lunedì 2 febbraio 2026

Frasi 2 – del “nuovo anno” – 2000-2026 - 26 anni fa, 1. Ricorrenza di Guénon – 1886-2026 – Ben cento trent’anni fa! - ormai!, 3 - 1926-2026 cent’anni fa, 2

 

 

Frasi 2 – del “nuovo anno” – 2000-2026 - 26 anni fa, 1. Ricorrenza di Guénon – 1886-2026 – Ben cento trent’anni fa! - ormai!, 3 - 1926-2026 cent’anni fa, 2

 

 

 

 

Alcuni dicono uno smeraldo caduto dalla corona di Lucifero, ma è un equivoco proveniente dal fatto che Lucifero, prima della sua caduta, era l’ ‘Angelo della Corona’ (cioè Kether, la prima Sephirah), in ebraico Hakathriel, nome che, del resto, ha come numero 666”.

R.  GUÉNON, Il Re del Mondo, Adelphi Edizioni, Milano 1977, p. 48, in nota di pie’ pagina, corsivi in originale.

Il libro – nell’edizione finale francese – risale al 1927, cioè cinquant’anni prima dell’edizione italiana per i tipi dell’Adelphi, ma in realtà la prima edizione si è avuta in italiano, sulla rivista “Atanòr” nel 1924, cosa che abbiamo ricordato nell’anno di ricorrenza[1].

 

 

 

 

Il lama sorrise ironicamente e disse: “Ho catturato tutti i loro messaggeri, mi son impadronito delle loro lettere, e li ho mandati sotto terra …”. Rise di nuovo e si guardò intorno con i suoi occhi luminosi. Solo allora notai che la linea degli zigomi e il taglio degli occhi rendevano il suo volto dissimile da quello dei mongoli dell’Asia centrale. Sembrava più un tartaro o un kirghiso. Eravamo silenziosi e fumavano le nostre pipe.

Fra quanto il distaccamento dei chahar lascerà Uliassutai?” chiese. Rispondemmo che non ne avevamo sentito parlare. Il lama spiegò che le autorità cinesi avevano mandato dalla Mongolia interna un forte distaccamento, formato dopo aver mobilitato la bellicosa tribù dei chahar, che vaga nella regione appena oltre la Grande Muraglia. […] Quando seppe dove stavamo andando e a che scopo, disse che lui  stesso avrebbe potuto darci le notizie più precise ed aggiornate, evitandoci di continuare il viaggio. “E, oltre a ciò, è molto pericoloso”, disse, “perché Kobdo sarà data alle fiamme e vi saranno massacri. Lo so per certo”.

Quando gli raccontammo il nostro sfortunato tentativo di attraversare il Tibet, si fece molto attento e ci disse con sincero sentimento di rammarico:

Solo io avrei potuto aiutarvi in quest’impresa, ma non l’ Hutuktu di Narabanchi. Con il mio lasciapassare avreste potuto andare dove più vi aggradava in Tibet. Sono Tushegun Lama [in nota si dice che “Tushegun” = Vendicatore]”.

Tushegun Lama! Quante straordinarie storie avevo sentito su di lui, era un calmucco russo [in nota si dice che il calmucchi sono una tribù mongola che seguì l’orda mongola di Gengis Khan verso l’ovest fino a stabilirsi dove ancor oggi sta: fra gli Urali ed il Volga] che, a causa della sua attività di propaganda a favore dell’indipendenza del popolo calmucco, aveva conosciuto molte prigioni russe sotto lo zar e, per la stessa ragione, era stato incluso nel libro nero dei bolscevichi. Era fuggito in Mongolia e presto s’era conquistata una posizione di grande influenza tra i mongoli. Non c’era di che meravigliarsi, perché era amico intimo e pupillo del Dalai Lama [il XIII] che viveva nel suo palazzo di Lhasa, il Potala, era il più dotto dei lamaisti, un vero sapiente, dottore e taumaturgo. Godeva d’una posizione pressoché indipendente nelle sue relazioni con il Buddha Vivente [il t’ülku, di Urga] ed aveva ottenuto il comando di una delle antiche tribù nomadi della Mongolia Occidentale e della Zungaria, estendendo la sua influenza politica anche sulle tribù mongole del Turkestàn. Il suo potere era irresistibile, basata su d’una scienza misteriosa e segreta, come la chiamava; aggiunse anche che si fondava in gran parte sul terrore che ispirava ai mongoli. Chiunque disobbedisse ai suoi ordini periva. Il malcapitato non sapeva mai il giorno e l’ora in cui, nella sua yurta o mentre galoppava nelle pianure, sarebbe apparso il potente e misterioso amico del Dalai Lama. Una coltellata, una pallottola o dita d’acciaio che gli stringevano il collo in una morsa facevano giustizia secondo i piani di quell’operatore di miracoli.

