venerdì 15 novembre 2013
giovedì 14 novembre 2013
Meridionalismo e Pci, un rapporto complesso
Il libro
di P. Di Siena, Nel Pci del Mezzogiorno, Calice Editore, 2013,
contiene degli spunti interessanti e degni di discussione. Al di là
del libro – sul quale si rimanda più nello specifico qui (1)
– si tratta di un agile libretto che riporta al centro dei temi
solo apparentemente lontani, ma invece ancora molto vicini a noi.
Il libro
non è di storiografia, ma neppure di mera “memorialistica”, come
troppo spesso si è fatto, ma presenta dei documenti d’epoca, pochi
e scelti, relativi ai territori d’appartenenza del Di Siena, e cioè
Basilicata e Puglia, preceduti da una interessante Introduzione e da
delle Conclusioni, che sono poi lo sforzo effettivo
dell’ex-dirigente, che ha svolto però per anni anche il lavoro di
giornalista.
Va detto
che si tratta di un primo, piccolo sforzo di “storicizzare”
quelle vicende: quindi non è un libro di mero giornalismo, non è
cronaca, ma neppure è un vero libro di storiografia: come s’è
detto, infatti i suoi sono come “appunti” per una
possibile opera di storiografia. In ogni caso, è un primo
sforzo, dopo tanto, troppo tempo, di andare oltre la mera
memorialistica, che ha impestato questo genere di temi, quasi si
fosse “bloccati” nel fare un minimo di teorizzazione, nel
raccogliere un minimo di conseguenze storiche da quei tempi. Ripeto
però: è solo un primo passo nel ricostruire una vicenda che,
ahinoi, ci riguarda ancor oggi, per le conseguenze, appunto, che ha
avuto. Il libro risente comunque ancora troppo delle tendenze
memorialistiche dominanti su ed in queste vicende. Ribadisco che
sarebbe ben ora di cominciare ad uscir fuori definitivamente dalla
memorialistica, troppo legata alle vicende individuali.
Alcuni
spunti di riflessione. Di Siena parla del “blocco storico” di
gramsciana memoria – “mo’ ce vo’” la parola “memoria” -
condita con l’idea del primato proletario. Vi era una precisa
scelta di campo all’epoca, e l’essere comunista implicava
necessariamente una opzione che facesse riferimento al detto primato.
Ma, continua Di Siena, nel Mezzogiorno lo sviluppo comunista avviene
sostanzialmente nelle campagne: dalle campagne alle città,
stile Cina, piuttosto che Russia. Questo avvenne però con delle
significative eccezioni: Napoli (città), parte della Provincia di
Caserta, Taranto (città sempre). Ma tutti questi interventi, sia
pubblici sia da parte di privati, avvennero sempre sotto “l’ombrello”
della Cassa per il Mezzogiorno. E purtroppo non hanno lasciato quasi
traccia in loco, o molto poca. Questo perché l’investimento
non era vincolato al successivo sviluppo di aziende locali, come
avviene invece in Cina: il che la dice davvero lunga sulle classi
dirigenti, e locali e nazionali. La Provincia di Caserta è dove la
lotta fra componente “agraria” ed “industriale” nel Pci di
allora si fece molto serrata: diciamo che in questa Provincia è
passata la “faglia” di questa relazione dialettica.
Si è
obiettato che, sebbene il Pci dell’epoca fosse molto vicino alle
tematiche della terra, e questo ne è senza dubbio la caratteristica
distintiva, a livello nazionale anche i dirigenti meridionali
comunque seguivano “l’ombrello” dell’ideologia proletaria.
Non v’è alcun dubbio, ma questo generò una sorta di schizofrenia
fra mente e sentire nel Sud. A livello “palpabile” il Pci nel
Mezzogiorno seguì molto ciò che si è convenuto chiamare
“meridionalismo” e non è affatto un caso che, diminuendo la
centralità delle tematiche della terra, diminuì quindi anche il peso specifico delle tematiche meridionali.
