sabato 26 settembre 2026

Frasi 14tris – del “nuovo anno” – 1986-2026, quarant’anni fa, 3 – (*NON!* “der” ma – meglio! – **“DAS”** “Golem”, 2)

 

 

 

 

[*]

 

 

“L’Adamo-golem della haggadah sembra […] situarsi al punto di passaggio tra l’inerzia della terra e il dinamismo della vita: esso è creatura solo a metà, che un minimo ripensamento del Dio artefice farebbe per sempre ritornare all’inesistente. I racconti rabbinici della creazione d’Adamo ribadirono il collegamento tra l’idea del golem e un momento intermedio della genesi dell’uomo, caratterizzato da una dimensione passiva ed amorfa ma pure necessaria allo sviluppo dell’essere animato e pensante. Il termine golem rappresentava dunque, a quest’epoca, una rara occasione di semantizzare lo spazio confuso che sta prima di ciò che non è ancora o dopo quanto non è più, dominio solitamente taciuto dal linguaggio, eppure d’importanza fondamentale per i dotti ebrei in età talmudica, che erano alla ricerca di strumenti adatti a condurre un’azione magica sul mondo. L’operatività magica ha infatti una particolare predilezione per i momenti germinali o per gli esiti ultimi della realtà, che paiono più facilmente modificabili, giacché coniugano una forte energia trasformatrice con il massimo grado d’ instabilità.  Sebbene nella letteratura ebraica d’epoca tardoantica la parola golem non venga dunque ancor associata direttamente al concetto d’individuo creato per magia, come avverrà a partire dall’alto medioevo, furono queste premesse culturali a sostenere l’idea che fosse possibile, all’uomo esperto nelle arti occulte, far muovere un corpo inerte, o mantener in vita, almeno provvisoriamente, un defunto.[1] I dottori ebrei si ritenevano infatti in grado di affrontare la creazione di un umanoide,[2] come lascia intendere un celebre episodio del Talmud babilonese, secondo il quale Rava, un maestro attivo in Babilonia nella prima metà del IV secolo, creò ‘un uomo maschio e lo mandò da rabbi Zera. Questi parlò con lui ma non n’ebbe risposta allora disse: Tu vieni senz’altro dai colleghi, ritorna alla tua polvere’.

Tali leggende erano per altro caratteristiche di un’antica mentalità magica che affiora in varie forme narrative, non solo della cultura ebraica ma anche della letteratura greco-romana e delle altre tradizioni orientali. Tra i prodigi di cui si vantava per esempio Simon Mago, vissuto nella prima metà del I secolo, vi era quello di aver mutato ‘l’aria in acqua e poi l’acqua in sangue e, dopo averla solidificata in carne, di averne tratto una nuova creatura umana, un fanciullo’. Simone sosteneva poi di averlo disfatto ‘e restituito all’aria’ ma non prima d’averne messo l’immagine nella propria camera da letto.[3] 

La sopravvivenza provvisoria d’un cadavere, grazie all’incantamento d’una maga,[4] segna anche l’esordio, tra il pauroso ed il grottesco, dell’ Asino d’oro d’Apuleio,[5] dove il protagonista, ucciso in un assalto notturno, si rialza al mattino grazie ad una spugna magica che una strega gli ha infilato nella gola; dopo aver compiuto un lungo tratto di strada ecco tuttavia ‘che il collo gli si aprì in un largo e profondo squarcio e ne venne fuori la spugna e un po’ di sangue. Era morto’.

Nella tradizione indiana s’incontra invece la descrizione di due esseri costruiti dai brahmani, in sostituzione[6] dell’arrogante ed empio re Vena, da loro ucciso. I due sovrani artificiali sarebbero stati prodotti ‘torcendo e scuotendo’ le mani di Vena: dalla sinistra sarebbe nato un uomo ‘di color scuro e di bassa statura’, destinato a regnare su di una tribù montana, mentre dalla destra sarebbe uscito il re Pṛthu,[7] splendente ‘come il dio del fuoco’.[8]

Quest’antico mito della cultura magica trovò dunque un’appropriata espressione terminologica nella letteratura ebraica altomedievale, dove la parola golem venne impiegata […] per indicare uno stadio estremo, quello delle forme inerti d’un cadavere che vengono provvisoriamente richiamate alla vita, con un’imitazione assai arrischiata dell’attività creatrice di Dio”.

G. BUSI, Simboli del pensiero ebraico, Einaudi editore, Torino 1999, pp. 75-76, corsivi in originale, grassetti miei.[9]

 

“La figura dell’uomo artificiale o quella del morto trattenuto dai viventi si rivelarono ingredienti narrativi in grado di trasmettere molteplici significati”.

Ivi, p. 77.

