giovedì 14 novembre 2013

Meridionalismo e Pci, un rapporto complesso

Il libro di P. Di Siena, Nel Pci del Mezzogiorno, Calice Editore, 2013, contiene degli spunti interessanti e degni di discussione. Al di là del libro – sul quale si rimanda più nello specifico qui (1) – si tratta di un agile libretto che riporta al centro dei temi solo apparentemente lontani, ma invece ancora molto vicini a noi.

Il libro non è di storiografia, ma neppure di mera “memorialistica”, come troppo spesso si è fatto, ma presenta dei documenti d’epoca, pochi e scelti, relativi ai territori d’appartenenza del Di Siena, e cioè Basilicata e Puglia, preceduti da una interessante Introduzione e da delle Conclusioni, che sono poi lo sforzo effettivo dell’ex-dirigente, che ha svolto però per anni anche il lavoro di giornalista.

Va detto che si tratta di un primo, piccolo sforzo di “storicizzare” quelle vicende: quindi non è un libro di mero giornalismo, non è cronaca, ma neppure è un vero libro di storiografia: come s’è detto, infatti i suoi sono come “appunti” per una possibile opera di storiografia. In ogni caso, è un primo sforzo, dopo tanto, troppo tempo, di andare oltre la mera memorialistica, che ha impestato questo genere di temi, quasi si fosse “bloccati” nel fare un minimo di teorizzazione, nel raccogliere un minimo di conseguenze storiche da quei tempi. Ripeto però: è solo un primo passo nel ricostruire una vicenda che, ahinoi, ci riguarda ancor oggi, per le conseguenze, appunto, che ha avuto. Il libro risente comunque ancora troppo delle tendenze memorialistiche dominanti su ed in queste vicende. Ribadisco che sarebbe ben ora di cominciare ad uscir fuori definitivamente dalla memorialistica, troppo legata alle vicende individuali.



Alcuni spunti di riflessione. Di Siena parla del “blocco storico” di gramsciana memoria – “mo’ ce vo’” la parola “memoria” - condita con l’idea del primato proletario. Vi era una precisa scelta di campo all’epoca, e l’essere comunista implicava necessariamente una opzione che facesse riferimento al detto primato. Ma, continua Di Siena, nel Mezzogiorno lo sviluppo comunista avviene sostanzialmente nelle campagne: dalle campagne alle città, stile Cina, piuttosto che Russia. Questo avvenne però con delle significative eccezioni: Napoli (città), parte della Provincia di Caserta, Taranto (città sempre). Ma tutti questi interventi, sia pubblici sia da parte di privati, avvennero sempre sotto “l’ombrello” della Cassa per il Mezzogiorno. E purtroppo non hanno lasciato quasi traccia in loco, o molto poca. Questo perché l’investimento non era vincolato al successivo sviluppo di aziende locali, come avviene invece in Cina: il che la dice davvero lunga sulle classi dirigenti, e locali e nazionali. La Provincia di Caserta è dove la lotta fra componente “agraria” ed “industriale” nel Pci di allora si fece molto serrata: diciamo che in questa Provincia è passata la “faglia” di questa relazione dialettica.

Si è obiettato che, sebbene il Pci dell’epoca fosse molto vicino alle tematiche della terra, e questo ne è senza dubbio la caratteristica distintiva, a livello nazionale anche i dirigenti meridionali comunque seguivano “l’ombrello” dell’ideologia proletaria. Non v’è alcun dubbio, ma questo generò una sorta di schizofrenia fra mente e sentire nel Sud. A livello “palpabile” il Pci nel Mezzogiorno seguì molto ciò che si è convenuto chiamare “meridionalismo” e non è affatto un caso che, diminuendo la centralità delle tematiche della terra, diminuì quindi anche il peso specifico delle tematiche meridionali.

Per riassumere: il Pci come sentire era legato alla terra, come pensare invece non lo era. Nondimeno, non si capisce la crisi di Napoli o di Taranto, o della Provincia di Caserta, senza capire la crisi totale dell’industrialismo nel Sud, sostituito dal nulla.

Si è anche obiettato che il bacino operaio fosse forte soprattutto a Napoli città: nessun dubbio, ma tutto ciò rientrava nell’epoca di Berlinguer, ed era legata, sebbene non certo con quel “personalismo” che ha impestato la politica italiana da vent’anni, comunque alla personalità d un leader: scomparso lui, finito tutto. Questo nell’ambito di una scelta di campo, che fu quella di far sì che le classi medie divenissero l’oggetto centrale della strategia elettorale comunista, classi medie legate alla spesa pubblica nel Sud, e non solo.

