venerdì 27 luglio 2018

Utile osservazione ed “un consiglio”











“La scienza moderna non ha mai saputo che occorre tacere le cose destinate ai pochi. Gli Indiani e i Greci lo sapevano.
Tacendo, la scienza fa paura allo Stato e ne è rispettata.
Lo Stato ha più bisogno della scienza, che non viceversa. Questo non è stato compreso. […] Lo Stato può vivere, combattere e potenziarsi solo con i mezzi offertigli dalla cultura. Esso la sa perfettamente ”[1]. Lo stato poteva, possiamo senza dubbio correggere … Quando la potenza del capitale, divenuta auto referenziale, non ha più bisogno – o tende sempre più a non averne – dello stato, ecco che la cultura, della quale comunque lo stato ha bisogno, recede. Inoltre: lo stato sapeva. Ora, non sa più; per questo siamo guidati da totali nullità umane. Quando la potenza del capitale – la potenza tecnica – divenendo sempre più auto referenziale, ha cominciato a fare a meno dello stato, ecco che lo stato ha iniziato a poter fare a meno della cultura. Certo, nessun problema potrà mai esser risolto così, ma da quando in qua la politica ci sta per risolvere i problemi??  
Si noti l’opinione di Colli sulla scienza moderna, non ancora ridotta alla sola tecnica, come poi sarebbe stato, grazie all’abbraccio dissolutore del capitale: “Fallimento della ragione moderna, e debolezza morale dei grandi fondatori della scienza moderna. Descartes che nasconde per paura le sue idee fisico-astronomiche (con un intenzione dichiaratamente utilitaria: suoi contatti con i Rosacroce). Leibniz con i suoi compromessi morali-religiosi e i suoi successi politico-mondani, canonizza il fondamento della scienza moderna sull’equivoco e l’approssimazione (sua slealtà nelle polemiche scientifiche con Newton, sul calcolo infinitesimale)”[2].
E Colli aveva studiato a lungo la disputa fra Leibniz e Newton sul calcolo infinitesimali.

Saper tacere quel che importa tacere, rimane, comunque, un utile consiglio, valido.




Andrea A. Ianniello









[1]  G. Colli, La ragione errabonda, Adelphi Edizioni, Milano 1979, p. 93.
[2]  Ivi, p. 91, corsivi miei.








Nel dì di eclissi, sposa, “siccome lo caseo su li maccaruni” ….







Avvolti in una notte devastante. Il corso dell’astrazione si configura come un impulso inarrestabile e cosmico, che non riguarda soltanto il rimuginare interiore e mentale, ma forma gli oggetti intorno a noi e forma noi come oggetti. L’accumularsi, l’estendersi, il ramificarsi degli enti e del nessi astratti è qualcosa di irreversibile, che grava sulle generazioni umane, le estenua. La rete dell’astrazione invischia tutto, non c’è modo di liberarsene. Siamo nel paese dei Cimmerii, dove non giunge il sole, accanto alla terra dei morti.
Avvolti nella tenebra rammemoriamo soltanto, e crediamo che un esangue, mediato ricordo sia la vita. Si chiama reale, esistente, qualcosa che in sé è apparenza: tal è l’uomo. Noi, ultimi uomini, i più recenti, i più astratti, ormai non esistiamo neppure, siamo fantasmi. Si guardino al confronto gli uomini del Rinascimento, sui quali era più fluttuante il tessuto dell’astrazione”[1].
Questo accade metafisicamente perché, per Colli, “La vita è nel passato[2], e noi viviamo delle rappresentazioni – costrutti mentali – della memoria di ciò che avviene o è avvenuto. Quella che chiama “immediatezza” sfugge sempre. E finché tale tessuto di “rappresentazioni” rimane come in un gioco equilibrato con la vita, bene, vi è l’armonia (perduta con la fine del mondo antico, secondo Colli); se il tessuto delle rappresentazioni copre la vita alla fine la soffoca come una venefica ragnatela. Si parla e si giudica, si prende posizione o si vive, di, con e per “rappresentazioni di rappresentazioni”: costrutti di costrutti. Un po’ come il sistema di crediti su crediti su crediti su crediti, senza fine, che è il capitalismo. Il cosiddetto “originale” sparisce nella serie di rappresentazioni. Allora è come se una nube oscurasse il cielo, la vita è malata – oggi!! – e non vi è niente altro da fare.
Tra l’altro, si noti bene come il capitalismo non sia altro che la “densificazione” di questo System di relazioni astratte. Il grande dybbuk, l’ho chiamato altrove, sulla scorta di qualche intuizione di Marx, ovviamente non presa in considerazione dal marxismo storico. In un sistema di astrazioni economiche – e tecnologiche – il materiale non può esser che astratto: alla fin fine, bit, il denaro non esiste più, e rimane la transazione di crediti astratti, rappresentazioni prive di referenti materiali, al limite. Il referente materiale, pur non sparendo mai del tutto, è come “Achille e la tartaruga”: il System tende alla sparizione totale – cioè al “total dematerialize”, il termine “dematerialize” in inglese significa pure “rimpiazzare con un versione elettronica” un qualcosa (molto significativo) – del “materiale”. L’errore di Marx, ma di tutto il XIX secolo, è stato credere che il capitalismo fosse un sistema di “materiali” e di “materie prime”: lo è stato, ma non è il suo scopo, il suo fine. Il suo fine è come raddoppiare il mondo, costruire un mondo di doppi – o doppioni –, quel “doppio” cui Baudrillard fece riferimento. Rimane l’intuizione di Marx sul “dybbuk”, il “revenant”, colui che ritorna dal mondo dei morti, ed è … un doppio
Diceva Baudrillard – e ben si sa ch’io condivida questo (l’ho scritto a chiare lettere[3]) – che la “razionalità del capitale è una baggianata”; ma pure la materialità, direi. In ogni caso: scopo del System era di superarla, era una fase soltanto, non il suo scopo. Va ricordato. A chiare lettere.
La tecnica ha moltiplicato a dismisura le capacità di astrazione del capitale.

