domenica 23 giugno 2019

“RAMSES Secondo e SETH”
















In un post precedente vi era un link il quale dava su di uno scritto – seppur frammentario – nel quale si parlava, in maniera “fiction”, di Seth (a Londra)[1]. E’ il caso di approfondire un po’ questo tal tema.

Poco si tien conto del fatto (o, almeno, lo si nota poco, non traendosene le debite conseguenza) che il padre di Ramses II (regnò dal 1279 al 1213 (o 1212) a.C.) si chiamasse Seti I (regnò dal 1294 (o 1290) al 1279 a.C.), cioè avesse il nome di Seth nel suo nome di faraone. Facevano ambedue parte della XIX dinastia egizia, in base alla cronologia di Manetone, a sua volta tramandataci da Giuseppe Flavio, Sesto Giulio Africano ed Eusebio di Cesarea.
Ma vediamo di questo legame fra la dinastia di Seti I, e, dunque, di Ramses II, e il dio egizio Seth. Ramses II è stato detto, giustamente, “il grande”, ma il suo successo come governante – indubbio – molto si adatta alla natura di Seth.
Partiamo dal fatto che un faraone si chiamava con un nome che non era per niente “scelto a caso”, ma che attestava sia il momento “cosmico” che, volente o non, egli comunque “incarnava”, sia un legame speciale con certi luoghi. Dunque, che il padre di Ramses II si chiamasse “Seti”, era un chiaro richiamo al dio Seth.
Tentativi d’imporre Seth come dio generale della figura del faraone (“di per sé”, o “in quanto tale”) comunque fallirono. Ma: “Seth continuò peraltro ad avere un suo posto ben preciso nella liturgia solare. Durante il viaggio notturno di Rē, Seth si trova sempre sulla prua della barca per arpionare il serpente Apophis che ne minaccia la navigazione; spesso nelle immagini della cerimonia dell’incoronazione [del faraone] Horus e Seth circondano il giovane sovrano con i simboli della vita e spargono su di lui acqua lustrale. Son elementi che contribuisco a portare confusione e incertezze nel delineare la figura di questo dio del quale purtroppo mancano leggende dirette [evidentemente, erano, e sono, state tramandate nascostamente se, in qualche modo, Guénon giunse ad “orecchiarne” qualche brandello]; le sole nelle quali appare, sempre in posizione di antagonista, sono infatti quelle della mitologia osiriaca che lo vedono come nemico e assassino, o di miti e leggende di altri dèi, e mai in posizione simpatica. Durante la lunga controversia tra Horus che reclamava l’eredità di Osiride e Seth il fratricida, Seth strappò un occhio a Horus che però riuscì a evirarlo [tra l’altro, vi sono anche delle precise allusioni alle tendenze omosessuali di Seth, o, almeno, bisessuali, come incapace di distinzioni in quell’ambito: ma qui lo si nota solo en passant]; per questo Seth era considerato il dio sterile del deserto, contrapposto ad Osiride dio fecondatore e verdeggiante. L’immagine di Seth entrò presto come segno geroglifico nella grafia della parola ‘tempesta’. Molto più tardi lo scriba del Papiro Ebers scrisse spregiativamente la parola ‘asino’ usando il geroglifico di Seth, e d’allora tale grafia divenne corrente [considerato il controllo che il Tempio egizio aveva della scrittura (“sacra”, hieròs), non vi può esser alcun “caso” in una tale scrittura: significa che l’asino è animale di Seth]. Quando il consesso degli dèi assegnò a Horus l’eredità del padre, Seth ottenne in cambio ‘la Terra rossa’, cioè il deserto, e non solo non fu sottoposto a condanna, ma venne adottato da Rē-Harahti [Rē è un’altra grafia di Râ, il dio del sole, molto significativo] che disse: ‘ … Mi venga affidato Seth, figlio di Nut, affinché sieda accanto a me. Egli starà con me come un figlio e urlerà al cielo, e si avrà terrore di lui’. Era questa la posizione di Seth nel pantheon egizio”[2].
Interessante il legame con la tempesta – del deserto – e l’asino, in particolare “l’asino rosso”, che Guénon legò sempre a Seth. Ma, per venir più vicino al tema, la cosa importante da sottolinearsi è che Seth “in origine” faceva parte del consesso degli dèi, e combatteva contro Apophis, il mostro “delle acque (primordiali [cosmiche])”, per poi, al contrario, dopo allearcisi, come Loki combatteva i giganti dell’Est con Thor, per poi trasformarsi in nemico degli dèi. E’ il mistero delle forze un tempo divine che si alleano con “l’anti-divino” – mistero difficile a sondarsi. L’essere stati separati dalla propria “eredità” è la maschera che consente a quest’ “intenzione” antica – perché “di prima del Tempo” – di potersi “incarnare” nel Tempo.  Come che sia ( o sia stato), ciò accadde. Della serie delle cose che “non avvennero mai, ma sempre sono” (Sallustio). Comunque, la mente umana vacilla qualora vada oltre una certa soglia: siamo costretti a dire “X”, dobbiamo presupporre tutto ciò, come se fosse un assioma, indimostrabile.
