sabato 30 novembre 2013
venerdì 29 novembre 2013
“Frammenti”
“Dirò
subito che la religione dei Cafiri è poco conosciuta. Probabilmente
si trova in uno stato di degradazione, di disfacimento finale, e si
presenta quindi come una realtà non solo complessa, ma confusa.
Nella nostra breve visita ho avuto l’impressione che i Cafiri
stessi abbiano perso in gran parte ormai il contatto con le forze
spirituali della loro fede, ripiegandosi sugli elementi d’un
superstizioso magismo contadino e pastorale. Nel quadro nebuloso di
babuk, shawan, fate, demoni santi, vaghe potenze
affacciate dagli orli del nulla, vi sono tuttavia, almeno nella Valle
di Bamboret, due personalità divine che godono d’un particolare
risalto: Mahandeo e Jestak. Mahandeo ha carattere nettamente virile e
guerriero, è il protettore della stirpe, del villaggio, della terra
cafira, della caccia, delle greggi […]. Jestak invece ha
personalità femminile, e presiede a tutto ciò che riguarda
l’abitazione, la famiglia, gli eventi biologici della vita
individuale: la gravidanza, la nascita, i bambini, la casa, l’amore,
il matrimonio, la malattia e, infine, la morte” (F. Maraini, Gli
Ultimi pagani, Red edizioni, Como 1997, ibid., p. 148).
“Atto
fondamentale del culto è il sacrificio d’animali domestici. Un
tempo, nelle occasioni solenni, s’immolavano decine e decine di
buoi; le feste allora erano spaventose ecatombi. Oggi, al massimo si
sgozzano alcune povere capre. Per compiere un sacrificio viene acceso
prima di tutto un fuoco dinnanzi al luogo dove risiede la divinità.
Sulle fiamme bruciano alcuni rami del sacro ginepro […]. poi
l’animale viene sgozzato e il suo sangue viene gettato sull’ara,
spesso insieme al latte o al caglio. […] Ogni cerimonia religiosa
importante viene solennizzata con danze e con canti ritmati al
battito di tamburo. Come abbiamo visto, vi son due grandi feste
annuali: il Chowmas, che ha luogo al solstizio d’inverno,
poco prima di Natale, e il Jyoshi che si svolge per tre giorni
in primavera, alla metà di maggio. […] Un’idea importantissima,
che appare in tutte le manifestazioni della religione cafira, è
quella di purità rituale. Ho già ricordato gli importanti tabù che
riguardano uno spazio della cucina […]. la casa cafira, e i suoi
immediati dintorni, sono cosparsi di questi tabù, come i nostri
centri cittadini sono cosparsi di sensi unici, soste vietate e
circolazioni rotatorie. Vi sono luoghi puri e luoghi impuri, come vi
sono persone in stato di purità e altre in stato d’impurità
rituale. Ogni contatto tra i due regimi costituisce infrazione,
spesso vero peccato, e richiede sacrifici, talvolta assai costosi,
perché venga ristabilito l’ordine sacro” (ibid., pp. 149-150).
Suona
familiare a qualcosa...
“The way that you wander is the way that you choose. /
the day
that you tarry is the day that you lose. /
Sunshine or thunder, a man
will always wonder
where the fair wind blows...
where the fair wind
blows.”
mercoledì 20 novembre 2013
“Amphitheathrum” - Brevi Noterelle -
“Amphitheathrum”
“Gli
imperi nascono. Gli imperi muoiono”
(Il
“Romanzo dei Tre
Regni”)
“Salvum lotum!
Salvum lotum”
(Inscriptiones
latinae selectae
2725)
“L’intera
notte a languire nelle segrete del circo, e le forze ormai allo
stremo. Terrore, persecuzioni, arresti, interrogatori, torture,
profanazioni come preludio. Durante la notte le belve avevano
squassato le sbarre; la loro agitazione e le loro urla s’imprimevano
profondamente negli animi. Ancor più terribile, il vociare della
gente che già alle prime luci del giorno cominciava a riempire
l’anfiteatro. Era un vociare allegro, impaziente di curiosità. Un
contendersi i posti. Rivenduglioli vantavano a pieni polmoni le loro
bevande. Più tardi arrivavano i notabili, i cavalieri e i senatori,
infine il Cesare in persona. Coloro che pensavano e sentivano
altrimenti erano in assoluto soprannumero. Poi si sollevavano le
grate; il pugno d’uomini veniva spinto nell’arena. Il sole
abbacinava. E tuttavia era più debole della luce interiore.