Per
riassumere: il Pci come sentire era legato alla terra, come pensare
invece non lo era. Nondimeno, non si capisce la crisi di Napoli o di
Taranto, o della Provincia di Caserta, senza capire la crisi totale
dell’industrialismo nel Sud, sostituito dal nulla.
Si è
anche obiettato che il bacino operaio fosse forte soprattutto a
Napoli città: nessun dubbio, ma tutto ciò rientrava nell’epoca di
Berlinguer, ed era legata, sebbene non certo con quel
“personalismo” che ha impestato la politica italiana da
vent’anni, comunque alla personalità d un leader: scomparso lui,
finito tutto. Questo nell’ambito di una scelta di campo, che fu
quella di far sì che le classi medie divenissero l’oggetto
centrale della strategia elettorale comunista, classi medie legate
alla spesa pubblica nel Sud, e non solo.
Il
fallimento è stato tanto grande quanto il successo nella fase
precedente – il Pci era il più numeroso partito comunista in
Occidente – ed è stato dovuto (a p. 11 del libro di Di Siena)
all’aver rimesso al centro l’individuo ed il processo della
globalizzazione, due eventi, aggiungerei io, totalmente
completamente assolutamente mal analizzati e peggio ancor affrontati
da parte del PCI di allora -; la
ragione è chiara: poiché collidevano con il suo schema operaista e
proletario. Peccato che i maggiori successi del PCI furono dovuti non
certo al pedissequo seguire “lo” schema quanto invece
all’allontanarsene. Questa contraddizione era sì percepita dai
suoi più riflessivi membri ed appartenenti, ma non andò mai
oltre un certo livello, né indusse mai
ad un diverso schema effettivamente teorizzato e pensato come tale.
Fu
invece seguito lo schema dell’emergenza delle classi medie – a
partire dagli anni Ottanta del secolo scorso – in un tentativo che
Di Siena denota come “generoso” e personalmente trovo invece
meglio denotato dal termine “disastroso”; il tanto decantato ‘89
avviene in Italia in un partito già decotto
e scotto: i giochi erano ormai fatti, anzi, strafatti. Infatti l’idea
di base all’epoca era sostituire quel “blocco sociale” (p. 18)
dei contadini al Sud e degli operai al Nord, con le classi medie
della spesa pubblica.
Le
classi medie italiane sono costitutivamente non
interessate
all’innovazione, quanto focalizzate sulle rendite da posizione da
mantenersi “ad libitum”,
per usare una terminologia musicale, tanto cara alla lingua italiana.
Si trattava – e si tratta - di un blocco statico,
con il quale nessun cambiamento è possibile: prova ne sia il secondo
Ventennio, quello berlusconiano, dove, con le fole di cambiamento,
invece le consorterie della spesa pubblica hanno festeggiato forse
l’acme della loro
capacità di condizionamento della vita pubblica in Italia. A questo
si aggiunga la smunta borghesia napoletano-casertana, priva di
progettualità e che si base quasi del tutto sulla spesa pubblica e
che quindi è sempre stata, coerentemente, di centro-destra
tendenzialmente: su queste basi davvero non poteva che darsi quella
subalternità che poi
si è avuta, di fatto, storicamente. Per gli eredi del Pci ci poteva
solo essere la via, che poi si è avuta, dell’essere “cooptati
come subalterni” (ibid.).
Dunque
ricostruire la “genealogia” degli eventi è senza dubbio
importante, ma se, e solo se,
si sia prima o almeno contemporaneamente ben riflettuto sulle lezioni
del secondo Ventennio. Lo stesso Di Siena, a proposito dell’oggi,
parla di “crisi organica” (p. 19). Verissimo, ma qui vi è una
crisi globale che in Italia si declina con delle aggravanti locali.
Tali aggravanti son dovute anche
alle scelte errate di quegli anni, ovvero aver sempre preferito un
determinato quadro culturale già in crisi, scelta che si è rivelata
– com’era prevedibile
– sulla lunga distanza un vero disastro, ed alla facile via della
subalternità di fatto che vi è seguita, “via” che si potrebbe
chiamare vicolo cieco, con più esattezza. La subalternità della
sinistra italiana si è saldata storicamente con la subalternità
mentale
fortissimamente presente nel Mezzogiorno in quanto tale,
e cioè la rocciosa convinzione profonda
che siamo “figli di un dio minore”, per dirla con il noto titolo
di un film.
