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venerdì 15 maggio 2026

“Palantìr” …

 

 

 

 

 

 

 

Denethor è l’ultimo Soprintendente Reggente di Gondor. Tolkien ce lo presenta nell’ultima settimana della sua vita.

Basta questo a dimostrare la tragedia d’un grande uomo che si è però lasciato trascinare oltre i suoi limiti, dall’orgoglio e dall’ingordigia, divenendo perciò preda del Nemico.

La sua morte, come quella di Aragorn, richiama il tema dei Re che muoiono di morte misteriosa, morte che impedisce loro di regnare in tarda età.

La sinistra visione che scatena la fatale disperazione di Denethor ha un parallelo nel mito. All’epoca della Guerra dell’Anello, l’orgoglio indusse Denethor a chieder consiglio alla Pietra Veggente [cioè al Palantìr], pur sapendo che questa era controllata dal Signore Oscuro [Sauron]. Alla fine, la pietra gli mostra visioni che lo convincono della sua inevitabile sconfitta. L’ultima di tali visioni è quella d’una flotta di navi corsare, dalle vele nere, le quali risalgono il fiume Anduin, apparentemente per attaccare la città da sud. Questa visione fa tanto disperare Denethor, da indurlo al suicidio.

Le navi nere arrivano, effettivamente, dopo la morte di Denethor, ma a bordo vi sono invece i Dúnedain guidati da Aragorn per portar aiuto alla città assediata di Denethor. Questo stesso tema (navi funeste che provocano il suicidio d’un sovrano, ma che stanno invece portando un eroe che ritorna) ricorre nel mito greco di Teseo. Teseo era partito da Atene su una nave dalle vele nere a simboleggiare il sacrificio al Minotauro, nell’isola di Creta. Egli aveva detto a suo padre, il re Egeo, che, se fosse riuscito ad uccidere il mostro nel labirinto, avrebbe issato, al ritorno, vele bianche. Senonché, nella fretta, l’eroe vittorioso dimentica questa promessa. Suo padre, avvistata la nave funesta, si getta dall’alto d’una rupe nel mare.

Al pari di molti sovrani di Gondor, che pensavano più al passato che al presente, Denethor si sposa in età già avanzata.

Sua moglie […] muore giovane dopo aver dato a Denethor due figli: Boromir e Faramir. La storia di questi due figli segue lo schema di molti miti in cui uno dei figli è il prediletto del padre. In tali storia, un fratello fallisce una prova, mentre l’altro la supera ed ottiene il regno. In questo caso la prova è la rinuncia all’Anello; il reame che Faramir vince è quello di Emyn Arnen in Ithilien. Questo tema è molto diffuso. Appare, sotto forme diverse, nella Bibbia (la storia di Giacobbe ed Esaù, la storia di Giuseppe e i suoi fratelli) nonché in innumerevoli leggende popolari [in effetti, anche la leggenda della nascita di Roma segue questo schema “mythico”]. Faramir, per aver rinunciato all’Anello, acquista un principato.

Boromir, che invece ha ceduto alla tentazione, viene però redento e subisce una mistica esperienza dopo la morte. La salma di Boromir viene affidata al Gran Fiume, ma poi ricompare su una barca inghirlandata di luce: è questo un segno che il pentimento di Boromir è stato accettato sia dai suoi compagni sia dai Guardiani del Mondo.

Assolto dal suo peccato, gli è concesso il riposo dello spirito.

Affidare una salma alla corrente d’un fiume, in un battello, è pratica antichissima e simbolica. Essa evoca il viaggio dello spirito verso un luogo sconosciuto, il viaggio del sole dal tramonto alla nuova levata, attraverso le tenebre notturne [il “Sole nero” dell’ Aquarius], e l’inesorabile fluire della vita, come quello d’un fiume o delle maree. Sono stati rinvenuti sepolcri scandinavi dell’Età del Bronzo in tronchi di quercia scavati a mo’ di piroghe. Può darsi che questo sarcofago simboleggiasse la nave del sole che porta gli eletti, al di là della notte, lungo il tragitto notturno del sole [il “Sole nero” dell’ Aquarius], fino all’altro mondo [NB]. Lo stesso parallelo si riscontra nella parola islandese lur, che significa sia barca ricavata da un tronco d’albero, sia feretro. Nella tarda Età del Bronzo, le tombe erano spesso circondate da righe di pietre delineanti i contorni d’una nave con prua e poppa elevate.

Talvolta tali disegni in pietra son lungi cinquanta metri.

In uno d’essi, un cerchio ritagliato sulla prua lascia arguire che quella rappresenti la nave del sole.