Ricordiamoci quel che – illo tempore – lo stesso Colli scriveva, peraltro quasi “profeticamente”, cf.
Il “sogno dell’annientamento”, la protesta, per Coli giustificata – ma perdente –, del “nichilismo” attivo, à la russe, alla fine non possono nulla. Come la famosa sentinella d’Isaia, che rimanda sempre al giorno seguente, giorno che non spunta mai (Is 21, 11-12), passo famosissimo. Ma, poco prima, c’è – oltre che la sentinella – la vedetta d’Isaia (Is 21, 8-10), dove la vedetta vede “la caduta della ‘Grande Babylonia’” – colla ypsilon –; e vi si legge:
“8 Poi la vedetta gridò:
‘Signore, di giorno io sto sempre sulla torre di vedetta
e tutte le notti sono in piedi nel mio posto di guardia.
9 Ed ecco venire un carro con un uomo e due cavalli.
Quello gridava:
“‘Caduta, caduta è Babilonia!
E tutte le immagini scolpite dei suoi dèi sono frantumate al suolo”’.”.
Tra l’altro, questo “detto divino” – senza spazio fra “di” e vino – è precisamente lo stesso che si può leggere nell’ Apocalisse di Giovanni (18, 2)[4].




Andrea A. Ianniello








[1]  G. Colli, Dopo Nietzsche, Adelphi Edizioni, Milano 1979, pp. 56-57, corsivi in originale.
[2]  Ivi, p. 79, corsivi in originale.
[4]  Famosa la stampa di Dürer sulla “prostituta di babilonia”, cf.
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/e/ea/Durer%2C_apocalisse%2C_14_la_prostituta_di_babilonia.jpg.  




