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domenica 1 giugno 2025

“Illo tempore” … un tempo. Frammento – 2005-2025, VENT’anni dopo, 6

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una cosmologia, un tempo assai diffusa, che ebbe il suo periodo di maggior espansione nel tardo megalitico, ha creato nel corso della storia dell’umanità un’immagine mitica che, nonostante le sue innumerevoli varianti geografico-culturali, ha conservato una straordinaria unità nelle sue caratteristiche fondamentali. Il simbolo centrale era costituito dalla pietra, ossia dalla colonna di pietra o albero del mondo, prodotto materiale di un’ invocazione che univa il cielo alla terra, di un’ invocazione creatrice divenuta, però, quasi impercettibile all’ orecchio degli uomini.

Molti elementi di questa cosmologia si sono conservati nella simbologia medievale, nelle fiabe e persino negli attuali costumi dei popoli”. 

(M. Schneider, Pietre che cantano, SE, Milano 2005, p. 57, corsivi miei).

 

 

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lunedì 12 ottobre 2015

Sull’etimo di “Caserta”



Come sottolineato dal professor G. Guadagno, col quale non sempre sono stato d’accordo, ma qui aveva ragione, l’etimo “Caserta” non ha per nulla origine nel composto di “casa” (casale, gruppo di  case o villaggio) ed “irta”, e cioè “erta sul colle”, secondo le etimologie classicheggianti dei secoli XVII e XVIII, ma invece deriva da “casa” (casale, gruppo chiuso di case che gestiscono uno spazio) e “hirt”, ovvero hert, inglese moderno “herd”, che vuol dire “gregge”. Gli etimi longobardi son fondamentali per una ragione sostanziale: quando i Longobardi si stanziarono non avevano la stessa religione dei latini oltre alla diversa etnia e lingua; in pratica, si stanziavano ma si tenevano lontani dai latini, dai conquistati, e davano i loro nomi ai posti che occupavano. Per questo, sebbene la lingua italiana presenti radici germaniche sia d’origine gota che longobarda, i Goti han lasciato molto meno tracce rispetto ai Longobardi, per questa ragione: i Longobardi si tenevano ben distinti dal resto della popolazione. Questo cambiò quando i Longobardi si convertirono al Cattolicesimo dal precedente arianesimo (seguivano Ario condannato da Costantino a Nicea nel 325 d.C.) e, soprattutto, dalla religione etnica che avevano: in tal modo l’ostacolo principale si tolse di mezzo e gradualmente i Longobardi furono assimilato dalla popolazione italiana (non è che fossero numerosissimi, tra l’altro), ma i nomi che diedero ai luoghi rimasero. Per fare un esempio, Sala è nome longobardo (in Svezia c’è Upp-Sala, sopra (up) Sala, e ci sta pure Sala, più a sud di Uppsala), ma qui ci sta Briano, che ha tutt’altro etimo, e Tredici, che fa riferimento alla centuriatio. Come si vede, il territorio italiano è una stratificazione di molti e complessi successivi insediamenti che, per l’appunto, lasciano una traccia nella toponomastica. 

Dunque “caserta”, che non si trova affatto solo qua in Campania, ma ve ne sono molte in Italia, è una casale o una località che gestisce un luogo (casale, “frazione” come dicesi oggi) dove si mettevano gli armenti, il gregge. Questo è il senso del nome del luogo (“toponomastica”). E difatti, ci sta Caserta capoluogo di Provincia in Campania, ma ci sono varie altre Caserta con varianti di nome, come “caserte” o “casirte”. Ora, solo e soltanto qui, in Campania, la Caserta – che altrove rimane solo una “frazione”, un “casale” – diventa città, “urbs” (grosse difficoltà continua ad avere Caserta a passare da urbs a pienamente “civitas”, che non è una mera conurbazione urbana che vada oltre il livello del “villaggio”, ma implica invece una precisa identità da parte dei suoi abitanti ed un senso di “amicizia” fra di loro, ambedue molto carenti a Caserta, come si sa). 