Il fallimento è stato tanto grande quanto il successo nella fase precedente – il Pci era il più numeroso partito comunista in Occidente – ed è stato dovuto (a p. 11 del libro di Di Siena) all’aver rimesso al centro l’individuo ed il processo della globalizzazione, due eventi, aggiungerei io, totalmente completamente assolutamente mal analizzati e peggio ancor affrontati da parte del PCI di allora -; la ragione è chiara: poiché collidevano con il suo schema operaista e proletario. Peccato che i maggiori successi del PCI furono dovuti non certo al pedissequo seguire “lo” schema quanto invece all’allontanarsene. Questa contraddizione era sì percepita dai suoi più riflessivi membri ed appartenenti, ma non andò mai oltre un certo livello, né indusse mai ad un diverso schema effettivamente teorizzato e pensato come tale.

Fu invece seguito lo schema dell’emergenza delle classi medie – a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso – in un tentativo che Di Siena denota come “generoso” e personalmente trovo invece meglio denotato dal termine “disastroso”; il tanto decantato ‘89 avviene in Italia in un partito già decotto e scotto: i giochi erano ormai fatti, anzi, strafatti. Infatti l’idea di base all’epoca era sostituire quel “blocco sociale” (p. 18) dei contadini al Sud e degli operai al Nord, con le classi medie della spesa pubblica.

Le classi medie italiane sono costitutivamente non interessate all’innovazione, quanto focalizzate sulle rendite da posizione da mantenersi “ad libitum”, per usare una terminologia musicale, tanto cara alla lingua italiana. Si trattava – e si tratta - di un blocco statico, con il quale nessun cambiamento è possibile: prova ne sia il secondo Ventennio, quello berlusconiano, dove, con le fole di cambiamento, invece le consorterie della spesa pubblica hanno festeggiato forse l’acme della loro capacità di condizionamento della vita pubblica in Italia. A questo si aggiunga la smunta borghesia napoletano-casertana, priva di progettualità e che si base quasi del tutto sulla spesa pubblica e che quindi è sempre stata, coerentemente, di centro-destra tendenzialmente: su queste basi davvero non poteva che darsi quella subalternità che poi si è avuta, di fatto, storicamente. Per gli eredi del Pci ci poteva solo essere la via, che poi si è avuta, dell’essere “cooptati come subalterni” (ibid.).

Dunque ricostruire la “genealogia” degli eventi è senza dubbio importante, ma se, e solo se, si sia prima o almeno contemporaneamente ben riflettuto sulle lezioni del secondo Ventennio. Lo stesso Di Siena, a proposito dell’oggi, parla di “crisi organica” (p. 19). Verissimo, ma qui vi è una crisi globale che in Italia si declina con delle aggravanti locali. Tali aggravanti son dovute anche alle scelte errate di quegli anni, ovvero aver sempre preferito un determinato quadro culturale già in crisi, scelta che si è rivelata – com’era prevedibile – sulla lunga distanza un vero disastro, ed alla facile via della subalternità di fatto che vi è seguita, “via” che si potrebbe chiamare vicolo cieco, con più esattezza. La subalternità della sinistra italiana si è saldata storicamente con la subalternità mentale fortissimamente presente nel Mezzogiorno in quanto tale, e cioè la rocciosa convinzione profonda che siamo “figli di un dio minore”, per dirla con il noto titolo di un film.

Per tirare le somme, il Pci – sotto il manto dell’ideologia operaia, e questo è senza dubbio storicamente assai particolare – ha costituito, di fatto e al di là di quanto si dicesse o di quanto effettivamente contasse quest’orientamento a livello nazionale (pochissimo), il riemergere ed il prolungarsi storico del meridionalismo storico. E l’eclissi del Pci meridionale non casualmente ha coinciso con la totale eclissi delle tematiche ricollegabili al Meridione. Nemmeno eclissi anulare, ma totale: il che è stato, ed è, gravissimo.



Per finire: in Appendice, nella Relazione del 1986 al 3° Congresso del Pci della Basilicata, da Di Siena citata, si sottolinea il “respiro corto” (p. 33) del processo d’industrializzazione, cosa ben nota sulla pelle della gente nelle poche zone in cui, nel Sud, esso è avvenuto, con tutte le subalternità del caso, ad esempio la Provincia di Caserta o Napoli città, ed ora Taranto città. Così l’industrialismo ha lasciato qui solo macerie.

