questo siamo **sempre** stati contrari a “complottismi” e “revanscismi” oppure alle “rivendicazioni” ed a qualsiasi altra cosa che, in effetti, perpetua solo il Novecento … Si è che, a tutti costoro, sfuggono i cambiamenti QUALITATIVI, di sostanza: i SALTI d’epoca ed i cambiamenti sostanziali, ai quali, peraltro, la storia ci avrebbe dovuto abituare – ma la storia NON È certo magistra vitae! –; et tuttavia, et tuttavia: siamo in presenza di qualcosa di anche più grande, di “magnitudine” ben superiore, quindi questi, che non han mai capito i cambiamenti storici radicali, come potranno MAI capire LA “fine” …? Domanda retorica!

[3] Né “saremo mai abbastanza grati” – saranno e non saremo, in vero! – ai russi ed agli iraniani: per  LO STESSO, IDENTICO, MOTIVO! “Cresceremo” dunque, fino alla morte … fino a “LA” fine … per: “Chi ha orecchie PER ...”

[4] Fatto evidente che però tanto la dirigenza russa, quanto i “populisti” vari, han sempre sopravvalutato: il “dissenso” è in realtà debole, disperso, e “deviabile” facilmente. In poche parole, come si diceva in Impolitiche Conversazioni (2023), il consenso non è stato intaccato davvero, poiché le dinamiche del consenso sono cambiate. Profondamente cambiate. I “popoli” contano “quanto il due di briscola” nelle democrazie liberali avanzate! Basta farli votare, poi è fatta. Non esistono movimenti **davvero ben** organizzati che facciano una reale opposizione, ma ci si muove sull’onda di fatti temporanei, spariti dal quadro e dalla vista i quali, quel che c’era prima può continuare, imperterrito. Come nulla fosse stato mai. Tutto ciò perché un modello realmente “alternativo” non esiste.

[5] Perché le dinamiche del consenso sono cambiate (di nuovo, cf. Impolitiche Conversazioni), ed oggi la credibilità e la buona fede non sono più richieste ai dirigenti, non è cioè più là il punto nodale che li fa eleggere: tant’è che scandali ne accadono a iosa ma quasi nessuno si dimette, salvo sia costretto. La pratica delle dimissioni appare “in recessione” pressoché dovunque, persino in Inghilterra, dove gli scandali recenti non hanno prodotto le dimissioni del premier, cosa che, in altri tempi, sarebbe stata immediata. No, le cose cambiano. Le cose sono cambiate! Definitivamente, irreversibilmente = non si può tornar più alla fase precedente.

[6] Cf. Impolitiche Conversazioni (2023).

[7] Cf. SATPREM, L’uomo dopo l’uomo, Edizioni Mediterranee, Roma 1984, p. 156, dove parlava della chiusura possibile di Hormùz in quegli anni, quando la flotta americana incrociava – le cose ritornano – in quelle acque! Le cose, ovviamente!, sono andate ben diversamente da come Satprem preventivava: si tratta di crollo controllato e non di “crollo naturale” d’un System! Lo sappiamo da tempo, come s’è detto … Ma ciò non vuol dire che l’aforisma di Aurobindo, riportato da Satprem stesso, sia falso.  

[8] Di cui si tratta – in realtà – in Impolitiche Conversazioni (2023).  

[9] Questa spaccatura però ha radici profonde: non avviene “la” fine poiché si perpetua la crisi, unico (ed ormai residuale) “principio” di “realtà” cosiddetta. Ma non si può prolungare sine die … Fu proprio con la fine degli Anni Settanta e l’inizio degli Anni Ottanta del secolo scorso che una paura, sottile quanto indeterminata, cominciò ad attraversare le cancellerie occidentali (gli anni del: “I can feel the fear in the Western World” cantato dagli Ultravox …), e cioè che ci fosse, in arrivo, un “qualcosa” d’ INDEFINIBILE, di finale, al quale non si potesse far fronte. La cura pensata fu: allungare il brodo, “rateizzare” il pagamento fin dove fosse possibile: e lo è stato a lungo! Ma non può durar per sempre.

Si trattava – e SI TRATTA – della paura della crisi sistemica, per dirla con Wallerstein, che cioè l’incendio, appiccato in una parte del System – e ce ne son sempre stati, però pur SEMPRE contenuti, attenzione! –, non fosse, appunto, più contenibile nelle vecchie strutture, quindi si propagasse senza un ordine d’un genere qualsiasi: e cioè PRECISAMENTE quel che sta SUCCEDENDO! …

[10] Errore di alcuni, fra cui S. Žižek, il quale, tuttavia, qualche spunto lo dà quando, parlando di Mao, usava la categoria storiografica di radice anglosassone, quella del “signore del disordine” per cui Mao fu “il signore del disordine” che, con le sue decisioni oscillanti e contraddittorie, portò alla spaccatura interna dell’allora sistema “comunista” in vigore. Per quanto parzialmente vero, solo in parte cioè, va detto che D. J. Trump è “il signore del disordine” del capitalismo: e, come tale, ha un ruolo positivo malgré lui meme. E su questo, va detto: nessuna “dialettica hegeliana” che infettò Marx, e che Žižek cerca di mantenere, suo gravissimo errore, ma “dialettica” à la chinoise, à la Mao Zedong, cosa che Žižek mostra di NON capire AFFATTO. Non può capirlo, infatti.

[11] Peraltro PROPRIO QUESTO insegnava Marx!

[12] Probabilmente NON si rendeva conto della portata della sua affermazione stessa, che va ben al di là del fatto commentato da lui stesso … Frase che va intesa, qui, letteralmente: qual è l’oggetto finale di tale falsa gravidanza, diabolica e non meramente “isterica” …? … il cosiddetto “figlio” del diavolo?