Cf. M. BAIGEANT - R. LEIGH, Operazione Valchiria. Stauffenberg e la mistica crociata contro Hitler, Edizioni l’Età dell’Acquario, Torino 2009, pp. 288-290, dove si parla del fatto – fatto! – che le prove del coinvolgimento furono deliberatamente occultate poiché comprovavano l’esplosione di quel che si chiamava (e, ahimè, troppi ancor continuano a chiamare) “irrazionale” nel XX secolo, un qualcosa cui la società NON era preparata ad ammettere – non è neanche oggi preparata, sia detto per inciso! –; e Churchill fu tra quelli che vollero tal “nascondimento” per la ragione che la società non era preparata, non il solo Churchill naturalmente.
Delle rare eccezioni furono più romanzieri che storici: Th, Mann, col suo Doctor Faustus, e G. Steiner, col suo Il prigioniero di San Cristobal; ma, poi, con Il mattino dei maghi degli anni Sessanta il clima cominciò a cambiare: si ebbe un fiorire di queste cose, soprattutto romanzesche, quindi poco affidabili, cosicché alla fine non si riusciva più a capire il limite fra storia e funzione. Poi venne, con gli anni ‘80 del secolo scorso, il primo inizio d’interesse storiografico per queste tematiche: gli autori citati fan riferimento a Goodrick-Clarke, ma io citerei anche G. Galli senza dubbio.
Il punto vero rimane, però, la zero consapevolezza di questo genere di cose: il tempo è passato, ma le cose NON sono cambiate in maniera sostanziale. Il fatto si è che la società non ha – né può avere – un’esatta nozione di cosa sia “diabolico” in senso PROPRIO, di conseguenza il lato STRETTAMENTE RELIGIOSO del III Reich gli rimane lontano ed estraneo, incomprensibile nella realtà vera: per questo son pronti per il IV … La “gioia segreta dell’inferno” rimane lì poiché non è cosa per storici o filosofi: direi proprio di no! Infatti, richiede uno sguardo religioso …
“Ricorda le mie parole, Bormann, io diventerò molto religioso.
Adolf Hitler”.
In P. LEVENDA. Satana e la svastica, Oscar Mondadori, Milano 2005 (ed. originale: 2002), p. 13, corsivi in originale.[1]
“Quest’anno, pensate due volte alla Germania.
Linee aeree Lufthansa,
slogan pubblicitario, 1970 circa”.
Ivi, p. 255, corsivi in originale.
Anche nel 2025 pensiamo DUE VOLTE alla Germania …
anche TRE VOLTE, se necessario!
“Si deve allo scrittore Richard Hillary, un eroe della battaglia d’Inghilterra del 1940 (pilota della Raf che, ferito ed abbattuto una prima volta, tornò a combattere, ma non sopravvisse a un secondo attacco), questa frase illuminante: «Combattiamo per una mezza verità contro un’intera menzogna». È una sintesi importante, per chi si occupa di Storia: personalmente ho cominciato a scrivere perché ho capito che con un minimo d’attenzione era facile smontare l’intera menzogna della storia ufficiale del Partito comunista [italiano]; è così che ho potuto pubblicare la prima storia del Pci davvero vicina alla verità [cf. G. GALLI, Storia del Partito comunista italiano, Schwarz Editore, Milano 1958]. La mezza verità d’affrontare nella storia del XX secolo è quella di una democrazia vittoriosa contro i totalitarismi [ritornata sotto mentite spoglie recentemente, ma BEN MENO veritiera stavolta!]; non è una menzogna, ma, appunto, con Hillary, una mezza verità. La seconda Guerra dei trent’anni [il periodo dal 1914 al 1945, stavolta visto come un’unica guerra, ma in due fasi] e la successiva Guerra fredda [suo prolungamento, visto in quest’ottica] sono state anche questo, ma non solo. Questo libro racconta la collocazione di Hitler e del nazionalsocialismo in un contesto di ricerca che vuol indagare l’altra metà della verità: le democrazie hanno combattuto la seconda Guerra dei trent’anni e la successiva Guerra fredda in virtù dei diritti individuali e dei valori di autonomia del pensiero. Ma hanno combattuto anche per interessi di tipo geopolitico [ed anche per “altro” … Il lato NASCOSTO – cioè “OCCULTO” in senso etimologico – della verità?] di tipo imperialistico. Tuttavia non si esaurisce tutto nell’espansione dell’impero, espansione che approda all’impero virtuale e immateriale [EH NO!] […]. È in questo quadro che si può pensare a un ridimensionamento della figura di Hitler, anche se rimane […] un protagonista dello scorso secolo”.
