“È chiaro che il soggiorno di Federico in Terrasanta, e particolarmente i suoi rapporti con gli Assassini (con un ramo dei quali, gli ismailiti del Libano, egli ebbe realmente uno scambio d’ambascerie) eccitarono al massimo la fantasia dei contemporanei. Gli Assassini, come raccontò Marco Polo una generazione dopo, erano una setta di fanatici, i quali, educati dal loro capo Hassan Sabbah (il Vecchio della Montagna) ad obbedire ciecamente, venivano adoperati per ogni strage che servisse alla causa dell’Islam. […] Con questa terribile setta dunque (sotto i pugnali della quale perirono molti nobili crociati) Federico II era stato per breve in relazione, e si favoleggiava persino d’una sua visita al Vecchio della Montagna. Il quale, per mostrargli l’ubbidienza degli adepti, fece cenno a due Assassini che stavano in cima ad un’alta torre, che si buttassero giù: e quelli, felici di ritornare in paradiso, ubbidirono senza esitare[1]. Una leggenda più tarda racconta addirittura che Federico stesso si mise ad allevare un corpo speciale di «ubbidienti pugnalatori». […] Non ci fu assassinio di principe a quel tempo che non fosse attribuito agli Assassini dell’Imperatore, e i papi aiutarono la diffusione della diceria.
Benché tutto questo sia destituito d’ogni realtà storica, è curioso tuttavia come le storie di eventi meravigliosi e raccapriccianti di un determinato periodo si condensino sempre attorno ad un personaggio, cercando un sostegno in esso, vuoi per essere credute […] vuoi per quel piacere di vedere inclusi in un sol uomo due mondi diversi — nel caso nostro, il mondo di Maometto e quello di Cristo, dell’imperatore e dei califfi”.
E. KANTOROWICZ, Federico II, Garzanti editore, Milano 1976, pp. 178-179[2].
Cinquant’anni fa …!
“Notissima l’accusa all’imperatore di aver fatto ammazzare dagli Assassini il duca Ludovico di Baviera […] [di rimando] Federico accusa il duca d’Austria d’essersi legato al «Senior Montane» contro di lui”.
Ivi, p. 197, note finali al cap. IV, miei commenti fra parentesi quadre.
Fermo restando che proprio il seguente libro ci fa ben capire la deviazione in atto fra gli Ismailiti, – dove, a seconda di come “la pensasse” il Gran Maestro in carica, si doveva “seguire” la legge coranica o non, ed dunque, quel che davvero contava, si era l’obbedienza a detta “Guida” per l’appunto –, riveniamo alla questione delle relazioni tra Federico II e gli Assassini.
“I rapporti fra Assassini e Cristiani restarono […] molto vivaci, fino alla totale espulsione di questi ultimi. Mentre quelli continuarono a pagar tributi ai Templari e poi anche agli Ospitalieri, per una presunta “protezione” (!), questi, a loro volta, considerarono naturale pagar pedaggi agli Assassini, fino al punto che, nel 1245, il Concilio di Lione sancì la scomunica contro chiunque si facesse loro fautore o in qualche modo sostenitore, avendo in mente – è chiaro – Federico II, che nel 1228 aveva compiuto la sua pacifica crociata[3] a Gerusalemme, dove si era fatto incoronare re nella chiesa del Santo Sepolcro (per i diritti derivatigli dall’aver sposato Isabella di Brienne, presunta regina di Gerusalemme) d’accordo col sultano d’Egitto al-Kāmil, già armato cavaliere in Acri da Riccardo Cuor di Leone, e gli Assassini. A costoro Federico elargì doni cospicui, in seguito ai quali il capo dā’ī Mağdu ‘d-Dīn concesse il richiesto salvacondotto per l’Imperatore e le sue truppe. I doni imperiali, ammontanti circa a 80.000 dīnār di moneta sonante non poterono esser inoltrati all’Alamūt, dato che la strada era interrotta dalle truppe dello Ĥwārezm-šāh. Per lo stesso motivo sappiamo che il Gran Maestro dell’Alamūt aveva permesso a Mağdu ‘d-Dīn di riscuoter lui direttamente il tributo annuale di 20.000 dīnār che il Sultano selğūchide di Qōniyya pagava agli Assassini. Fra le ultime imprese degli Assassini di Siria contro i regnanti Cristiani si ricorda anche un preteso complotto contro la vita di San Luigi, quando era ancor fanciullo, in Francia. Più consistente è, però, la tradizione dei rapporti dello stesso re con gli Assassini, poco dopo il suo arrivo in Palestina, ricordati dal suo biografo Jean de Joinville[4]. I messi del Vecchio della Montagna si abboccarono ad Acri col re e gli chiesero il pagamento d’un tributo «come aveva già fatto l’Imperatore di Germania, il re d’Ungheria ed il Sultano di Babilonia (Egitto) e come altri fanno ogni anno, perché tutti costoro sanno bene che possono vivere tanto a lungo solo quanto aggradi a Lui (al Vecchio della Montagna)». Se il re non avesse voluto pagare il tributo – aggiunsero da bravi levantini – essi si sarebbero contentati della remissione del tributo da loro pagato ai Templari ed agli Ospitalieri. Il re rispose negativamente e con fermezza: avendo compreso che con quel Franco non c’era nulla da fare gli ambasciatori si ritirarono, dopo un amichevole scambio di doni”, P. FILIPPANI RONCONI, Ismailiti ed “assassini”. Storia, mistica e metafisica di una setta che fece tremare il Medio Oriente, Il Cerchio, Rimini 2004, pp. 183-184, corsivi in originale, grassetti miei.
