giovedì 30 agosto 2018

L’ “ULTIMO CAPITOLO DELLA STORIA DEL MONDO” – da: VON KLEIST – in: VON DÜRKHEIM















Vi è un passo da un vecchio libro di von Dürkheim, che è piuttosto interessante. Va, poi, precisato che qui von  tratta Dürkheim sta trattando dell’ hara, il “centro dell’uomo”, centro che sussiste in lui prima del suo “io ‘auto’ cosciente’” – virgolettato mio a significare come tali nozioni vadano prese “con le molle” –, come suol dirsi, va detto.
Inoltre l’autore (von Dürkheim) sta qui trattando dell’ “hara naturale[1], cioè quando un uomo ha in qualche modo accesso alle forze interiori vitali propiziate dallo stesso “harà” in modo “naturale”, cioè non per mezzo di un addestramento di un qualche tipo.
Va ribadito che “tu sei vivo” non in forza di un pensiero “razionale” per una tua volontà individuale, ma per causa di questa tale “connessione” con l’ hara, tant’è che un mal inteso ed “ipertrofico” senso della “propria” individualità spinge taluni ad affermar se stessi – in forma deviante – per mezzo del suicidio, spacciato per “affermazione dell’ ‘io’” – del piccolo “io” – sulla vita.
Detto tutto ciò, si proceda.


“L’ hara è il luogo principe della connessione dell’uomo con le forze primordiali della Grande Vita [corsivi miei] che in lui si manifesta. Di solito, con lo sviluppo dell’autocoscienza questa connessione va perduta [corsivi miei], e nella misura in cui l’uomo si appoggia sempre più al proprio ‘Io’ egli è costretto a sostituirvi la propria ragione e la sua volontà [corsivi miei]. Tuttavia esistono persone che non solo non hanno perduto completamente  quel legame originario [corsivi miei] con la Grande Vita ma che da esso [legame originario, intende] continuano a trarre l’elemento necessario al senso di sé e della propria vita, quale pur sia la direzione che seguono quali individui autocoscienti [corsivi miei]. Costoro posseggono l’ hara in via naturale. Non è facile farli uscire dal loro equilibrio naturale e anche quando esso è alterato dalle vicissitudini dell’esistenza sanno ristabilirlo in modo istintivo. In loro la forza sostenitrice del centro originario è sempre presente come un fattore che determina nel profondo il loro comportamento e che li tiene in sesto anche quando nella vita ordinaria sono presi dall’una o dall’altra cosa.
Un tal tipo dispone dunque di una forza elementare che lo sorregge, che gli dà una forma e una unità in qualsiasi situazione dell’esistenza. Gli stessi pericoli a cui possono esporre la sua vita e la sua sicurezza non riusciranno mai a scuotere interamente la fiducia nella vita di quest’uomo perché la base centrale del suo essere non viene raggiunta da nulla [corsivi miei]. Chi possiede l’ hara in via naturale può inoltre farne sentire il potere anche all’esterno perché è un principio inesauribile di ordine e di fora in ogni dominio, psichico, spirituale o fisico che sia. Questa forza che sorregge, ordina e risana scaturendo dal contatto con l’unità primordiale [corsivi miei] resta nascosta per l’uomo che si appoggia soltanto sulle facoltà razionali e che s’illude [corsivi miei] di poter trarre tutto a sé come individuo finito. E’ così che si può trovare l’ hara naturale soprattutto nei casi in cui la coscienza razionale non è ancora sviluppata e predominante [corsivi miei], ad esempio nei giovani di ‘buona razza’ nei quali il giusto senso di sé e della vita non si basa [corsivi miei] su un sapere appreso ma è loro congenito [chi volesse sapere cos’è “aristocratico”, in senso pieno e non sociologico, ecco “che cosa è ‘aristocratico’”].
Ma l’ hara naturale lo si ritrova anche negli adulti, in persone in cui un Io dotato di una forte vitalità costituisce un centro che tiene tutto sotto il suo dominio. Però in tal caso la connessione con le forze elementari dell’essere [corsivi miei] può anche agire in senso negativo [corsivi miei] quando gli uomini con un hara naturale hanno qualcosa che s’impone irresistibilmente agli altri tanto da piegarli al loro volere.
In effetti, l’uomo la cui coscienza è essenzialmente centrata nell’Io e che nel contempo dispone delle energie che derivano dal contatto con l’origine, sviluppa in sé una forza magica [corsivi miei]. Egli ha non soltanto capacità prestazionali inesauribili ma spesso possiede anche un forza eccezionale di resistenza ai mali; sembra persino invulnerabile di fronte alla morte e può esercitare una specie di fascinazione. Gli è facile ottenere una devozione e una dedizione cieca dagli altri in rapporti a cui dà l’impronta della propria natura, trasportandoli e riunendoli introno a sé. Però un individuo che tragga dalle forze elementari dell’essere il proprio potere usandole pel suo Io anziché per fini superiori [corsivi miei], può rappresentare qualcosa di fatale [corsivo mio].
La forza magica di alcuni terapeuti, dei grandi oratori e dei dittatori riesce incomprensibile se non ci si riferisce all’ hara. C. G. Carus riferisce alcune osservazioni fatte da persone che vissero vicino a Napoleone; tali osservazioni confermando quanto abbiamo detto, indicano anche ulteriori tratti del carattere visibilmente connessi con l’ hara[2]. Interessante questo e degno di meditazione.
Le forze elementari dell’ “essere”, le più profonde scaturigini “della Terra”, le “radici”, sono delle forze che non possono, senza rischio, esser usate nel campo di ciò che lo stesso von Dürkheim chiama “il sortilegio dell’io”, perché questo porta ai famosi perils of the soul (J. Frazer[3]). Si applichi quest’idea pure all’ “evocazione” egli elementali (con la “elle”) …
Si ha dunque, in tal caso, proprio l’ apprenti sorcier … ed appunto: i “perils of the soul” ne son un effetto possibile …
Ma continuiamo.
“Però il destino della gran parte di questi grandi maghi indica chiaramente due cose: la forza tratta dall’ hara, che in sé è di là da bene e male, diventa funesta quando ad appropriarsene sia un Io che, costruitosi a sé, si contrappone al divino [corsivi miei]. Ma quanto più questo Io s’inorgoglisce per la sua potenza, tanto più il nesso originario con l’essere del ‘mago’ resta pregiudicato [corsivo mio]. Perdono ogni senso del limite […] finché tutto l’edificio crolla ed essi distruggono se stessi”[4].