mercoledì 25 luglio 2018

– LA “QUESTIONE DEL GIORNO” –










Come ho detto, rispondendo alla domanda di un gentil lettore di questo blog: “accettare la situazione, ma non dargli consenso”. Sembra una contraddizione, sembra. Per solito, l’individuo comune – se accetta – dà il proprio consenso, quando invece le due cose non coincidono affatto. Accettare una situazione può anche dipendere da uno squilibrio di forze estremo, com’è oggi; dargli il consenso significa considerare quella situazione giusta.
La situazione oggi è sommamente – sommamenteingiusta, ed infausta. Accettarla significa smetterla di combattere “contro i mulini a vento”, tra l’altro uno dei difetti storici meridionali, perché il Sud è sì la terra della corruzione e della passività più oscena ed immonda, dove la gente viene sputata in faccia ogni dì e non protesta, si fa fare tutto (appunto, il suo consenso ad una situazione ingiusta), insomma non proprio alcun rispetto di se stessa. E, al tempo stesso, è la terra dei “donchisciotte”, quel che si potrebbe chiamare lo “spagnolismo” ha inciso, e non poco. Tra l’altro, Cervantes è stato a Napoli, dove si arruolò per la battaglia di Lepanto. Anche in seguito a quelle avventure, lui sviluppò la famosa critica “ironica” dei vecchi ideali della cavalleria, che pure un tempo l’avevano infiammato. Per “donchisciottismo” s’intende oggi l’imbarcarsi in battaglie perse in partenza: è il nostro caso. Manca la “risonanza” nella società, perché certi ideali abbiano – davvero – presa. Questo notava già illo tempore lo stesso Evola, nella chiusa – la parte finale – di Rivolta contro il mondo moderno, ma i suoi seguaci o fan non amano tener conto di tali affermazioni, pronti ad abboccare all’ “illusione del giorno”, che non è altro se non la maschera del vecchio nazionalismo: il “sovranismo” cosiddetto. Va sempre infatti precisato: il nazionalismo, ogni nazionalismo, in qualsiasi sua forma non è la Traditio.
Il nazionalismo, ogni nazionalismo, in qualsiasi sua forma non è la Traditio.
Il nazionalismo, ogni nazionalismo, in qualsiasi sua forma non è la Traditio.
Il nazionalismo, ogni nazionalismo, in qualsiasi sua forma non è la Traditio.

Quindi – per tornare a noi – il donchisciottismo, ma nemmeno il dare il proprio consenso.
Abbiamo ancora la parola per dire la nostra, finché dura, perché sparirà anche questo, e non resterà “in fin” altro da fare che “rifugiarsi sui monti”, come dicono le profezie “apocalittiche” cosiddette. Ma perché tutto ciò? Perché, alla fin fine, “non rimarrà altro” che il “rifugiarsi sui monti” tanto simboliche quanto reale, concreto, storico?
Questo è, poi, alla fin fine, nonun” problema, bensì “ilproblema dei problemi. D’altro canto, fu detto che, alla fine, la Traditio si sarebbe del tutto “ritirata” – quasi del tutto, per esser precisi – e fu detto dallo stesso Guénon, e a chiare lettere.

Veniamo alla “questione del giorno”. E’, infatti, dalla fine di M. Dolcetta che si stan susseguendo sparizioni per così dir “eccellenti”; è come se – come se – l’intera “prima linea” e tutte le seguenti, già da tempo in crisi, siano però sparite. Che succede all’ultima linea? L’ultima rimasta? Come l’ “estremo” nel gioco del rugby? Che succederà, dunque, anche quest’ultima cederà o non ancora, essendo riservata proprio per l’ “estremo” del Ciclo?
Sembrerebbe più questa la risposta, ma si è aperti ad ogni evenienza. In ogni caso, lo sapremo … lo sapremo …

Andrea A. Ianniello













venerdì 6 luglio 2018

In ricordo della Crociata di Federico II (“La Crociata dello scomunicato”)










Si è svolta ieri, nel Bar La Chimera (di Caserta), il ricordo dei 790 anni della Crociata di Federico II, sulla quale vi è stato un precedente – breve – post[1]. Son intervenuti: Enzo de Rosa, coordinatore dell’associazione Liberalibri, ormai al venticinquesimo anno d’attività; poi A. Ianniello, A. Omaggio, P. Broccoli. Son seguite, alla fine, domande ed osservazioni conclusive.
Il coordinatore dell’associazione Liberalibri iniziava ponendo il problema e ricordando che la Crociata di Federico II, la VI Crociata, si svolse senza spargimenti di sangue; ha, poi, ricordato il professor Matteucig, dell’Università Federico II (Napoli), che, essendo di confessione ortodossa e d’origine greca, “sentiva” molto la problematica in questione. L’intervento si chiudeva con una domanda: come può un evento di ben 790 anni fa aver dell’interesse per noi, oggi.  