Altra osservazione: nel nostro mondo, della “parola imputtantita” (Gurdjieff), abbiamo grandissime difficoltà nell’immaginarci – anche solo immaginarci – cosa sia un parlare “potente”: un “dio”, se “parla”, ciò che dice diviene immediatamente. In altre parole: fra “parola” ed “essere” si ha un’ “intercapedine” molto sottile. Oggi la parola vagheggia, vaga, passeggia, saltella, un po’ dappertutto, agile, ma senza forza, rapida, ma senza capacità d’influsso, che si può di questi tempi ottener solo se si “accumula”. E deve comunque raggiungere una sua “massa critica”: se fallisce in questo, rientra nel flusso, perché la tecnica ha trasformato la parola in mero flusso. Non era così un tempo, lontano ormai, senza dubbio, ma rimane che non era così. Ma una parola potente non può essere “numerosa ed innumerevole”; al contrario, noi, oggi, abbiamo la necessità, pressoché assoluta, di “cumulare” parole per dar loro forza. Si noti così la grande distanza fra quei tempi e gli attuali.
Dunque la tempesta (del deserto, sabbiosa e rossa), l’asino rosso, poi altro animale è il coccodrillo – ci si ritornerà su – e l’ippopotamo, col suo sbagliato nome, in quanto quella massa sgraziata niente ha a che vedere con l’aggraziato cavallo! Inoltre, è uno degli animali che, in Africa, uccidono più uomini! Tra l’altro, in Africa proprio l’ippopotamo è usato da stregoni che vogliono, con una malìa, far uccidere un avversario o sono stati prezzolati per ammazzare qualcuno. Ho visto, tempo fa, un documentario in cui lo stesso documentarista, essendo giunto laggiù coi suoi bravi pregiudizi europei, non credeva in questo fatto, ma i fatti lì visti ne hanno incrinato, poi, questa sua credenza europea. Si vede uno stregone africano che cerca il “pupazzetto” che funge da catalizzatore della malìa fatta da uno stregone malefico, avverso a quel villaggio in cui molte morti da parte d’ippopotami si andavano verificando, un po’ troppe anche per l’Africa. Molto interessante che faccia vedere lo stregone che si trasforma, emettendo strani singhiozzi e piccoli urli “strani” – eh, va visto, non ne ricordo il titolo, difficile ridire come sia –, perché è una rara volta in cui si vede qualcosa di vero, non per i “turisti”, non per gli europei e nordamericani. Poi, lo stesso documentarista si sorprende quando lo stregone individua il “pupazzetto”, la “bambolina”, e la gente, cercando di estrarla da sotto una capanna, e non riuscendoci, chiede aiuto anche a lui, e cioè al documentarista. Ed egli dà loro una mano, ma il pupazzetto fa resistenza: si rifiuta di essere strappato; questo mette in crisi il documentarista, che alla fine non sa che pensare. Naturalmente, tornando da noi, in Europa, ritornerà a “non credere”, come si dice qua, a dimostrazione del cumulo di pregiudizi che hanno gli europei e nordamericani quando viaggiano – di pregiudizi ne hanno anche tanti altri popoli, a cominciare da quelli islamici, per non parlare dei cinesi –: in realtà, tutti hanno pregiudizi. Quando dico che un “europeo” o un “nordamericano” ha un “pregiudizio”, intendo qualcosa di molto preciso: ha un pregiudizio al riguardo del lato “magistico” della vita. Noi viviamo, infatti, dentro un mondo che rende queste cose poco credibili; in quel villaggio africano, la sera, queste cose appaiono ben altrimenti credibili!! E chiaramente non mi riferisco a quella che Guénon chiamava – con un’ironia che credo molto pochi percepiscano, perché è come “parlare a suocera perché nuora intenda” – la “stregoneria delle campagne”, che ai suoi tempi ancora c’era, ma già molto indebolita, ed oggi è ancor più evanescente, ma mi riferisco, invece, a dei mondi dove il “contatto col mondo sottile” vi è ben altrimenti rimasto forte, pur se anche lì in decadenza. Ma in uno stadio anteriore, precedente, della decadenza pressoché totale che c’è stata qui, da noi, nell’Europicina (“de Canistris” …). Vi è, dunque, una differenza relativa, nell’ambito della “potenza”, che non è affatto uno scherzo, e va considerata, con attenzione.


