mercoledì 3 aprile 2019

Un– GROSSO – problema dei “NOSTRI” tempi











“‘Che cos’è il capolavoro?’ 
Il vecchio vasaio si raccolse in se stesso, poi disse:
Il capolavoro è un’opera creata con l’anima, concepita col cuore, tenuta in gestazione nel proprio corpo, sentita a partire dalla pelle fino alle viscere  
vissuta profondamente e portata dentro fino al momento in cui, 
come un frutto maturo, ti viene alla luce tra le mani’. […]
‘Ci vuole molto tempo per fare un capolavoro?
Ci vogliono intere generazioni per prepararlo, poi un uomo, 
che ne è l’ erede, lo realizza’.
‘Come si fa ad essere quell’uomo?’
Bisogna ascoltare la voce muta degli Antichi,  
osservare la Natura, e tacere’.
Il crepuscolo aggiunse silenzio al silenzio”[1].












“Allora Pasab si pone il problema che aveva rimandato […]. Egli rievoca la sua vita di studi, la meditazione paziente, la ricerca faticosa, la gioiosa rivelazione delle lettere che ‘animano, dei simboli che prendono corpo. Il suo dovere è quello di tacere o di condividere il proprio tesoro? Abusced l’ha avvertito di non parlare troppo: ed egli ha obbedito […]; non è una menzogna? D’altra parte, che cosa succede quando espone il suo punto di vista? Alcuni sperano, altri si ribellano […]: inquietudine e confusione … La rivolta nasce dal mistero? Si può eliminare il mistero? Ciò che si rivela a me, per me soltanto cessa di essere misterioso; se lo svelo ad un altro, costui sente delle parole che tradiscono il senso vitale […]! Che fare? Come si è comportato il Maestro nei miei riguardi? Ha ascoltato le mie domande senza rispondervi direttamente; però ha corretto gli errori, modificando il mio modo di cercare; mi ha semplificato i pensieri, insegnandomi il significato del Problema … Perché ho opposto tanta resistenza? Con che diritto posso rimproverare gli altri?’.
Egli medita a lungo, cercando le cause dell’ostinazione umana e soppesando il valore delle varie forme di Sapere.

[…]
Pasab rimane in silenzio. ‘Pasab non hai dormito?’
‘La notte è propizia per trovare la luce, e il giorno per formularla; voglio rispondere al tuo rimprovero. Her-Bak: perché ho smesso d’insegnare ciò che ho capito? In altre parole: è giusto combattere l’errore in un ambiente non preparato?’
‘E io ti chiedo: chi ha falsato l’insegnamento? […]’
‘Non ti devi stupire: la prima reazione degli uomini è egoista; essi temono il cambiamento che sconvolge le loro abitudini; la loro vanità non può ammettere una Saggezza che non possiedono. Chi indica loro una nuova via è un perturbatore, contro cui si coalizzano tutti coloro che si lasciano limitare da ciò che hanno professato sino a quel momento. E’ duro sconfessare se stessi. Solo il ricercatore sincero ne è capace. Maât ha pochi devoti […]! La gente, per salvare la propria dottrina, denigra le altre, e si sottrae al confronto, a rischio d’ingannare i giovani … ’”[2].


Come si può rispondere a quest’ oggettivo problema?
Intendo quel quesito, vale a dire, richiamandolo: “è giusto combattere l’errore in un ambiente non preparato”?
Vi son – ovviamente – molte, diverse risposte possibili.
In generale, si può dire che non è giusto, per l’ovvia ragione che, poiché l’ambiente non è preparato – ed oggi così è – l’effetto derivante sarebbe inevitabilmente scarso, se non del tutto nullo.
Salvo che – pure qui, però, è “congruente” alla situazione che “si” vive oggi – sia comunque una “testimonianza” da dover darsi, nel qual caso è giustificato, per ragioni oggettive, intendo, non per “ghiribizzo” personale.
Chiaramente anche in tal caso, per la stessa ragione di qui sopra (che trattasi di un “ambiente non preparato”), non ci si può attendere chissà qual grande successo. L’effetto rimarrà scarso, ma, in tal caso, non nullo.
Ecco la differenza.
Questo – in parte (solo in parte) – può aiutare a spiegare, dico “in parte” poiché vi è l’aspetto nascosto dell’intera questione, aspetto da non negligersi né sottovalutarsi.








Andrea A. Ianniello







[1] I. Schwaller de Lubicz, Her-Bak(Cecio), L’Ottava, Milano 1986, p. 365, corsivi miei. La chiave sta nella parola erede
[2] Ivi, pp. 290-291, corsivi in originale.  