Per concludere “in bellezza”, così continua, con un passo ancor più degno di profonda riflessione: “Vi è una conoscenza profana dell’ hara che non solo è espressione dell’energia originaria ma anche l’attributo di esseri giunti alla maturità spirituale i quali, in pieno e calmo possesso di una forza ben equilibrata [corsivi miei], destano una particolare fiducia per la dirittura e per la stabilità del loro modo di sentire, da essi irradiandosi anche qualcosa come un calore vivificante. Queste persone dimostrano il possesso continuo di un incrollabile centro di gravità [corsivi miei].
Anche quando a questa qualità si accompagna, come accade soprattutto nelle persone anziane, un certo ingrossamento della taglia, ciò non ha nulla di comune con un ventre cadente o sporgente [corsivi miei]. […].
Da un esame approfondito della figura umana risulta dunque che l’ hara non si lega mai [corsivo mio] ad una voluminosità naturale della parte inferiore del corpo ma unicamente al rilievo che ha un centro interiore di gravità il quale con la sua saldezza protegge l’uomo dall’instabilità delle forze del suo Io [corsivi miei]. Si può riconoscere codesto centro di gravità [corsivi miei] anche nell’atteggiamento proprio, in ogni tempo, ai veri sovrani e anche ai veri uomini religiosi; esso caratterizza la figura sia del grande sia dell’umile nei termini di un esser liberi dalla presunzione del piccolo Io [corsivi miei]. Sotto questa luce si rivela il senso del rilievo del ventre ha nella stessa arte gotica [corsivi miei]. In esso si esprime in modo visibile l’abbandono dell’Io e nel contempo l’adesione alla terra, ossia quell’ ‘umiltà’ che apre le porte del Cielo [corsivi miei] proprio grazie all’attenuazione dell’egoità e al collegamento consapevole con la Terra [corsivi miei]. Il ventre dell’arte gotica sembra dire: ‘Non potrai conseguire il Cielo se tradisci la Terra’ [corsivi miei].
 La letteratura tedesca contiene un riferimento classico all’ hara nel saggio di Kleist ‘Sul teatro delle marionette’. Da esso ci limiteremo a citare due passi:
‘Quale vantaggio hanno queste marionette rispetto ai danzatori vivi?’.
‘Quale vantaggio? Mio ottimo amico, vi è anzitutto un vantaggio negativo, ossia il fatto che nelle marionette non vi è mai affettazione. Come Lei sa, l’affettazione si manifesta solamente quando l’anima – nostra vis motrix – cade in un punto che non è il centro di gravità [corsivi miei] dei movimenti.
‘Osservi la P. – continuò – nella parte di Dafne che, inseguita da Apollo, si guarda d’intorno. In lei l’anima sta, per così dire, nelle vertebre lombari; ella si piega come se volesse spezzarsi in due, come una Naiade della scuola del Bernini. Osservi il giovane F., quando nella parte di Paride sta in piedi fra le tre dee e porge a Venere il pomo: egli è completamente centrato nei gomiti, cosa orribile a vedersi.
‘Questi sbagli – egli aggiunse – sono inevitabili da quando abbiamo mangiato il frutto dell’Albero della Conoscenza [corsivi miei]. Il paradiso è chiuso; il cherubino ne sbarra l’accesso e dobbiamo viaggiare pel mondo e vedere se non ci si può entrare in qualche altro modo, da dietro.
Vediamo che quanto più nel mondo organico il pensiero riflesso si oscura e attenua, la grazia si manifesta in modo più luminoso e sovrano [corsivi miei]. Ma come nell’intersezione di due linee rette se per un verso l’una passando per l’infinito ad un tratto riappare dall’altro lato o come l’immagine vista in uno specchio concavo ci riappare vicinissima dopo esseri allontanata all’infinito, del pari quando la coscienza ha, per così dire, attraversato un infinito riappare nell’uomo come grazia, tanto che essa si manifesta nel contempo nel modo più puro nella forma di quel corpo umano che o non ha affatto una coscienza, o ne ha una infinita – ossia nella marionetta o nel dio [corsivi miei]’.
‘Così – dissi io, un po’ distratto – noi dovremmo di nuovo mangiare dall’Albero della Conoscenza per ritrovarci in uno stato d’innocenza [corsivi miei]?’.
‘Proprio così – egli rispose –, e questo è l’ ultimo capitolo della storia del mondo [corsivi miei]’.
Simili idee indicano l’essenziale [corsivi miei], per quel che riguarda l’argomento che stiamo trattando. Per trovare il giusto centro di gravità [corsivi miei], cui allude l’ hara, si deve mangiare una seconda volta dall’Albero della Conoscenza [corsivi miei]”[5].
E stavolta: col permesso divino.
Eh , in tal caso sì, e per davvero, questo sarebbe sul serio l’ “ultimo capitolo della storia del mondo”  