Ma torniamo al nostro tema.
Ora lo stesso Ramses II, pur venendo da “radice sethiana”, non riuscì mai ad imporre il culto di Seth. Una ragione, detta dall’autore appena citato, si è che Seth era stato scelto dagli Hyksos (ca. 1650 – 1550 a.C. – ma è disputato, forma grecizzata dell’originario egizio: “Heka khasut”), che si erano comportati molto male in Egitto[3]. Ma ciò è molto insufficiente: in realtà, come s’è brevemente cercato di dire, vi è “dell’altro” …
Nondimeno un’osservazione giusta Cimmino la fa: “Quando gli Hyksos divennero padroni del Delta e forse di parte del Medio Egitto fecero di Seth il loro dio, probabilmente per alcune caratteristiche al cananeo Baal, pretendendo d’imporlo come dio unico o almeno come il più importante. La cacciata degli Hyksos e la rapida ascesa di Amūn di Tebe segnarono ancora una volta l’eclisse di Seth”[4]. Insomma, Seth ha delle similarità con Baal, e questo è interessante[5].
In una parola: è una “chiave” importante, senza che l’autore ne fosse consapevole.

Poi Cimmino dice che Seth era poco adorato, non è proprio esatto[6]. Vi era Kom Ombo (od Ombos), dove Seth era adorato, in un suo aspetto.
Kom Ombo – anticamente Ombos e nubet – nel nômo di Qenset, a metà strada tra Edfu ed Assuan. Vi si ritrova ancora un tempio [appunto, il tempio di Edfu] (costruito da Hatshepsut e Thutmosi iii, e riedificato sotto i Tolomei) anticamente consacrato a Sobek, ma la cui ultima disposizione [quella tolemaica] presenta un’interessante particolarità.
Infatti il carattere di questo tempio è la dualità: esso è diviso in due parti parallele (accostate), ciascuna delle quali ha il proprio portico e il proprio santuario, ed è consacrato a un doppio simbolo: il principio Sethiano e il principio Horiano, che d’altronde sono spesso associati sotto il nome di Neter-uy, ‘i due Neter’. Essi sono i due aspetti della Luce Universale cui l’oro – nub – è spesso assimilato: l’aspetto oscuro, materializzato, fisso, contratto, satanico, Seth; e l’aspetto irradiante, spirituale, sottile, espansivo, Horus. Occorre notare che l’antico nome del Neter di Ombos era Nubty, che può voler dire ‘quello di Ombos’, ma anche ‘qello dell’oro’, ”[7].
Interessante notare come, quando Maharaja Parikshit sconfisse il “Kali-Yuga”, all’inizio di questo ciclo tenebroso che sta terminando, appunto, in una Grande Tenebra, Kali-Yuga personificato in un re shudra che faceva le funzioni di uno kshatriya, lo shudra chiede perdono e si sottomette, dunque il re deve perdonarlo, ma ne vuol limitare la “sovranità”; oltre a luoghi alcuni dei quali sono molto “indù”, poi gli dice d’installarsi dove c’è loro, perché dove c’è loro ci sono necessariamente tutte le altre intemperanze e trasgressioni del Kali-Yuga. Nella Kabbalah ebraica, poi, l’oro rosso è legato a Geburah, la “sephirah” compressiva e limitante della legge e del Rigore, per cui si ha paradossalmente che l’argento bianco della Misericordia di Tiphèreth valga di più del rosso oro di Geburah …. Ovviamente qui Evola tutte leggerebbe distorcendo, dicendo che queste sono le religioni “semitiche”, “lunari”, ma sfuggendogli fatalmente la “legge dell’incrocio” che è la legge strutturale, basilare, fondamentale del simbolismo.