La via era un’altra, ma era impossibile prenderla allora, perché avrebbe significato il mettere in questione il modello comunista tout court, e cioè focalizzarsi sulle tematiche della terra per innovare , ovvero porre al centro le tematiche del benessere, della gestione ecologica della civiltà, unendovi la natura e le molte emergenze storiche che hanno la grossa sfortuna di star nel Sud Italia, ovvero di essere marginali e subalterne per principio, fatte salve certe cose notissime. Vi tentarono n molti all’epoca, ma la cappa ideologica impedì. Quella fu la guerra persa dal Sud in quanto tale. Non in quanto “comunista”, ma in quanto Mezzogiorno: bisognerebbe interrogarsi seriamente su questo punto qui.

Molto più grave, però, che il Pci, dissoltosi e divenuto Ds, o qualche altra formula elettorale, scegliesse il totale oblio delle tematiche meridionalistiche: questo va detto a chiare lettere, perché in quel momento il problema, ben reale prima, del “mantello” ideologico non sussisteva più. E cioè fu scelta la falsa via del nuovo “blocco storico” con le classi medie della spesa pubblica che Pdl e Lega andavano rappresentando, con la Lega che coagulava attorno a se stessa anche parti molto rilevanti dell’ex elettorato operaio del Pci nel Nord, per cui i partiti di sinistra sono diventati sostanzialmente partiti concorrenti ma borghesi, ovvero il totale tradimento – parola forse troppo forte, usiamone un’altra: tradimento – di ciò che essi andavano predicando un tempo. E questo al di là del “continuismo” delle classi dirigenti: le classi dirigenti per principio vogliono perdurare il più possibile. Quindi la continuità non spiega il voltafaccia e il totale abbandono delle classi popolari, se tali dir si possono ancora, comunque subalterne, o la borghesia impoverita dalla crisi: anche questa ultima non può in alcun modo far riferimento agli eredi del Pci; tutte queste classi sociali seguiranno il populismo di turno, e criticare questo populismo servirà a ben poco, perché, passato un populismo, ce ne sarà un altro.

Gli eredi del Pci hanno scelto la via facile, della subalternità di fatto. Forse non potevano fare diversamente o non avevano la lucidità per fare diversamente: senza dubbio è anche mancato un leader con una visione ma invece hanno avuto tanti piccoli capi corrente. Ma, comunque la si veda, dal punto di vista storico, per il Sud sono, e rimangono centrali, le tematiche dette sopra: che ne facciamo della nostra terra? Le tematiche del benessere, della gestione ecologica della civiltà, unendovi la natura e le molte emergenze storiche, non costituiscono forse il punto centrale, il treno della storia perso qualche decennio fa e che, sotto spoglie differenti, e con fattezze molto diverse, si sta ripresentando?


(1) Alcuni spunti critici si trovano nella recensione a questo link: http://ugolini.blogspot.it/2013/07/quel-pci-giraffa-nella-storia-del.html


venerdì 18 ottobre 2013

“Asteroide 2032??”

Una notizia di oggi, Venerdì, 18 ottobre 2013. Un passo dal link qui sotto citato: “L’asteroide 2013 TV135, che misura 410 metri, potrebbe colpire il nostro pianeta, provocando un’esplosione paragonabile a 50 bombe atomiche. Nonostante le possibilità siano molto basse, una su 63.000 secondo la scala Torino che misura la pericolosità di questi corpi celesti, gli scienziati hanno inserito questo oggetto spaziale nella lista degli asteroidi pericolosi. Quando? Nel 2032. E’ stato scoperto nella costellazione delle Giraffe dall’ ‘Osservatorio della Crimea’ nel Sud dell’Ucraina da Gennady Borisov.” 

Fonte: 
http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/nuova-data-della-fine-del-mondo.html 

Altra fonte online: Esperti delle forze speciali USA hanno previsto l’impatto di un meteorite sulla Terra [Video].


Una conferma: “Padre Nostro, che sei nei cieli, viene il tuo Regno. E’ fatta la Tua volontà, in cielo e in terra. Sono venti secoli più l’età del Salvatore. Amen” (Pier Carpi, Le profezie di Papa Giovanni, Edizioni Mediterranee, Roma 1976, p. 90, corsivo in originale). “E l’ultima frase della profezia che chiaramente quando questo dovrebbe avvenire: sono venti secoli più l’età del Salvatore. A meno che non vi siano significati nascosti, e non credo, il giorno del giudizio dovrebbe essere nel 2033 d.C.” (ibidem, p. 91). 
 