Seguiva l’intervento di chi scrive, introduttivo. Avevo deciso di dividere in tre parti la mia breve allocuzione, solo e soltanto introduttoria.
La Crociata (dello “scomunicato”). In primo luogo, cerchiamo di comprendere il contesto in cui avvenne la Crociata, iniziata – formalmente parlando – nella festa di San Pietro e Paolo del 1228, appunto, come ricordato, ben settecento novant’anni fa. Ho ricordato la promessa, che fece Federico secondo al predecessore di Gregorio IX, il Papa che lo scomunicò, e cioè ad Onorio III, di portare avanti una Crociata, e il suo svicolare o non prenderne le dovute conseguenze, per molti motivi, sui quali non mi sono diffuso.
Quando però, poi, Federico II, essendo stato scomunicato, decide comunque di portare avanti la Crociata lo fa, di fatto, senza l’avallo papale: ed ecco il problema! Di qui tutte le deduzioni: Federico II non era contro l’idea di Crociata, dato che, oltre a fondare l’Ordine Teutonico, egli iniziò il drang nach osten – certo, senza sapere che poi ci sarebbe stata la Prussia!, ma ciò rimane – né si può chiamare una Crociata “pacifista”, piuttosto meglio sarebbe dirla “diplomatica”, ma è altro problema. No, non si può proiettare il presente nel passato. Il problema, il nocciolo era proprio chi dovesse indire la Crociata, il problema era l’origine, il problema era – sempre, la sovranità, e chi dovesse “dettar legge”[2], come recita il sottotitolo di un recente libro, cui rimando chi fosse interessato ad approfondire (un blog non può che esser una serie di “flash” o solo salvarsi del materiale, altrimenti perduto). Ho poi ricordato, brevemente, con una serie di flash ed esempi pratici che cosa fosse il dominio feudale, quali le differenza stesse che aveva Federico nel comportarsi nel Regno di Sicilia ed in Germania, che una cosa era l’esser Rex Germaniae ed altro Imperator dei Romani, incoronato a Roma dal Papa stesso. Tutte cose magari ben note ai cultori o specialisti di questi temi, non altrettanto
Federico II (e la modernità). Altro anacronismo è quello di aver voluto fare di Federico II un antesignano dello stato “laico” o “rinascimentale”, anacronismo riflesso delle lotte ottocentesche contro la Chiesa cattolica; sia detto en passant: tra l’altro, lo stato “rinascimentale” tutto era fuorché “laico” come s’intenderebbe oggi. come sempre, si proietta il presente nel passato,. certo, alcune radici sono nel passato, ma da quelle radici non era detto necessariamente ci potesse essere un solo sviluppo o esito. Ho poi ricordato che il dominio “temporale” della Chiesa, inteso come Stato della Chiesa, fosse quasi una necessitò per quest’ultima, per lo meno in una certa epoca, qualsiasi ne fosse stato poi l’esito in un’epoca seguente. E che comunque il problema era la sovranità, in un mondo dove il potere poteva venire solo da Dio. Non vi poteva esser il “potere dal basso”, dal “popolo”, attribuire pensieri del genere a Federico II è semplicemente risibile. Tra l’altro, mai e poi lo svevo “’mperadore” si sognava, ma nei suoi sogni più remoti, di rimettere in questione l’autorità papale, per lui assolutamente legittima. Il punto era che l’origine del potere anche dell’Imperatore era da Dio: questo era l’oggetto del contendere, cosa che ho sottolineato più volte nella maniera più – spero – incisiva, per non cadere nei soliti errori della modernità, nella solita proiezione del presente nel passato, che oblia la differenza di epoca. Gli uomini del passato, soprattutto di ben quasi ottocento anni fa, non ragionavano come gli uomini di oggi: questo è un semplice fatto, di cui prendere atto.
L’ “Imperium”. Dietro vi è il gran problema, quella “divisione al vertice”, così caratteristica, ed unica, della Cristianità medioevale, per cui l’Imperatore derivava il suo potere da Dio ed anche il Papa, e che il Papa, sì, aveva un qualcosa in più, però – anche secondo Dante (nel De Monarchia) – se aggiungeva qualcosa, non era la causa dell’ origine di quel potere, che, poi, era l’oggetto vero della contesa fra Papa ed Imperatore.
Sullo stato moderno: una particolarità di Federico II fu, senza dubbio, il chiamare una parte delle borghesie locali – per esempio, a Capua Pier delle Vigne[3] - nella gestione della cosa pubblica generale, fuori dal “borgo” di loro competenza, ma ciò, di nuovo, è ben lungi dallo stato “laico” ottocentesco, sia per la semplice ragione che non est potestas nisi a Deo, detto paolino[4], ed è la ragione che allontana in modo decisivo Federico II dalla “nostra” epoca presente, quella della crisi della democrazia e della rappresentazione; sia perché, se mai Federico II fu precursore, non lo fu certo dello stato “laico” bensì dei quello della prima metà dei tempi moderni, il sistema signoril-feudale che seguì a quello feudale-curtense.