Insomma, Seth è ovunque si voglia fissare qualcosa, anche quando noi vogliamo “fissare” in una forma specifica un pensiero. Nessuno forma potrà mai essere il fluire del pensiero che, appunto, è un flusso, ma veramente fissabile, se non temporaneamente. Oggi tutti vogliono fissare, determinare, bloccare in una forma specifica un qualcosa, che sia pure soltanto la propria situazione economica. Se il fissare diventa di massa, che cos’hai? Che, per la legge degli opposti, sempre presenti nella manifestazione, se la fissazione va oltre un certo punto – ed accade pure nelle fissazioni psicologiche, eh – tutto diventa liquido, perché le fissazioni divengono inevitabilmente a loro volta un flusso. Si giunge così al solo apparentemente paradossale risultato di una fissazione che rende il mondo liquido: la natura opera sempre, infatti, con il gioco degli opposti, “impartavìllo” se potete ….
Tu puoi sì, se vuoi, “far forza” su di uno dei due capi di un’opposizione: ma l’altro capo non per questo sparirà, e la reazione verrà, inevitabile come quando tiri una palla da tennis contro un muro, la palla rimbalza e torna indietro con un moto che è un misto della forza che ha lanciato la palla e della resistenza che le ha fornito il muro. Siamo in questa situazione: per questo lo squilibrio generato a sua volta genera squilibri a catena. Ma la situazione è ancor più complessa, perché la spinta non si è esaurita ancora.
Ma torniamo al flusso principale del discorso.
Infine Sobek è, ma guarda caso, il dio coccodrillo.
A questo punto, si prosegue con qualche delucidazione in più sul principio naturale ch’è simbolizzato da Seth. Antefatto è che vi son “tre mondi”, i classici tre mondi della Traditio d’ogni dove, e Seth – con Osiride, Iside, Horus – fa parte delle funzioni del mondo terrestre. Insomma, della natura sulla Terra, delle forze che strutturano l’operare della Natura.
Detto questo, si continua. A quale di questi princìpi (o leggi della natura intesa qualitativamente, non come quantità, come fa la scienza moderna e la tecnica che n’è scaturita) corrisponde Seth, allora? Ecco la risposta: “Seth, principio di concretizzazione, fissazione, separazione”[8]. Dunque non solo “fissare” una determinata forma, ad esclusione delle altre, ma pure il concretizzare di per sé – e cosa fa la scienza moderna se non “concretizzare” dei “precipitati” tecnici e null’altro più? –, modus operandi che oggi vediamo dominare dappertutto. Non solo fissare, ma pure separare, che probabilmente è il lato peggiore di Seth, il lato diabolico, perché diàbolos, che è il contrario di symbolos – vuol dire colui che separa.
Ed oggi – mercè la “potenza” (shakti deviata) della tecnica – vi è la più grande separazione mai vista sulla Terra, separazione dell’aspetto qualitativo, sottile, da quello quantitativo, denso.  