Per
tirare le somme, il Pci – sotto il manto dell’ideologia operaia,
e questo è senza dubbio storicamente assai particolare – ha
costituito, di fatto e al di là
di quanto si dicesse o di quanto effettivamente
contasse quest’orientamento a livello nazionale (pochissimo),
il riemergere ed il prolungarsi storico del meridionalismo storico. E
l’eclissi del Pci meridionale non casualmente
ha coinciso con la totale
eclissi delle tematiche ricollegabili al Meridione. Nemmeno eclissi
anulare, ma totale: il che è stato, ed è, gravissimo.
Per
finire: in Appendice,
nella Relazione del 1986 al 3° Congresso del Pci della Basilicata,
da Di Siena citata, si sottolinea il “respiro corto” (p. 33) del
processo d’industrializzazione, cosa ben nota sulla pelle della
gente nelle poche zone in cui, nel Sud, esso è avvenuto, con tutte
le subalternità del caso, ad esempio la Provincia di Caserta o
Napoli città, ed ora Taranto città. Così l’industrialismo ha
lasciato qui solo macerie.
La
via era un’altra, ma era impossibile
prenderla allora, perché avrebbe significato il mettere in questione
il modello comunista tout court,
e cioè focalizzarsi sulle tematiche della terra per innovare lì,
ovvero porre al centro le tematiche del benessere, della gestione
ecologica della civiltà, unendovi la natura e le molte emergenze
storiche che hanno la grossa sfortuna di star nel Sud Italia, ovvero
di essere marginali e subalterne per principio, fatte salve certe
cose notissime. Vi tentarono n molti all’epoca, ma la cappa
ideologica impedì. Quella fu la guerra persa dal Sud in
quanto tale. Non in quanto
“comunista”, ma in quanto Mezzogiorno: bisognerebbe interrogarsi
seriamente su questo punto qui.
Molto
più grave, però, che il Pci, dissoltosi e divenuto Ds, o qualche
altra formula elettorale, scegliesse il totale oblio
delle tematiche meridionalistiche: questo va detto a chiare lettere,
perché in quel momento il problema, ben reale prima, del “mantello”
ideologico non sussisteva più. E cioè fu scelta la falsa via del
nuovo “blocco storico” con le classi medie della spesa pubblica
che Pdl e Lega andavano rappresentando, con la Lega che coagulava
attorno a se stessa anche parti molto rilevanti dell’ex elettorato
operaio del Pci nel Nord, per cui i partiti di sinistra sono
diventati sostanzialmente partiti concorrenti ma borghesi, ovvero il
totale tradimento – parola forse troppo forte, usiamone un’altra:
tradimento – di ciò che essi andavano predicando un tempo. E
questo al di là del
“continuismo” delle classi dirigenti: le classi dirigenti per
principio vogliono perdurare il più possibile. Quindi la continuità
non spiega il voltafaccia e il totale abbandono delle classi
popolari, se tali dir si possono ancora, comunque subalterne, o la
borghesia impoverita dalla crisi: anche questa ultima non può in
alcun modo far riferimento agli eredi del Pci; tutte queste classi
sociali seguiranno il populismo di turno, e criticare questo
populismo servirà a ben poco, perché, passato un populismo, ce ne
sarà un altro.
Gli
eredi del Pci hanno scelto la via facile, della subalternità di
fatto. Forse non potevano fare diversamente o non avevano la lucidità
per fare diversamente: senza dubbio è anche mancato un leader con
una visione ma invece hanno avuto tanti piccoli capi corrente. Ma,
comunque la si veda, dal punto di vista storico, per il Sud sono, e
rimangono centrali, le
tematiche dette sopra: che ne facciamo della nostra terra? Le
tematiche del benessere, della gestione ecologica della civiltà,
unendovi la natura e le molte
emergenze storiche, non costituiscono forse il punto centrale, il
treno della storia perso qualche decennio fa e che, sotto spoglie differenti, e
con fattezze molto diverse,
si sta ripresentando?