Ha fatto seguito l’intervento di A. Omaggio, che si diffondeva sul concetto di Crociata, seguendo l’ultima storiografia, revisionista in senso buono (historia semper revidenda), per cui l’ “eccezionalità” della VI Crociata forse nasce dalla proiezione di un concetto posteriore di Crociata, che ha tentato di unificare fenomeni differenti. La “crociata” non è il jihad, infatti: l’idea nasce dal pellegrinaggio per, poi, diventare pellegrinaggio armato e “crociata” vera e propria, e questo in mille sfumature diverse, neanche uguali per ogni Crociata: per esempio, la IV Crociata vide in Costantinopoli il “nemico” quasi più che nell’ “islamico”, allora forse la dicotomia “cristiano versus islamico” non è poi così adatta a render conto del fenomeno nella sua variegata manifestazione. In questo, non si può che esser d’accordo con lui. Il legame di Federico II con il mondo islamico derivava dal passato normanno, in sostanza, forse in altre parti d’Europa esso era di scandalo, ma non nel mondo mediterraneo. Tale legame non implicava proprio nulla dal punto di vista religioso, esso era più culturale che religioso. Federico II non fu mai un “cripto islamico”, insomma, e su questo non gli si può dare che ragione.
Ha ricordato tanto S. Tommaso che S. Agostino, ma, soprattutto, il De laude novae militiae ad milites Templi di San Bernardo di Chiaravalle[5], dove si parla del fatto che è bene liberare l’Europa di tanta gente che faceva solo turbolenza e portava una guerricciola continua: erano soprattutto i figli cadetti delle famiglie aristocratiche esclusi dall’asse ereditario, secondo il sistema feudale franco che privilegiava il primo nato. Sia detto solo en passant, ma il sistema longobardo, che seguiva il diritto consuetudinario germanico, divideva in parti eguali i feudi e le eredità, in questo provocando solo lotte intestine senza fine[6].

Per finire, l’intervento di Paolo Broccoli, che ripartiva proprio da queste osservazioni di Omaggio, sottolineando come alle Crociate partecipassero anche i regnanti, e cioè che, da fenomeno d’origine legato ai pellegrinaggi, divenne l’espansione dell’Europa, da non dimenticare, aggiunge, che quella è l’epoca della “nascita degli stati ‘nazionali’”, tra l’altro. Inoltre, il processo della Crociata continuò sino a Lepanto, e siamo in un’epoca in cui le borghesie erano state integrate negli ordini monarchici, anche questo va contro le interpretazioni più note.
Inoltre la figura dell’ “islamico” era ben nota nel Mediterraneo, che riusciva ad esser un “mare di civiltà” molto più di oggi, senza contare la koinè che aveva l’Europa cristiana dell’epoca con il mondo islamico dal punto di vista filosofico e tecnico, ma non da quello religioso. Piuttosto, fu Lepanto a segnare una spaccatura, piuttosto la modernità segnò una divergenza, dal punto di vista storico, e le tendenze “integraliste” non sono che delle risposte alla modernità che aveva reso marginale il mondo islamico. Risposta caotica e confusa, però, cui fa da sponda un’Europa del tutto incapace di sapere chi è, quindi anche la diplomazia oggi ha dei limiti fortissimi, sia interni all’Europa e all’Occidente, “se si può ancora chiamare così” aggiunge Broccoli, sia nel mondo islamico, frantumato in mille rivoli, per cui manca un interlocutore, nel senso che ce ne son troppi e confusi. Due mondi in stato di crisi profondissima cercano una interlocuzione che non esiste: per questo il Mediterraneo è mare di divisione ben più oggi che all’epoca di Federico II, ed ecco il legame col presente che chiedeva Enzo de Rosa all’inizio.
L’Europa, com’è oggi, è del tutto incapace di proporre delle vie, anche diplomatiche, di risoluzione del problema del Vicino e Medio Oriente, ha poi aggiunto Broccoli.
Tutto ciò si unisce alla crisi della democrazia come modello, ben più profonda di qualsiasi cosa di simile si sia vista in passato.
Su questo, Paolo Broccoli è stato chiarissimo: la sovranità – ha giustamente ricordato che su questo tema fra noi si è dibattuto spesse volte, sul blog le tracce (anche quest’incontro, dietro aveva questo tema) – la sovranità “dal basso” e “dal popolo” è “una pura formalità”, per riecheggiare un titolo di noto film. Non può esser che così, la sovranità dal basso è pura teoria, altro che la sovranità dall’alto, e lotte intestine su questo tema, che poi era l’oggetto vero del contendere, come da me spiegato su, e non certo la lotta fra uno stato “nazionale” – magari “germanico” – che sarebbe stato quello di Federico II, contro un “universalismo” papale. Al contrario, ribadisco, quel che accade fu che la “lotta al vertice”, fra i due universalismi, aprì lo spazio per i particolarismi di regni, dinastie, città libere, ed iniziò così la Grande Espansione dell’Europa, oggi al termine. Questo lo ribadisco io: quell’epoca, quell’espansione è finita. Per sempre. Se ne “faccino” una ragione, se possono, lor signori.

