martedì 12 maggio 2015

Incontro del 10 maggio sul “Fondo Broccoli” a Casanova di Carinola, chiesa del Convento di S. Francesco



  Si è svolta il 10 maggio, nella bella chiesa del Convento monumentale di S. Francesco a Casanova di Carinola, un Convegno dedicato al Fondo Broccoli dell’Archivio di Caserta, in relazione al 70° Anniversario della Provincia di Caserta.
 

L’incontro è stato organizzato dall’Associazione “Matilde Serao” e moderato da A. Corribolo (del Premio Matilde Serao di Carinola), il quale ha rappresentato anche il Presidente dell’Associazione, Silvana Sciaudone, impossibilitata a parteciparvi a causa di un imprevisto.
 

I Saluti sono stati presentati dal sindaco di Carinola, Luigi De Risi.

Vi sono stati molti e qualificati interventi, dopo la Presentazione dell’evento, sempre a cura di Corribolo.

Subito è intervenuta la Direttrice dell’Archivio di Stato, che ha colto l’occasione di presentare la difficile situazione dell’Archivio e poi ha lasciato alla dottoressa Funiciello (dell’ Archivio di Caserta) la dettagliata spiegazione di che cosa contenga il Fondo Broccoli, Fondo che ha ricevuto l’attestazione ministeriale di rilevanza nazionale.

Si tratta di un Fondo che merita di essere studiato per la grande abbondanza di materiali, non solo di carte documentali dell’attività politica dell’On. Paolo Broccoli, ma pure di libri, manifesti, cassette audiovisive e persino un’opera pittorica.


Va ribadito che il Fondo Broccoli non è l’unico fondo privato presente all’Archivio, e che fa parte di un più vasto documentazione che è il Fondo Broccoli – Capobianco – Ianniello.

Mentre il Fondo Broccoli, senza dubbio il più rilevante, è almeno parzialmente inventariato, per gli altri due fondi si è ancora lontani dal poter dire lo stesso.

Detto in breve delle Presentazioni, entriamo in medias res.


Iniziava la discussione il prof. Silvano Franco, dell’Università di Cassino che, pur non diffondendosi sull’ultimo periodo della Provincia di “Terra di Lavoro”, poi di Caserta, delineava in breve, ma efficacemente, le vicissitudini di questa Provincia fino alla sua soppressione dell’inizio del gennaio del 1927, ma, in realtà, maturata nel 1926.
 

Ora, come si sa, il territorio di detta Provincia comprendeva, prima della soppressione – unica fra le Provincie italiane ad esser soppressa – anche una parte del Sud del Lazio, la parte del Venafrano del Molise attuale, e la Valle Caudina, attualmente nel Beneventano.

Quando, nel 1945, settant’anni fa, fu ricostruita, queste ultime tre zone non rientrarono nella Provincia, ora detta “di Caserta”.


Seguiva l’intervento di G. Cerchia, dell’Università degli Studi del Molise, che, dopo una serie d’interessanti premesse metodologiche (lo storico come “detective” e gli Archivi come “polizia scientifica”), si focalizzava, invece, precisamente sul periodo dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Dopo aver precisato che quest’ultima aveva interessato il territorio della Provincia in maniera tutt’altro che marginale, ha parlato dei risultati elettorali del Referendum fra Repubblica e Monarchia, e del problema delle relazioni fra continuità e cambiamento nelle classi dirigenti provinciali, sottolineando la sconfitta del partito dominante la Provincia, quello liberale, da parte della Democrazia Cristiana.


Quest’ultima comunque si era fatta portatrice di un progetto di modernizzazione.

Venendo alla questione dell’industrializzazione della Provincia, ambedue gli storici sottolineavano sia gli aspetti positivi di modernizzazione che quelli negativi del processo d’industrializzazione e della Cassa per il Mezzogiorno, la cui natura è stata precisata sia da Franco che da Cerchia.

In ogni caso, si sottolineava che, in quell’epoca, per lo meno la “questione meridionale” era al centro di un dibattito, mentre son ormai lunghi vent’anni – il Secondo Ventennio, berlusconiano, profondamente differente da quello mussoliniano, ma comunque accentrato sul Nord Italia – che tal questione ormai è sparita del tutto.



Per finire seguivano i Saluti del vescovo di Sessa, Mons. Francesco Orazio Piazza, che ha svolto un discorso molto colto anche su sollecitazione del moderatore, facendo un breve bilancio del suo magistero sessano, senza però dimenticarsi di ringraziare della presenza di Mons. Raffaele Nogaro, già vescovo di Sessa, nella cui scia ha sostenuto di voler mantenere il suo magistero.



Diciamo che vi erano riuniti gli unici, finora, momenti in cui la Provincia di Caserta è riuscita a venir fuori dalla sua subalternità costitutiva: la fase dell’industrializzazione ed il magistero di Nogaro; piaccia o non, è così.