Andrea A. Ianniello








PS. Cf. “Sheth” in R. Guénon, Simboli della scienza sacra, Adelphi Edizioni, Milano 1975, cap. 20, pp. 127-131, capitolo immediatamente precedente a quello (il cap. 21) dal titolo “Sul significato delle feste ‘carnevalesche’”, cf. ivi, pp. 132-135, dal quale si è tratta una frase più volte citata su questo blog: cf.














[2] F. Cimmino, Ramses II il Grande, Rusconi Libri, Milano 1984, p. 63, note mie fra parentesi quadre.    
[3] Cf. ivi, p. 65.     
[4] Cf. ivi, p. 64, corsivi miei.     
[5] Tra l’altro, secondo Dostoevskij, la città di Baal sarebbe Londra: “Dostoevskij ha visto a Parigi qualcosa di rassicurante dietro la leggerezza, e a Londra qualcosa d’inquietante dietro l’ordine. Ciò testimonia di uno sguardo umano, ma pure perspicace. Ha visto Baal troneggiare sul Tamigi, che lo spaventava, lo affascinava, e che prima e dopo di lui ha trovato moti autori che lo hanno descritto”, E. Jünger, Avvicinamenti. Droghe ed ebrezza, Multhipla Edizioni, Milano 1982, p. 110. Si tratta (quest’ultimo libro, di Jünger, intendo) d’un libro “notturno”, nel senso che va letto preferibilmente di notte.     
[6] Tra l’altro, parla di Ombos in relazione a Seth, ad un suo aspetto, per l’esattezza, cf. F. Cimmino, Ramses II il Grande, cit., p. 62.     
[7] I. Schwaller de Lubicz, Her-Bak (Cecio). L’Ottava Edizioni, Milano 1985, p. 400 dell’Appendice di documentazione, corsivi e maiuscoletti in originale, miei commenti fra parentesi quadre. Tra l’altro, sul nome di Ramses: “I nomi regali rivelano da una parte la natura del Principio incarnato dal Faraone, (esempio, Râ-messes ‘prodotto di ’), e dall’altra il suo ruolo simbolico nella genesi della propria terra”, ivi, p. 408, corsivi in originale. Ricordiamo che è traslitterato con da parte di Cimmino, ma è la stessa deità: quella che salva Seth. Ed allora non stupisce che il “figlio di Seth”, e cioè Ramses II, abbia preso il nome di ‘’. Si tratta dell’aspetto nefasto del Sole, il Sole “nero” – quello del centro occulto dei nazisti, peraltro (ovvio, super ovvio, straovvio che il nazista comune e nemmeno il membro alto del partito, ma lontano da certi centri, nulla sapesse di quest’aspetto, quindi quando si fa quest’obiezione si dimostra semplicemente di non capir nulla) – e cioè il Sole come quello che separa i granelli di sabbia, tutto inaridisce, succhia via la vita dalle cose, smembra e separa ogni cosa nei suoi componenti con andamento analitico. Eh sì, è la ragione come analisi, la forza dietro la scienza moderna che, a sua volta, ha creato la tecnica che, a sua volta, ha dato il potere al capitalismo che, senza tecnica, si sarebbe limitato da tempo. E qui rimando agli studi di G. Colli – qualche brano dei quali si è citato qua e là – sulla ragione e sul suo potere distruttivo, che lui simbolizzava con Apollo, il suo volto arcaico, quello dell’ Iliade, dove saetta frecce distruttive. L’Apollo di prima dell’estetismo ellenizzante tardo, l’Apollo di Veio, per esempio, del quale si è detto in qualche post precedente, in quel tempo, però, prima della “deviazione razionale” il cui germe sta nell’antica Grecia, dove però vi fu arrestato da Platone ed Aristotele. E che sarebbe ripreso, ma stavolta ponendosi nel campo “dell’utile”, come diceva Colli. Ed infine, sarebbe stato raddensato, densificato, nel “precipitato” di “tecnica più capitalismo”, e cioè quel che domina oggi questo mondo e lo porta al disastro, perché non può far altro, perché può sol separare, non unire, può solo bloccare le forme, non lasciarle fluire.
Si osservi che il tempio di Edfu, col suo simbolismo molto “particolare”, fu riedificato sotto i Tolomei (305 – 35 a.C.), quindi siamo in epoca molto tarda della storia egizia: ed ecco com’è potuto avvenire il perpetuarsi del culto di Seth, per esempio per mezzo del culto del dio coccodrillo Sobek.     
[8] Cf. ivi, p. 439, corsivo in originale.     













