“40. Ci son stati quattro avvenimenti molto importanti nella storia: l’assedio di Troia, la vita e la crocifissione di Cristo, l’esilio di Kṛṣṇa a Vṛndāvan e il colloquio con Arjuna sul campo di battaglia di Kurukshetra. L’assedio di Troia ha dato origine all’Ellade, l’esilio a Vṛndāvan ha creato la religione dell’amore (prima infatti non si conoscevano che la meditazione ed i culti), dall’alto della sua croce Cristo ha umanizzato l’Europa, ed il colloquio di Kurukshetra è destinato a liberare l’umanità. Eppure si dice che nessuno di questo quattro eventi abbia mai avuto luogo[1]”.
SRI AUROBINDO, Il dio che sorride. Riflessioni e aforismi, TEA, Milano 1997,[2] p. 32.[3]
“Isis e Horus osservavano dall’alto d’ogni scaffale e cavità, mentre per tutto il soffitto il vero figlio del Vecchio Nilo, un enorme coccodrillo con la bocca spalancata, in un doppio cappio”.
A. CONAN DOYLE, La mummia, Coppola editore, Melito di Napoli 2021, p. 26, corsivi e grassetti miei.
“«È una cosa meravigliosa,» gridò, «sentire di poter comandare i poteri del bene del male – un angelo o un demone ministeriale di vendetta»”.
Ivi, p. 40.
“La lampada era accesa a metà, ma Smith poteva vedere la stanza abbastanza bene. Era tutto come lo era l’ultima volta – il fregio, gli dei con la testa d’animale, il coccodrillo appeso e il tavolo ricoperto di fogli e foglie rinsecchite”.
Ivi, p. 66.
“«No, no» urlò Bellingham. «Non bruciar quello! Tu, Smith, non sai cosa stai facendo. È unica: contiene una saggezza introvabile altrove.»
[…] Smith si avvicinò e girò la chiave nel cassetto. Prendendo la pergamena ingiallita e lisa, la buttò nel fuoco […]. Bellingham urlava e la prese; ma Smith lo spinse via e si mise davanti finché non restò altro che grigia cenere […].
«Adesso, Maestro B.» disse, «credo di averti reso innocuo. Stai certo che ci rivedremo, se ritornerai ai tuoi vecchi trucchetti. E adesso, buona giornata, devo tornare ai miei studi.» E questo è il resoconto di Abercrombie Smith quanto ai singolari eventi che si verificarono nell’ Old College, Oxford, nella primavera dell’ ‘84 [1884].
Bellingham lasciò l’università immediatamente dopo e fu visto per l’ ultima volta nel Sudan. […] Ma la saggezza dell’uomo è piccola e le vie della Natura sono strane, e chi porrà un limite all’oscurità che chi cerca può incontrare sul proprio sentiero?”.
Ivi, pp. 98-99, grassetti miei.
“Il fatto che Ulisse sia il protetto di Pallade Atena, dea della sapienza, c’induce a credere che l’astuzia, della quale dà prova in ogni occasione e che costituisce quasi la sua caratteristica più saliente, non giocasse nel cosmo spirituale dei Greci dell’antichità il ruolo negativo da essa rivestito agli occhi d’un Cristiano come Dante; questi, infatti, colloca Ulisse in una delle regioni più terribili dell’inferno, come mentitore ed ingannatore per eccellenza. Per i Greci, l’astuzia di Ulisse manifestava una facoltà in sé positiva di dissimulazione e di persuasione; era il segno di un’intelligenza sovrana e quasi una magia dello spirito capace di riconoscere e penetrare il pensiero di chicchessia. Riferiamoci a Porfirio, il quale così analizza la natura spirituale e morale di Ulisse: “Egli non poteva liberarsi senza fatica di questa vita sensibile, dopo averla accecata (in Polifemo) ed essersi applicato ad annientarla con un sol colpo … Infatti chi osa fare simili cose è sempre perseguitato dalla collera delle divinità marine e materiali, egli deve dunque conciliarsele, prima con sacrifici, poi con sofferenze di povero mendicante e altre prove di perseveranza, sia combattendo le passioni, sia agendo con incantesimi e dissimulazioni e passando in tal modo attraverso tutte le modalità per poter finalmente, spogliandosi dei propri stracci, rendersi padrone di tutto”. Gli abitanti d’Itaca credono che Ulisse sia morto”, T. BURCKHARDT, Simboli, Archè, Milano 1979, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 1983, p. 47-48, grassetti miei.
Tale facoltà di Ulisse ricorda un po’ la froda di Beowulf, una facoltà positiva di smascherare le vere intenzioni al di sotto delle apparenze delle parole … Peraltro, il “Frodo” de Il Signore degli Anelli (di J. R. R. Tolkien) s’ispira chiaramente a tal concetto …
“Allusione alla collera di Poseidone, dio dell’oceano, di cui Ulisse aveva accecato [NB] il figlio Polifemo[4]. Secondo Porfirio[5], l’oceano rappresenta la sostanza universale nel suo aspetto terribile”, ivi, p,. 47, nota a pie’ pagina, grassetti miei.
@i
[1] Lo dice in senso ben ironico, chiaro! Vuol anche dire che l’essenziale sfugge sempre qualora si rimanga legati alla forma più esteriore degli eventi.
[2] Ben trentanove anni fa, ormai! Fugit irreparabile tempus …
[3] Mi è sempre piaciuto quest’altro aforisma: “55. Sii vasto in me, o Varuṇa; sii possente in me, o Indra; o Sole, sii molto risplendente e luminoso; o Luna, sii piena di fascino e di dolcezza. Sii feroce e terribile, o Rudra; siate impetuosi e rapidi, o Marut; sii forte e ardito, o Aryamā; sii voluttuoso e piacevole, o Bhaga; sii tenero e gentile e affettuoso e appassionato, o Mitra. Sii brillante e rivelatrice, o Aurora; o Notte sii solenne e feconda. O Vita, sii piena, pronta ed allegra; o Morte, conduci i miei passi di dimora in dimora. Armonizzali tutti, o Brahmanaspati … Non lasciarmi assoggettato a questi dèi, o Kālī”, ivi, p. 35, grassetti miei. Quest’ultima frase riassume in sé – in breve – la “differenza” tra la spiritualità indù ed OGNI ALTRA sulla faccia della Terra. Si rispettan tutti gli dèi, li si adora, e via dicendo. Et tuttavia! tuttavia: “Non lasciarmi assoggettato a questi dèi, o Kālī” … Chi non comprende questo punto, non comprenderà mai “il” punto. A: “Chi ha orecchie per …” …
[4] Cf. Odissea, Lib. IX.
[5] “Non era infatti possibile liberarsi facilmente di questa vita sensibile a colui che l’aveva orbata, e s’era adoprato per annullarla in un sol colpo. Ma sempre tiene dietro a colui che osa tali cose l’ira delle divinità marine e materiali. Che è necessario prima placare con sacrifici, e ancora con fatiche da poveri mendicanti e atti di perseveranza, ora combattendo le passioni, ora incantando e ingannando, passando per ciò stesso attraverso ogni modalità, acciocché, spogliato dei propri cenci, possa di tutto impadronirsi. E neppure così sarà libero dalle fatiche, ma solo quando sia completamente fuori dal mare”, PORFIRIO, L’antro delle Muse, Archè, Milano 1974, pp. 64-65, grassetti miei.