giovedì 3 settembre 2026

“Detti” 4 … “Se” …

 

 

 

 

 

Se Kṛṣṇa è solo da una parte, e dall’altra parte trovi il mondo in armi con le sue truppe e i suoi shrapnel e le sue mitragliatrici, preferisci nondimeno la tua divina solitudine. Non preoccuparti se il mondo passa sul tuo corpo, se i suoi shrapnel ti dilaniano e la sua cavalleria calpesta le tue membra riducendole ad una melma informe sull’orlo della strada; poiché la mente non è mai stata altro che un simulacro e il corpo una carcassa. Liberato dai suoi rivestimenti, lo spirito s’innalza e trionfa”.

Srī AUROBINDO, Il dio che sorride, Con uno scritto di R. Tagore, TEA, Milano 1997, p. 78, corsivi e grassetti miei. Oggi forse più che “shrapnel” dovremmo forse dire … droni …?

 

 

La vera carità — si potrebbe chiamare la «carità intera» — non dà nulla senza donare interiormente qualcosa di migliore; l’arte di donare esige che al dono materiale se ne aggiunga un altro dell’anima: è l’oblio del dono dopo la donazione, oblio che è pari ad un nuovo dono. Intrinsecamente, è buona unicamente la virtù che in certa guisa s’ignora, e che, pertanto. non diviene né «carità egoistica» «umiltà orgogliosa». Giusta un antico adagio: «fa’ il bene e gettalo in mare; se i pesci lo inghiottono e gli uomini lo dimenticano, Dio se ne ricorderà». Per agir bene, bisogna essere; per poter donare il meglio, occorre sapere che questo meglio può venire soltanto da Dio. Solo i santi sciolgono il male alla radice; gli altri […] non fanno che spostarlo. Infatti la carità dell’uomo comune non è mai del tutto caritatevole: ciò che il peccatore dà con la destra, lo riprende con la sinistra, e, in altri termini, toglie indirettamente quanto dona direttamente, cosicché la sua carità somiglia al regalo d’un ladro; questo non è certamente un motivo per astenersene; ma che per lo meno non vi sia vanteria. Il primo atto di carità sta nel liberare l’anima dalle illusioni e dalle passioni e nel liberare così il mondo da un essere malefico [ognuno di noi cioè (nota mia)]; consiste nel creare il vuoto, affinché Dio possa colmarlo e, con tale pienezza, donarsi. Il santo è il vuoto che si forma al passaggio di Dio”.

F. SCHUON, Le stazioni della saggezza, Edizioni Mediterranee, Roma s.d. [nella copia in mio possesso], p. 124, grassetti e corsivi miei.[*]

Verissimo:

Fa’ il bene e gettalo ai pesci: gli uomini se ne dimenticheranno, ma Dio se ne ricorderà” …

 

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[*]

Al pari d’ogni virtù, la carità è innanzi tutto un principio spirituale; la determinazione delle sue modalità pratiche è questione di prospettiva e anche di sentimento; l’identificazione della carità con particolari atti è tipico della morale, ma essa non può giustificare la verità superiore di cui è una cristallizzazione particolare. Il mondo è siffatto che non possiamo compere alcunché senza trascurare talune possibilità; la carità esteriore è sempre una scelta, mai un dono totale.

L’Europeo ucciderà un animale che soffre; l’indù lo lascerà vivere affinché esso esaurisca il suo karma malvagio in considerazione d’una nascita migliore; l’Europeo l’accuserà di crudeltà, seppur egli agisca al medesimo modo per ciò che riguarda gli uomini, almeno per quanto è effettivamente e sentimentalmente legato alla tradizione, poiché gli umanisti irreligiosi, che non credono al purgatorio, reputano caritatevole uccidere un uomo per abbreviarne le sofferenze, salvo che una mistica di «lotta contro la morte» non li inciti a tutt’altro atteggiamento, esteriormente simile a quello dei credenti.

In conclusione, la carità può determinarsi pienamente solo muovendo da una prospettiva spirituale rivelata, cioè a principiare da un modo divinamente voluto di amar Dio: il resto è problema di vocazione, di opportunità, di sensibilità. La carità, nell’ottica della vocazione, è quanto Dio ci richiede: per l’uno la carità sarà visitare i malati, per l’altro insegnare la verità; ma vi è, oltre alla vocazione, una carità che s’impone a tutti, dacché siamo esseri umani. Il dono di noi stessi a Dio richiama il dono di Dio a noi stessi; richiama a un pari il dono di noi stessi  agli uomini, secondo quanto Dio ci ha dato. La massima carità è il dono di ciò che, in sostanza, non abbiamo più il potere di donare, essendone Dio il primo motore”, ivi, pp. 122-123, corsivo in originale, grassetti miei.

 

 

 

PS. “Quali sono, tra le innumerevoli possibilità di un mondo, quelle che si manifestano effettivamente? Quelle che per loro natura sono le più conformi […] all’attuazione di un determinato piano divino. Se, pur potendoci recare in certo paese, tuttavia non vi andremo mai, ciò capita perché, se lo facessimo, daremmo al piano divino un movimentoseppur infimo — che tal piano non prevede, disturberemmo un equilibrio”. ID., Dal divino all’umano. Panorama di metafisica e d’epistemologia, Edizioni Mediterranee, Roma 1993, p. 51, corsivi e grassetti miei. Et tal “equilibrio” può anche darsi che sia un “equilibrio squilibrato” e cioè – nel “nostro” mondo – un “equilibrio” che porta verso la “fine” di quel “nostro” mondo stesso!, SE ciò è PARTE – tale “fine” in altri termini – del “piano divino” stesso!

Per “Chi ha orecchie per …”