(1)
Alcuni spunti critici si trovano nella recensione a questo link: http://ugolini.blogspot.it/2013/07/quel-pci-giraffa-nella-storia-del.html.
venerdì 18 ottobre 2013
“Asteroide 2032??”
Una notizia di oggi, Venerdì, 18 ottobre 2013. Un passo dal link qui sotto citato: “L’asteroide 2013 TV135, che misura 410 metri,
potrebbe colpire il nostro pianeta, provocando un’esplosione
paragonabile a 50 bombe atomiche. Nonostante le possibilità siano
molto basse, una su 63.000 secondo la ‘scala Torino’ che misura
la pericolosità di questi corpi celesti, gli scienziati hanno
inserito questo oggetto spaziale nella lista degli asteroidi
pericolosi. Quando? Nel 2032. E’ stato scoperto
nella costellazione delle Giraffe dall’ ‘Osservatorio della
Crimea’ nel Sud dell’Ucraina da Gennady Borisov.”
Fonte:
http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/nuova-data-della-fine-del-mondo.html
Altra fonte online: Esperti delle forze speciali USA hanno previsto l’impatto di un meteorite sulla Terra [Video].
http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/nuova-data-della-fine-del-mondo.html
Altra fonte online: Esperti delle forze speciali USA hanno previsto l’impatto di un meteorite sulla Terra [Video].
Una conferma: “Padre
Nostro, che sei nei cieli, viene il tuo Regno. E’ fatta la Tua
volontà, in cielo e in terra. Sono venti secoli più l’età
del Salvatore. Amen” (Pier Carpi, Le profezie di Papa
Giovanni, Edizioni Mediterranee, Roma 1976, p. 90, corsivo in
originale). “E l’ultima frase della profezia che chiaramente
quando questo dovrebbe avvenire: sono venti secoli più l’età
del Salvatore. A meno che non vi
siano significati nascosti, e non credo, il giorno del giudizio
dovrebbe essere nel 2033 d.C.” (ibidem, p. 91).
UNA “SEGNALAZIONE”
“SEGNALAZIONE”
Si
segnala quest’articolo: M. Martinelli, Governance del pianeta
Terra, le rivelazioni di Harry Potter e Dmitrij Medvedev, in
“Notiziario Ufo – International Magazine” (Mensile del CUN
[Centro Ufologico Nazionale]), Anno II, n. 9 (settembre 2013), pp.
41-49 (note finali alle pp. 49-51).
L’articolista
si riferisce sia alla nota serie di Harry Potter – cosa che,
personalmente, m’interessa poco – sia invece, cosa ben più
importante, alle parole dell’attuale premier russo D. Medvedev, in
fuori onda, come suol dirsi, e non smentite (1). Si tratta di
un’intervista del 7 dicembre del 2012, dove si sostiene (2)
che tutti i presidenti russi, assieme alla valigetta nucleare, una
cartella dedicata agli Ufo. Medvedev, poi, aggiunge che di tali cose
se ne parla in un noto documentario, “Gli uomini in
Nero” (3), ed infine soggiunge che gli alieni sono
fra noi.
Di
seguito, parla dell’esistenza di una “organizzazione” - e si fa
riferimento al noto libro di S. Hutin sulle società segrete,
stranamente nella versione in inglese: ma c’è anche in italiano, e
da un po’ di tempo (4) -; tale organizzazione avrebbe come
scopo quella di “acclimatazione” alla presenza sedicente
“extra-terrestre”. Vi sarebbe un’altra “organizzazione”,
con scopo contrario, che sarebbe “satanica” in senso etimologico:
“Satàn” = avversario.