UNA “SEGNALAZIONE”



SEGNALAZIONE”


Si segnala quest’articolo: M. Martinelli, Governance del pianeta Terra, le rivelazioni di Harry Potter e Dmitrij Medvedev, in “Notiziario Ufo – International Magazine” (Mensile del CUN [Centro Ufologico Nazionale]), Anno II, n. 9 (settembre 2013), pp. 41-49 (note finali alle pp. 49-51).
L’articolista si riferisce sia alla nota serie di Harry Potter – cosa che, personalmente, m’interessa poco – sia invece, cosa ben più importante, alle parole dell’attuale premier russo D. Medvedev, in fuori onda, come suol dirsi, e non smentite (1). Si tratta di un’intervista del 7 dicembre del 2012, dove si sostiene (2) che tutti i presidenti russi, assieme alla valigetta nucleare, una cartella dedicata agli Ufo. Medvedev, poi, aggiunge che di tali cose se ne parla in un noto documentario, “Gli uomini in Nero” (3), ed infine soggiunge che gli alieni sono fra noi.
Di seguito, parla dell’esistenza di una “organizzazione” - e si fa riferimento al noto libro di S. Hutin sulle società segrete, stranamente nella versione in inglese: ma c’è anche in italiano, e da un po’ di tempo (4) -; tale organizzazione avrebbe come scopo quella di “acclimatazione” alla presenza sedicente “extra-terrestre”. Vi sarebbe un’altra “organizzazione”, con scopo contrario, che sarebbe “satanica” in senso etimologico: “Satàn” = avversario.
Non manca una citazione da Il Re del Mondo di Guénon, ma non sembrerebbe con lo scopo di supportare le visioni dell’autore citato (Guénon cioè). Si cita, poi, fra i membri della prima organizzazione detta qui sopra – cioè quella “buona”, che ci “acclimata” agli “Ufo” - il conte S. Yulevich Witte (5), ma pure G. Ivànovich Gurdjieff. Quest’ultimo è detto essere tra i precursori del “New World Order”, il “Nuovo Ordine Mondiale” ormai in atto da due anni (6), se con ciò intendiamo una svolta nettissima nell’economia del mondo, una sostanziale “cesura” fra economia e consenso, un’auto-referenzialità del mondo finanziario, senza dubbio cominciata con gli anni Ottanta del secolo scorso (direi che il 1974, con la fine del “Gold Exchange Standard”, è stato il primo mattone), ma completata solo due anni fa, come inizio della fase finale. Al momento devono ancora terminare; il fine in vista, a breve tempo, è quello di una sola valuta unica globale.
Alla nota n°26 (a p. 50 la si legge), l’autore del detto articolo riporta un passo di J. G, Bennett (7), dove parla di una sorta di “organizzazione” che sarebbe sulla Terra, ma – ed ecco il punto – non necessariamente nel senso in cui lo interpreta l’autore del testo. Sinceramente, a me pare una interpretazione un po’ forzata.
In linea generale, quando si parla di queste cose, occorrerebbe esser consapevoli dell’“effetto specchietto per le allodole”, come lo chiamo. Altrove ho fatto delle osservazioni al riguardo (8), soprattutto nelle note, sugli errori di credere che !quel” mondo sia “regolare” o “lineare”: nulla è come sembra, in effetti. Lo scopo dello scritto, infatti, non è stato quello di sostenere questa o quella tesi – ovviamente ci sono anche delle tesi, ma “anche” - quanto piuttosto di fra ragionare il lettore, facendogli comprendere come sia azzardato ragionare in base a delle logiche applicate in “quel” campo dall’esterno. Tra l’altro, ho spesso citato esattamente quello stesso libro – ma nell’edizione in italiano – di S. Hutin, che l’autore dell’articolo qui brevemente segnalato ha citato... 