A questo punto, vi sarebbe da fare un excursus e cioè chiedersi se la subalternità della Provincia derivi solo dai fattori brevemente elencati dai due storici: la vicinanza a Napoli (in architettura si direbbe che Caserta è una “città satellite”); o la perdita di una diretta rappresentanza presso Mussolini, come ha sottolineato Franco; o la scarsezza delle classi dirigenti locali, come ha brevemente puntualizzato Cerchia.

Tutto vero, ma personalmente giudico tutti questi fattori insufficienti ad una piena spiegazione.

Vi è da chiedersi, insomma, se non vi sia una subalternità “mentale” precedente; e, a tale domanda, mi rispondo di : troppo lungo sarebbe qui argomentarlo, ma basti dire che le spiegazioni fornite, per quanto senz’alcun dubbio vere, non sono sufficienti a denotare una così lunga, e davvero strutturale, subalternità.


“Vi è del marcio a Caserta”, e tale marcescenza non è solo effetto di fattori socio-economici, anzi interagisce con questi ultimi, rendendoli eccessivamente pesanti, più di quanto, in effetti, lo siano effettivamente.

Tornando all’intervento di Mons. Nogaro, egli ha semplicemente presentato la sua esperienza, la sua testimonianza: ha ripercorso le sue vicende e che cosa questa terra gli ha insegnato sul Vangelo legato all’uomo ed alla sua costitutiva debolezza. Ha sottolineato la centralità dell’Evangelo al di là della Chiesa istituzione, oltre che l’importanza e l’efficacia salvifica della sofferenza.



Nel rispondere alle varie sollecitazioni, prendeva la parola Paolo Broccoli che, come gli è costume, si è rifiutato di trarre qualsiasi Conclusione, invece sottolineando dei passaggi del processo d’industrializzazione in Provincia di Caserta – il 1950 come “annus mirabilis” - per poi allargarsi, a mo’ di “flash”, verso considerazioni più vaste.

Ha cominciato a parlare proprio traendo spunto dalle sentite affermazioni di Nogaro sulla sofferenza, dicendo che tale idea, in effetti, è costitutiva della tradizione occidentale, sin dalla Grecia antica.

La necessità della presenza di una tradizione è stata da lui efficacemente rilevata, con l’osservazione, però, che oggi si ha la tendenza culturale dominante che rifiuta questo concetto: si pretende una novità “assoluta”, che è cosa impossibile, poche sono le cose davvero “nuove”, gli aveva fatto precedentemente eco Piazza.

La centralità della politica e la sua attuale profondissima eclissi è stata da lui sottolineata. “L’errore del saggio è come l’eclissi del sole e della luna”, dice da qualche parte Confucio, ed ha questo senso: l’eclissi passa. Se l’eclissi non passa non è un’eclissi, è la notte. 
In altre parole: siamo in presenza di uno svanire della politica, di un passaggio totalmente annientante, oppure di una eclissi temporanea?


Paolo Broccoli continuava sostenendo che lui segue due “eresie”: quella marxiana, e quella della piena comprensione del mistero della sofferenza umana, in quest’ultima dando ragione a Nogaro.

Aggiungerei, però, che anche Nietzsche sottolinea il “mistero” dell’umana sofferenza come centrale, solo che non se ne dà senso, sostenendo che occorre accettarlo (“amor fati”) comunque esso sia, senza ragioni, Nogaro invece se ne dà una ragione, una ragione che non è una teoria od un pensiero, ma che è il Crocifisso, scandalo ed insieme giustificazione.


Broccoli ha sottolineato, ma non è certo l’unica volta, come l’allora PCI fosse contrario alla Cassa per il Mezzogiorno o a qualsiasi altro tentativo d’industrializzazione: le sezioni locali meridionali tendenzialmente erano sempre contrarie a questo genere di cose, sebbene le dirigenza nazionali de facto imponessero un’agenda.

In particolare, nel Sud, sebbene nel PCI vi fosse una lotta ed una dualità profonda fra industrialismo ed agricoltura a livello ideologico, non vi è alcun dubbio dove davvero battesse il cuore. In questo, il PCI meridionale è stato alquanto anomalo in Europa.
In Asia è stato diverso, i Partiti Comunisti erano contadini (Cina, Vietnam) nel profondo, non cittadini: in Europa questa centralità della terra è, al contrario, anomala o, comunque, molto meno diffusa.

Probabilmente questa differenza è dovuta al fatto che il PCI, nel Sud, aveva ereditato almeno una parte del “meridionalismo” storico, che vedeva nella “questione agraria” il centro decisivo della “lotta”, piuttosto che nella modernizzazione industriale.