All’esterno della yurta il vento sibilava e ruggiva soffiando la neve contro le sue tese pareti di feltro. Nel frastuono del vento s’udiva a volte il suono di molte voci che urlavano, gemevano e ridevano. Capivo che in simili luoghi non era difficile colmar di stupore le tribù nomadi con dei miracoli, perché la Natura stessa aveva preparato l’ambiente ideale per il loro manifestarsi. Questo pensiero m’era appena balzato in mente quando Tushegun Lama improvvisamente alzò la testa, mi osservò con uno sguardo penetrante e disse:

La Natura include anche l’ignoto e l’arte di servirsi dell’ignoto produce miracoli; ma pochi posseggono questo potere. Voglio dimostrarvelo e poi mi direte se avete mai visto nulla di simile.”

Si alzò, si rimboccò le maniche della sua tunica gialla, afferrò il pugnale e si avvicinò al pastore.

Michik, alzati!”, ordinò. Quando il pastore si fu alzato in piedi, il lama con pochi gesti rapidi gli mise a nudo il petto. Non capivo ancora cosa intendesse fare, quando improvvisamente Tushegun, con tutta la sua forza, piantò il pugnale nel petto del pastore. Il mongolo stramazzò a terra coperto di sangue, un fatto del quale aveva macchiato la tunica gialle del lama.

Cos’avete fatto?”, esclamai. “Sst! Tacete”, bisbigliò, volgendo verso di me il volto pallido. Con pochi colpi di pugnale aprì completamente il petto del mongolo ed io vidi i polmoni dell’uomo respirare e il suo cuore palpitare. Il lama toccò questi organi con le dita ed il sangue smise di scorrere; il volto del pastore era tranquillo. Giaceva con gli occhi chiusi e sembrava immerso in un sonno profondo. Quando il lama cominciò ad aprirgli l’addome, chiusi gli occhi inorridito; e, quando li riaprii, rimasi ancor più sbalordito vedendo che il petto del pastore era sempre a nudo ma assolutamente illeso, e si alzava e si abbassava tranquillamente nel sonno mentre Tushegun Lama […] fumava la pipa e fissava le braci immerso in profondi pensieri.

È meraviglioso”, confessai. “Non ho mai visto nulla di simile!”.

Di cosa state parlando?”, chiese il calmucco.

Della vostra dimostrazione o ‘miracolo’ come lo chiamate”, risposi.

Ma non ho mai detto nulla di simile”, ribatté il lama con voce fredda.

Hai visto?”, chiesi al mio compagno. “Che cosa?”, domandò con voce assonnata.

Allora mi  resi conto che ero stato vittima della suggestione ipnotica indotta da Tushegun Lama; ma di sicuro preferivo questo al veder morire un mongolo innocente, perché non avevo certo creduto che Tushegun Lama, dopo aver squartato il pastore, potesse aggiustarlo come nulla fosse accaduto!

Il giorno dopo prendemmo congedo dai nostri ospiti. Avevamo deciso di tornare ad Uliassutai, perché la nostra missione era conclusa; Tushegun Lama ci spiegò che avrebbe dovuto “viaggiare nello spazio materiale”. Percorreva l’intera Mongolia, viveva sia nell’umile semplice yurta del pastore o del cacciatore che nelle splendide tende dei principi e dei capi tribù, circondato da timor e profonda venerazione, legando indissolubilmente a sé ricchi e poveri con i suoi miracoli e profezie. Quando ci disse addio, lo stregone calmucco sorrise ironicamente a soggiunse:

Non date informazioni sul mio conto alle autorità cinesi”. Dopo di che aggiunse: “Quel che avete creduto di vedere ieri sera non è stato altro che una futile dimostrazione. Voi europei non volete ammettere che noi nomadi ignoranti possediamo i poteri della scienza del mistero. Se solo poteste vedere i miracoli e il potere del Santissimo Tashi Lama, allorché al suo comando le lampade e candele davanti davanti all’antica statua del Buddha si accendono da sole e le icone  degli dèi cominciano a parlare e profetizzare! Eppur esiste un uomo ancor più santo e potente …”.