Così
crollano gli imperi, così il mondo si trasforma”
(Ernst
Jünger, Al Muro
del Tempo,
Adelphi 2000, p. 155, corsivo mio).
Questo
passo di Jünger rende bene l’idea di “venire alla luce” in un
Anfiteatro, ma, nello specifico, qui si parla delle “venationes”,
le lotte contro gli animali, alle quali erano condannati i cristiani
dell’epoca, e non solo loro. Si trattava di una pena. Sappiamo che
proprio le “venationes”
di molto sopravvissero1
alla fine dei “Ludi
gladiatorii”,
che avevano un’altra origine, tant’è che ad essi non
potevano partecipare coloro i quali fossero dei rei, considerati o
effettivamente colpevoli: ed i cristiani delle origini erano
considerati malfattori e pericolosi socialmente2.
Come si sa, sebbene l’Anfiteatro capuano – dell’originaria
Capua, che non coincide con l’attuale Santa Maria “Capua Vetere”
(C.V.) – non sia il più grande, di certo a Capua sono nati i “Ludi
gladiatorii”
stessi. Sono di probabile origine etrusca, ed erano considerati come
“sostituti” ad un originario rito sacrificale di spargimento di
sangue umano, per favorire la permanenza del morto negli stati oltre
la vita materiale presente. Il manichino, dipinto di rosso, e la
lotta nell’arena sostituirono
l’effettivo sacrificio umano delle origini. Si sa, poi, di come i
Romani antichi riprovassero i sacrifici umani, che contrastarono
ovunque trovarono, per esempio tra i Celti: pochi si rendono conto
che gli antichi Celti facevano dei sacrifici umani – ad esempio a
determinate Lune o all’ “Angelo caprone” di Mona -, e vi era
pure il culto della testa, tipico dei popoli della steppa3,
che, in Irlanda antica, passò all’uso di fare una polpetta del
cervello del teschio più la calce aggiuntavi. Non solo, ma
ricorderei che i Romani dei tempi repubblicani rimanessero scioccati
dall’uso punico di sacrificare i bambini ai Baal, per quanto gli
ultimi ritrovamenti archeologici facciano capire che a Cartagine
l’uso molto probabilmente era andato recedendo o non era quasi mai
stato dominante. D’altro canto sappiamo che, in casi estremi,
persino il “mos”
degli antichi Romani delle origini poteva piegarsi alla dura esigenza
del sacrificio di sangue.
I
“Ludi
gladiatorii”,
con l’andare del tempo, persero sempre più – ma mai
del tutto! – il loro significato originario, che era religioso, per
accedere ad un uso “politico” in senso stretto. Oggi la politica
è succube dell’economia, quindi si pensa che fare un uso
“politico” di un qualcosa abbia, alla fin fine, una motivazione
di tipo economico. Nulla di più errato per gli Anfiteatri: i Giochi,
nelle loro varie forme, dalle “venationes”
ai “Ludi”
veri e propri, erano pagati interamente
dal maggiorente di turno, che fosse l’Imperatore stesso o un
notabile locale, con lo scopo politico. Scopo della politica è il
consenso.
Non
dunque il denaro, anzi, si spendevano
somme favolose, con il solo scopo del consenso e dell’accrescimento
del prestigio. Si chiamavano “munera”,
donde il termine italiano “remunerazione”, pure “municipio”,
la gestione della cosa pubblica locale...
