“Ci fu un tempo in
cui non c’era nome per
Dio e ci sarà un tempo
in cui non ce ne sarà”
Come si è detto (in
vari commenti) – e la cosa è conforme a quanto sostenuto da “Incànus” – al
momento, poiché si deve passare dall’
“implicito” all’ “esplicito”, non è
dunque questione d’azione, al massimo d’informazione. Questo **non** significa
che l’azione “non ci sarà mai”, ma che non n’è il momento. Certo l’attesa è
lunghissima, ma tant’è, le doglie del parto sono lunghe, dolorose, pare spesso
che si stia “lì lì per”, ma poi non è così. Lunghi son i tempi, doloroso il
cammino del “Mulino di Fròthi”, il “Grotti”, all’inizio mulino d’abbondanza,
poi di sale, ma che – “in fine” – si trasforma in un gorgo
infernale, il famoso “Maelstroem”,
o, in altra grafia, Mälström.
Perché e per come si
sia giunti ad una tale – gigantesca
– impasse è questione interessante (e
che mi pare lo stesso “Incànus” ebbe modo di trattare); ma sia come sia, una
tale questione ci porterebbe troppo
lontano.
In ogni caso, grosse forze son in atto, oggi, allo scopo di chiudere una
partita” la cui “chiusura” – siccome un “ritual” – è già iniziata, ma tarda
(per ragioni complicate a dirsi). Stando così le cose, togliersi dalla (loro) strada è il minimo … Per questo dicevo: tempo d’informazione, non d’azione.
Come atteggiamento
consigliato qui, cf.
Si può discutere,
naturalmente, finché si può. Perché – ad un certo
punto – “verrà ‘il’ giorno” … Ma
non è ancora “quel” tempo …
Commentando un post
precedente – cf.
http://associazione-federicoii.blogspot.com/2018/09/segnalazione-8.html
– si diceva che, se manca il “supporto”, l’ “influenza
spirituale” o si “adatta” (= riduce
il suo spettro d’influenza, la sua “portanza”, la sua potenza, insomma diminuisce un o più “aspetti” per
venire incontro ad un determinato
“sostrato” storico), oppure si ritira.
Che poi è quel che, in atto da molto tempo, da una decina d’anni in qua è
divenuto un processo molto ma molto più forte.
E qui non voglio
ricordare altro se non quel che Gurdjieff portò in Occidente, ed è particolare – non sono un suo seguace –
tant’è che J. G. Bennett s’interessò sempre della sua fonte che non fosse sufi
(probabilmente la “Confraternita Sarmoung”
cosiddetta), vale a dire: “Il principio della discontinuità delle vibrazioni”.
Secondo tale veduta, le vibrazioni non
sono continue. Ma esse seguono un pattern
che Gurdjieff descriveva usando le note
musicali (e chiamava questo “la legge d’ottava”). Vi son dei “passaggi” che, se
in quegli intervalli non interviene alcunché, il processo comincia a
degradarsi, inevitabilmente andando secondo le sue forze intrinseche, interne,
che Gurdjieff chiamava “meccaniche”.
Ed è proprio quel ch’è
successo dopo che – circa una decina d’anni fa – si è aperta come un’ultima
opportunità di modifica di “certe” forze.
Poi tale porta si è
richiusa.
Al momento, le cose
vanno proprio così, superatosi un certo punto, non ci si può far nulla, finché
non venga un altro “incrocio”, nel quale si può “fare”, ma sempre in base alle
condizioni di quel momento lì, non di ora. “Ora, ricordando la legge d’ottava,
vediamo che un processo equilibrato che si è effettuato in un certo modo non
può essere modificato a volontà in un momento qualsiasi. Un cambiamento può
intervenire, una nuova via può essere presa, soltanto in certi ‘incroci’.
Nell’intervallo tra un ‘incrocio’ e l’altro nulla può esser fatto. E se un
processo passa per un ‘incrocio’ senza che nulla accada, senza che niente sia
fatto, è già troppo tardi il processo continuerà a svilupparsi secondo leggi
meccaniche; anche se coloro che prendono
parte a questo processo vedono l’imminenza di una distruzione […], non saranno in grado di far niente. Lo
ripeto, ci sono cose che non possono
essere fatte se non in certi ‘incroci’”.