Perché, dunque, Caserta diventa “urbs”? Erchemperto (di Conca Campania) parla di un capo longobardo – e lascio ad ognuno, se davvero interessato, di andare a cercarsi i passi precisi[1] - che lasciò Capua, da dove proveniva, per rifugiarsi in questa località detta “Casirte”, Caserta, Casa “irta” (ma in epoca longobarda già si stava perdendo la ragione della vera origine dell’etimo toponomastico[2]) - cum quadraginta primoribus, con quaranta “notabili”[3].
Di qui l’inserimento di una componente esterna che fece “lievitare” un casale verso la decisiva formazione di una “urbs”. Continua, dopo tanto tempo, ad avere, Caserta, grosse difficoltà a diventare davvero civitas.
Andrea Ianniello


[1]  Vi è una edizione del 2003 pubblicata da Ripostes.
[2]  Questo per l’ovvia ragione che la cultura era latina. Nondimeno il nome ha spesso conservato la “h” iniziale o ha oscillato avendola e perdendola, finché alla fine l’ha persa definitivamente: da dove deriva la “h” iniziale? Forse che la parola latina “irta” (erta) presenti una “h” iniziale? Mai. Mai proprio.
[3]  E qui si può solo accennare al significato del n°40 in senso biblico, senso che Erchemperto, monaco, non poteva non conoscere. Infatti, mica è detto che i “primores” davvero fossero quaranta in senso numerico.

sabato 30 novembre 2013

“Iside e il rito longobardo. Janare antiche e maghi moderni tra fatture, misture e guaritori”



Iside e il rito longobardo. Janare antiche e maghi moderni tra fatture, misture e guaritori”

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“La simbologia dell’albero nelle religioni nordiche ritengo essere la più accreditata traccia storico-leggendaria per seguire il fenomeno delle streghe e della stregoneria la cui patria, è assodato, fu Benevento. I fatti, gli episodi, i personaggi e gli eventi ben sostengono questa ricerca. Altri, invece, hanno scritto preferendo far ‘discendere’ dal culto d’Iside e della sua magica egizianità il Sabba delle Streghe nel Sannio beneventano” (Alberto Abbuonandi, Le streghe di Benevento e il simbolo dell’albero, Edizioni il chiostro 2003, p. 77). In realtà, però: “tra i riti notturni d’Iside, dea della luna, ed il rito religioso ed orgiastico di Wothan [sic] e dei Longobardi c’è differenza, eccome! Il “De Nuce Maga” del Piperno (1640) parla di maledetti riti dai ‘sozzi gusti con Satanasso che solea comandare balli e danze’ e che presa forma d’uomo pecca carnalmente con le meretrici di turno sotto frondosi alberi. Riti, appunto, troppo pagani e molto differenti dal culto d’Iside. Anzi, in proposito si continua a discutere sulla questione della mariolatria cristiana nel culto d’Iside ma, anche Piperno, (…) si fermò a considerare il solo rito sotto l’albero magico così com’era stato tramandato. Non aggiunse, né tolse molto, né diede una giustificabile origine o derivazione” (ibid., p. 79). 
“Il rito longobardo sopravvisse grazie al folklore contadino che lo ‘mescolò’ alle proprie usanze, quasi ad esorcizzarle dal maligno. Rito che partì dal Mediterraneo e giunse un po’ dapperutto. E, dal basso Medioevo, si propagò la storia e la leggenda del Noce di Benevento: luogo di convegni stregonici e demoniaci. Storia e leggenda che continuarono a produrre, nell’immaginario, donne e uomini che s’ispirarono al rito longobardo: preparatori di fatture e capaci di sortilegi e cure medicamentose. Si moltiplicò la fama delle janare cattive e delle janare buone, capaci cioè di fare e disfare una fattura e crebbe il numero delle inciarmatrici (…). (…) Per il raffreddore, per esempio, bastava ‘respirare’ acre fumo di paglia; per togliere i porri bisognava strofinarcisi con la schiuma di lumache; per l’itterizia ci voleva un bel decotto a base di polvere di marmo e ceci neri. Oppure, per seminare zizzania ed inciuci si consigliavano ortiche, zolfo e pepe, mentre la menta e il ricino servivano per il malocchio” (ibid., pp. 80-81). Né, poi, è facile spiegare la natura della “fantastica scopa delle streghe di Benevento” (p. 82). 