Andrea A. Ianniello
[1] Si tratta dell’episodio reso noto – “popolarmente” parlando – in quel passo dal film “Conan il Barbaro” (J. Milius, 1982), laddove il mago nero Thulsa Doom parla con Conan dopo averlo catturato, e gli rivela “il segreto dell’acciaio” e, nel farlo, prima ordina con un cenno – in tal episodio ad una ragazza – di gettarsi giù da un’alta rupe: lei lo fa senza esitare. Allora gli dice: “Questa è la forza! Questo è il potere! Il potere della carne. Che cos’è l’acciaio a paragone della mano che lo brandisce?” … Insomma, gli rivela che l’arma non ha senso se tu puoi controllare la mente di chi la usa. Con qualche modifica e adattamento cinematografico, in buona sostanza è lo stesso episodio che rimonta direttamente dall’epoca delle Crociate.
[2] In nota, a p. 197, si parla della fonte medioevale – NOVELLINO, n. 86 – della leggenda sulla visita di Federico II al “Vecchio della Montagna” stesso. Nell’edizione che ho, tuttavia, il numero non è l’istesso:
“C COME LO ‘MPERADORE FEDERIGO ANDÒ ALLA MONTAGNA DEL VEGLIO Lo ‘mperadore Federigo andò una volta, infino alla montagna del Veglio e fulli fatto grande onore. Il Veglio, per mostrarli come era temuto, guardò in alto e vide in su la torre due assassini. Presesi la gran barba: quelli se ne gittaro in terra e moriro incontanente. Lo ‘mperadore medesimo volli provare la moglie, però che li era detto ch’uno suo barone giaceva con lei. Levossi una notte, ed andò a lei, nella camera. E quella disse – Voi ci foste pur ora, un’altra volta!”, Il Novellino. Le ciento novelle antike [1525] in ANONIMO, I fioretti di San Francesco. Il Novellino, La Grande Letteratura Italiana, n. 25, Fabbri Editore – RCS Libri, Milano 2006, p. 308. 1 5 2 5 = cinquecento un anni fa! Peraltro, sono spassosissime tali “novelle” poiché in vecchio italiano, molto divertente. Inoltre, molte delle fonti – anche su Federico II – sono lì come, per esempio, l’episodio dei due giuristi cui l’imperatore chiese un parere, ricordato da E. Horst come da degli altri storici. Anche il passo, importante, della Lettera del Prete Gianni a Federico II … Cf. ivi, pp. 242-243. “Lo titulo” ène: “DELLA RICCA AMBASCERIA, LA QUALE FECE LO PRESTO GIOVANNI AL NOBILE IMPERADORE FEDERIGO”, ivi, p. 242, grassetti miei. Federigo ricevé pietre “preciose” dallo Presto Giovanni, però che essolui nol chiesene de la “vertude” d’esse! Si tratta di quelle “pietre preziose” di cui si tratta in altre fonti, ad esempio … Peraltro, l’istesso J. Evola ricordòssi di detto episodio de lo Presto Johannes che arreca lo ‘mperadore una serie di dona. Et lo ‘mperadore non comprese … siffattamente “signando” lo destin suo …
[3] Da noi più volte su questo blog ricordata, ad es. cf. https://associazione-federicoii.blogspot.com/2018/07/in-ricordo-della-crociata-di-federico.html.
[4] La “Cronaca” della Vita di San Luigi, cf. https://www.ordo-militiae-templi.org/militia/wp-content/uploads/Joinville_San-Luigi.pdf.
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