12 commenti:

  1. Ed è vero, anzi verissimo: Maât ha pochi devoti … !!






    RispondiElimina
  2. Magari fossero pochi, se sei devoto di Maat non lo sei del tuo ego e allora altro che pochi... Soprattutto in questo periodo new age in cui tutti hanno la spiritualità sulla bocca ma sono solo fantasmi grotteschi.

    RispondiElimina
    Risposte

    1. E così è, son pochi; anzi, pochi sismi: ma non siamo nell’epoca della “spiritualità contraffatta”, come già Guénon prevedeva – sostanzialmente inascoltato – “illo tempore” al termine del secondo conflitto mondiale, ovvero seconda parte della “guerra civile europea” o “seconda guerra dei Trent’anni” (Galli)? Tra l’altro, nella riedizione di pochi anni fa de “La crisi del mondo moderno” di Guénon, si tenta un’errata “conciliazione” fra Guénon ed Evola. A parte i limiti che ogni autore inevitabilmente ha – la “ricerca dell’autore perfetto” sarà sempre frustrante, portando solo a **ridicoli** settarismi del tutto **inutili** –, e precisando che i tentativi di “arruolamento” di Guénon a favore della voga pseudo “identitaria” sono errati **alla base**, dove sta l’oggetto del contendere? Quest’ultimo si mostra qui e lì, qua e là, prende varie forme, ma non si risolve mai. Ed eccone la risposta: Guénon, da un certo punto in poi, non crede più nella possibilità di ritorno dell’Occidente alla sua tradizione; Evola, invece, ci si aggrappa. Ecco il punto, vero.
      Sulla polemica sul cosiddetto “Oriente”, spesso divenuto una specie di “Paradiso perduto”, sciocchezza pura che con l’Oriente reale, storico, non ha **niente** a che spartire, ed oggetto di polemiche da parte dei “difensori dell’Occidente” da Guénon tanto rampognati: anche qui, da un certo momento in poi, Guénon ammise che anche l’Oriente poteva tralignare, ma lo fece perché vedeva le cose in maniera “apocalittica” nel senso vero, cioè non disastri e catastrofi, ma termine di un intero “ciclo umano”, per così dire. In questo processo – globale, si direbbe oggi – anche l’Oriente era implicato. Questa differenza, che al contrario Evola poté ammettere solo nella parte finale e “fuori dai denti”, “malgré lui meme” (come dico nel mio intervento in “Evola dadaista”, Vozza editore 2011), a sua volta è l’effetto di “aperture” differenti. Come negli scacchi, se fai un gioco di Re, cioè se pari in un certo modo, hai una partita, se fai gioco di Regina ne hai un’altra, se apri “all’indiana” ne hai un altro ancora; lo stesso accade qui: sono le aperture iniziali che fanno al differenza. Pertanto, il dissidio non è ricomponibile. Può essere riconciliabile sì, ma fuori dalla loro opposizione, e cioè quando quest’ultima, in un modo o nell’altro, si sia “risolta” = “sciolta” nel senso della “solutio” o della “dissolutio” … E noi sappiamo in **che sens** si stia sciogliendo …

      Si aggiunga, poi, che il post di qui sopra riflette una situazione largamente, larghissimamente **passata**, per non dire “trapassata” (dalla freccia malefica della “fine” del “Kali-yuga” – per così dire) e questo va tenuto da conto. Questo non significa che comunque “far qualcosa” non abbia un qualche risvolto positivo, nonostante tutto.


      PS. Per quei “pochissimi”, un link sul “new age”, ovviamente da un’angolazione particolare, cf.
      http://www.lulu.com/shop/enrico-fortunia/su-maitreya-e-sul-new-age/paperback/product-590994.html
      Proprio queste “messe in guardia”, però, giustificano il post di qui sopra.






      Elimina

  3. Trovato il primo “buco nero” visibile, ovviamente trovato in modo **indiretto**, significativo. E penso subito ai “buchi neri” di senso di J. Baudrillard … Noi dentro un “buco nero” di “assenza di senso” che però costruisce un “orizzonte degli eventi” luminoso: ma
    E penso immediatamente a quello scritto d’Incànus dove usa proprio l’espressione “orizzonte degli eventi”, chiaramente in un senso differente – ma non per questo meno convergente – da quello di Baudrillard, tuttavia non per questo meno interessante …
    Ma quanti non han capito proprio niente, la cosa “bella” – ma in realtà bruttissima – sta proprio qui, dentro questa sopravvivenza di quadri d’interpretazioni che non han niente a che spartire con l’effettiva situazione: tutto ciò favorisce il buco nero dell’assenza di senso, e ci fa precipitarvi dentro in un’apparenza di luce, che non è altra luce se non quella prodotta dall’accelerazione della velocità di caduta …

    PS. Tra l’altro, sentendo codeste notizie m’è venuto in mente subito la canzone “Black Hole Sun” dei Soundgarden, canzone del 1994, del “fatidico” 1994, anno pivotale …


    RispondiElimina
    Risposte
    1. A questo buco nero di senso non vedo alternative se non aspettare...