Non manca
una citazione da Il Re del Mondo di Guénon, ma non
sembrerebbe con lo scopo di supportare le visioni dell’autore
citato (Guénon cioè). Si cita, poi, fra i membri della prima
organizzazione detta qui sopra – cioè quella “buona”,
che ci “acclimata” agli “Ufo” - il conte S. Yulevich Witte
(5), ma pure G. Ivànovich Gurdjieff. Quest’ultimo è detto
essere tra i precursori del “New World Order”, il “Nuovo
Ordine Mondiale” ormai in atto da due anni (6), se con ciò
intendiamo una svolta nettissima nell’economia del mondo, una
sostanziale “cesura” fra economia e consenso,
un’auto-referenzialità del mondo finanziario, senza dubbio
cominciata con gli anni Ottanta del secolo scorso (direi che il 1974,
con la fine del “Gold Exchange Standard”, è stato il primo
mattone), ma completata solo due anni fa, come inizio della fase
finale. Al momento devono ancora terminare; il fine in vista, a breve
tempo, è quello di una sola valuta unica globale.
Alla nota
n°26 (a p. 50 la si legge), l’autore del detto articolo riporta un
passo di J. G, Bennett (7), dove parla di una sorta di
“organizzazione” che sarebbe sulla Terra, ma – ed ecco il punto
– non necessariamente nel senso in cui lo interpreta l’autore del
testo. Sinceramente, a me pare una interpretazione un po’ forzata.
In linea
generale, quando si parla di queste cose, occorrerebbe esser
consapevoli dell’“effetto specchietto per le allodole”, come
lo chiamo. Altrove ho fatto delle osservazioni al riguardo (8),
soprattutto nelle note, sugli errori di credere che !quel” mondo
sia “regolare” o “lineare”: nulla è come sembra, in effetti.
Lo scopo dello scritto, infatti, non è stato quello di sostenere
questa o quella tesi – ovviamente ci sono anche delle tesi,
ma “anche” - quanto piuttosto di fra ragionare il lettore,
facendogli comprendere come sia azzardato ragionare in
base a delle logiche applicate in “quel” campo dall’esterno.
Tra l’altro, ho spesso citato esattamente quello stesso libro –
ma nell’edizione in italiano – di S. Hutin, che l’autore
dell’articolo qui brevemente segnalato ha citato...
NOTE
(1)
Precisamente in:
“ALIENI TRA NOI” - LO CONFERMA ANCHE L’EX PRESIDENTE RUSSO MEDVEDEV - [FILMATO COMPLETO 09.12.12]
(3) Si tratta di questo documentario, in russo, con sottotitoli in inglese:
(2)
Non riproduco il passo dell’articolo su citato, come farò
dei riferimenti a detto articolo solo indicando la pagina ma mai suoi
passi, perché, a p. 49 dell’articolo stesso, si dice che qualunque
passo riportato dall’articolo dovrà, per poter essere riprodotto,
aver inserito la dicitura “Copyright Dr. M. Martinelli –
Reprinted with permission”. Personalmente son contrario a queste
cose, e mi attengo invece alla legge italiana, la quale consente,
se non ricordo male, di riprodurre fino al 15% di un testo,
ovviamente chiarendone sia chi sia l’autore, che l’edizione e
la/e pagina/e di riferimento.
(3) Si tratta di questo documentario, in russo, con sottotitoli in inglese:
Men In Black Russian Documentary With English Subtitles
(4) Dalle Edizioni Mediterranee, per la precisione.
(8) A. A. Ianniello – F. Franci, Evola dadaista. “Dadà non significa nulla”, Giuseppe Vozza editore, Casolla 2011.
Ora
quest’altro documentario pure ha qualche grano d’interesse:
(4) Dalle Edizioni Mediterranee, per la precisione.
(5)
Sul conte Witte (1849-1915) cfr. quest’interessante libro: A.
Butterworth, Il mondo che non fu mai. Una storia vera di
sognatori, cospiratori, anarchici e agenti segreti, Einaudi,
Torino 2011.