Andrea A. Ianniello








[1] K. von Dürkheim, Hara. Il centro vitale dell’uomo secondo lo Zen, Edizioni Mediterranee, Roma 1982 (terza edizione), p. 47, corsivo in originale.  
[2] Ivi, pp. 48-49, corsivi miei e miei commenti indicati fra parentesi quadre. tra le personalità con questo “dono” non metterei soltanto Napoleone od altri dittatori (in modo particolare A. Hitler, che aveva fortemente questo tratto), ma pure, per esempio, G. I. Gurdjieff. Chiaramente, in tal ultimo caso, la coscienza non era “centrata ‘unicamente’ nell’ ‘io’” …  
[3] Cf. J. Frazer, Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, Newton Compton editori, Roma 2014 (edizione precedente 2006), Introduzione di A. M. di Nola, cap. xviii, pp, 216-232.  
[4] K. von Dürkheim, Hara, cit., pp. 49-50, corsivi miei e miei commenti indicati fra parentesi quadre.  
[5] Ivi, pp. 50-52, corsivi miei indicati fra parentesi quadre.  









lunedì 27 agosto 2018

Ricorrenze numeriche, un’osservazione










Su certi punti d’orientamento generale si  è detto l’essenziale nei molti post vecchi; eventualmente, ci si ritornerà su per ribadirlo. Nel frattempo, sia tanti piccoli post vari, sia ritornare su alcune cose lasciate per strada, sempre con un occhio all’attualità se vi saran movimenti fondamentali e decisivi.
Detto ciò, si proceda.