Paolo Broccoli non ha mancato di sottolineare come solo per mezzo dell’industrializzazione vi sia stata l’effettiva modernizzazione della Provincia.

Per quanto sia vero, ci si dimentica qui di sottolineare che la Provincia fu sì modernizzata, ma si trattò di una fase particolare della modernità stessa. Quando la modernità ha cambiato pelle, come una serpe, la Provincia, legata da una fase precedente ormai, si è completamente eclissata.

E sinora non è certo svanita la fosca ombra che la ricopre, anzi.


Non vi è nulla da concludere.

Salvo un percorso di riflessione alla ricerca di nuovi punti di vista ed aggregazioni: la vicenda comunista è conclusa da tempo, sottolinea Broccoli.

Il neo-capitalismo trionfante genera sempre nuove contraddizioni, non passate né davvero risolte, aggiunge.

Per mezzo della tecnica oggi si ha il consenso.

Broccoli poi sottolinea, citando i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Machiavelli, come la politica abbia come suo oggetto principale il consenso ma oggi, nel processo di “fine della politica” in cui siamo da tempo immersi come pesci nell’acqua di uno stagno radioattivo, non è più questo l’oggetto “principe” della politica. Ma perché accade questo? Questo accade perché il consenso è già dato.

Questo ci si dimentica spesso di dire.

Ed il consenso è “già dato” - definitivamente dato – perché una democrazia che non prevede per lo meno due modelli davvero in competizione non può generare uno “spazio politico”, come già intravedeva J. Baudrillard ne La sinistra divina (Feltrinelli 1986).

Dunque, illo tempore, già prevedeva la futura sparizione dello “spazio politico”, ovvero della “dialettica del politico”.

E quindi anche la fine di Hegel: a questo proposito, rileggersi delle considerazioni sull’ “Impolitico” e lo stato “universale” in M. Cacciari, Dialettica e critica del Politico. Saggio su Hegel, Feltrinelli, Milano 1978, risulterebbe interessante [1].

Siamo in quella passata stagione in cui si rifletteva sull’incipiente “crisi del politico”.

Oggi viviamo invece post eventum, quando tal eclissi è conclamata nei fatti, ma non ancora nella consapevolezza. E questo è molto ma molto grave, giacché una malattia che non si vede è davvero incurabile.

Difficile solo anche pensare alla ricerca, doverosa, di nuovi cammini, ripeto: doverosa e, direi, necessaria come l’aria, ma praticamente impossibile laddove si ricerchi soltanto di puntellare edifici già caduti, senza mai dirsi “Il re è nudo”.

Anzi, impedendo che si giunga mai ad un momento di consapevolezza che sia pure inizio di un nuovo, e necessariamente diverso, cammino.

Mai un cammino diverso è stato tanto necessario ma mai è stato tanto lontano.


Missione compiuta (“Mission accomplished”, come disse Bush figlio, e si è visto la missione era di fatto una distruzione….), si potrebbe dire a riguardo della fine del politico; semplicemente in Italia questo fenomeno è avvenuto con più ritardo che altrove, con modalità ancor più farraginose che in altri paesi, e, nella Provincia di Caserta, ancor più farraginosa di altre zone d’Italia, la cosa ha generato una quasi totale sparizione del politico, non solo una più o meno temporanea eclissi.


Le ultime osservazioni di Broccoli sono state significative: come questo processo di annullamento della ricerca e dell’ottenimento del consenso, ovvero della politica tout court, avvenga nella più “gioiosa incoscienza”.

Senz’alcun dubbio, è così.

Non vi è la benché minima consapevolezza delle modificazioni avvenute, men che meno di quelle in corso d’opera, ancor meno di quelle in essere a breve.


Eh sì, perché il sistema sta cambiando pelle ancora una volta: addirittura il capitalismo come sistema – che non sono i “padroni sciocchi”, la forza del sistema è la sua massa critica e non i meriti o demeriti di questa o quella più o meno “buona” individualità – il capitalismo come sistema si pone il tema dell’eccesso di disparità!

Sarebbe come a dire che le forze che han generato questa situazione si pongono il problema degli effetti perversi, ma inevitabili, del loro stesso successo storico…!


Rimanendo in quest’ambito di considerazioni, le vicende negative della Provincia di Caserta possono assurgere ad esemplificazione di eventi significativi, che poi è il vero senso di una vicenda del genere.

Pensarla diversamente significherebbe tornare a quell’errore “mentale” evocato qui sopra, a quella “piccineria” di sguardo e chiusura a riccio in piccoli eventi “localistici” che è una delle cause principali del fatto che la Provincia di Caserta sia stata l’unica a venire soppressa.

