domenica 7 ottobre 2018

Recensione di Guénon (del **1935**)















Recensendo il libro di Seabrook, Adventures in Arabia, del 1934 (in Francia, l’edizione recensita da Guénon, mentre, in effetti, l’edizione inglese è del **1927**), Guénon sottolineava come si trattasse di qualcosa di meglio dei “consueti ‘racconti di viaggio’”[1], perché Seabrook non si portava con sé dei noti pregiudizi. Solo che il termine “Arabia” andava però precisato, osserva in guisa professorale Guénon, da professore universitario – chiaro –, dove spesso una tale osservazione vi è comune. Nondimeno, è un’osservazione giusta, in quanto, nei “nostri”, amabili, tempi, si pensa alla penisola araba, quando invece si tratta delle “regioni situate immediatamente a nord di essa”[2]. Segue un’osservazione sulla trascrizione errata dei nomi arabi, comprensibile però da un anglosassone – si tratta infatti di due fonetiche lontanissime – ed un osservazione, alquanto divertente, sul atto che la dichiarazione di credo islamico, la Shahâdah, non viene mai riprodotta correttamente nelle lingue occidentali, il che non attesta per nulla una intenzionalità, come suggerisce Guénon, ma di nuovo è un fatto fonetico, magari ben poco etico, ma tale rimane, in quanto la corretta traslitterazione – cosa vera per tante altre lingue – richiede l’uso dei caratteri coi segni diacritici, di allungamento, ecc. ecc., insomma quelli “scientifici” cosiddetti.
Detto tutto ciò, veniamo al nostro tema.
Nella prima parte, questo libro – di Seabrook – si limita alla descrizione della vita dei beduini.
Va bene.
Veniamo invece al “piatto forte” del testo di Seabrook, le altre due parti: “nelle altre due parti si tratta proprio di sette eterodosse, e anche piuttosto enigmatiche: i Drusi e gli Yezidi; sugli uni e sugli altri il volume contiene informazioni interessanti, senza peraltro avere la pretesa di far tutto conoscere e tutto spiegare [ed è una ben buona recensione, sotto la “professorale” penna guénoniana, segno di nascita Scorpione, attenzione ai minuti particolari ed errori]. Quanto ai Drusi, un punto che resta particolarmente oscuro riguarda il culto di un ‘vitello d’oro’ o di una ‘testa di vitello’, che viene loro attribuito [corsivo mio]; è qualcosa che potrebbe forse dar luogo a numerosi accostamenti, di cui l’autore pare aver solamente intravisto una parte; perlomeno egli ha capito che il simbolismo non è idolatria … Riguardo agli Yezidi, se ne ricaverà un’idea alquanto diversa da quella data dalla conferenza di cui abbiamo parlato nelle nostre recensioni delle riviste (numero di novembre); qui non si parla più di ‘Mazdeismo’, in relazione a loro, e, perlomeno sotto quest’aspetto, l’informazione è senza dubbio più esatta; l’ ‘adorazione del diavolo’ potrebbe però suscitare discussioni meno facili da dirimere, e la vera natura del Melek Tâwûs [Angelo Pavone] rimane ancora un mistero. Ma la parte forse più interessante, all’insaputa dell’autore, il quale, malgrado ciò che ha visto, si rifiuta di credervi, è quella riguardante le ‘sette torri del diavolo’, centri di proiezione delle influenze sataniche nel mondo; che una di queste torri sia situata presso gli Yezidi del resto non dimostra affatto [corsivi miei] che siano essi dei ‘satanisti’, ma solamente che, come accade per molte sette eterodosse [corsivi miei], possono essere utilizzati per facilitare [corsivi miei] l’azione di forze che ignorano [corsivi miei]. A questo proposito, è significativo che i sacerdoti regolari yezidi si astengano dall’officiare qualsiasi rito in quella torre [corsivi miei], laddove alcune specie di maghi erranti vengono spesso a trascorrervi parecchi giorni; che cosa rappresentano esattamente questi personaggi? In ogni caso, non è necessario che la torre sia abitata in modo permanente, se non è altro che il supporto tangibile e ‘localizzato’ di uno dei centri della ‘contro-iniziazione’, ai quali presiedono gli awliyâ eshShaytân; costoro, attraverso la costituzione di questi sette centri, pretendono di opporsi all’influenza dei sette Aqtâb o ‘Poli’ terrestri subordinati al ‘Polo’ supremo, sebbene tale opposizione possa peraltro essere soltanto illusoria, in quanto la sfera spirituale rimane necessariamente preclusa alla ‘contro-iniziazione’”[3].








Andrea A. Ianniello












[1]  R. Guénon, Scritti sull’esoterismo islamico e il Taoismo, Adelphi Edizioni, Milano 1993, p. 119.
[2]  Ibidem, corsivo mio.
[3]  Ivi, pp. 120-122, corsivi in originale, corsivi miei indicati fra parentesi quadre, mie osservazioni fra parentesi quadre. certo, all’epoca in cui scrisse, Seabrook “si rifiutava di crederci” ma, sembrerebbe, poi queste cose, in un qualche modo, l’avrebbero influenzato. Si sarebbe di seguito avvicinato a Crowley ed avrebbe scritto anche qualcosa sugli zombie (Magic Island, 1929), scrisse poi Witchcraft: Its Power in the World Today, del 1940, dove riporta un suo incontro con Crowley ed il resoconto di una delle “danze” dei discepoli di Gurdjieff, con la seguente lettura, nell’appartamento di Mister G., di brani dai Racconti di Belzebù, lettura che, sembra, non lo impressionasse particolarmente. Nell’Appendice Seabrook parlò anche di Jiddu Krishnamurti e poi trattò di Nostradamus. Insomma, voleva dar conto dello status questionis alla sua epoca.
I “personaggi” potrebbero essere dei “domatori di serpenti”, o legati a questo culto – domatori di serpenti ce ne son molti anche altrove, per esempio in Nord Africa, in Marocco, e formano delle confraternite – (della serpe) in qualche modo, come si potrebbe vedere da qualche altra fonte, come quella citata in un vecchio post, cf.
https://associazione-federicoii.blogspot.com/2015/03/es-drower-peacock-angel-1879-link.html. E parliamo di una fonte del 1879, quindi alquanto tempo prima di Seabrook, e, forse, nel XIX secolo le cose potevano essere diverse.
Sulle varie teorie a riguardo delle origini degli Yezidì, cf. M. Guidi, Origine dei Yezidi e storia dell’Islam e del dualismo, Libreria Editrice Aseq, Roma 2009, si tratta della riproduzione anastatica dell’originale dalla “Rivista di Studi Orientali”, Roma 1932.








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