(6)
La ricorrenza della terminazione in -1 è interessante: 1991 il
discorso di Bush padre, 2001 i noti fatti dell’11 Settembre, 2011
il cambiamento del sistema economico mondiale, avvenuto ormai. Cfr.
il discorso di Bush padre:
Bush Sr. New World Order Speech (rare)
(7) J. G. Bennett, Gurdjieff. Un nuovo mondo, Ubaldini, Roma 1981, p. 82.
Il testo:
“We have before us the opportunity to forge for ourselves and
for future generations a new world order, a world where the rule of
law, not the law of the jungle, governs the conduct of nations. When
we are successful, and we will be, we have a real chance at this new
world order, an order in which a credible United Nations can use its
peacekeeping role to fulfill the promise and vision of the U.N.’s
founders.”
(7) J. G. Bennett, Gurdjieff. Un nuovo mondo, Ubaldini, Roma 1981, p. 82.
(8) A. A. Ianniello – F. Franci, Evola dadaista. “Dadà non significa nulla”, Giuseppe Vozza editore, Casolla 2011.
lunedì 14 ottobre 2013
Il vero tema
Eh ma noi possiamo ascoltarlo, e riprodotto quante volte vogliamo... Ma non è il vero tema.
Il vero tema è: chi oggi lo comporrebbe... Questo è il vero tema.
domenica 13 ottobre 2013
“Templari e Cristianesimo. Una breve nota”
“Templari
e Cristianesimo. Una breve nota”
Oggi, 13 ottobre, quando
terminò l’Ordine dei Templari. Qualche breve nota. Come prima
cosa, l’Ordine era destinato a cattiva fine. La ragione sta in
questo: che era un potere transnazionale e persino trans-religioso,
se si può dire così. Né la Chiesa, che iniziava un suo processo di
modernizzazione, né il Re di Francia – le nazioni che allora erano
in ascesa – e nemmeno l’Impero, che però fu l’organizzazione
per certi versi meno nemica dell’Ordine, avrebbero mai potuto
tollerare un Ordine che era una potenza del tutto sciolta da
qualsiasi altra autorità superiore, tranne il Papa.
Clemente V, com’è
stato recentemente dimostrato, non credeva nella colpevolezza dei
Templari, credeva, com’è possibile, che solo un ristretto “cerchio
interno” aveva – dal suo punto di vista – tralignato e che,
conseguentemente, sarebbe stato ingiusto accusare l’intero Ordine.
E tuttavia non intervenne, si limitò a sospender l’Ordine, ben
sapendo che la monarchia francese avrebbe attaccato e distrutto
l’indipendenza dei Templari. Non lo fece perché i Templari erano
ingombranti, erano un potere indipendente, de facto.
Altra questione: solo
un ristretto “cerchio interno” sapeva di quella
deviazione-allontanamento che si esprimeva con lo “sputare” (vero
o presunto che sia, si esprimeva in realtà l’allontanamento dal
Cristianesimo) su di un’icona del Cristo – quindi, al succo,
l’accusa di fondo era quella di eresia. L’accusa di
omosessualità, che non poteva non aggiungersi come marchio
infamante, poteva avere degli appoggi reali o non, e non voglio qui
mettermi a parlare della questione dell’omosessualità nella Chiesa
(i Templari, è sempre bene precisarlo, erano monaci-guerrieri
ed erano dunque parte della Chiesa a tutti gli effetti, ma in una
posizione del tutto unica e particolare); quel che voglio dire è
che, data l’accusa di eresia, quella di omosessualità non poteva
non aggiungersi per accrescere l’infamia delle accuse stesse, che
ci fossero stati o non degli effettivi episodi.
Se, dunque, solo il
cerchio interno templare aveva questa “deviazione”, in che
direzione si può pensare oggi che fosse diretta? Verso una
“rinnovamento” del Cristianesimo?