Ma,
come si è detto, il senso religioso non sparì, si modificò: da un
culto infero a favore dei defunti notabili perché avessero una
“buona sorte” nell’oltretomba, si passò all’ “ideologia
imperiale”, che si basava sull’idea della civiltà che domava la
forza bruta. In tal senso, la vera “novità” degli Anfiteatri era
costituita proprio dalle “venationes”,
cui eran condannati anche i perturbatori dell’ordine costituito,
che simboleggiavano le indomate, confuse,
frustre passioni della natura grezza, che l’ “Ordo”,
simbolizzato dal dominio imperiale, avrebbe non eliminato, ma per lo
meno disciplinato e ridotto all’ordine, appunto.
Non
certo a caso, allora, Ercole era il dio dell’Anfiteatro e della
“venationes”,
Marte invece lo era dei “Ludi”
veri e propri, che, col tempo, divennero una vera e propria
professione, che dava opportunità alle classi inferiori di accedere
all’Ordine dell’Impero.
Come
si sa, è a Capua che Spartaco ebbe la sua educazione alla Scuola
gladiatoria. Vi sorgeva la Scuola forse più importante, e lo stesso
Anfiteatro non aveva le proporzioni “imperiali” che oggi possiamo
in parte vedere e, in parte maggiore, possiamo solo ricostruire. Fu
l’Imperatore Adriano che lo fece modificare, abbellire, ingrandire,
dotandolo di statue, fregi, che un tempo eran tutti dipinti, e talune
parti erano sottolineate da leggere dorature: il tutto doveva essere
uno spettacolo sfolgorante, unico, una vera dimostrazione del potere
imperiale.
In
effetti, compresa la mentalità dell’epoca, non dobbiamo mai
dimenticarci, però, che la merce era il sangue, era lo spettacolo
del sangue e della gloria, perché le due cose nella mentalità
romana antica si ricollegavano. Lo scopo era il consenso,
sangue in cambio del consenso. Sangue che “acquistava”
il consenso. Consenso verso gli uomini, con la magnificenza e
l’accedere a dei Giochi che avevano anche l’indubbio ruolo di
sfogo delle passioni sociali - e che, quindi, le indirizzavano e le
riducevano all’ordine -, e consenso verso le divinità, gli dèi,
i cui simulacri decoravano la struttura, che, dunque, aveva un suo,
sebbene indiretto,
ma indubbio, ruolo sacro.
E
così, ritualmente, ciclicamente, gli uomini seguivano lo spettacolo
del sangue e dell’eroismo, il gioco della morte, da parte di chi vi
accedeva come professione e come guerra, e di chi, semplicemente,
inscenava un’esecuzione esemplare, lasciato alla mercè di quelle
bestie che avevano rifiutato l’Ordine e delle quali bestie lui,
delinquente, criminale, “noxius”
come si diceva con termine tecnico, alla fin fine faceva parte. Era
ridotto al rango di bestia, e con le bestie doveva vedersela, non era
un “Gladiator”
che, sebbene nella parte inferiore dell’Ordine imperiale, tuttavia
era parte di quell’Ordine stesso.
Ma
non dobbiamo mai dimenticare che gli “Amphitheatra”
erano costruiti con sotto tutta una struttura che permetteva ai
Giochi di funzionare come una macchina ben rodata. Per tutti, i
volenti e i nolenti, quando la porta si apriva e da sotto si accedeva
all’immediata luce del giorno, iniziava il Gioco con la morte, la
scossa di adrenalina riportava alla lotta, il tempo scorreva rapido e
mandava i suoi fendenti a chi doveva giocarsi la posta più
importante, la posta di sempre, quella che ognuno si gioca senza
sapere: la vita. Ma, in quel preciso momento, lo sapevi, sapevi che
cosa ti stavi giocando...
Anche
oggi noi viviamo un tempo di estrema
spettacolarizzazione, all’apparenza non così violento, anche se mi
starei attentissimo ad emettere facili giudizi, non
certo
perché noi si possa dimenticare che si trattava di un Gioco
crudele4,
ma perché anche noi accettiamo come “normale” tante cose che il
buon senso direbbe non esser tali, o che genti, e del passato e del
futuro, considererebbero devianti e malate. E le accettiamo di buon
grado, quasi fossero “normali”, quasi fossero la norma,
di sempre, della vita umana, da che tempo fu, quando così non è
affatto, ma invece sono prodotti storici.