NOTE 

(1) Precisamente in:
“ALIENI TRA NOI” - LO CONFERMA ANCHE L’EX PRESIDENTE RUSSO MEDVEDEV - [FILMATO COMPLETO 09.12.12] 


(2) Non riproduco il passo dell’articolo su citato, come farò dei riferimenti a detto articolo solo indicando la pagina ma mai suoi passi, perché, a p. 49 dell’articolo stesso, si dice che qualunque passo riportato dall’articolo dovrà, per poter essere riprodotto, aver inserito la dicitura “Copyright Dr. M. Martinelli – Reprinted with permission”. Personalmente son contrario a queste cose, e mi attengo invece alla legge italiana, la quale consente, se non ricordo male, di riprodurre fino al 15% di un testo, ovviamente chiarendone sia chi sia l’autore, che l’edizione e la/e pagina/e di riferimento. 



(3) Si tratta di questo documentario, in russo, con sottotitoli in inglese: 
Men In Black Russian Documentary With English Subtitles
Ora quest’altro documentario pure ha qualche grano d’interesse: 



(4) Dalle Edizioni Mediterranee, per la precisione.



(5) Sul conte Witte (1849-1915) cfr. quest’interessante libro: A. Butterworth, Il mondo che non fu mai. Una storia vera di sognatori, cospiratori, anarchici e agenti segreti, Einaudi, Torino 2011. 



(6) La ricorrenza della terminazione in -1 è interessante: 1991 il discorso di Bush padre, 2001 i noti fatti dell’11 Settembre, 2011 il cambiamento del sistema economico mondiale, avvenuto ormai. Cfr. il discorso di Bush padre:
Bush Sr. New World Order Speech (rare)
Il testo: “We have before us the opportunity to forge for ourselves and for future generations a new world order, a world where the rule of law, not the law of the jungle, governs the conduct of nations. When we are successful, and we will be, we have a real chance at this new world order, an order in which a credible United Nations can use its peacekeeping role to fulfill the promise and vision of the U.N.’s founders.




(7) J. G. Bennett, Gurdjieff. Un nuovo mondo, Ubaldini, Roma 1981, p. 82.




(8) A. A. Ianniello – F. Franci, Evola dadaista. Dadà non significa nulla, Giuseppe Vozza editore, Casolla 2011.




lunedì 14 ottobre 2013

Il vero tema

Eh ma noi possiamo ascoltarlo, e riprodotto quante volte vogliamo... Ma non è il vero tema. 

Il vero tema è: chi oggi lo comporrebbe... Questo è il vero tema

 

domenica 13 ottobre 2013

“Templari e Cristianesimo. Una breve nota”



Templari e Cristianesimo. Una breve nota”

Oggi, 13 ottobre, quando terminò l’Ordine dei Templari. Qualche breve nota. Come prima cosa, l’Ordine era destinato a cattiva fine. La ragione sta in questo: che era un potere transnazionale e persino trans-religioso, se si può dire così. Né la Chiesa, che iniziava un suo processo di modernizzazione, né il Re di Francia – le nazioni che allora erano in ascesa – e nemmeno l’Impero, che però fu l’organizzazione per certi versi meno nemica dell’Ordine, avrebbero mai potuto tollerare un Ordine che era una potenza del tutto sciolta da qualsiasi altra autorità superiore, tranne il Papa.

Clemente V, com’è stato recentemente dimostrato, non credeva nella colpevolezza dei Templari, credeva, com’è possibile, che solo un ristretto “cerchio interno” aveva – dal suo punto di vista – tralignato e che, conseguentemente, sarebbe stato ingiusto accusare l’intero Ordine. E tuttavia non intervenne, si limitò a sospender l’Ordine, ben sapendo che la monarchia francese avrebbe attaccato e distrutto l’indipendenza dei Templari. Non lo fece perché i Templari erano ingombranti, erano un potere indipendente, de facto.

Altra questione: solo un ristrettocerchio interno” sapeva di quella deviazione-allontanamento che si esprimeva con lo “sputare” (vero o presunto che sia, si esprimeva in realtà l’allontanamento dal Cristianesimo) su di un’icona del Cristo – quindi, al succo, l’accusa di fondo era quella di eresia. L’accusa di omosessualità, che non poteva non aggiungersi come marchio infamante, poteva avere degli appoggi reali o non, e non voglio qui mettermi a parlare della questione dell’omosessualità nella Chiesa (i Templari, è sempre bene precisarlo, erano monaci-guerrieri ed erano dunque parte della Chiesa a tutti gli effetti, ma in una posizione del tutto unica e particolare); quel che voglio dire è che, data l’accusa di eresia, quella di omosessualità non poteva non aggiungersi per accrescere l’infamia delle accuse stesse, che ci fossero stati o non degli effettivi episodi.