G. GALLI, Hitler e la cultura occulta, BUR Libri, Milano 2013, pp. 6-7, corsivi e grassetti miei, mie osservazioni fra parentesi quadre.
Il problema rimane sempre questo “altro” che, seppur lasciando tracce nella storia, non è che raccogli e collazioni le tracce così ricostruendo il piede che le ha impresse: non funziona così! …[2]
“Morale dell’opera
In guerra: decisione
Nella disfatta: fermezza
Nella vittoria: magnanimità
Nella pace: buona volontà”.
W. CHURCHILL, La Seconda Guerra Mondiale, vol. I Da guerra e guerra, Oscar Mondadori, Milano 1970, in esergo, corsivi in originale.
Per la verità, tal motto è presente all’inizio d’ognuno dei volumi dell’opera.
Ricordiamo in “The Remains of the Day” (1993) – cioè il cosiddetto “respiro” della cosiddetta “grande” storia, cioè del macello … –, quel passo, dove il delegato americano, nel corso della cena per ambasciatori e politici, offerta da Lord Darlington, dice apertamente che son dilettanti e, in modo particolare, l’onesto (e sincero) Lord Darlington …
Così funziona, proprio così … Quel vecchio MACELLO, quella “festa CRUDELE” (Cardini, che si riferiva tuttavia alla sola guerra) chiamato “storia” … La differenza: che non è vecchia … È PERENNE! Comunque, quelle cose felpate, discrete, spesso anche molta della “magia” – quella vera!, non le scemenze che si sentono spesso – ha questa stessa natura: felpata, discreta, nascosta, “confidenziale” …
Ma veniamo al punto. Ottant’anni fa vi fu la fine del Secondo Conflitto Mondiale. Diciamo, PER PRIMA cosa, che – ottant’anni dopo – stan realizzando quanto al tempo non riuscì loro di realizzare. SECONDA COSA, di seguito dei passi scelti.
“Churchill […] ha […] un modo molto particolare di scrivere la storia: «In quest’opera,» spiega nella prefazione, «ho tentato di seguire il metodo usato da Defoe nelle sue Memorie d’un cavaliere, ove l’esposizione dei fatti e la discussione sui grandi avvenimenti militari e politici si affidano all’esperienza personale di un individuo». È dunque un lavoro diviso tra memorialistica, cronaca e storiografia, dove si scorgono tutte le passioni e le idee dell’autore. Non si basa sulla scientificità della storiografia contemporanea, ma piuttosto su quel gusto del ritratto, della narrazione, dell’aneddotica e delle considerazioni morali che reggeva la storiografia ottocentesca e la mano dei grandi biografi inglesi. Poco gli importa delle analisi sociali ed economiche, delle origini profonde dei fatti, ma molto delle frontiere, dei governi, delle razze, delle forze in campo. Per questo Churchill non è – come ha scritto Ernesto Ragionieri – uno storico di società e di civiltà, ma «uno storico dell’attività politica, dello Stato come forma di forza, di potenza». E, tuttavia, è un grande storico”, W. CHURCHILL, Le grandi battaglie della Seconda Guerra Mondiale raccontate da Winston Churchill, a cura di G. Bruno Guerri, Mondadori Editore, Milano 1994, Prefazione del curatore, p. 8, corsivi in originale, grassetti miei. È MOLTO importante sottolinear bene questo punto. I modelli di Churchill eran settecenteschi-ottocenteschi, e questi, a loro volta, come modello avevano gli storici ANTICHI. È un grande storico perché scrive bene, c’è poco da dire: vi è quel che gusto che – mi rendo conto che oggi sia ben poco diffuso –, in PARTE, chi frequenta gli storici antichi sa riconoscer facilmente. Peraltro, al tempo di Churchill, una PARTE delle classi dirigenti occidentali continuava ad essere formata sui classici, mentre oggi sottozero: al massimo – MA PROPRIO AL MASSIMO! – hanno una formazione tecnico scientifica, o legale. Il resto: zero.