Però
pensiamo alla citazione in calce, dove la spettacolarizzazione della
lotta e del sangue per guadagnare il consenso e mantenerlo s’inceppò
su di un osso troppo duro, che in quell’epoca furono i primi
cristiani; questi fecero saltare il meccanismo non per le usuali
argomentazioni che di solito si credono, ma in effetti perché, al
fondo, usarono il meccanismo stesso della spettacolarizzazione contro
se stesso. E pensiamo anche ai nostri tempi di spettacolarizzazione,
se non sia possibile, cioè, usare quei meccanismi contro loro stessi
e farli implodere...
Quindi
è una vicenda che si lascia meditare a lungo, perché...
Così
crollano gli imperi...
Così
il
mondo si trasforma...
Andrea
A. Ianniello
NOTE
1
Tant’è
che “verso la fine del sec. XI Atanasio, duca di Napoli, lo adibì
a fortezza e ne affidò il comando al conte Guaferio. A quell’epoca
veniva comunemente chiamato Berolais, termine sul quale eruditi e
studiosi han versato fiumi d’inchiostro, senza (…) giungere ad
una conclusione soddisfacente” (A. Perconte Licatese, Capua
Antica,
Edizioni Sparaco 1997, p. 102.
2
“Vanno
operate poi significative differenze, all’interno dei giochi, tra
i combattimenti dei gladiatori e quelli dei condannati. A differenza
dei condannati, i gladiatori erano tali per professione.
Indubbiamente appartenevano ad una tra le categorie socialmente più
disprezzabili – il paragone prossimo è con la prostituzione –
ma ricevevano un compenso per la loro prestazione. I condannati
erano designati con il termine tecnico di noxii.
Vi erano i damnati
ad ludum
ed i damnati
ad bestias.
Un’ulteriore distinzione va operata tra coloro che venivano
condannati semplicemente a combattere, per cui veniva offerta loro
una sia pur minima possibilità di scampare alla morte, e coloro a
cui il combattimento nell’arena era inflitto come forma di
esecuzione capitale. Le esecuzioni dei noxii
avvenivano nella pausa di mezzogiorno, dopo le venationes
del mattino e prima dei munera
[così eran chiamati i “Ludi”
gladiatori veri e propri, nota mia] del pomeriggio” (Anna Carfora,
i
cristiani al leone. I martiri cristiani nel contesto mediatico dei
Giochi gladiatorii,
Edizioni Il Pozzo di Giacobbe 2009, p. 37).
3
Ne
vediamo degli esempi anche tra i Longobardi, per esempio la famosa
storia del teschio nel quale Alboino volle far bere la regina
Rosmunda, “Bevi Rosmunda, dal teschio di tuo padre!”; su questo
cfr.: http://it.wikipedia.org/wiki/Rosmunda_%28regina%29
4
Cfr.,
F. Cardini, Quell’antica
festa crudele,
Il Mulino, 2013. “Festa crudele” potremmo dire che la vita un
poco lo è di per sé. Mi ricordo una volta che, guidando la
macchina, dovevo fare una scelta fra due strade, scelsi di svoltare
in una e ne fui subito contento, perché così evitavo un problema
sulla strada. Mi stavo congratulando con me stesso quando mi avvidi
però, appena dopo, con la coda dell’occhio, che l’altra strada,
quella che credevo di aver rifiutato partendo da una mia saggia
decisione, in realtà presentava un cartello di divieto di
transito... In altre parole, non vi sarei mai potuto passare in ogni
caso! Così è la vita, in gran parte si tratta di andare per il
cammino dove sei obbligato dicendo: “Oh! Era proprio ciò che
volevo...”, e questo ci parla del lato costrittivo
della vita, che, quindi, sa esser cruda. Dall’esser cruda
all’esser crudele il passo è breve...
venerdì 15 novembre 2013
giovedì 14 novembre 2013
Meridionalismo e Pci, un rapporto complesso
Il libro
di P. Di Siena, Nel Pci del Mezzogiorno, Calice Editore, 2013,
contiene degli spunti interessanti e degni di discussione. Al di là
del libro – sul quale si rimanda più nello specifico qui (1)
– si tratta di un agile libretto che riporta al centro dei temi
solo apparentemente lontani, ma invece ancora molto vicini a noi.