È il Re del Mondo di Agharti”, interruppi.

Mi guardò sbalordito. “Avete sentito parlare di lui?”, chiese, corrugando pensosamente le sopracciglia. Dopo qualche istante mi fissò intensamente e disse: “Soltanto un uomo consce il suo santo nome; soltanto un uomo è stato ad Agharti. Sono io. Questa è la ragione per cui il Santissimo Dalai Lama mi ha onorato della sua amicizia ed il Buddha Vivente che risiede ad Urga mi teme. Ma inutilmente, perché non siederò mai sul Santo Trono del Sommo Sacerdote di Lhasa né miro a quello che è stato tramandato da Gengis Khan al capo della nostra Fede Gialla. Non sono un monaco, ma un guerriero ed un vendicatore”. Balzò agilmente in sella, frustò il cavallo e partì al galoppo, lanciandoci mentre si allontanava, la comune frase d’addio mongola: “Sayn! Sayn bayna!”. 

Sulla via del ritorno, Tazen ci raccontò le centinaia di leggende che circondavano Tushegun Lama”, F. A. OSSENDOWSKI, Bestie. Uomini. Dèi. Il mistero del Re del Mondo, Edizioni Mediterranee, Roma 2000, pp. 100-103, corsivi in originale, grassetti miei, mie osservazioni fra parentesi quadre[2]. Poi, segue il racconto di uno dei “miracoli” di Tushegun Lama, che Ossendowski crede vero, quando Tushegun ipnotizzò un manipolo di guerrieri[3], certamente perdenti, perché prendessero una guarnigione cinese nella città di Kobdo qui su ricordata: lo fecero, e ne seguì un massacro, non rimase nulla se non rovine, né della guarnigione né della città stessa. Infatti: “Allora si ripeté la scena obliata da tanto tempo delle orde tartare che distruggevano le città europee”, ivi, p. 104.

Una cosa che davvero risulta evidente dalla lettura di questo testo, è che, non appena possibile, chi conquistava qualcosa, e vinceva una battaglia, compiva massacri, senza farsi alcun problema. Il “barone folle” (o “sanguinario”) R. von Ungern Sternberg senz’alcun dubbio portava la cosa agli estremi, anche per quelle parti, ma va sempre sottolineato che si trattava di un ben noto “costume” – si fa per dir!e – locale … Una sorta di sanguinoso buskasshì perenne, senza inizio né fine, dove, al posto del capro, ci sono esseri umani: questa era la guerra … Non so per niente un “fan” di R. von Ungern Sternberg ma, per una corretto inquadramento storico, all’epoca valeva il detto “così fan tutti” e le “cosaccate” vi erano assai diffuse! “Le Baron fou” portò all’eccesso la cosa, nessun dubbio, et tuttavia era una cosa molto “normale” all’epoca. Tutta quella fase post Rivoluzione del ‘17 - in Siberia e Mongolia in particolar modo, - era una sorta di lungo massacro “a puntate” dove il sangue fluiva liberamente, dove i tradimenti erano la norma, e capire chi fosse “amico” e chi “nemico” era molto ma molto difficile. Ciò non toglie che il progetto stesso di R. von Ungern Sternberg fosse deviante. Il punto è e non in una “moralità” in un luogo dove “il più sano c’ha la rogna” come suol dirsi: peggiorò ed estremizzò la pratica, ma non fu certo l’unico. La “cosa particolare” di von Ungern Sternberg era che massacrava pure i suoi soldati, e non solo i suoi “nemici” …!

Quanto al Tibet: Ossendowski e compagni di sventura, ed avventura, furon fermati da banditi … così era il Tibet al tempo. E vi è ancora chi sogna …

Si parla delle leggende attorno ai fuochi nella yurta, leggende su R. von Ungern Sternberg ed il suo progetto di “rinnovare” le gesta di Gengis Khan, ovviamente progetto abortito; poi si aggiunge: “L’Asia si è svegliata [era il 1921, d’allora si è molto svegliata!] e i suoi figli proferiscono audaci parole. Sarà un bene per la pace del mondo se essi agiranno da discepoli dei saggi e creativi Ugudai e Baber il sultano, piuttosto che sotto l’incantesimo dei “demoni maligni” di Tamerlano il Distruttore”, ivi, p. 204.