Certamente gli eventi e le forze socio-politici ed economici sono importantissimi, ma non separati dalla mentalità caratterizzante il milieu “culturale”, il qual milieu non è un mero prodotto di forze storiche, come la pensava Marx, quanto invece un fattore dialettico che interagisce, in modo sia passivo che attivo, con i “fatti” socio-politici ed economici.


Andrea A. Ianniello






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1 Ivi, pp. 73-74, dove si evoca pure la “Grande Politica”. Ora tutto si può dire della politica odierna fuorché il termine “grande”: essa è piccineria sfegatata e miopia congenita, molto “Provincia di Caserta”, Provincia che, dunque, assume il senso di imago mundi. Il mondo è una gigantesca Provincia di Caserta. 

 Questo passo è citato online al seguente link: http://ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/02/27/una-crisi-italiana-alla-radice-della-teoria-dellautonomia-del-politico/#_ftn27. Il link s’intitola “Una crisi italiana”, direi che la Provincia di Caserta si situa al cuore di tale “crisi italiana”. 
 
Il link è del febbraio del 2013, a riprova di un rinnovato interesse, si spera, verso queste tematiche… Interessante come l’autore del link appena citato (D, Gentili) ponga questo problema: “Il problema che l’esito del pensiero negativo lascia aperto è dunque: è possibile una politica rivoluzionaria – o almeno la decisione per una politica di innovazione all’interno di un Sistema politico la cui organizzazione converte, pur senza risolverlo e superarlo, il conflitto in conservazione? In che modo una soggettività che non ha più potere sul [corsivo in originale] sistema, pur partecipando alla sua conflittualità, può decidere e rendere effettuali le proprie rivendicazioni? Insomma, dal momento che il disincantamento non trasforma il sistema in quanto tale, come si può invertire il segno conservatore delle trans-formazioni [corsivo in originale] al suo interno?” [grassetti miei]. Siamo in grado di rispondere a questa domanda, anni dopo, e fermo restando che Cacciari ha come fatto molti passi indietro rispetto alla profondissima radicalità della domanda posta. E la risposta è: non è possibile. Appunto: “dal momento che il disincantamento non trasforma il sistema in quanto tale, come si può invertire il segno conservatore delle trans-formazioni al suo interno?”. Ed ecco la risposta: non è possibile. Finora i fatti ci dimostrano che non è possibile “invertire” il “segno conservatore” delle trasformazioni al suo interno. Salvo prendere tutt’altri sentieri. Che poi è il punto vero.

Si diceva che lo stesso Cacciari ha amplissimamente moderato la radicalità delle interrogazioni di quell’epoca in cui la “crisi del politico” si profilava sempre più massicciamente, ma la si vedeva ancora… Proprio nel 2013 usciva Il potere che frena, una riflessione di Cacciari sulla teologia politica (si sa, teologia e politica son due gemelli siamesi ma separati alla nascita…). A parte la “gestione dell’esistente”, come si può solo pensare a “frenare” ciò che è ormai “sfrenato”? E’ chiaro che il “potere che frena” - katèchôn (od ho katèchôn = colui che frena = Imperàtor) – non ha più alcun senso. Ma, allora, come si può parlare di “gestire” le crisi sistemiche? Il problemino non è da poco. Mai nessuna epoca avrebbe bisogna di “ciò-che-frena”, ma mai nessuna n’è stata tanto, e radicalmente tanto, più lontana…
Nel momento in cui mi metto a negare non posso far altro che annegare, come tutti, del resto... Una politica presupposta come negazione oggi è funzionale al sistema che pretende di criticare.




venerdì 24 aprile 2015

Ah ah ah, ride bene chi ride ultimo... Guénon e l’ “immigrazione”

In relazione alla cosiddetta “immigrazione”: non sanno che pesci pigliare, è chiaro... Fioccano cose irrealistiche, pretese impossibili. La “modesta proposta”, a questo punto, sarebbe di chiamare Superman oppure l’Uovo Ragno, o anche “Captain Amerika”. Suggerirei però Hulk... Così fermano, con una mano sola, le imbarcazioni dei “commercianti di carne umana”, come qualcuno li ha chiamati.

Lasciate, dunque, che ne parliamo un pochettinino esattamente, ma giusto per mettere i puntini sulle i [ï], sulle o [ö], sulle a [ä], sulle u [ü] ed anche persino e [ë]... Puntiniamo con spuntini per tutti... 

Ride bene chi ride ultimo. Che cos’è davvero che stiamo vedendo: ecco la prima domanda-chiave da farsi. Ebbene, si tratta dell’“invasione degli ‘Orientali occidentalizzati’” di cui parlava Guénon nell’ultimo capitolo (8.) de La Crisi del mondo moderno (Mediterranee, Roma 1972, mille nove cento settanta due). Ed è cambiato qualcosa da quella data?? Nooo, abbiamo alacremente difeso la nostra identità per venti anni, contro, ovviamente, il “comunismo”; sì, se ne sono usciti con queste scemenze per anni: ah ah. 
Ed i “difensori dell’Occidente” han dato credito a questa gente che, per decenni, ha tenuto in vita un fantasma. Per coprire la loro nullità, e quel che, con molta evidenza, ma davvero molta, stava invece molto palesemente avvenendo.