Vi erano, poi, una serie di domande, di obiezioni, ed anche delle osservazioni.
Ne ricordiamo una: relativa al “popolo” e alla democrazia che dovrebbe poi esser “diretta” e senza intermediazioni. Tra l’altro, molto significativo di un “clima” mentale che sia venuta fuori questa domanda.
I corpi intermedi, e la loro centralità, sono stati ricordati sia da Broccoli che da Omaggio. Infatti, la crisi della democrazia nasce dalla fine di questa intermediazione, che è la “rappresentanza” (sulla cui crisi s’è detto varie volte in questo blog). Paolo Broccoli specificava ancor più la cosa: oggi è l’individuo al centro, non vi son limiti, questo fa da supporto alla dominanza dell’economia come unico sistema di riferimento. Insomma, è l’individuo über alles, come amo dire. Su questa via, è chiaro che può esserci solo la dissoluzione del legame sociale, aggiungerei io.

Per finire, Enzo de Rosa chiedeva delle conclusioni, per tornare allo stimolo iniziale: che significato possano avere per noi, oggi, queste cose.
Qui l’ordine di risposta era diverso: ha iniziato Omaggio e poi Paolo Broccoli, traendo spunto da una domanda sulla storia della Chiesa, se cioè avesse potuto essere diversa, ambedue trovandosi d’accordo, seppur da due versanti diversi, sul fatto che la storia prende atto di quanto avvenuto, ed è questo il punto decisivo, comunque sia successo. La cosa importante si è che in ogni caso essa generi conseguenze, aggiungeva Omaggio, che quindi ogni evento del presente in ogni caso si comprenda come ricollegato, come conseguenza, voluta o non voluta!!, con quanto accaduto nel passato: ecco il punto, da ricordarsi in modo particolare nella “nostra” epoca, che si pretende auto-cefala ed auto-generata, nata dal cervello di Giove come Minerva, quando così non è affatto.
Paolo Broccoli aggiungeva il riferimento a Machiavelli che, quando leggeva i Classici, si vestiva nel suo modo migliore, e diceva di sperare di essere alla loro altezza, cioè d’imparare da loro, a risolvere, però, i problemi del presente. Insomma, ad avere la loro stessa grandezza, ma non ripetendo pedissequamente, invece applicando la loro lezione ai tempi in cui si vive.
Terminava chi scrive, e, dopo essersi dichiarato d’accordo con ambedue i relatori precedenti, riportavo il focus al tema principale. Qual è la specificità della VI Crociata, non certo l’esser contro l’idea di Crociata, men che meno il “pacifismo”, e fermo restando che l’oggetto della contesa era ben altro, un oggetto difficile a far comprendere nei “nostri” tempi.
La specificità, a mio avviso, sta in questo: che per la prima volta, facendo un accordo diplomatico all’ interno di una Crociata, “l’altro” vien riconosciuto politicamente, attenzione non culturalmente, che questo (come ricordato da Broccoli su) già c’era, il riconoscimento culturale già c’era. Ma “l’altro” come un soggetto politico col quale discutere, in una Crociata che aveva fra gli scopi di sconfiggere o almeno scacciare quel nemico con modalità di guerra e non diplomatiche, davvero è una particolarità, purché non si trasformi Federico II in un alfiere del “dialogo” interreligioso, che è una cosa del Novecento.