NB: “XLV. La visione del Buddha Vivente del 17 maggio 1921ivi, p. 222 e sgg., corsivi in originale.

In seguito, mentre attraversavo la Mongolia Orientale diretto a Pechino, pensai spesso:

E cosa succederebbe se …? Se interi popoli di colore, religioni e razze diverse cominciassero a migrar verso l’Occidente?”.

E adesso, mentre scrivo queste ultime righe, i miei occhi si volgono involontariamente verso lo sconfinato Cuore dell’Asia sul quale si srotolano le tracce serpeggianti delle mie peregrinazioni. Attraverso bufere di neve e tempeste di sabbia del Gobi, esse mi riconducono al cospetto dell’ Hutuktu di Nabanchi che, con voce misurata e indicando con la mano l’orizzonte, mi apriva il suo cuore, rivelandomi i suoi pensieri più riposti:

Vicino a Karakorum, sulle rive dell’Ubsa Nor, vedo gli immensi accampamenti multicolori, le mandrie di cavalli e di bestiame e le yurta azzurre dei capi. Su di esse sventolano le antiche bandiere di Gengis Khan, dei Re del Tibet, del Siam, dell’Afghanistan e dei Principi Indù; i sacri emblemi di tutti i Pontefici Lamaisti; le insegne araldiche dei Khan degli Oleti[4]; ed i semplici stendardi delle tribù mongole del Nord. Non odo il brusio della folla animata. I cantori non cantano le arie malinconiche dei monti, delle pianure e del deserto. I giovani cavalieri non si dilettano correndo sui loro destrieri come il vento … Vi sono folle innumerevoli di vecchi, donne e bambini e più oltre, a Nord e ad Ovest, fino al più lontano orizzonte, il cielo è rosso come fuoco, e l’aria rimbomba del ruggito delle fiamme e del feroce strepito della battaglia. Chi è il condottiero di quei guerrieri che sotto un cielo di fuoco spargono il proprio e l’altrui sangue? Chi guida quelle folle di vecchi e donne inermi? Vedo un ordine severo, una profonda comprensione religiosa dello scopo … pazienza e tenacia … una nuova immensa migrazione di popoli, l’ultima marcia dei Mongoli …”.

Forse il Karma ha aperto una nuova pagina della storia!

E se il Re del Mondo fosse con Loro?

Ma il più gran Mistero dei Misteri mantiene il suo profondo silenzio”, ivi, pp. 237-238, corsivi in originale, grassetti miei[5]. No, il “Karma” non ha invece “aperto una nuova pagina della storia” quanto, al contrario, “vuol” chiudere la storia! …

 

 

Andrea A. Ianniello

 

 

 

 



[1] Non a caso, dunque, si riporta qui un passo dall’edizione del 1977, quando ci sono state ripubblicazioni successive.

[2] Va precisato che l’edizione originale del testo di Ossendowski è del 1922, l’edizione francese del 1924, poi una successiva inglese del 1926 – cent’anni fa esatti! – e, per finire, l’edizione “popolare” del 1928, in inglese, da cui è tratta la traduzione dell’edizione delle Mediterranee qui sopra citata. 

[3] Per mezzo della “proiezione” d’una “forma pensiero” …, attenzione, come si è detto altre volte. Il problema è la “volontà” che “proietta” molto più che il “costruire” una “forma pensiero” e cioè “lanciarla” sugli altri come Tushegun Lama poco prima aveva dimostrato poter fare ad Ossendowski stesso, qui su.

[4] Noti ad ovest, appunto, come “Calmucchi” …

[5] Cf.

https://associazione-federicoii.blogspot.com/2026/01/piu-volte-condiviso-parti-di-questo.html -

nota n°1 - il passo che inizia: “Altri conquistatori […]” …


 

 

2 commenti:

  1. Dopo quel che ha detto Guénon qui sopra, si può pensare al vero senso da darsi a chi sostiene che il Graal sia la corona di Lucifero ...







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  2. Per il passato post che ricorda il testo di Guénon di qui su, e per un altro, cf.
    https://associazione-federicoii.blogspot.com/2024/12/1924-2024-100-anni-fa-7-due-testi-di.html








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