Il libro
non è di storiografia, ma neppure di mera “memorialistica”, come
troppo spesso si è fatto, ma presenta dei documenti d’epoca, pochi
e scelti, relativi ai territori d’appartenenza del Di Siena, e cioè
Basilicata e Puglia, preceduti da una interessante Introduzione e da
delle Conclusioni, che sono poi lo sforzo effettivo
dell’ex-dirigente, che ha svolto però per anni anche il lavoro di
giornalista.
Va detto
che si tratta di un primo, piccolo sforzo di “storicizzare”
quelle vicende: quindi non è un libro di mero giornalismo, non è
cronaca, ma neppure è un vero libro di storiografia: come s’è
detto, infatti i suoi sono come “appunti” per una
possibile opera di storiografia. In ogni caso, è un primo
sforzo, dopo tanto, troppo tempo, di andare oltre la mera
memorialistica, che ha impestato questo genere di temi, quasi si
fosse “bloccati” nel fare un minimo di teorizzazione, nel
raccogliere un minimo di conseguenze storiche da quei tempi. Ripeto
però: è solo un primo passo nel ricostruire una vicenda che,
ahinoi, ci riguarda ancor oggi, per le conseguenze, appunto, che ha
avuto. Il libro risente comunque ancora troppo delle tendenze
memorialistiche dominanti su ed in queste vicende. Ribadisco che
sarebbe ben ora di cominciare ad uscir fuori definitivamente dalla
memorialistica, troppo legata alle vicende individuali.
Alcuni
spunti di riflessione. Di Siena parla del “blocco storico” di
gramsciana memoria – “mo’ ce vo’” la parola “memoria” -
condita con l’idea del primato proletario. Vi era una precisa
scelta di campo all’epoca, e l’essere comunista implicava
necessariamente una opzione che facesse riferimento al detto primato.
Ma, continua Di Siena, nel Mezzogiorno lo sviluppo comunista avviene
sostanzialmente nelle campagne: dalle campagne alle città,
stile Cina, piuttosto che Russia. Questo avvenne però con delle
significative eccezioni: Napoli (città), parte della Provincia di
Caserta, Taranto (città sempre). Ma tutti questi interventi, sia
pubblici sia da parte di privati, avvennero sempre sotto “l’ombrello”
della Cassa per il Mezzogiorno. E purtroppo non hanno lasciato quasi
traccia in loco, o molto poca. Questo perché l’investimento
non era vincolato al successivo sviluppo di aziende locali, come
avviene invece in Cina: il che la dice davvero lunga sulle classi
dirigenti, e locali e nazionali. La Provincia di Caserta è dove la
lotta fra componente “agraria” ed “industriale” nel Pci di
allora si fece molto serrata: diciamo che in questa Provincia è
passata la “faglia” di questa relazione dialettica.
Si è
obiettato che, sebbene il Pci dell’epoca fosse molto vicino alle
tematiche della terra, e questo ne è senza dubbio la caratteristica
distintiva, a livello nazionale anche i dirigenti meridionali
comunque seguivano “l’ombrello” dell’ideologia proletaria.
Non v’è alcun dubbio, ma questo generò una sorta di schizofrenia
fra mente e sentire nel Sud. A livello “palpabile” il Pci nel
Mezzogiorno seguì molto ciò che si è convenuto chiamare
“meridionalismo” e non è affatto un caso che, diminuendo la
centralità delle tematiche della terra, diminuì quindi anche il peso specifico delle tematiche meridionali.
Per
riassumere: il Pci come sentire era legato alla terra, come pensare
invece non lo era. Nondimeno, non si capisce la crisi di Napoli o di
Taranto, o della Provincia di Caserta, senza capire la crisi totale
dell’industrialismo nel Sud, sostituito dal nulla.