Comunque una interessante pagina: dopo più di settecento anni, Federico II fa ancora parlare di sé


PS. Qui Dugin[7] – e il “sovranismo” alias il risorto (mai morto) nazionalismo – vale a dire la negazione dell’universalismo medioevale, pur quest’ultimo essendo minato, come s’è detto, dal conflitto “al vertice” fra i due universalismi, attenzione: universalismi, quello del Papato e quello dell’Impero.
Per ora, solo alcune annotazioni brevi. Segnalando gli errori di Dugin: il “mito rinascimentale” riferito all’Italia – nulla di più lontano dall’Italia così com’è –, oppure l’enfasi sulla “cultura” (e qui rivale la stessa osservazione detta sul “mito rinascimentale”). Tra l’altro, fa parte della cultura russa il mito della “forza” (riferito alla Russia, ovvio); Putin ha capito che questo era il punto: la fine del sistema comunista comportava un indebolimento della Russia che ogni buon “russo della strada” trova detestabile, “a pelle”: lui l’ha capito, ed ha sempre più messo l’accento sulla forza, con il ritorno di consenso che ha implicato. Ma che una cosa del genere sia “liberante” l’Europa è chimerico, significa non aver capito nulla dell’Europa e sostituire i paraocchi ideologici alla realtà storica. Tra l’altro, la tesi che una Russia forte avrebbe spinto l’Europa a mutare **non è** di Dugin: è di Nietzsche. Ma storicamente ha fallito, fallirà di nuovo.

Ma veniamo al punto, senza scantonare. In primo luogo, che l’Europa possa riscoprire il suo ruolo indipendente implicherebbe una mutazione culturale che non solo è lontana mille miglia dall’Europa, ma che non può avvenire sotto l’egida dei vari nazionalismi o “sovranismi”, semplice nuovo nome di una ben vecchia conoscenza. I nazionalismi non possono che dividere l’Europa, mentre uniscono la Russia, o la Cina. Vi è, dunque, un qualcosa di diverso.
Qualsiasi unità d’Europa può venire **solo e soltanto se** avviene sotto l’egida dell’ “Imperium”, ma ognuno può vedere che una cosa del genere sarebbe oggi difficilissima, che una cosa del genere farebbe – né potrebbe far altro che – esclamare: “Hic sunt Dracones” ….











Andrea A. Ianniello






















[1] Cf.
Alcuni dei link presenti nel post del 2013 (cui dà l’accesso del link appena citato) non son più attivi oggi.  
[2]  Cf. O. Zecchino, Gregorio contro Federico. Il conflitto per dettar legge, Salerno editrice, Roma 2018.
[3]  O della Vigna, Magister nell’ ars dictandi, cf.
https://it.wikipedia.org/wiki/Ars_dictandi.
[4]  Poi seguita, nella “prima fase dei tempi moderni”, dal motto del Leviatano di T, Hobbes, a tal proposito cf.
https://universitarianweb.com/2014/07/31/la-trascendenza-del-leviatano-non-est-potestas-super-terram-quae-comparetur-ei/.  
[5]  Cf.  
https://it.wikipedia.org/wiki/De_laude_novae_militiae_ad_Milites_Templi.
[6]  Tra l’altro, la parola “feudo” è d’origine germanica, ha la stessa radice del tedesco attuale vieh, che significa “bestiame”. Questa è l’ origine del termine, che s’è mantenuto molto di più nel francese fief, l’italiano ha la forma latinizzata, da feudus, poi semplicemente “maccheronizzato” e reso pappetta. Il francese mantiene la “ie”, che il tedesco assimila, nella pronuncia, in una “i” pronunciata lunga, in francese è invece pronunciata con l’accento sulla “è” (aperta), ma la “i” permane. Invece in “feudo” la “i” originaria è sparita.
[7]  Cf.
http://www.linkiesta.it/it/article/2018/06/23/alexander-dugin-litalia-e-linizio-della-grande-rivoluzione-populista-c/38539/.