giovedì 20 giugno 2019

“SCHIAVI a Caserta” – un libro di VENTI ANNI FA, ormai!! – che spinge ad un’interessante discussione sulla schiavitù e sullo “statuto” dello schiavo, prima dell’epoca moderna, come **in**epoca moderna

















Il libro è: R. Del Prete – N. Joulain, Schiavi a Caserta. La vita, i lavori, il contributo delle schiere di lavoratori musulmani, Stampato dalla Coop. Sociale Villa Maraini, Roma 1999 (20 anni fa), Con il Contributo Commissione Europea – Programma Servizio Volontario Europeo.





Qui di seguito, un passo di Baudrillard – colmo ancora di linguaggio hegeliano e marxiano (che. dunque, il linguaggio, andrà interpretato e “letto tra le righe”) –, però un passo molto interessante, nonché alquanto illuminante, a tal proposito (cioè al riguardo della schiavitù e della schiavitù nell’età moderna e nell’età “tardo moderna” (o “postmoderna”), cioè ancor oggi, dove continua nell’esistere, la relazione “salariale” classica essendo sempre più equiparata alla “corvée”, piuttosto che il resto. E sarà sempre di più così, man mano che le macchine vanno sostituendo – in parte, ovvio – il lavoro umano. Di qui le ridicole rimostranze dei residui della “sinistra” che continuano, imperterriti, a non aver afferrato il cambiamento epocale avvenuto decenni fa. Lo stesso Baudrillard, dopo il libro un cui passo del quale si citerà qui di seguito, avrebbe detto che il modello non era più il lavoro “produttivo” ma quello “servizio”: era il 1979, in Italia, ben quarant’anni fa, quaranta lunghi anni, tremendi ed orribili. E la “sinistra” non capiva niente allora, niente capisce oggi. Infatti, l’unica vera domanda che si sarebbero dovuti fare allora – e non si fecero –, e che continuano a non farsi, è questa: come si risponde (non parlo né di vincere né di combattere, solo e soltanto di “rispondere”), a questa ristrutturazione systemica? A questa modifica della struttura portante systemica?
Cambiamento strutturale che, però, come da me spiegato più volte, non ne ha alterato le finalità, punto molto importante. Il non aver afferrato questa modificazione della natura del lavoro è dove il marxismo ha toppato, ed alla grande: qui ha perso la partita, né vi saranno ritorni al “socialismo” perché la natura del lavoro è mutata, profondamente. Tra l’altro, è stata: capitale versus forza lavoro: kappaò da parte del capitale. Tutte quelle stupidaggini del seguire la realtà” – cosa che sottoscrivo, eh – si sono rivelate solo stupidaggini, da parte dei marxisti: quando han dovuto scegliere fra l’analisi – impietosa e rigorosa come deve essere un’analisi vera – della realtà e il rimanere attaccati alle scemenze marxiste, hanno scelto queste ultime, ed han perso la guerra, non una battaglia: han perso la guerra. Questo non significa per niente che tutto in Marx “fosse falso”, come ha recitato una lunga, e fasulla, “vulgata”, non funziona così la cosa. Marx ha analizzato una fase del capitalismo, dai suoi seguaci analisi presa per “le ‘leggi’ della storia”, ed ovviamente la storia non ha seguito le supposte leggi: questo ha pervertito il marxismo, l’aver creduto di aver scoperto “le leggi” della storia. La storia non ci chiede il permesso di andare di qua o di là: ci va. Punto; starà poi a noi di capir bene perché va qua o là.
Inoltre in Marx vi erano degli spunti, solo spunti – spuntini – ma comunque validi, sulla natura profonda del sistema capitalistico, come un sistema di “natura seconda”, una sorta di superfetazione aggiunta, una “emulsione” – come la chiamo, un po’ simile all’ “impianto” heideggeriano – che si spaccia per “natura” ma, in realtà, non lo è affatto. Se un piccolo merito ha questo blog, sta proprio nell’aver rimesso al centro questo punto preciso. E qui, forse, Marx può esserci ancora utile, non dunque nel rimanere fermi dentro discussioni fondamentalmente ottocentesche, più che datate ormai.
Infine molte delle supposte – dolorose, quando prese dal didietro, come la crudele “dea storia” non ha mancato d’insegnarci … – “leggi” della storia, che Marx avrebbe “scoperto”, erano, per lui, delle ipotesi, non dimentichiamocene. Tantissimo gli è stato, poi, attribuito.
Ma veniamo allo “statuto epistemologico” dello schiavo e della schiavitù, dunque.
Prima di venire al passo, una precisazione: il libro di sopra ci fa capire come la schiavitù sia continuata a lungo anche nell’epoca moderna, che doveva abolirla, per lo meno ufficialmente, il che significa solo questo: che in larga parte della fase crescente della modernità (secc. XVI-XVIII) il sistema dei rapporti sociali – “salariati” – moderni coesisteva con sistemi premoderni. Il che, poi, porrebbe il problema dell’oggi: come si spiega il ritorno dei sistemi premoderni nella fase finale della modernità, cioè la “nostra” epoca.
Arriveremo – per chi vorrà seguirci sull’arduo (mi rendo conto) sentier – a capire i “meccanismi” fondanti del capitalismo e della modernità, la cui nascita ha preceduto il capitalismo ma, poi, s’è incarnata in quest’ultimo. Si capirà perché i moderni non capiscono la schiavitù come istituto, si capirà perché i postmoderni non possono che far risuscitare tale istituto, sotto altri nomi, ovvio, e perché non possano che non capire la ragione del perché tal fenomeno “resuscitativo” accade né possano opporcisi. Basterà fare “due più due” dell’analisi che seguirà, trarne cioè le conseguenze, atto di “tirarne le conseguenze” che chi scrive non farà per il lettore. Qui ci si limiterà al solo aspetto analitico, niente di più, niente di meno. Le conseguenze sull’attualità le trarrà – sempre che lo voglia eh – il lettore, ben sapendo che, se uno capisce certe cose, le cose cambiando per lui, e solo per lui (o lei). Il mondo invece continuerà imperterrito sulla sua strada. Si è detto che il mondo postmoderno (o, meglio, tardo moderno) non può capire perché le cose vadano in questa direzione, men che meno può “farci” qualcosa. Quindi la cosa può avere solo un mero valore di conoscenza, e stop.
E veniamo, finalmente, al punto.