E SI VEDE: l’ “Occidente” – non si è mai tanto parlato di “Occidente” che da quando non esiste più – versa in una disastro totale, divenuto cronico, peraltro. Allo sbando, insomma, preda di lobby varie, ormai “incrostate” alla gestione del potere in Europa. “Malattia mortale”, avrebbero detto – da punti di vista molto differenti – sia Kierkegaard che Nietzsche. Diagnosi: giusta. Terapie invece: sbagliate.
Quanto alla storiografia ottocentesca: è vero, ma essa stessa – in realtà – riecheggiava, RIELABORATI chiaramente!, dei modelli provenienti dall’antichità greca e romana.
“La condanna di Hitler veniva ridotta da quattro anni a tredici mesi; e durante questi mesi trascorsi nella fortezza di Landsberg, egli trovò tempo a sufficienza per completare nello schema Mein Kampf, un trattato sulla sua filosofia politica, dedicato al fallimento del recente Putsch. Nessun libro, al successivo avvento al potere del suo autore, avrebbe meritato più accurato studio da parte dei capi, politici e militari, delle Potenze alleate [ma ciò, si sa, NON accadde se non quando era troppo tardi, SALVO eccezioni, come Churchill, per l’appunto]. In esso era compreso tutto il programma della rinascita tedesca, la tecnica della propaganda di partito, i piani di lotta contro il marxismo, la concezione d’uno Stato nazionalsocialista, la giustificazione del predominio della Germania nel mondo. In esso era esposto il nuovo Corano della fede e della guerra: enfatico, prolisso, farraginoso, ma traboccante del suo verbo. La tesi principale di Mein Kampf è semplice. L’uomo è un animale battagliero e di conseguenza la nazione, essendo una comunità di guerrieri, è un’unità guerriera. Ogni organismo vivente che abbandoni la lotta per l’esistenza è condannato a perire; il paese o la razza che cessino il combattimento sono del pari destinati ad estinguersi. La capacità di lotta d’una razza dipende dalla sua purezza; di qui la necessità d’espellere le contaminazioni straniere. La razza ebraica, data la sua universalità, è necessariamente pacifista ed internazionalista [manco a dirlo che ciò NON è oggi più vero: si DEVE togliere il “necessariamente” …]. Il pacifismo è un peccato mortale, perché significa la rinuncia della razza alla lotta per l’esistenza. Primo dovere di ogni paese è quindi nazionalizzare le masse. Come fattore individuale l’intelligenza ha una relativa importanza, ciò che conta sono il volere e la forza di decisione. L’elemento uomo adatto al comando ha un valore superiore a quello d’innumerevoli migliaia di temperamenti subordinati. Solo la forza bruta può assicurare la sopravvivenza d’una razza; da questo deriva la necessità dei sistemi militari. L’insieme razziale deve combattere; un insieme razziale che si ferma cade preda dell’inerzia e muore. Se al momento giusto la razza tedesca fosse stata unita, il dominio del globo sarebbe divenuto suo. Il nuovo Reich doveva ricondurre all’ovile tutti gli elementi tedeschi sparsi in Europa. Una razza che ha subito la sconfitta può venir salvata qualora le si restituisca la fiducia in se stessa. Soprattutto bisognava insegnare all’esercito ad aver fiducia nella propria invincibilità. Per innalzare alla primitiva grandezza la nazione germanica, il popolo doveva esser convinto che è possibile recuperare la libertà con l’uso delle armi. Il principio aristocratico è fondamentalmente corretto. L’intellettualismo costituisce un elemento indesiderabile. Estremo ideale dell’istruzione è quello di produrre un tedesco che, con un minimo allenamento, possa mutarsi in soldato. Se non fosse esistita la forza trascinatrice delle passioni fanatiche ed isteriche, i più grandi movimenti tellurici della storia sarebbero inconcepibili. Le virtù borghesi della pace e dell’ordine non possono dar vita a nulla. Il mondo procede ora verso un sommovimento del genere e il nuovo Stato germanico deve preparare la razza alle estreme e più grandi decisioni che l’umanità possa prendere [la “cerniera dei tempi” di cui parlava Rauschning].