In seguito si usarono vere e proprie barche a mo’ di sepolcri, per mandare una salma alla deriva. Spesso su queste imbarcazioni venivano posti preziosi arredi, accanto al morto, come nel caso di Boromir. Il dio scandinavo Balder [meglio detto: Baldur] venne arso su una pira eretta sopra una nave tratta in secco[1]. Con lui furono messi al rogo il cadavere della moglie, morta di dolore, il suo cavallo [NB] e l’anello Draupnir[2] di Odino. Durante il periodo vichingo, l’uso di navi in cerimonie funebri era frequente. Continuarono ad usarsi barche come sepolcri e a tracciarsi con pietre contorni di navi sulle tombe terrestri[3].

Uno dei più famosi sepolcreti del genere era quello di Sutton Hoo in Inghilterra: qui la nave-tomba conteneva un ricco tesoro. In Beowulf si descrivono le esequie navali del Re danese Scyld, e il racconto ha una sua serena dignità. La salma di Scyld viene deposta appié dell’albero maestro [della nave].

Accanto a lui si ammucchiano gioielli, armi, corazze. La bandiera gli viene messa sopra la testa.

Il vascello viene affidato al mare che, lentamente, lo porta lontano dalla riva[4]. La sua destinazione è ignota a tutti, come ignoto è il luogo di nascita di Scyld: egli infatti era un trovatello, portato per mare al suo popolo[5]. Il Ciclo di Re Artù include vari esempi di barche che portano salme affidate alla corrente d’un fiume [NB]. Eppoi si pensi al misterioso vascello che viene a prelevare lo stesso Re Artù.

La scoperta di queste barche è simile alla scoperta della barca di Boromir da parte di Faramir [quando lessi questo passo la cosa mi balzò subito agli occhi]. Come quella di Boromir, queste barche sono spesso senza nocchiero [NB].

Le salme, come agli occhi del fratello appare quella di Boromir, sono belle e riccamente abbigliate. In Le Morte Darthur del Malory, vi son tre esempi notevoli di salme scoperte a bordo di barche: quella di Re Hermanance, ucciso a tradimento; quella di Elaine Le Blank, morta d’amore per Lancillotto; e quella della sorella di Parsifal morta per salvare una nobildonna malata. Questultimo esempio è il più evocativo, e produce la stessa sensazione del ritrovamento del corpo inerte di Boromir. Mentre giace morente, la sorella di Parsifal chiede che il suo corpo venga poi deposto in una barca, da mandarsi alla deriva. La scoperta di questa barca da parte di Lancillotto è un episodio mistico e sognante, molto simile a quello di Faramir che ritrova il corpo del fratello. In entrambi i casi, il protagonista ha la sensazione di venir spinto verso quel battello [NB], lo scenario è d’una profonda bellezza e provoca elevate emozioni in chi sta a guardare [vero].

«Dunque mentre [Lancillotto] dormiva, a lui venne una visione e gli disse: “Sorgi, Lancillotto, cingi la tua armatura e sali sul primo vascello che trovi”. Come udì tali parole ei si svegliò e vide un gran chiarore intorno a sé … E pervenne per avventura ad un lido, e ivi trovò un vascello che era privo di vela e di remi. E non appena ei ne fu a bordo, avvertì la più gran soavitade che mai esse sentita, come se tutti i suoi desii fosser stati appagati …

E ivi rinvenne un bel giaciglio, e sur esso giaceva una gentildonna morta, la qual era la sorella di Parsifal»” S. RUTH, La mitologia di Tolkien, Rusconi Libri, Milano 1984, pp. 84-88, corsivi in originale, grassetti miei, mie osservazioni fra parentesi quadre.

 

 

Dopo aver detto che non era certo interessato ad “inferire” dal testo di Tolkien eventuali sue problematiche “psicologiche” (era molto in voga lo “psicologismo” a quel tempo e, ahi noi, pur se meno, la cosa è continuata sinora!) così continuava quest’altro autore: Tanto più che l’aspetto provvidenziale (una sorta d’automatica felicitas delle cose, che vanno a posto da sé garantendo la vittoria finale dei buoni) e magico (in senso proprio) hanno, nel Lord of the Rings, un ruolo per lo più narrativo.