Penoso e chimerico anche solo aspettarsi che certa gente comprenda che il problema non era il “comuniiiiismo”  - ed è d’obbligo fare: brrr... quando si sente questa parola - ma da che pericolo ci siamo salvati e dopo c’è stato il paradiso in Terra com’è noto, tutto bello e perfetto -, ma invece il problema è la modernità in quanto tale
Quindi si tratta di fenomeni di un’ amplitudine TOTALMENTE SUPERIORE a quella che “lor signori”, e “strologatori” davvero illustrissimi, anche solo vagamente immaginano. 

Né si può dire che non siano stati avvisati, e non certo da “pericolosi bolscevichi” eh, ma, invece, da noti intellettuali, per di più di formazione cattolica! Per esempio, F. Cardini, del quale alcune sue frasi (peraltro risalenti al lontano 2011) sono state qui riportate, in codesto blog: La forza delle cose e la debolezza dell'Europa di Franco Cardini - 14/04/2011, di cui alcune frasi, assai “profetiche”, son citate qui: “Un ‘Avviso ai naviganti’, a firma di Franco Cardini...”.

In una parola: è come dire che avevano anche gli strumenti per comprendere che cosa, davvero, stesse avvenendo. 

Dal punto di vista di Guénon: ha visto le cose molto prima, perché La Crise è della fine degli Anni Venti del secolo scorso (1927, per la precisione). 
Qualche annetto fa, o, come diceva qualcuno in vena di facezie, qualche “nanetto” fa... Ma GIUSTO IERI...

Quel che ha impedito che tali cose fossero più “pubbliche” è da ricercarsi in tre componenti inquinanti; 1) la più forte, la sub-cultura di massa, che impedisce un dibattuto al suo effettivo e serio livello; 2) il filo-orientalismo che costella l’opera di Guénon e che, come filo-islamismo, in pratica, è stato l’unico aspetto che i suoi pretesi seguaci han tenuto ben stretto - ma cosa cavolo ne han risolto di buono è tutto da vedersi -, riducendo l’intera opera ad una sua componente, per di più minoritaria, ed attribuendo all’ “individualità René Guénon” un ruolo di modello, quando egli stesso più volte disse e ridisse che le sue scelte riguardavano lui solo e non dovevano esser prese come modello per chicche e sia; 3) la “difesa dell’Occidente” e la retorica “identarista” che molti è, in pratica, l’unica cosa che tengono ben ferma di Evola e simili. Queste tre componenti han velato lo sguardo ed impedito di vedere quel che stava succedendo. Infatti, ci sta tutta ’sta grandiiiisima cottura occi e dentale da difendere, fatto di estrema importanza gutturale... Insomma, l’individualismo più becero ed ottuso ha imperato in OcciDente InDecente dagli Anni Ho Tanta (voglia di mandarli al diavolo). Direi che il 1994 è stata la data “topica”, quando il modello della globalizzazione unicamente guidata da determinate forze, di fatto, è stata imposta a tutto il globo. La “globalizzazione felice”, per solo taluni ovvio, ma questi stessi taluni hanno indiscutibilmente avuto il consenso universale.  
Il compiacimento allora era universale.

Ora lor signori hanno un dannato problema serio, e serio sul serio

NON SANNO CHE PESCI PIGLIARE. 

Tutti i loro peccati si ergono per impedire che comprendano. Ed anche questo è stato detto, nella chiusa di questo scritto, quando “il Saggio” vede centinaia di migliaia di persone marciare verso l’Occidente in un brano immediatamente precedente a quello citato qui, nelle Note finali (Materiale online); li vede cinesi, ma non è detto solo cinesi, e per fortuna sinora la Cina funziona ancor ancora. Non è detto per  sempre... 
Il “Saggio” affermava questo: che né le lotte intestine né altro avrebbe bloccato l’Occidente nella sua folle corsa - ed oggi sappiamo che ha preso con sé l’intero mondo, ed era il problema rimasto insoluto da Guénon e che lui si chiedeva nel lontano 1927 -, ma solo questa gigantesca cosiddetta “migrazione” avverrà dunque. Ma, nel momento del bisogno, ECCO CHE NE’ LE ARMI NE’ ALTRO AVREBBERO AIUTATO L’OCCIDENTE CHE, NEL MOMENTO DECISIVO, PAGAVA TUTTE LE MALEFATTE COMPIUTE PRIMA.