Si è
anche obiettato che il bacino operaio fosse forte soprattutto a
Napoli città: nessun dubbio, ma tutto ciò rientrava nell’epoca di
Berlinguer, ed era legata, sebbene non certo con quel
“personalismo” che ha impestato la politica italiana da
vent’anni, comunque alla personalità d un leader: scomparso lui,
finito tutto. Questo nell’ambito di una scelta di campo, che fu
quella di far sì che le classi medie divenissero l’oggetto
centrale della strategia elettorale comunista, classi medie legate
alla spesa pubblica nel Sud, e non solo.
Il
fallimento è stato tanto grande quanto il successo nella fase
precedente – il Pci era il più numeroso partito comunista in
Occidente – ed è stato dovuto (a p. 11 del libro di Di Siena)
all’aver rimesso al centro l’individuo ed il processo della
globalizzazione, due eventi, aggiungerei io, totalmente
completamente assolutamente mal analizzati e peggio ancor affrontati
da parte del PCI di allora -; la
ragione è chiara: poiché collidevano con il suo schema operaista e
proletario. Peccato che i maggiori successi del PCI furono dovuti non
certo al pedissequo seguire “lo” schema quanto invece
all’allontanarsene. Questa contraddizione era sì percepita dai
suoi più riflessivi membri ed appartenenti, ma non andò mai
oltre un certo livello, né indusse mai
ad un diverso schema effettivamente teorizzato e pensato come tale.
Fu
invece seguito lo schema dell’emergenza delle classi medie – a
partire dagli anni Ottanta del secolo scorso – in un tentativo che
Di Siena denota come “generoso” e personalmente trovo invece
meglio denotato dal termine “disastroso”; il tanto decantato ‘89
avviene in Italia in un partito già decotto
e scotto: i giochi erano ormai fatti, anzi, strafatti. Infatti l’idea
di base all’epoca era sostituire quel “blocco sociale” (p. 18)
dei contadini al Sud e degli operai al Nord, con le classi medie
della spesa pubblica.
Le
classi medie italiane sono costitutivamente non
interessate
all’innovazione, quanto focalizzate sulle rendite da posizione da
mantenersi “ad libitum”,
per usare una terminologia musicale, tanto cara alla lingua italiana.
Si trattava – e si tratta - di un blocco statico,
con il quale nessun cambiamento è possibile: prova ne sia il secondo
Ventennio, quello berlusconiano, dove, con le fole di cambiamento,
invece le consorterie della spesa pubblica hanno festeggiato forse
l’acme della loro
capacità di condizionamento della vita pubblica in Italia. A questo
si aggiunga la smunta borghesia napoletano-casertana, priva di
progettualità e che si base quasi del tutto sulla spesa pubblica e
che quindi è sempre stata, coerentemente, di centro-destra
tendenzialmente: su queste basi davvero non poteva che darsi quella
subalternità che poi
si è avuta, di fatto, storicamente. Per gli eredi del Pci ci poteva
solo essere la via, che poi si è avuta, dell’essere “cooptati
come subalterni” (ibid.).
Dunque
ricostruire la “genealogia” degli eventi è senza dubbio
importante, ma se, e solo se,
si sia prima o almeno contemporaneamente ben riflettuto sulle lezioni
del secondo Ventennio. Lo stesso Di Siena, a proposito dell’oggi,
parla di “crisi organica” (p. 19). Verissimo, ma qui vi è una
crisi globale che in Italia si declina con delle aggravanti locali.
Tali aggravanti son dovute anche
alle scelte errate di quegli anni, ovvero aver sempre preferito un
determinato quadro culturale già in crisi, scelta che si è rivelata
– com’era prevedibile
– sulla lunga distanza un vero disastro, ed alla facile via della
subalternità di fatto che vi è seguita, “via” che si potrebbe
chiamare vicolo cieco, con più esattezza. La subalternità della
sinistra italiana si è saldata storicamente con la subalternità
mentale
fortissimamente presente nel Mezzogiorno in quanto tale,
e cioè la rocciosa convinzione profonda
che siamo “figli di un dio minore”, per dirla con il noto titolo
di un film.