 

“In età medievale, con l’affermarsi del pensiero cabbalistico, anche l’immagine mitica del drago marino venne inserita nelle struttura teosofica del mondo delle sefiròt. Già nel primo Duecento il Leviatano compare nel commento al Cantico dei cantici di ‘Ezra di Gerona, dov’è messo in relazione con la sefiràh del regno, malkùt, rappresentata dalla Šekinah, la Presenza divina. […]

Assai più concreta, e spesso incline a rese favolistiche, è la presenza del drago nelle pagine del Sèfer ha-zohar (Il libro dello splendore), redatto verso la fine del secolo XIII, in cui esso fa rapide comparse che movimentano il corso delle speculazioni teoriche. Il Leviatano impersona spesso, nell’opera, una creatura minacciosa e distruttiva, che può essere risvegliata dalle azioni dell’uomo o dalle ineluttabili ricorrenze del ciclo cosmico. Quando, per esempio, viene pronunciata una bestemmia, spiriti immondi l’afferrano, e con essa «risvegliano questo serpente chiamato Leviatano, serpente tortuoso (Is. 27.1), al fine di riversare le maledizioni sul mondo intero». In un altro passo, invece, si narra come «in un certo giorno il Leviatano esca dal gran mare, che tutto ne ribolle. I pesci fuggono da una parte e dall’altra ma quando egli è giunto alla porta dell’abisso comincia a rallegrarsi e i flutti si posano … egli estrae allora dalle acque una pietra preziosa … solo in quel giorno … nella ricorrenza della distruzione del Tempio»”.

Ivi, pp. 153-154, corsivi in originale, grassetti miei.

Interessante questo parallelo col dì della “distruzione del Tempio” ed inoltre: si parla della “pietra preziosa”  … il Graal in uno dei sue sensi – peraltro tra i più antichi, direi – …

Tout se tient …

 

 

 

 

“«Il sacerdote di Midian aveva sette figlie» (Es 2, 16).

Come mai il Signore, che detesta l’idolatria, offrì scampo a Mosè, proprio presso un idolatra? Ithro era, sì, sacerdote d’un culto idolatrico, ma ormai […] se n’era annoiato e pensava di convertirsi (al monoteismo) prim’ancora che venisse Mosè. […]

«E dissero: “Un egiziano ci ha salvate”» (Es 2, 19).

Era forse egiziano Mosè: no, l’abito era quella d’un egiziano, ma lui era ebreo. Secondo un’altra interpretazione, il termine «egiziano» si deve spiegare secondo l’analogia coll’aneddoto seguente:

Un uomo ch’era stato morsicato da un serpente, corse verso l’acqua di un fiume per bagnarvi i piedi; ma appena entrato nell’acqua, si accorse che un bambino stava per affogare, stese la mano e lo salvò. Allora il bambino gli disse: «se non c’eri tu, a quest’ora sarei morto!»

«No, disse l’uomo, non io t’ho salvato, ma quel serpente, perché, col suo morso, mi ha costretto a  fuggire e a venire sin qua».

Allo stesso modo, le figlie d’Ithro, rivolgendosi a Mosè, gli dissero: «sia salda la tua forza, poiché tu ci hai salvato dai pastori!».

«No, disse Mosè, l’ egiziano che io ho ucciso, vi ha salvate!». E perciò esse andarono a ripetere al padre: «un uomo egiziano» ecc., cioè: quale è stata la causa per la quale costui è venuto presso di noi? l’egiziano che ucciso!”. R. PACIFICI, Midrashìm. Fatti e personaggi biblici nell’interpretazione ebraica tradizionale, RCS Libri, Milano 1997 (edizione originale: Marietti, 1986, a sua volta dalla prima edizione del 1943), pp. 74-75, corsivi in originale, grassetti miei.[10] 

 

Andrea A. Ianniello

 

 

 

[*] Continuazione di: cf.

https://associazione-federicoii.blogspot.com/2026/02/meyrink-6-da-der-golem-anche-se-si.html

[[11]] [Sul senso del numero undici, cf. A. HAMPATÈ BÂ, Il saggio di Bandiagara, L’Ottava Edizioni, Milano 1986, pp. 55-56 …]

 



[1] Cose di cui si dice che l’ “A.” si “servirà” … ovvero “farà” … tra virgolette!

[2] In pratica, è come l’ homunculus di Paracelso … sul quale, – si prega però di **NON** INTENDERLO ALLA LETTERA! – cf. varie fonti, che – magari – se capiterà! – si riporterà (se Dio vorrà …). Ma, in ogni caso, che si potrà riportar quel passo, o non, la “quistion” interessante rimarrà … Quindi, sugli “umanoidi” cf. J. Robin, UFO, la grande parodia, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 1984, Cap. V° Parte seconda intitolato: “Gli umanoidi”, pp. 57-60.

[3] Era dunque un “famiglio” cioè uno spirito “protettore” … Anche “alleato” …? Yeah! Come sempre – ça va sans dire – la realtà è BEN DIVERSA dal “si dice” …, si è che i nostri contemporanei non possono comprender i “fatti” della “consapevolezza” … Secondo loro, infatti – ma ciò dimostra solo che non capiscono proprio niente! – tutto ciò avverrebbe nella “coscienza ‘di veglia’” il che, semplicemente, NON È possibile!

[4] Cosa di cui si dice che l’ “A.” farà poiché rientra pienamente tra i “miracoli” (“falsi e bugiardi”) dell’ “A.” …

[5] Cioè Le metamorfosi di Apuleio (in latino: Metamorphoseon libri XI [undecim]).