Non lo credo affatto. Il
cerchio interno era cripto-islamico. Ma non nella direzione
dell’Islamismo ortodosso, bensì, a causa delle loro relazioni con
l’Ismailismo riformato di ‘Alamût, erano “cripto-islamici”
nella direzione eterodossa, dunque. l’Ismailismo riformato di
‘Alamût conquistò, dall’Iran di provenienza, la Siria
dell’epoca, ed ecco il famoso “Veglio della Montagna” -
“al-Shaykh al-Jabal” -, di qui la relazione che i Templari
ebbero con i capi di quel movimento politico-religioso. Ora, nei
gradi più alti del sistema iniziatico degli Ismailiti riformati di
‘Alamût si arrivava al punto di prendere le distanze dalla forma
religiosa di appartenenza, ed ecco lo sputo” che si sarebbe dato
sull’icona di Cristo, ed ecco il famoso – e “mysterioso”
- cosiddetto “idolo” che i Templari avrebbero adorato: il
Baphomet. Secondo taluni scrittori medioevali, tale “Baphomet”
non sarebbe stato altro che il “Machomet”, Maometto. l’idea di
fondo – il cripto-islamismo, ma eterodosso – non è sbagliata
affatto, come spesso capita di leggere nelle fonti antiche. Solo che,
se le influenze islamiche furono quelle ismailite “riformate”
(cioè una eterodossia di una eterodossia...) - non era Maometto,
bensì l’ Imâm.
In ogni caso, se così è,
essi non furono “eretici” in senso comune della parola.
Probabilmente cercavano una – impossibile - “sintesi” fra degli
aspetti dell’Islamismo e degli aspetti del Cristianesimo, cosa che
si può ottenere solo fuori dalle rispettive ortodossie. Ripeto,
però, che non possiamo considerarli degli “eretici”, cioè chi
accetta – di una ortodossia – solo certi aspetti e non tutti gli
altri.
Si può solo immaginare
quale sarebbe stato il decorso della civiltà mondiale se ai Templari
fosse stato lasciato altro tempo per sviluppare il loro “sogno
‘eretico’ impossibile”. Quel che si può dire, dal punto di
vista storico, è che, se questa fu davvero la loro “direzione ed
intenzione” di sviluppo, si comportarono con una certa
inavvedutezza. Vero che certe cose erano riservate solo al cerchio
interno templare, nessun dubbio al riguardo, sta di fatto che fecero
del proselitismo, con attenzione senza dubbio, ma fecero troppo
proselitismo. dall’altro, non compresero che, se davvero quella era
la loro intenzione, non potevano diventare troppo potenti, come
invece fecero: furono loro ad inventare l’ossatura del sistema
bancario europeo, l’assegno ed il traveller’s cheque.
Infatti, fu proprio quest’eccessiva potenza mondana a costituire la
loro debolezza, il loro tallone d’Achille. Non lo compresero,
secondo loro l’accumulo di forza materiale sarebbe stata una
difesa, ma invece così non fu, e furono mal accorti nella
predicazione, troppo aperti. E furono troppo aperti nel proselitismo
proprio perché si reputavano difesi dalla loro potenza.
Veniamo a Federico II.
Anche lui fu accusato di vicinanza al mondo islamico, ma la sua
vicinanza non fu mai religiosa, bensì culturale. Fu vicino ad
Avicenna, senza dubbio, alla scienza islamica, anche quella che oggi
si direbbe “occulta”. Ricordiamoci che le scienze dette oggi
“occulte” all’epoca erano scienze controverse ma non
considerate false. Si distingueva, di solito, fra due tipi di magia:
la “magia naturalis” e la “necromantia”,
quest’ultima la magia “evocativa”, il “commercium cum
daemonibus” del quale, anche, furono accusati i Templari. A
Federico II interessava la “magia naturalis”, non
quella “evocativa”, va precisato questo. Quindi, la relazione,
indubbia e forte di Federico II col mondo islamico ha una natura
differente.
Nel Regno di Federico II,
va ricordato, il Cattolicesimo era religione di Stato, ma c’era
senza dubbio molta tolleranza verso altre religioni. Per
sintetizzare, Federico II, diversamente quindi dai Templari, che
seguivano un progetto particolare e senza dubbio “elitario”,
voleva invece che islamici e cristiani convivessero pacificamente, ma
ognuno rimanendo se stesso.
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