Non si devono aver scrupoli in materia di politica estera. La diplomazia non ha il compito di permettere alle nazioni un eroico collasso, ma di provvedere alla loro prosperità e conservazione. Per la Germania esistono soltanto due possibili alleati: l’Inghilterra e l’Italia [siamo al “NODO” di fondo, e cioè alla proposta di alleanza fra Germania nazista ed Inghilterra, che UNA PARTE del vertice inglese avrebbe VOLUTO ACCETTARE, mentre Churchill FORTEMENTE l’avversava]. Nessun paese parteciperà a un’alleanza con una nazione vilmente pacifista, governata da elementi democratici e marxisti. Sin che la Germania non si difenderà da sola, nessuno penserà a difenderla. Le provincie perdute non possono venir riconquistate con solenni suppliche al cielo o con pie speranze nella Società delle Nazioni [attiva in quel tempo, precorritrice dell’attuale, ALTRETTANTO impotente, ONU], ma soltanto con l’uso delle armi. La Germania non deve ripetere l’errore di combattere in una sola volta contro tutti i suoi nemici [come poi HA FATTO!]. Essa deve isolare il più pericoloso e assalirlo con ogni sua energia. Il mondo finirà di essere antitedesco soltanto quando la Germania avrà recuperato la parità di diritti e ripreso il suo posto al sole. Non devono esistere sentimentalismi nella politica estera tedesca; attaccare la Francia per motivi puramente ideali sarebbe assurdo. Ciò che occorre alla Germania è un ampliamento dei suoi territori in Europa. La politica tedesca coloniale d’anteguerra era sbagliata e bisognerà abbandonarla. La Germania deve mirare a un’espansione verso la Russia e soprattutto verso gli Stati baltici. Non si può tollerare il concetto di un’alleanza russo-tedesca [che, poi, è quel che accadrà precisamente con il “Patto Ribbentrop-Molotov”, così contravvenendo a quanto detto, sempre nello stesso Mein Kampf, sulla necessità di EVITAR lo stesso ERRORE della Prima Guerra Mondiale, cioè la guerra su due fronti, ad est e ad ovest; infatti, l’idea era garantirsi l’ovest – ovvero l’Inghilterra! – e poi, solo dopo, attaccar l’est, ovvero la Russia; in altre parole: il piano Rudolf Hess, il qual era rimasto al piano delle origini, da Hitler modificato su SUA “PROPRIA” decisione: con le conseguenze del caso!]. Entrare a fianco della Russia in una guerra contro l’Occidente sarebbe criminale, perché lo scopo dei Soviet è il trionfo del giudaismo internazionale [cosa oggi cambiata: oggi il “giudaismo” è FORTEMENTE nazionalistico, DI QUI l’appoggio da parte delle “destre” di “un CERTO” tipo]. Questi erano i «pilastri di granito» della sua politica”, I grandi protagonisti della Seconda Guerra Mondiale raccontati da Winston Churchill, a cura di G. Bruno Guerri, Mondadori Editore, Milano 1994, cap. “Hitler”, pp. 21-23, corsivi in originale, grassetti miei, mie osservazioni fra parentesi quadre.
Belle le foto – IN BIANCO E NERO – con cui è corredata l’opera –, in particolare, a p. 112 (del vol. sulle personalità qui su appena citato), vi è la foto con la didascalia: “Caserta, agosto 1944: Churchill fra Tito e Ivan Subasic [Ivàn Šubašić], primo ministro jugoslavo in esilio a Londra”, ibid., grassetti in originale.
Son tutti ben trattati, alla fin fine – certo CRITICATI spesso, ma NON svalutati –, anche gli avversari, e lo stesso Hess – dove, naturalmente, vela la questione intricata del viaggio! –, ed ovviamente Churchill ebbe parole di ammirazione per Rommel; tutti ben trattati tranne tre: Hitler, ovviamente! (ça va sans dire!), Ribbentrop e Molotov. Si noterà che Stalin, col quale pur ebbe vari scontri, è comunque ben trattato.
Interessante quel che diceva di de Gaulle, criticato e ben trattato nello stesso tempo: “Ho espresso in varie occasioni giudizi severi sul conto di de Gaulle, dovuti a motivi contingenti; indubbiamente io ebbi continue difficoltà nel trattare con lui e spesso ci furono aspri dissensi. […] Comprendevo e ammiravo, sebbene ne fossi offeso, le sue maniere arroganti. Egli era un profugo, esule dal suo paese che lo aveva condannato a morte; si trovava perciò a dipendere interamente dalla buona volontà del Governo britannico, e ora anche da quello degli Stati Uniti; i tedeschi avevano conquistato il suo paese ed egli non aveva alcuna solida base in alcun luogo. Ma non si curava di ciò: sfidava tutto e tutti. Sempre, anche quando si comportava nel peggiore dei modi, sembrava esprimere l’essenza stessa della Francia: una grande nazione, piena d’orgoglio, di prestigio e d’ambizione. Si è detto, in tono di scherzo, che egli si considerava l’incarnazione vivente di Giovanna d’Arco, della quale, a quanto si affermò, uno dei suoi antenati era stato fedele seguace. Quest’affermazione non mi sembrava assurda come appariva ad altri”, ivi, pp. 100-101.