Lo schiavo. Lo statuto dello schiavo è analizzato dalla teoria marxista retrospettivamente, a partire da quello del lavoratore salariato. Questi non dispone del suo lavoro, né del prodotto del suo lavoro, ma della sua forza-lavoro, ch’egli può alienare (mentre non aliena la persona di cui essa è la proprietà). Lo schiavo, invece, non dispone né dell’uno né dell’altra. Esso risulta così definito, in funzione di questa distinzione fra lavoro e forza-lavoro (che si svilupperà in seguito), come la somma, alienata al padrone, dei due elementi. La specificità dello schiavo risulta allora, per deduzione, nel fatto che la sua forza-lavoro è proprietà del padrone. Ma questa è solo una ricostruzione analitica. Visi riuniscono due elementi che in un’epoca successiva si presenteranno separati; ma non ne consegue che questa somma renda conto dello stato anteriore – poiché la differenza radicale consiste precisamente nella non-separazione dei due elementi, e ciò che sorgerà da questa separazione in poi non è leggibile in anticipo, a meno di compiere un abuso di potere analitico. Ecco ancora manifestarsi, attraverso la griglia lavoro/forza-lavoro, la presunzione dell’economico. La relazione simbolica padrone/schiavo concepita come un conglomerato primitivo, il cui nucleo ‘reale’ sarà tratto in luce dal filo della storia (di fatto, dal filo del modello teorico che imporrà questo principio di realtà). Questa procedura si lascia sfuggire tutto ciò che viene scambiato nella relazione padrone-schiavo, e che non si riduce affatto all’alienazione-sfruttamento di una forza-lavoro.
Il fatto che lo schiavo non sia separato dal padrone come libero lavoratore implica ad un tempo che neanche il padrone sia – nella stessa misura – separato dallo schiavo come libero proprietario [e qui sta Hegel, con però la gigantesca differenza che Baudrillard non vuol recuperare “dialetticamente” la relazione] (o datore di lavoro) [cioè il “proprietario” non è un “datore di lavoro”, si sta capendo?]. Nessuno dei due possiede lo statuto di individuo [punto decisivo], che preveda la libertà individuale dell’uno rispetto all’altro [e qui torniamo a Hegel: il suo recupero “dialettico” della relazione padrone-servo sta proprio nella sua (di Hegel) necessità di riconciliare la libertà individuale borghese con la relazione padrone-servo che Hegel, che non era stupido, ben si rendeva conto non poter essere letta nell’ambito della categorie borghesi e “produttive”; quel che Baudrillard ci sta dicendo qui è che tale “riconciliazione” non è possibile: si sta capendo la radicalità della questione?]. Nessuno dei due è contrapposto all’altro in quanto tale [“in quanto tale” è un modo di dire marxiano, a sua volta mutuato da Hegel: qui Baudrillard sta dicendo che “non si dà” (tanto per parlare in “filosofichese”) dialettica nella relazione fra padrone e schiavo] – il che corrisponde alla definizione di alienazione. Esiste fra essi una relazione di reciprocità. Non nel senso moderno e psicologistico della relazione bi-univoca fra due soggetti individuati [e cos’è il postmoderno se non la centralità della reciprocità??, e, aggiungeva Baudrillard ormai più di quarant’anni fa!!, questa rientra nella relazione “individuata” che non si può attribuire ai modi ed ai mondi premoderni], rientranti cioè nel contesto individualismo/altruismo che circoscrive la nostra morale [e che viene usato, per esempio, per cercare di “capire” il fenomeno migratorio, non “capendone” nulla però]; nel senso, piuttosto, di un obbligo, di una struttura di scambio e di obbligo, in cui ancora non esiste la specificazione dei termini dello scambio come soggetti autonomi, né quel particolare tipo di partizione che noi conosciamo, il contratto (economico o psicologico) [esattissimo, è così: non esisteva, né poteva esistere, il “contratto”]. Qui il livello è quello del simbolico: non soggetti autonomi dello scambio [riflettano i moderni su questo punto], né quindi oggetto dello scambio (forza-lavoro, cibo, prestazione) autonomizzabile come merce [l’ “enigma della merce”, diceva Marx: per dir meglio “l’arcano” della merce[1]: una relazione “symbolica” non è una “merce”, ecco “l’arcano” del mondo “tradizionale” vero, non la sua parodia “nazionalistica”, cioè moderna, perché nei mondi “tradizionali” veri lo scambio non può, per principio, esser “totale”, vi è un limite alla radice: il che implica che un moderno non abbia la più pallida idea di cosa sia un “sistema symbolico” mai pienamente modificabile secondo i “desiderata” individuali; magari lor signori ne leggono, ma sta solo nelle loro menti, individuali per definizioni, dunque non han portata sociale reale, salvo fantasmi e vestigia sparse, che, sì, ci sono, ma sono insufficienti alla bisogna: di qui la vanità e il fallimento di ogni opposizione al “mondo moderno” tentata su basi “tradizionali”, presto “tradottesi”, oh quanto “modernamente”!!, nel vecchio surrogato “nazionalismo”, che è come il loglio per il frumento[2]]; ma una struttura duale, in cui non sono in gioco né l’astrazione del valore né l’identità immaginaria dei soggetti [il “valore” è dunque un’astrazione; l’ “identità” – famosissima oggi – è ancora pienamente moderna, in quanto postula individui separati, che, poi, noi faremmo “interagire”].