Se, dunque, solo il cerchio interno templare aveva questa “deviazione”, in che direzione si può pensare oggi che fosse diretta? Verso una “rinnovamento” del Cristianesimo?
Non lo credo affatto. Il cerchio interno era cripto-islamico. Ma non nella direzione dell’Islamismo ortodosso, bensì, a causa delle loro relazioni con l’Ismailismo riformato di ‘Alamût, erano “cripto-islamici” nella direzione eterodossa, dunque. l’Ismailismo riformato di ‘Alamût conquistò, dall’Iran di provenienza, la Siria dell’epoca, ed ecco il famoso “Veglio della Montagna” - “al-Shaykh al-Jabal” -, di qui la relazione che i Templari ebbero con i capi di quel movimento politico-religioso. Ora, nei gradi più alti del sistema iniziatico degli Ismailiti riformati di ‘Alamût si arrivava al punto di prendere le distanze dalla forma religiosa di appartenenza, ed ecco lo sputo” che si sarebbe dato sull’icona di Cristo, ed ecco il famoso – e “mysterioso” - cosiddetto “idolo” che i Templari avrebbero adorato: il Baphomet. Secondo taluni scrittori medioevali, tale “Baphomet” non sarebbe stato altro che il “Machomet”, Maometto. l’idea di fondo – il cripto-islamismo, ma eterodosso – non è sbagliata affatto, come spesso capita di leggere nelle fonti antiche. Solo che, se le influenze islamiche furono quelle ismailite “riformate” (cioè una eterodossia di una eterodossia...) - non era Maometto, bensì l’ Imâm.
In ogni caso, se così è, essi non furono “eretici” in senso comune della parola. Probabilmente cercavano una – impossibile - “sintesi” fra degli aspetti dell’Islamismo e degli aspetti del Cristianesimo, cosa che si può ottenere solo fuori dalle rispettive ortodossie. Ripeto, però, che non possiamo considerarli degli “eretici”, cioè chi accetta – di una ortodossia – solo certi aspetti e non tutti gli altri.

Si può solo immaginare quale sarebbe stato il decorso della civiltà mondiale se ai Templari fosse stato lasciato altro tempo per sviluppare il loro “sogno ‘eretico’ impossibile”. Quel che si può dire, dal punto di vista storico, è che, se questa fu davvero la loro “direzione ed intenzione” di sviluppo, si comportarono con una certa inavvedutezza. Vero che certe cose erano riservate solo al cerchio interno templare, nessun dubbio al riguardo, sta di fatto che fecero del proselitismo, con attenzione senza dubbio, ma fecero troppo proselitismo. dall’altro, non compresero che, se davvero quella era la loro intenzione, non potevano diventare troppo potenti, come invece fecero: furono loro ad inventare l’ossatura del sistema bancario europeo, l’assegno ed il traveller’s cheque. Infatti, fu proprio quest’eccessiva potenza mondana a costituire la loro debolezza, il loro tallone d’Achille. Non lo compresero, secondo loro l’accumulo di forza materiale sarebbe stata una difesa, ma invece così non fu, e furono mal accorti nella predicazione, troppo aperti. E furono troppo aperti nel proselitismo proprio perché si reputavano difesi dalla loro potenza.

Veniamo a Federico II. Anche lui fu accusato di vicinanza al mondo islamico, ma la sua vicinanza non fu mai religiosa, bensì culturale. Fu vicino ad Avicenna, senza dubbio, alla scienza islamica, anche quella che oggi si direbbe “occulta”. Ricordiamoci che le scienze dette oggi “occulte” all’epoca erano scienze controverse ma non considerate false. Si distingueva, di solito, fra due tipi di magia: la “magia naturalis” e la “necromantia”, quest’ultima la magia “evocativa”, il “commercium cum daemonibus” del quale, anche, furono accusati i Templari. A Federico II interessava la “magia naturalis”, non quella “evocativa”, va precisato questo. Quindi, la relazione, indubbia e forte di Federico II col mondo islamico ha una natura differente.

Nel Regno di Federico II, va ricordato, il Cattolicesimo era religione di Stato, ma c’era senza dubbio molta tolleranza verso altre religioni. Per sintetizzare, Federico II, diversamente quindi dai Templari, che seguivano un progetto particolare e senza dubbio “elitario”, voleva invece che islamici e cristiani convivessero pacificamente, ma ognuno rimanendo se stesso.


Un interessante documentario, sul “Regno di Satana”