Vi è un’interessante osservazione su alcune ricorrenze numeriche , tra l’altro in relazione ad un vecchio post (cf.
Ma veniamo al punto, nella successione dei primi, nella serie dei primi 1000 numeri. Cioè i 100 primi tra i primi 1000 numeri in successione naturale. Si conosce la successione dei primi, per i primi 100 numeri, ma vediamo quella dell’ultima cifra della successione, tipo: 17, cioè 7, ultima cifra di diciassette. Tu vedi un numero primo, tipo il sette, e attendi quanto intervallo c’è perché non si ripresenti un altro primo che termina, con ultima cifra, col sette, nel nostro caso il diciassette.
In tal caso, è interessante vedere a che intervallo di numeri, sempre primi, si ripeta l’ultima cifra, tipo, per i primi 12 primi – sempre fra i primi 1000 numeri naturali – si ha: 2, 3, 5, 7, 1, 3, 7, 9, 3, 9, 1, 7 …. Ecc. ecc.
Altra successione interessante: porre accanto l’ultima cifra dei numeri primi la cui ultima cifra si ripete, tipo, per esempio, 3 e 13, l’ultima cifra essendo il 3. Sempre col criterio di qui sopra: si vede il primo numero primo, successivo a quello precedente “di partenza”, che presenti la stessa ultima cifra.
Si ha così una successione di due numeri con la stessa identica cifra, e sempre dispari, ovviamente, poiché l’unico primo pari è il 2, come ben si sa.
Ecco la successione (sempre per i primi 1000 numeri naturali), 33, 11, 33, 77, 11, 33, 77, 77, 11, 99, 77, 11, 99, 77, 99. Qual è la causa di questa successione, se ne ha una? Perché si ripete così, poi, ed ha qualche regolarità nascosta?

Divertente.










Andrea A. Ianniello











Segnalazione 3








Un’interessante segnalazione: P. Pizzari, Necronomicon. Magia nera in un manoscritto della Biblioteca Vaticana, Atanòr, Roma 2003 (Terza edizione).




Andrea A. Ianniello










mercoledì 22 agosto 2018

Il “Punto di svolta”

















“Quando nel gioco d’azzardo uno continua a perdere e giunge a rischiare anche quel poco che gli rimane, l’avversario farebbe bene a rifiutarsi di continuare, considerando che può esser vicino il momento in cui per l’altro la sorte cambierà e incomincerà a vincere a sua volta. Buon giocatore è colui che sa riconoscere questo momento. Così mi ha detto un esperto”[1].

“Ecco le cose che ricordo di aver trovato interessanti nello scorrere un libro intitolato, mi pare, Ichigon hôdan [“Conversazioni profumate in poche parole” – due libri –, autore sconosciuto], in cui sono raccolte le parole di venerabili saggi:
Quando si è in dubbio se fare o non fare una cosa, è bene astenersene.
Colui che tende alla vita futura non deve possedere neppure un vaso da miso [il famoso condimento nipponico che si ottiene da soia, riso e frumento bolliti, e poi fatti fermentare, più il sale, sin troppo, spesse volte …].
E anche per i testi e le immagini religiose, è futile averne di preziosi.
Le persone di alto rango dovrebbero comportarsi come se fossero di umili origini, i saggi come stolti, i ricchi come poveri, i capaci come incompetenti.
Colui che vuol seguire la Via del Buddha non ha altra strada da scegliere che questa: dare riposo al corpo e astrarsi dalle cose di questo mondo. E’ la via maestra.
Oltre a queste, altre cose interessanti v’erano, ma più non le ricordo”[2].






Andrea A. Ianniello








[1]  Kenkô, Ore d’ozio, SE, Milano 1995, p. 80. “Quando cambiare non porta alcun beneficio, è meglio lasciare le cose come stanno”, ibid. Ma il vero problema è, in particolare oggi, il cambiare quando il cambiamento sarebbe di certo beneficio: cosa impossibile, nei fatti, nella “nostra” fumosa epoca di fumisterie, che pretende di sempre cambiare quando, al contrario, è di una staticità e di un’inerzia mortali.
[2]  Ivi, pp. 65-66, corsivi in originale.