“Nella cosiddetta ‘Langobardia Minor’, nel Mezzogiorno, i Longobardi fecero di Benevento la loro capitale politica e qui, lontano dalle mura di questa bellissima città, continuarono i loro culti dell’albero con un rito molto particolare. Rito che, la storia dice, si svolse nella città sannita per l’ultima volta e che tanta fama stregonica diede al sinistro luogo che poi diventò il posto del Sabba. Benevento diventò tanto famosa per la nomea di ‘città stregata’ che nel mondo allora conosciuto, in Europa cioè, ben tre territori le dedicarono città con lo stesso nome. In Francia si chiamò Benevent; in Spagna Beneventa; in Inghilterra Benevenna. Correva l’anno 663…” (ibid., p. 63).
Fuor di dubbio che sia “il rito longobardo”, come lo chiama l’autore testè riportato, ad essere il “milieu” di base di quel mondo di streghe cattive e fate buone, janare ambedue, ma di segno diverso, a testimoniare il fatto che asseriva Gurdjieff: la “magia” è una sola in quanto conoscenza delle relazioni sottili tra cose, uomini, animali. Ma resta da spiegarsi il perché di questo legame. Allora, la teoria sostenuta in Pietre che Cantano. Suoni e sculture nelle nostre chiese, Appendice (A. Ianniello, Vozza editore 2007), che, cioè, i Longobardi – ai quali senza nessun dubbio risale il rito vero e proprio – però abbiano rivitalizzato e modificato un sostrato però già presente, del culto d’Iside ma degenerato, non può esser esclusa a priori. 

O anima mia,
non desiderare
la vita immortale,
ma esaurisci
il campo del possibile!”
(Pindaro)



“La successione dei Longobardi, l’esodo e il sito del loro regno, cioè la loro origine, e come, usciti dall’isola di Scandinavia [così si credeva all’epoca], migrarono nella Pannonia [attuale Ungheria], e poi dalla Pannonia in Italia e ne abbiamo preso il regno, Paolo [Diacono, Paolo Varnefrido in realtà], che n’era profondo conoscitore, lo narrò con ragionata riflessione e in una densa sintesi (…). Non senza motivo, però, la sua età lo trattenne...”... 

venerdì 6 settembre 2013

“Elpidio Jenco e il Giappone” - Segnalazione Volume degli ATTI - Convegno sul Giappone, Napoli 2012

Nel ringraziare i proff. G. Amitrano e Silvana De Maio per il vol. degli ATTI “Nuove Prospettive di ricerca sul Giappone”, in collaborazione tra l’AISUGIA (Associazione Italiana per gli Studi Giapponesi e Istituto Universitario Orientale di Napoli), Napoli 2012, si segnala questo articolo su Elpidio Jenco: Adolfo Tamburello, L’incontro col Giappone del mondo letterario napoletano, ibid., pp. 19-37. Jenco vi è citato a p. 30.

Personalmente mi capitò di segnalare l’interesse di Jenco per il Giappone quando Maraini era ancora in vita, citando Gaetano Andrisani, Diario casertano. Persone e vicende, Quaderni della “Gazzetta di Gaeta”, Gaeta 1994, in due articoli: A Viareggio per Jenco, pp. 258-263, e La formazione di Jenco, pp. 264-282, articolo molto approfondito su Jenco, che è quello in cui palra della influenza della poesia nipponica su Jenco stesso. Jenco è citato in Diario casertano. Persone e vicende perché nativo di Capodrise, provincia di Caserta. 