Ed anche questo è stato, dunque, detto, eh sì, perché le frasi del “Saggio” son della prima parte del XX° secolo, e quindi precedenti alle frasi di Guénon del 1927. In altre parole: vi erano gli strumenti analitici per arrivare quanto meno vicino ad una maggiore comprensione, ma gli illustri strologatori eran troppo occupati: sapete, stare in Borsa richiede tempo, o andare alle varie partite di oppio del popolo di varia natura, o guardare qualche “toc sciò”, con e senza risciò. Come nel film “L’Avvocato del diavolo” (1997), il diavolo dice al protagonista preoccupato per sua moglie, che sì, al protagonista interessava sua moglie ma dopo una personcina più importante: lui stesso. E gli ricorda che gli aveva offerto di non perdere la causa...

NON SANNO CHE PESCI PIGLIARE. Qualunque cosa facciano, non sanno che pesci pigliare. Ah ah ah ah, la cosa fa ridere perché sono stati messi sull’avviso, ma erano intenti ad altro. Continuino dunque con questo “altro”: lasciamo, dunque, le cime mondiali che ci han condotto sin qui, proporre la varie soluzioni.  

Diceva Luttwak, in un recente trasmissione, che, potenzialmente, si parla di quasi cento milioni di cosiddetti “migranti”, dei quali una larghissima parte andrebbe invece, chiamata col suo nome: profughi. Ma profughi di cosa, ecco la seconda domanda-chiave. Profughi dell’illusione tutta ideologica della “diffusione della ‘democrazia’”, e cioè della deviazione che vuole che, una volta spariti regimi più o meno autoritari, più o meno dittatoriali, ipso facto la “democrazia” si diffonda senza né basi culturali già presenti, né alcuno sforzo da parte dell’ “Occideeeenteee” (e qui varie musiche esaltatorie son d’obbligo alzandosi in piedi, con lacrime e declamazioni sui “diritti”, la patria dei diritti e cose simili) di gestire la fase seguente alla caduta dei vari dittatorucoli. Raramente si è vista una tale follia. Ma la radice del male sta nella sbagliata ideologia, le cui basi sono state poste nel 1994: finito il “comuniiiismo” - brrr.... e meno male che ci hanno salvato sennò mo’ stavamo nei gulag ed eravamo tutti morti senza poter vedere la tivvù e senza “social network” ma che vita sarebbe e mi hanno fermato a me e non mi volevano far fare i miei legittimi diritti di poter imprendere e guadagnare e portare i soldi fuori senza il grandioso idealissimissimo ich über alles - finito il “comuniiiismo” - brrr.... e meno male che ci hanno salvato sennò mo’ stavamo nei gulag ed eravamo tutti morti senza poter vedere la tivvù e senza “social network” ma che vita sarebbe e mi hanno fermato a me e non mi volevano far fare i miei legittimi diritti di poter imprendere e guadagnare e portare i soldi fuori senza il grandioso idealissimissimo ich über alles - ed erano già state esplose cento miliardi di bombe atomiche, non dimentichiamocene - brrr... - finito il “comuniiiismo, una sola ideologia doveva dominare l’intero globo. Sta qui la causa dei mali di oggi. 

Ma ormai la frittatina è stata fritta. 

E se non funzionano le stupende soluzioni oggi approntate (come poi è altamente probabile)? Si darebbe il caso che la mentalità che ci ha portati qua sia errata. Ma lasciamoli lavorare: non han fatto fuori chiunque non era d’accordo con la loro mentalità?

Se nell’Europa dell’Est ha, parzialmente, Russia esclusa, funzionato la “diffusione della ‘democrazia’”, qualsiasi cosa si voglia intendere con quest’ultimo termine, lo è stato solo e soltanto per due motivi: a) che le basi culturali erano simili; b) che c’era stata una propaganda martellante sulla “bontà assoluta ed indefettibilmente imperscrutabilmente indiscutibile” del sistema occidentale, sistema ignoto alla maggior parte degli occidentali stessi, che, quando si trovano nelle maglie della differenza tra quanto si dice e quanto si fa, cadono sempre dalle nuvole. L’italiota si arrabbia, in altri paesi le reazioni possono esser diverse, ma tale distanza esiste. 

Se ha parzialmente funzionato nell’Europa dell’Est, in base a quale aberrazione ideologica si è pensato che “dovesse” fuzionare “necessariamente” in altri contesti culturali dove sia il punto a) che il b), di qui sopra, non si verificano né potranno mai verificare a breve lasso di tempo?? 