Ma veniamo all’
“astrale”. “Ricordate ciò che ho detto sul corpo astrale? Riassumiamolo
brevemente. Gli uomini che hanno un ‘corpo astrale’ possono comunicare l’uno
con l’altro a distanza, senza ricorrere a mezzi fisici, ma affinché tali
comunicazioni siano possibili essi devono stabilire qualche ‘legame’ tra di
loro. Con quest’intento, quando qualcuno di loro va in un’altra regione, prende
talvolta con sé un oggetto appartenente alla persona con la quale desidera
rimanere in relazione, di preferenza un oggetto che sia stato in contatto con
il suo corpo e sia permeato dalla sue emanazioni. Nello stesso modo, per
mantenere una relazione con una persona morta, i suoi amici hanno l’abitudine
di conservare degli oggetti che le sono appartenuti. Questi lasciano in qualche
modo una traccia dietro di sé, qualcosa
come dei fili o filamenti invisibili, che rimangono tesi nello spazio. Questi
fili legano quel determinato oggetto alla persona, viva o morta, alla quale
l’oggetto apparteneva. Gli uomini hanno avuto questa conoscenza fin dalla più
remota antichità e ne hanno fatto gli usi più svariati.
Se ne possono trovare
tracce nei costumi di molti popoli. Sapete per esempio che son molto numerosi
quelli che praticano il rito della fraternizzazione
per mezzo del sangue. Due o più uomini miscelano il loro sangue nella
stessa coppa e ne bevono. In seguito son considerati fratelli di sangue. Ma l’origine di quest’usanza deve essere
ricercata su di un piano più profondo. Nei tempi primitivi si trattava di una
cerimonia magica per stabilire un legame tra ‘corpi astrali’. Il sangue ha
qualità speciali. Alcuni popoli, per esempio gli Ebrei, attribuiscono al sangue
un significato particolare e proprietà magiche. Ra capite che secondo le
credenze di certi popoli, se si stabilisce un legame tra ‘corpi astrali’, esso
non è spezzato dalla morte”.
Il “legame” è il
“legamento” magico, il vincolo (come
il libro di Bruno De vinculis in genere,
link in nota). In
inglese “bound” o, meglio, spellbound, che vale “incantesimo” nel
senso di “legame vincolato” e che,
poi, si “lancia”, “to cast a spellbound”, appunto.
Tra l’altro, il
“fratello di sangue” – nella saga di Gengis Khan – è detto anda, ed era Jamuqa, fratello ed insieme rivale, come Romolo e
Remo, ma fratello di sangue, non di
carne. Jamuqa, superato dal suo anda
Temujìn – futuro Gengis Khan – in ogni cosa, fu alla fine perdonato da Temujìn
stesso, per quegli atti, a volte incomprensibili, di magnanimità che lo
prendevano, “in nome dei vecchi tempi”, come suol dirsi. Ma Jamuqa non volle. Chiese
di essere ucciso, cosicché il suo “spirito” – = l’anima vitale – sarebbe divenuta il protettore del futuro Gran Khan “Mare”
od “Oceano” (Dengiz, o deniz
nel turco di oggi, “Qara Denizi” = Mar Nero, o, in mongolo, “Dalai”). Gengis Khan, a malincuore, piangendo – ed è davvero difficile, a tanto tempo di distanza,
sapere se fosse sincero o calcolata “ipocrisia”
–, accetta di far uccidere Jamuqa. Sempre Gengis Khan – la potremmo chiamare la
sua “fixe” – cercava un avallo “giuridico” al suo agire. Sempre. Dunque sincero ed
anche, al tempo stesso, un
consumato politico. Tutto questo si avvicinerebbe di più alla realtà dei fatti.
Spietato, ma generoso. Sincero, ma simulatore, al tempo stesso.
Ma ecco il punto:
quest’ultimo (Jamuqa), però, non vuole
che il suo sangue sia sparso, e Temujìn accetta questa richiesta, perché
conosce tali usanze.
“Chiamuka [Jamuqa] fu
dunque messo a morte. Poiché si riteneva
che l’anima risiedesse nel sangue, la consuetudine imponeva che un principe
a cui fossero resi gli onori non fosse scorticato. Secondo la cronaca, Chiamuka
sarebbe stato soffocato in una coltre [calpestata dai cavalli]. […] Dal
principio alla fine dei loro destini incrociati Temucin [Temujìn] e Chiamuka
sono stati probabilmente segnati dalla stranezza dei loro rapporti, dove
amicizia e inimicizia hanno continuamente suonato partiture discordi.
Probabilmente Chiamuka
avrebbe potuto assurgere ai più alti destini, se invece di opporsi a Temucin,
ne avesse sostenuto i progetti. […] Ma altrettanto ambiguo è l’atteggiamento di
Temucin, che prima accetta di perdonare l’avversario e poi finisce per
abbandonarlo. La storia di questa strana coppia e l’inquietante epilogo
avrebbero potuto ispirare Shakespeare”.
Solo dopo questa fine,
nel 1206, a cinquant’anni, Temujìn fu infine proclamato “Gengis Khan”.
Andrea A.
Ianniello