Vediamo quel che scriveva Churchill dei GIORNI PERICOLOSI della sua salita al potere:
“Il 10 maggio 1940 il Re mi ricevette con grande benignità e m’invitò a sedere. […] disse: «Voglio chiedervi di formare il nuovo Gabinetto». Risposi che avrei ubbidito. Così dunque, nella notte del 10 maggio [si ricordi che, ufficialmente la Seconda Guerra Mondiale termina il 9 maggio (in Europa!), ed il 2 maggio 1945 c’era stata la presa di Berlino, strategicamente inutile, ma che i russi vollero per “arrivar primi” ed il 30 aprile c’era stato il suicidio finale di Hitler nel giorno della Walpurgisnacht; in poche parole: 10 maggio 1940 – 10 maggio 1945 – “cinque anni vissuti pericolosamente”], all’inizio dell’immane lotta, io assursi a quel massimo potere dello Stato, che mantenni in sempre crescente misura durante i cinque anni e tre mesi di guerra mondiale [maggio 1945 – agosto 1945 – bombe atomiche sul Giappone, con conseguente resa del Giappone stesso], alla fine del qual periodo, quando tutti i nemici si erano arresi o stavano per arrendersi, gli elettori inglesi mi estromisero da ogni ulteriore direzione degli affari pubblici.
Durante questi ultimi affannosi giorni di crisi politica, il mio polso non aveva mai accelerato il suo battito [ecco come si affrontano tali crisi; ovviamente: facile solo a parole]. Avevo preso tutto come veniva [idem]. Ma non posso nascondere al lettore di questo leale racconto che quella notte, alle tre, nel coricarmi fui pervaso da un senso di profondo sollievo.
Finalmente avevo l’autorità di dirigere l’intera scena. Mi pareva di procedere di pari passo con il destino, come se tutta la mia vita precedente fosse stata soltanto una preparazione a quest’ora e a questo cimento. Undici anni d’isolamento politico mi avevano posto al di sopra delle consuete rivalità di partito. Gli ammonimenti che non avevo mai smesso di formulare durante gli ultimi sei anni erano così […] confermati che nessuno poteva ardire di attaccarmi in proposito. […] Ero convinto di conoscere a fondo la situazione […]. Perciò […] dormii profondamente e non sentii la necessità di sogni apportatori di conforto. La realtà è migliore di qualsiasi sogno […] In una guerra totale è assolutamente impossibile tracciare una linea netta di demarcazione fra problemi militari e non militari”, ivi, pp. 8-9, corsivi e grassetti miei, mie osservazioni fra parentesi quadre.
Andrea A. Ianniello
PS. Cf.
https://associazione-federicoii.blogspot.com/2021/02/la-manica-non-esiste.htm … Invece, la Manica … esiste! Perlomeno è – di fatto – esistita, e Hitler NON la superò MAI … Che vuol dire che “La Manica non esiste” …? Che “magismo” è stato usato per poterla “superare” … cioè perché non esistesse? Tuttavia, seppur sia vero che “la Manica NON esiste” ha usato “magismo” anche che “la Manica ESISTE” ha usato del “magismo” …! Cf. “The Misison of Churchill” di G. Van. von Vrekhem, articolo sul periodico indiano The Advent, 2009, dove si parla – ESPLICITAMENTE – dell’aiuto “NASCOSTO” che Aurobindo fornì a Churchill nei più difficili momenti della sua missione …
Su tal tema – “magistico” –, cf. in questo blog anche il seguente post:
https://associazione-federicoii.blogspot.com/2018/01/hitler-e-il-bon-questione-ovviamente.html
____
[1] Cf. E. JÜNGER – C. SCHMITT, Il nodo di Gordio, Adelphi Edizioni, Milano 2023, pp. 92-95.
[2] Ribadiamolo ancora una volta … Cf. M. LAMY, Jules Verne e l’esoterismo, Edizioni Mediterranee, Roma 2005, pp. 192-195 …
And Remember …
https://associazione-federicoii.blogspot.com/2019/09/in-relazione-al-film-essi-vivono.html