La cosa difficile era vedere queste cose nel 1927, non vederlo - o non volerlo vedere... - nel 2015, è follia pura

La parte più datata de La Crisi è quel capitolo dove la civilizzazione moderna è denotata come “Una civiltà materiale”; direi post- materiale... Nel 1927, infatti, la società era ancora meno malata di oggi, checché ne pensino in molti: la sociatà aveva ancora dei punti di aggregazione sociale, forze di aggregazione che andassero oltre l’individuale vi erano ancora. 

Oggi non ve ne sono quasi più... 

Di qui la ridicolaggine della “difesa dell’occidente”. Ciò si chiede, molto seriamente, se sia rimasto qualcosa di sostanziale - non di formale ovvero istituzionale - da difendre, qualcosa che spinga gli uomini ad agire, e non solo per le rancorose rabbie venute assolutamente a predominare in Occidente. Queste “rancorose rabbie venute assolutamente a predominare in Occidente” si verificano necessariamente una volta che ogni altro punto d’unione, che non fosse l’individualismo più becero, se non è totalmente sparito, di certo è fortissimamente ridotto di potenza... 



sabato 18 aprile 2015

P. Buttafuoco sulle “Sette torri del diavolo”, link

Tanto per non mancare di lasciare ad altri il discorso su determinati punti - ma naturalmente, staranno lì a mancare stretto in vista della perdente difesa dell’islamizzazione di Guénon in una serie di battaglie di retroguardia senza nessun senso (cfr. “Errori di prospettiva”) -, P. Buttafuoco parla, ed anche alquanto esattamente, anche se l’immagine scelta non è molto congruente, delle “Sette torri del diavolo” su “La Repubblica”, il primo a farlo dopo M. Dolcetta, già ricordato in altri post su questo blog... M. Dolcetta, però, era più affine a certe correnti culturali. Bene, comunque, che “certi” temi escano da determinati “ghetti” culturali, anche se questo, purtroppo, non può avvenire senza dei fraintendimenti; ma va detto che è pur vero d’altro canto che non si possa pretendere che sia ben conosciuto il “retroterra” di “certe” idee.

Ecco il link di Buttafuoco: “Sette torri del diavolo per sfidare il cielo” (sottotitolo: Il mito islamico le colloca tra Siberia, Medio Oriente e Africa)

Una “divulgazione” di “certi” temi senza il retoterra culturale di controllo: ecco cos’han prodotto i “guénoniani” (degli “evolomani” non parliamo proprio, che lì siamo ad un livello ancora più settario). 

Dunque con i “guénoniani” non si può essere se non molto severi. Complimenti cari auto-nominati “guardiani della fiamma”, continüate così...  Non so chi disse che la Tradizione è un Fuoco vivente ma molti credono sia raccogliere ceneri: beh, disse giusto... 
Ma purtroppo sembra che un concetto così semplice si scontri con delle difficoltà di comprensione davvero insormontabili, da parte di molte menti... 

Si tratta di un folle ripiegamento, per nulla tattico, ma che non è altro che il non saper gestire “certe” contraddizioni. Che taluni non sappiano gestirle non vuol dire che non siano gestibili in assoluto. 

Morale della favola: certi temi, che solo Guénon ha introdotto in Occidente - e va detto e ribadito -,  son sottratti al quadro interpretativo che nasce dalla sua opera ed è - il quadro interpretativo - che si basa sull’“Unità tradizionale” e sul concetto di base di Tradizione Primordiale ma non univoca. Quest’ultimo punto, la univoctà della Tradizione Unica, è una forzatura di Guénon. Per reagire a tale forzatura, è nato il rinchiudersi nella forma islamica. Poi è seguito il tentativo di rinchiudere Guénon nel solo mondo isolamico, dimenticandosi che tale forma religiosa vi ha, nella sua opera, tutto sommato un ruolo minore. Può non piacere questa constatazione ma così stanno le cose. Ed è dimostrabile.

La contraddizione è sempre quella: il concetto di Unità tradizionale al di là delle singole forme, ma che non nega queste ultime, né le loro differenze. Sta tutto qui... 

Di nuovo: certi temi, che solo Guénon ha introdotto in Occidente - va detto e ribadito -,  son sottratti al quadro interpretativo che nasce dalla sua opera. Grazie, dunque, ai “guénoniani” si è avuto questo incredibile autogol. 

Passando ad un altro tema, beh, basta guardare dove si svolgono le lotte di oggi ed occorre fare due più due, in ordine alle forze “occulte” che, se di certo non “generano” la storia in quanto tale (pretenderlo sarebbe risibile “complottismo”), di certo la condizionano pesantemente. Non vedere questi condizionamenti è l’altrettanto risibile razionalismo e lo scientismo becero. 

A questo punto, bisognerebbe chiedersi, se mai fosse possibile chiederselo (chissà che non sia una domanda mal posta): com’è che il cosiddetto “complottismo” genera tanti “distinguo” ed alzate di scudi mentre scientismo e razionalismo passano senza generare le stesse resistenze? Non vi sarà in questo un po’ di condizionamento? 

