venerdì 27 luglio 2018

Nel dì di eclissi, sposa, “siccome lo caseo su li maccaruni” ….







Avvolti in una notte devastante. Il corso dell’astrazione si configura come un impulso inarrestabile e cosmico, che non riguarda soltanto il rimuginare interiore e mentale, ma forma gli oggetti intorno a noi e forma noi come oggetti. L’accumularsi, l’estendersi, il ramificarsi degli enti e del nessi astratti è qualcosa di irreversibile, che grava sulle generazioni umane, le estenua. La rete dell’astrazione invischia tutto, non c’è modo di liberarsene. Siamo nel paese dei Cimmerii, dove non giunge il sole, accanto alla terra dei morti.
Avvolti nella tenebra rammemoriamo soltanto, e crediamo che un esangue, mediato ricordo sia la vita. Si chiama reale, esistente, qualcosa che in sé è apparenza: tal è l’uomo. Noi, ultimi uomini, i più recenti, i più astratti, ormai non esistiamo neppure, siamo fantasmi. Si guardino al confronto gli uomini del Rinascimento, sui quali era più fluttuante il tessuto dell’astrazione”[1].
Questo accade metafisicamente perché, per Colli, “La vita è nel passato[2], e noi viviamo delle rappresentazioni – costrutti mentali – della memoria di ciò che avviene o è avvenuto. Quella che chiama “immediatezza” sfugge sempre. E finché tale tessuto di “rappresentazioni” rimane come in un gioco equilibrato con la vita, bene, vi è l’armonia (perduta con la fine del mondo antico, secondo Colli); se il tessuto delle rappresentazioni copre la vita alla fine la soffoca come una venefica ragnatela. Si parla e si giudica, si prende posizione o si vive, di, con e per “rappresentazioni di rappresentazioni”: costrutti di costrutti. Un po’ come il sistema di crediti su crediti su crediti su crediti, senza fine, che è il capitalismo. Il cosiddetto “originale” sparisce nella serie di rappresentazioni. Allora è come se una nube oscurasse il cielo, la vita è malata – oggi!! – e non vi è niente altro da fare.
Tra l’altro, si noti bene come il capitalismo non sia altro che la “densificazione” di questo System di relazioni astratte. Il grande dybbuk, l’ho chiamato altrove, sulla scorta di qualche intuizione di Marx, ovviamente non presa in considerazione dal marxismo storico. In un sistema di astrazioni economiche – e tecnologiche – il materiale non può esser che astratto: alla fin fine, bit, il denaro non esiste più, e rimane la transazione di crediti astratti, rappresentazioni prive di referenti materiali, al limite. Il referente materiale, pur non sparendo mai del tutto, è come “Achille e la tartaruga”: il System tende alla sparizione totale – cioè al “total dematerialize”, il termine “dematerialize” in inglese significa pure “rimpiazzare con un versione elettronica” un qualcosa (molto significativo) – del “materiale”. L’errore di Marx, ma di tutto il XIX secolo, è stato credere che il capitalismo fosse un sistema di “materiali” e di “materie prime”: lo è stato, ma non è il suo scopo, il suo fine. Il suo fine è come raddoppiare il mondo, costruire un mondo di doppi – o doppioni –, quel “doppio” cui Baudrillard fece riferimento. Rimane l’intuizione di Marx sul “dybbuk”, il “revenant”, colui che ritorna dal mondo dei morti, ed è … un doppio
Diceva Baudrillard – e ben si sa ch’io condivida questo (l’ho scritto a chiare lettere[3]) – che la “razionalità del capitale è una baggianata”; ma pure la materialità, direi. In ogni caso: scopo del System era di superarla, era una fase soltanto, non il suo scopo. Va ricordato. A chiare lettere.
La tecnica ha moltiplicato a dismisura le capacità di astrazione del capitale.

Ricordiamoci quel che – illo tempore – lo stesso Colli scriveva, peraltro quasi “profeticamente”, cf.
Il “sogno dell’annientamento”, la protesta, per Coli giustificata – ma perdente –, del “nichilismo” attivo, à la russe, alla fine non possono nulla. Come la famosa sentinella d’Isaia, che rimanda sempre al giorno seguente, giorno che non spunta mai (Is 21, 11-12), passo famosissimo. Ma, poco prima, c’è – oltre che la sentinella – la vedetta d’Isaia (Is 21, 8-10), dove la vedetta vede “la caduta della ‘Grande Babylonia’” – colla ypsilon –; e vi si legge:
“8 Poi la vedetta gridò:
‘Signore, di giorno io sto sempre sulla torre di vedetta
e tutte le notti sono in piedi nel mio posto di guardia.
9 Ed ecco venire un carro con un uomo e due cavalli.
Quello gridava:
“‘Caduta, caduta è Babilonia!
E tutte le immagini scolpite dei suoi dèi sono frantumate al suolo”’.”.
Tra l’altro, questo “detto divino” – senza spazio fra “di” e vino – è precisamente lo stesso che si può leggere nell’ Apocalisse di Giovanni (18, 2)[4].




Andrea A. Ianniello








[1]  G. Colli, Dopo Nietzsche, Adelphi Edizioni, Milano 1979, pp. 56-57, corsivi in originale.
[2]  Ivi, p. 79, corsivi in originale.
[4]  Famosa la stampa di Dürer sulla “prostituta di babilonia”, cf.
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/e/ea/Durer%2C_apocalisse%2C_14_la_prostituta_di_babilonia.jpg.  




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