Il libero lavoratore trova a sua volta la sua identità nello specchio della sua forza-lavoro [di nuovo, “identità”, che si ritrova solo nel suo statuto di forza-lavoro, cioè senza lavoro non ha identità il “libero” lavoratore: ma qui si evidenzia la sua schiavitù profonda da quel System che lo definisce come – appunto – forza-lavoro: questo punto ha conseguenze vastissime, che si lascia al lettore, sennò qua si dovrebbe scrivere un intero libro, che, poi, nessuno leggerebbe, ah ah]. La proprietà di quest’ultima [della forza-lavoro, cioè] – la sua ‘liberazione’ in quanto lavoratore – significa il suo accesso all’individualità privata [decisivo questo punto], cioè all’alienazione [marxiana]. E’ alienato non perché vende questa forza-lavoro, ma perché ne è il proprietario [di nuovo, punto decisivo], ne ‘dispone’ come di un suo bene [idem]. Cosami permette infatti di disporre di me stesso se non la ‘privazione’ (il diritto dell’individuo privato degli altri, da essi isolato)? Privilegio esorbitante, che non ha mai coinciso con quello del padrone sullo schiavo [di nuovo: idem]: infatti è solo al tempo del commercio degli schiavi, quando cioè lo schiavismo è recuperato da un’economia mercantile [ed è il tempo del libro la cui copertina è riportata qui sopra], che il padrone ‘dispone’ dello schiavo fino al punto di poterlo alienare come una merce qualsiasi [per la verità, il modo borbonico della copertina di qui sopra non è ancor a quel livello: infatti sì, lo schiavo può esser alienato a piacimento del padrone, ma, ed ecco il punto, in cambio di un qualcosa di simbolico, per i tempi: la sua conversione al Cristianesimo, quindi non era ancor pienamente “mera merce”, ma i nuovi schivi di oggi, al contrario, lo sono]. Quando si analizza questo stadio stiamo già analizzando l’economia mercantile e non è il carattere specifico della schiavitù [punto metodologicamente rilevante]. Lo schiavo, o piuttosto la relazione padrone/schiavo, è originariamente inalienabile; nel senso che né il padrone né lo schiavo sono alienati l’uno all’altro, né lo schiavo è alienato a se stesso come il libero lavoratore, che dispone, a titolo privato, della forza-lavoro [nei mondi premoderni la proprietà esiste, ma il suo “statuto” è diverso].
Così, la ‘liberazione’ è dovunque caratterizzata come il processo di interiorizzazione della separazione, di un’essenza soggettiva astratta (in questo caso la forza-lavoro) sulla quale viene sancita l’identità del soggetto. Lo statuto dello schiavo non rientra in quest’ordinamento: egli è vincolato, e la sovranità del padrone non è affatto la trascendenza del potere come noi la conosciamo; è un dominio personale, che non si confonde per nulla con lo schema del padrone/soggetto e dello schiavo/oggetto (che rappresenta la nostra forma di scambio razionale e contrattuale, in cui ogni soggetto è oggetto per l’altro [decisivo, di nuovo]). Qui il dominio, a differenza dell’alienazione e dello sfruttamento, non conosce l’oggettivazione del dominato, ma un obbligo [idem], che comporta sempre una relazione di reciprocità [ma non “individualistica”, come s’è detto prima].
Noi tendiamo a reinterpretare la relazione di schiavitù (o di servaggio) in rapporto alla nostra configurazione economica e a quella, psicologica, del soggetto e dell’oggetto, come il male massimo dello sfruttamento e dell’alienazione. Consideriamo il passaggio al lavoro salariato come una ‘liberazione’ e un progresso storico oggettivo. Questa prospettiva partecipa ancora di un’illusione della razionalità umanistica occidentale, che si incarna, nel corso della storia, nello Stato politico astratto, che, istituendosi, taccia d’irrazionalità tutte le forme anteriori di dominio”[3].
Morale della favola, una conseguenza la traggo io per il lettore – mene scuso sin d’ora –: si va verso lo schiavismo universale come fenomeno commerciale. Quel che vediamo, le nuove “corvée”, hanno questa natura profonda: il ritorno di uno schiavismo in un’economia mercantile di scambio totale. Vi è da chiedersi se, però, un simile quadro di riferimento mentale sarà sufficiente per un’opera così vasta. La mia risposta è: un chiaro no; ma ciò implicherebbe delle ulteriori considerazioni, che allungherebbero un post già sin troppo lungo, per cui le si lascia a chi vorrà farle.

Altra conseguenza: quello della copertina di qui sopra è uno stadio intermedio, dove la schiavitù è già fatto mercantile, ma conservava, tuttavia, un lato ancora “symbolico”, ed eccone il lato interessante.










Andrea A. Ianniello
























[1] Cf.  
http://blog.petiteplaisance.it/karl-marx-1818-1883-larcano-della-forma-di-merce-a-prima-vista-una-merce-sembra-una-cosa-ovvia-dalla-sua-analisi-risulta-che-e-una-cosa-imbrogliatissima-piena-di-sottigliezza-metaf/.
[2] Quando un system symbolico collassa, per una qualsiasi ragione, non lo puoi sostituire con delle elaborazioni individuali, per quanto eccelse. Il che dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, che in tutta questa questione vi è dell’ “altro”, del ben “altro” ….  
[3] J. Baudrillard, Lo specchio della produzione, Multhipla Edizioni, Milano 1979 (quaranta anni fa, ormai!!), pp. 85-87, corsivi in originale, miei commenti fra parentesi quadre.