Innanzi tutto vediamo che la magia vera e propria ha una presenza assai limitata [ed è vero questo: c’è quando serve davvero, non ci son “prodigi a iosa” qua e là e senza motivo]; e che, cosa più importante, si tratta di magia “naturale” [ma NON è la “scienza moderna”!] che serve ad accendere un fuoco con legna bagnata [è in poche parole utile, insomma: SERVE] o a tener chiusa una porta priva di serratura [dunque NON È “naturale” nel senso dei *MODERNI, attenzione*] o a far aprire una porta a comando vocale [SENZA TECNOLOGIA! dunque NON È “naturale” nel senso dei MODERNI, attenzione]. Siamo, come si vede, molto lontani dal cortocircuito [sic] desiderio-soddisfazione che è tipico del “pensiero-magico” [è “tipico” nella capa dei moderni!, e solo di loro! Non esiste proprio nella realtà del  mondo “magico” cosiddetto, per cui l’ *effettivo* mondo “magico” non sembra “pensiero magico” per i MODERNI!, tuttavia – poiché Tolkien qualche conoscenza ne aveva, indiretta e SOLO indiretta, chiaro! – è ben più simile alla “magia” QUELLA VERA, che alla costruzione inventata dai moderni, dove la magia sarebbe solo una proiezione dei desideri che “paiono realizzarsi”, ma in un modo non “effettivo” (dove per loro “effettivo” vuol dire: materiale) – son tutti errori di prospettiva e ALLA BASE]: nel nostro caso la magia ha uno statuto assiologico rigoroso quanto quello della fisica [ma È così per la VERA magia!, SEMPRE! Son solo i moderni a NON capirlo], e si manifesta nell’attribuzione di proprietà precise [ma è così sempre!] (seppur diverse dall’ordinario [ma “IL” PROBLEMA È proprio la COSTRUZIONE – MODERNA E *SOLO* MODERNA – dell’ “ordinario” come illo tempore insegnava Guénon[6]; il VERO PROBLEMA sono i moderni, per cui, per loro – e SOLO per loro! – la “magia” è un qualcosa di “privo di causa”! Ma NON è vero, NON è AFFATTO vero!]) a certe situazioni o a certi oggetti [per cui non si “attribuisce” un bel nulla, ci son oggetti o situazioni che possono “avere” – termine SUPER improprio! – delle “valenze” FUORI dell’ “ordinario” cosiddetto, e siamo al mana in poche parole]. Gli oggetti magici, infatti (l’ Anello che, rendendo invisibili, consuma il corpo e corrompe l’anima [come accade a certe forze sottili]; il Palantìr che permette la comunicazione a distanza [ma con modalità **NON** “tecnologiche”], ma col rischio della depravazione morale [e “stranamente” la “comunicazione a distanza” TECNOLOGICA però spesso ingenera la stessa “depravazione morale” …]; i pugnali Morgul la cui lama resta nella ferita e penetra fino al cuore, facendo entrare la vittima nel buio regno delle ombre; le spade elfiche che si accendono d’un fuoco azzurrino in prossimità dei servi del Nemico, e che uniche possono ferire certi esseri mostruosi) rientrano in un “meraviglioso” rigorosamente delimitato [ciò È VERO, e ne deriva credibilità per l’intero quadro] e per nulla misterioso, a cui è facile fingere di aderire mediante una temporanea sospensione dell’incredulità [vero, ed è un espediente letterario, tra le cause del successo di Tolkien, ma NON È corretto dedurne che T. NON credesse che la “magia” NON abbia delle “leggi”, pur se “NON COINCIDENTI” pienamente con quelle dell’universo “fisico”, cosiddetto, perché tale deduzione sarebbe deduzione sbagliata]”, M. FAGGI, La spada e il labirinto. Meraviglioso e fantastico ne «Il Signore degli Anelli», ECIG, Genova 1990, p. 27, corsivi in originale.

Peccato per le ripetute cadute interpretative in questo testo, perché la ricerca, nel suo complesso, è buona, cioè ben fatta.

 

@i

 

 



[1] Un esempio “popolare” – però la nave rimane sul fiume, attenzione – si vede in: “Il 13° guerriero” (J. McTiernan, 1999). A sua volta, s’ispira alla Risâlah (“Lettera”) di Ahmad Ibn Fadlân (877-960), cronista arabo persiano, che viaggiò sul Volga, tra i Vichinghi del Volga – i Variaghi –, fino alla città di Bolghar, capitale del regno dei Bulgari del Volga, nel X secolo. I Variaghi combattevano per i Bulgari del Volga, chiaramente mercenari, e commerciavano: al tempo le due cose non si escludevano affatto, anzi. Interessante osservare che i vicini dei Bulgari del Volga erano i Khazari. Il cronista rimase colpito dalla sporcizia dei Vichinghi del Volga, però testimoniò uno degli ultimi roghi funebri su navi: quello del capo di tal gruppo di Variaghi, con la sua concubina preferita e vari tesori. In ogni caso, il funerale su di una nave desta in noi emozioni profonde – riposte –, davvero difficili a verbalizzarsi.