[6] Un “sostituto” cioè – anche! – un “changeling” …

[7] Cf. https://en.wikipedia.org/wiki/Prithu. Quest’ultimo era detto Vainya cioè il figlio di Vena, vale a dire “l’empio re” di cui s’è detto qualcosa qui su.

[8] Cioè Agni – che ha la stessa radice d’ Ignis … –. A buon intenditor …

[9] Interessante che l’autore testé riportato NON citi Meyrink, ma solo dica questo: “I golem dei racconti seicenteschi non rappresentano più un elemento di contemplazione mitica o il segno della presenza di Dio, ma sono semplici simulacri delle passioni terrene. In maniera non diversa, gli esseri artificiali che popoleranno le leggende ed i romanzi dei secoli successivi, fino al Novecento, saranno connotati principalmente dal senso angoscioso dell’incontrollabilità dei fenomeni psichici e diverranno innanzitutto strumenti d’ossessione letteraria: il loro fascino deriverà tuttavia ancora dall’incertezza della loro natura e dal fatto che in essi si conserva una parvenza dell’antica eredità magica”, ivi, p. 82, corsivo in originale. Qui ci si riferisce – ma è palpabile, ma è proprio evidente – a Il Golem di Meyrink … senza citarne il nome tuttavia! Eh già, non sia mai che si citino certi autori! Per carità … si sa che alla “buona società” degli studiosi accademici “fa ssenzo” (“un zenzo!”) – per dirla con Totò – che si citino “certi” autori … NON tutti: G. Scholem non ebbe alcuna “paura” di far riferimento – un esplicito riferimento – proprio a G. Meyrink. Ciò si conta tra i suoi meriti. Al contrario, tra i suoi – molti – demeriti, M. Eliade aveva un’avversione per Meyrink. Ricordo anche il caso di H. Corbin che citò, in un breve passo, F. Schuon e che si disse certo che avrebbe avuto qualche problema: e così fu poi, effettivamente … Ah, QUAL ERRORE H. Corbin! In ogni caso, H. Corbin imparò la “lezione” …

[10] Mosè “l’egiziano” – il passo chiaramente vuol “porre da canto” questo legame – è un tema molto importante, si è condiviso – ma non so se sia rimasto – in un vecchio post relativo all’importanza (in “certi” ambienti) – ieri ed oggi – di tal tema … Ma vi è un altro passo forse interessante: “«(Giosuè mandò) due spie segrete» (ivi). Cosa vuol dire «segrete» (cheresh)?  Secondo R. Iehuda il termine cheresh va inteso come sinonimo di cherash (artigiano) e il testo vorrebbe dire che presero strumenti d’ «artigiano» e fingendo d’esser fabbricatori di vasi, andavano gridando: chi vuole delle pentole venga e compri! Così la gente non fece caso a loro”, ivi, p. 121, corsivi in originale, grassetti miei. Ora, questo legame tra “segreto” e “fabbricatori di vasi” è molto significativo …

[11] Anche (sulle “tempeste equinoziali” di E. Jünger) cf. https://associazionefederigoiisvevia.wordpress.com/2026/09/23/sull-ia-un-vecchio-raccontino-del-2003-ben-23-anni-fa-or-sempre-il-qual-dovea-esser-pubblicato-su-duna-piccola-rivista-ma-nol-fue-deh/. Tra l’altro, all’inizio de L’Isola misteriosa di J. Verne si parla di “tempesta equinoziale” – del 1865 per l’esattezza –, una tempesta che avrebbe deviato il cammino del pallone aerostatico dei cinque protagonisti (fuggitivi dall’assedio di Richmond, nel corso della “Guerra di Secessione” americana), tempesta equinoziale che avrebbe deviato il corso del pallone per farlo cadere, appunto, sull’ “Isola misteriosa” … Una, breve, notazione personale”: L’Isola misteriosa è sempre stata “elusiva” per me; avevo letto, anni prima, Ventimila leghe sotto i mari, ma, per poter leggere la sua “ideale” continuazione – cioè L’Isola misteriosa –, son dovuti passar tanti anni! Ci son libri “fatati” per così dir … In ogni modo, – sempre sulle “tempeste equinoziali” (di E. Jünger [che, a sua volta, citava Humboldt!]) – anche cf. E. FORTUNIA, La Valle del Pavone Blu in “Sherlock Magazine” n.15 maggio 2009, Delos Books, Milano, p. 58. Se tal testo non fosse più disponibile dall’editore, vi è qui, salvato, cf. https://www.lulu.com/shop/enrico-fortunia/la-valle-del-pavone-blu/ebook/product-17529623.html (Scaricabile gratis)

 

2 commenti:

  1. È importante sottolineare che – secondo lo “Zohar” – il “Liwyatàn” è legato **non** a “Malkùt” ma, invece, a “Yesòd” …

    RispondiElimina
  2. Cf.
    https://associazione-federicoii.blogspot.com/2026/03/che-cose-ti-esti-la-poca-ben-poca-lisi.html






    RispondiElimina