Nooo! No! Ogni individuo, come noi “ben” sappiamo, è una tabula rasa del tutto privo di condizionamenti, e possiede una volontà libera ed indipendente ed è completamente a conoscenza dei termini e delle conseguenze delle sue scelte, assolutamente libere, prive di condizionamenti e totalmente sovrane... Chi mai, sano di mente, oserbbe negarlo? Non trattasi di ciò che la “nostra civiltà” ha diffuso al mondo intero? E tutto denota libertà completa di scelta ed assoluto non condizionamento, oltre che completa e totale sovranità da parte dell’individuo, che è dominatore di se stesso, indiscusso ed indiscutibile possessore di diritti del tutto inalienabili ed assolutamente intangibili... E’ ben noto.

The Prisoner 1967 I’m not a number, I’m a free man 

domenica 12 aprile 2015

La vera ragione è che viviamo l’epoca degli “steccati”, in cui ognuno **affetta** un’apertura mentale che non ha

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La nostra è l’epoca degli “steccati”, come nell’Inghilterra del XVIII secolo, ogni gruppo o gruppuscoli “recinta” lo spazio e vi piazza su la sua debole bandieruola.


L’opera di Guénon è andata incontro ad un simile destino (cfr. un vecchio scritto del 2007 sull’opera di Guénon, scritto: ‘“René Guénon”, articolo del 2007, da una vecchia community’). Tale deviazione spessissime volte si è verificata ed è stata legata alla sua “islamizzazione” (un esempio recente fra i tanti, è il suo uso nell’ultimo libro di Houellebecq: ‘Un secondo passaggio “ideologico” da “Sottomissione”’, recensito qui sotto).


Certamente è vero che c’è un “ecumenismo” dove si ha la famosa “notte in cui tutte le vacche sono nere”, ma vi è anche l’eccesso opposto: quello in cui si è caduti. Molto più facile gestire il primo che il secondo

Se rompo un oggetto tornare allo stato precedente è difficilissimo, implica un’energia enorme; se invece “annacquo” l’oggetto, talvolta esso lo si può comunque salvare, nonostante le molte corruzioni varie cui può essere andato incontro.

Ora il punto decisivo è: Guénon scriveva i suoi libri in base alla/e sua/e appartenenza/e (si è visto, nell’articolo citato (*) su che ne aveva di **molteplici**)? Questo è decisivo.


La risposta è un secco: No.


Dunque si può interpretare rettamente la sua visione della “Traditio Una” in base alla sua appartenenza finale islamica, presupposta poi come “normativa”, nonostante le chiare parole di Guénon stesso a tal proposito?


La risposta è, nuovamente, un secco: No.


Perché lo si fa?, dunque, verrebbe fatto di chiedere. Perché, nonostante tutte le parole contrarie si dà prova dell’ “esclusivismo” di cui si criticano le varie religioni? 
Si criticano a parole, ovviamente...


La vera ragione è che viviamo l’epoca degli “steccati”, in cui ognuno **affetta** un’apertura mentale che non ha per nulla
Né ha intenzione di avere, ed ecco la “cattiva volontà”, e questo è grave (la gravità sta sempre nella cattiva volontà, il “peccato” è questo, piuttosto che un singolo atto lesivo).

In ogni caso, questa chiusura interpretativa ha alterato nel profondo l’opera di Guénon, che non si è mai basata su di una logica di “appartenenza”, nel suo esprimersi e nel suo prodursi. Questo può aver impressionato negativamente tantissimi, ma è un semplice fatto, “non negoziabile”, salvo alterare profondamente la struttura e la ragion d’essere della stessa opera di Guénon; ciò sia detto qualsiasi cosa si pensi di Guénon, della sua opera e delle sue scelte. Qualsiasi


Nell’epoca degli “steccati” e dei “distinguo” senza fine, dei personalismi e dei “possessi” presunti degli spazi mentali, della blindatura concettuale nelle proprie “appartenenze” che segue una rivendicazione d’“identità” e di differenza” nel vuoto spinto dell’indifferenza, chi mantiene il senso dell’Unità oltre le differenze, Unità che non nega le differenze - Unità nella  diversità e diversità nell’Unità - non può che muoversi verso il futuro. Perché sarà solo da questa via, che non è una mera mescolanza, ma va, invece, nella direzione della “Synthesis finalis”, che si avrà un risultato reale, in luogo “d’integrare, come quasi sempre accade, le acquisizioni stimate definitive con altre della stessa origine” (F. Altheim, fonte qui: “Tre detti interessanti: Federico II, F. Altheim, Paracelso”). 

(*) “René Guénon”, articolo del 2007, da una vecchia community.