Su Elpidio Jenco, cfr.: JENCO, Elpidio Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 62 (2004) -. Vi si dice: “Determinante per la sua [di Jenco] formazione poetica fu, come si è già accennato, la collaborazione con La Diana, fondata a Napoli da G. Martone nel 1915, dove apparivano le firme di personalità quali F. De Pisis, A. Onofri, E. Pea, C. Carrà, A. Savinio, Ungaretti, C. Govoni, L. Fiumi; i frequenti contatti con la redazione fecero sì che lo J. potesse ampliare i suoi orizzonti culturali in anni in cui la poesia italiana si apprestava a radicali innovazioni. La Diana [rivista], infatti, si faceva promotrice di una poesia libera dalle tradizionali costrizioni retoriche e svincolata dal realismo, contribuendo a creare l'humus ideale per la nascita dell'ermetismo; nella medesima prospettiva vanno inquadrati gli ampi spazi dedicati alla diffusione della lirica giapponese, tanto cara allo Jenco.” (Sempre dal link appena citato, cioè JENCO, Elpidio Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 62 (2004) -.

Tra l’altro, a Jenco han dedicato un Teatro a Viareggio: Teatro Jenco, via E. Menini, 51 - Viareggio.

L’AISUGIA è stata fondata dal compianto prof. Fosco Maraini, di cui ricordo con molto piacere il vol. Paropàmiso, che trovai per caso ad Arezzo in agosto in una sorta di fiera popolare, edizione originale, che conteneva quel resoconto del suo viaggio tra i Kàfiri del Kafiristàn, appunto, dove kâfir” significa infedele in arabo, ovvero, in altre parole: si trattava di pagani. E questo suo viaggio è ripreso in F. Maraini, Gli Ultimi Pagani. Appunti di viaggio di un etnologo poeta, BUR Rizzoli, Milano 2001. Mi ritrovavo in saccocia esattamente quaranta euro e... le spesi tutte e subito: follie di bibliofili. Lo so, è difficile capire... Magari non mangiano ma spendono tutto. Il punto è che a “magna” ci si rifa’, ritrovare un esemplare originario non capita tutto i dì, diciamo così, per dire...

Segnalo inoltre questo altro articolo davvero molto interessante, semrpe dal detto volume degli ATTI: Shindô Masahiro, Semiologia della letteratura gourmet. L’Italia vista, mangiata e bevuta dai giapponesi, pp. 1-17. 

Tornando a Maraini, lo scritto sul Kafiristàn è semplicemente  straordinario: si tratta di relitti di “paganesimo” indoeuropeo, in stato sì di grave degenerescenza, e tuttavia presentanti relitti di divinità tipicamente indoeuropei, nell’attuale Afghanistàn. E Maraini usava  non caso termini squisitamente longobardi: fara, arimanni, eccetera eccetera. 

Beh trovare un qualcosa del genere nel cuore dell’Asia del XX° secolo ha dell’incredibile... Notevole la “figlia di re barbari”, questa figura che parrebbe uscita da un libro di Kipling, quello da cui fu tratto il film: “L’uomo che volle farsi re (film)”. 
Chi ha letto il libro, sa di cosa parlo. 
Ricordo poi, in Paropàmiso, come Maraini ricordasse Paolo Avitabile, strana figura di avventuriero agerolese [*], che fece fortuna in Afghanistàn con metodi diciamo brutali ma molto efficaci (cfr.: Paolo Avitabile). 


[*] Si legge spesso napoletano, e non agerolese: in quell’epoca napoletano non voleva dire, come oggi, della città di Napoli, ma del Regno di Napoli o delle Due Sicilie. Più anticamente, nel Primo Medioevo, si legge di “longobardo” che avrebbe dato una grossa mano divulgando un certo metodo bellico. Beh, voleva dire che era del Principato di Benevento. I nomi cambiano ciò cui si riferiscono, nel corso delle varie epoche.