Per
tirare le somme, il Pci – sotto il manto dell’ideologia operaia,
e questo è senza dubbio storicamente assai particolare – ha
costituito, di fatto e al di là
di quanto si dicesse o di quanto effettivamente
contasse quest’orientamento a livello nazionale (pochissimo),
il riemergere ed il prolungarsi storico del meridionalismo storico. E
l’eclissi del Pci meridionale non casualmente
ha coinciso con la totale
eclissi delle tematiche ricollegabili al Meridione. Nemmeno eclissi
anulare, ma totale: il che è stato, ed è, gravissimo.
Per
finire: in Appendice,
nella Relazione del 1986 al 3° Congresso del Pci della Basilicata,
da Di Siena citata, si sottolinea il “respiro corto” (p. 33) del
processo d’industrializzazione, cosa ben nota sulla pelle della
gente nelle poche zone in cui, nel Sud, esso è avvenuto, con tutte
le subalternità del caso, ad esempio la Provincia di Caserta o
Napoli città, ed ora Taranto città. Così l’industrialismo ha
lasciato qui solo macerie.
La
via era un’altra, ma era impossibile
prenderla allora, perché avrebbe significato il mettere in questione
il modello comunista tout court,
e cioè focalizzarsi sulle tematiche della terra per innovare lì,
ovvero porre al centro le tematiche del benessere, della gestione
ecologica della civiltà, unendovi la natura e le molte emergenze
storiche che hanno la grossa sfortuna di star nel Sud Italia, ovvero
di essere marginali e subalterne per principio, fatte salve certe
cose notissime. Vi tentarono n molti all’epoca, ma la cappa
ideologica impedì. Quella fu la guerra persa dal Sud in
quanto tale. Non in quanto
“comunista”, ma in quanto Mezzogiorno: bisognerebbe interrogarsi
seriamente su questo punto qui.
Molto
più grave, però, che il Pci, dissoltosi e divenuto Ds, o qualche
altra formula elettorale, scegliesse il totale oblio
delle tematiche meridionalistiche: questo va detto a chiare lettere,
perché in quel momento il problema, ben reale prima, del “mantello”
ideologico non sussisteva più. E cioè fu scelta la falsa via del
nuovo “blocco storico” con le classi medie della spesa pubblica
che Pdl e Lega andavano rappresentando, con la Lega che coagulava
attorno a se stessa anche parti molto rilevanti dell’ex elettorato
operaio del Pci nel Nord, per cui i partiti di sinistra sono
diventati sostanzialmente partiti concorrenti ma borghesi, ovvero il
totale tradimento – parola forse troppo forte, usiamone un’altra:
tradimento – di ciò che essi andavano predicando un tempo. E
questo al di là del
“continuismo” delle classi dirigenti: le classi dirigenti per
principio vogliono perdurare il più possibile. Quindi la continuità
non spiega il voltafaccia e il totale abbandono delle classi
popolari, se tali dir si possono ancora, comunque subalterne, o la
borghesia impoverita dalla crisi: anche questa ultima non può in
alcun modo far riferimento agli eredi del Pci; tutte queste classi
sociali seguiranno il populismo di turno, e criticare questo
populismo servirà a ben poco, perché, passato un populismo, ce ne
sarà un altro.
Gli
eredi del Pci hanno scelto la via facile, della subalternità di
fatto. Forse non potevano fare diversamente o non avevano la lucidità
per fare diversamente: senza dubbio è anche mancato un leader con
una visione ma invece hanno avuto tanti piccoli capi corrente. Ma,
comunque la si veda, dal punto di vista storico, per il Sud sono, e
rimangono centrali, le
tematiche dette sopra: che ne facciamo della nostra terra? Le
tematiche del benessere, della gestione ecologica della civiltà,
unendovi la natura e le molte
emergenze storiche, non costituiscono forse il punto centrale, il
treno della storia perso qualche decennio fa e che, sotto spoglie differenti, e
con fattezze molto diverse,
si sta ripresentando?
(1)
Alcuni spunti critici si trovano nella recensione a questo link: http://ugolini.blogspot.it/2013/07/quel-pci-giraffa-nella-storia-del.html.
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