      Elimina

    2. Beh di “alternative” qui non si è mai parlato, anzi; direi che, però, venendo all’argomento del post, quest’assenza di alternative non implica il non poter dir qualcosa, pur non essendoci molto da “fare”, quel che “laggente” chiede sempre: che si può fare … Ora non c’è molto da fare, se non attendere (“ad tendere” …), e cioè “andare incontro” in effetti … Se sai di dover attendere solo, per esempio non sarai facilmente “seducibile” (cioè **sviabile**), starai fermo in luogo di volerti muovere a forza: ed anche questa è una conoscenza. Una conoscenza utile: vero infatti è che occorre sapersi muovere, ma è altrettanto – se non più – importante sapere quando **non** muoversi …




      Elimina
    3. Già, soprattutto oggi che se non sei in movimento sei visto "strano", come una creatura rara, a dimostrazione proprio di essere nel giusto: se non ti muovi, non puoi esser sedotto.

      Elimina


    4. In pratica è come se si “debba” prender partito: no, non si “deve” prender partito, non si è obbligati a “schierarsi”, ci si può schierare, **non** ci si “deve” schierare … **tranne** che per l’Anticristo, allora si sceglie “malgré nous meme”, per così dire … La cosa che conterà sarà farlo **consapevolmente**, perché altrimenti non avrà valore …
      Significativo il rogo di Notre-Dame di Parigi – nella chiesa del “’Mystero’ delle cattedrali” … Il centro di Parigi, Francia paese significativo per l’Europa e l’Occidente “tout court”, tant’è che gli Europei, tutti, eran detti “Franchi” nell’epoca delle Crociate. Monumento che aveva subito moti saccheggi e distruzioni, mai un rogo. E le cattedrali erano un’opera **europea**, senza “UE”, senza burocrazie brussellesi, non solo un’opera della “nazione” (che nel Medioevo non esisteva come concetto “nazionalistico”) in cui la cattedrale si trovava. Sono delle opere della “koinè” medioevale europea, e questo accade nell’anno in cui l’Europa è in grave crisi, chiara immagine delle civiltà che sfumano. La cattedrale parigina era il monumento più visitato della UE, significativo, molto significativo. L’Europa si autodistrugge **nel qual mentre** sta cercando di **restauro**, davvero un “segno” divino! Mentre si chiacchiera di “identità”, mentre l’Europa si ripiega su se stessa, cercando di “salvare” la sua “identità”, parola **del tutto** abusata, ecco che uno dei simboli, proprio della sua identità!, viene arsa da un incendio: altamente significativo, davvero un “segno” divino, un “messaggio” … Di buono c’è però che la struttura portante rimane intatta, seppur con molte cicatrici … questo è bene.







      Elimina
    5. Quanto gravi sono i danni alla struttura, pur **non** essendo crollata, è ancora da vedersi.
      Si vedrà … buona parte del tesoro è salva, pare, quindi anche questo è importante.

      Elimina
    6. Ottime considerazioni sulla relazione con l'Europa, mi verrebbe da dire "purtroppo"... E invece come la vedi "symbolicamente" parlando la relazione con la situazione altrettanto grave in cui versa la Chiesa cattolica? Considerando pure che questo segno è avvenuto all'inizio della settimana santa...

      Elimina

    7. Sulla Chiesa cattolica, va detto che, della cattolicità, la seconda diocesi dopo Roma è Parigi (Milano è la seconda ma d’Italia soltanto), quindi è un segno anch’esso. Che cos’era Notre-Dame? Il simbolo dell’ “identità” francese; qualcuno – tra i vari commenti televisivi ascoltati casualmente – sottolineava che la Tour Eiffel è il simbolo di Parigi, ma Notre-Dame lo è della **Francia**, tutta la Francia. Ma è anche la cattedrale della seconda diocesi della cattolicità, specificamente del mondo cattolico. E cos’è la Francia se non “la fille ainée de l’Eglise”? quindi viene a colpire quel legame che – pur contestato dal “tradizionalismo” – indiscutibilmente esiste fra Medioevo e successive fasi dell’Occidente europeo, in specifico l’Ottocento e le sue pulsioni “neo medievali”, potremmo chiamarle in tal modo. E qui c’è la risposta, a mio avviso ….

      Elimina
    8. Non dimentichiamo anche questo piano della discussione, **non** secondario (il piano, intendo) ..., cf.
      https://associazione-federicoii.blogspot.com/2019/04/finis-europ.html




      Elimina