[2] Sul quale, cf. https://it.wikipedia.org/wiki/Draupnir. Torna il tema dell’ Anello magico

[3] E difatti, sempre ne  “Il 13° guerriero” (cit.), l’ultimo funerale, quello del personaggio letterario “Bullwyf” – il capo della banda di Variaghi cioè –, non avviene su di una vera, effettiva nave, come il primo funerale (quello documentato da Ibn Fadlân quindi) ma è un funerale sempre su di una pira, tuttavia senza più la nave concreta: si testimonia così di un cambiamento d’usanze, dunque d’un cambiamento simbolico: dall’ effettiva nave alla nave simbolica. Il passaggio dall’adorazione della “dea madre” ad “usanze” successive (cf. M. BIZZARRI, Rennes le Chateau. Dal Vangelo perduto dei Cainiti alle sette segrete, Edizioni Mediterranee, Roma 2005, p. 158e sgg.) … Insomma, la fine dell’adorazione della “Dea Bianca” sulla quale R. Graves ebbe modo scriver testo rimarchevole se pur non facile … “Vale per costoro [], e per quanti intendano accostarsi ai misteri della Grande Madre, l’ammonimento formulato da Robert Graves: “Per onestà devo avvertire i lettori che questo resta [] un libro molto singolare, da evitarsi accuratamente se si è psichicamente turbati o stanchi o se si ha una mente rigorosamente scientifica”. Non potrei suggerire miglior viatico a chi intenda inoltrarsi nei retroscena occulti che hanno animato [] le vicende legate a Rennes-le-Chateau”, ivi, p. 27, corsivi in originale, grassetti miei. Nella nota a pie’ pagina si dice della fonte del passo: “R. Graves, La Dea Bianca, Adelphi, Milano 1992, p. 13-14”, ibid., corsivi in originale, grassetto mio. “Non potrei suggerire miglior viatico non solo per chi s’interessi del TENEBROSO AFFAIRE di Rennes, ma dell’intera questione della “Dea Madre” Ed anche d’evitare questo blog e questo genere di post in questo blog, soprattutto – “se si ha una mente rigorosamente scientifica

Questo è infatti un blog “molto singolare” in vero.

Questo è l’itinerario d’Ibn Fadlân ricostruito, cf.

https://en.wikipedia.org/wiki/Ahmad_ibn_Fadlan#/media/File:Ahmad_Ibn_Fadlan_Route_2.jpg. Questa, poi, è l’immagine ottocentesca, dunque non reale, del funerale su di una nave vera, cf.

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/6/6e/Funeral_of_ruthenian_noble_by_Siemiradzki.jpg/1280px-Funeral_of_ruthenian_noble_by_Siemiradzki.jpg.

[4] Cf. Beowulf, “Prologo”, vs. 26-52, Einaudi editore, Torino 1987, pp. 5-7. Poi Scyld è il padre di Beowulf, “kenning” per “orso” (“Beowulf” = letteralmente “lupo delle api” = orso, appunto) … Sull’orso cf. – pur se non sempre condivisibile, attenzione, ma utile – M. PASTOUREAU, L’orso. Storia d’un re decaduto, Einaudi editore, Torino 2023.

[5] L’autrice – a tal proposito – cita ivi l’ Edda di Snorri. In norreno, Scyld vale “Skjöldr” e Skjöldr è il progenitore dei re di Danimarca (“mythici”) – una “Danimarca” che, in realtà, comprendeva pure l’attuale Götaland nell’attuale Svezia –, cioè degli Skjöldungar. Su Skjöldr e gli Skjöldungar, cf. SNORRI STURLUSON, Edda, a cura di G. Chiesa Isnardi, TEA, Milano 1997, p. 145. Figlio di Skjöldr – in anglosassone antico: Scyld – fu, per l’appunto, Beowulf. In nota, la curatrice dice (su “Skjöldr”) che significa “«Scudo»”, ivi, p. 152. Ma pure “Scyld” ha lo stesso significato, tant’è che n’è venuto fuori l’inglese attuale: Shield.

[6] Per il qual Guénon la “magia” non è che una scienza tradizionale, cioè non moderna ma, non per questo, non perché “non moderna”!, priva di sue regole, d’un suo “statuto epistemologico” reale, per quanto lontano dalla mentalità dominante nei tempi moderni, tempi moderni che, tra l’altro, stanno svanendo sotto i nostri occhi come acqua sopra una finestra di vetro …