domenica 5 agosto 2018

Una questione poco percepita










(Continuiamo il discorso della parte finale di un post precedente, cf.
Oggi al centro dell’attenzione vi è il “falso ritorno”, come strategia **da tempo** in azione, dopo l’ “ubriacatura – peraltro **fallimentare** – della modernità “realizzata”.
Del “falso ritorno” si è accennato in un precedente post[1].
A tal proposito, vorrei ricordare un passo di Jünger.
“Ora, come si può conciliare il silenzio, il vuoto della concezione o dell’attesa con la bufera del tempo e con l’angoscia gnostica, che ritorna alla fine di ogni millennio [ricordo l’atmosfera alla fine degli anni Novanta, ed ovviamente non giunse alcunché, ma si accelerò, nel 2001, quel processo iniziato nel 1989, come s’è detto nel post immediatamente precedente a questo], di fronte all’imminenza della fine del mondo? Che il mondo finisca è vero, ossia esso sprofonda per un istante nell’atemporale. Innanzi tutto, bisogna ribadire che dove passato e futuro si concentrano nell’attimo, tutt’intorno può succedere quel che vuole [qualcosa di simile accadeva, come lo stesso Jünger aveva notato in un passo molto precedente  questo citato, dove parlava del blòt], Archimede traccia i suoi cerchi mentre Siracusa è in fiamme. Quella di Patmos è una similitudine grandiosa: dal seno di uragani apocalittici si erge la Città Eterna. ‘Eterno’ è soltanto un altro modo per dire l’attimo.
Quando l’onda del tempo rifluisce, ciò che accade è paragonabile ad una grande espirazione – la parola comprende tanto la liberazione del tempo, quanto la liberazione dal tempo. Il ricettacolo del fiore adesso si è svuotato [kènosis]. Ciò significa: la condizione per il ritorno dell’innominato che vuol diventare parola.
Questo movimento deve esaurirsi. Se troppo presto una nuova onda lo arresta, allora si assiste a una fiacca mescolanza dei nomi e delle immagini, al ‘vino nuovo nelle botti vecchie’ – a ciò che nel mondo della politica si chiama restaurazione [qui è stato l’errore di Evola, ma pure di un de Maistre, di tutta quella tendenza lì; in parallelo, ma ovviamente non è la stessa cosa, così è stato il cosiddetto “ritorno ai valori”, una cosa fiacca, e dunque che ha fiaccato, e che ha succeduto alla crisi degli anni Settanta del secolo scorso: i “valori” ritornarono, “ma erano zombie”, per parafrasare Baudrillard].
La falsificazione del Ritorno consiste esattamente in questa mescolanza[2]. Esattamente così. Proprio questo è “il” punto decisivo, così poco compreso al giorno d’oggi.
E, scrivendo queste poche righe, Jünger ha dimostrato di aver riflettuto, e profondamente compreso però, non come quelli che leggono, leggono, e alla fine non capiscono mai niente (mai che riescano a centrare una prospettiva), la lezione del Guénon de Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi. Davvero certi segni son muti per certa gente, il cui nome magari è legione, ma ciechi rimangono. Jünger però non era fra costoro, a quanto pare.

Aggiungeva poi: “Le cose teologiche non devono qui tenerci occupati ulteriormente. Aggiungiamo tuttavia ancora una considerazione: anche la profezia di Schubart, relativa a un terzo Cristianesimo, ‘giovanneo’, nasconde il pericolo di un Ritorno falsificato”[3].
Di seguito, distingueva i “Grandi Passaggi” dai “Piccoli”, “Che i Grandi Passaggi siano legati alla distruzione di forme  stato accennato. Qui essi differiscono dalle rivoluzioni, in cui vi è una svolta nell’àmbito di ciò che già sussiste[4]. Son dunque dei “piccoli passaggi”.
Allo stesso modo, vi sono le “piccole parodie”, e la “Grande Parodia”.

PS. E’ interessante notare che, ponendo a paragone – nel mondo delle “droghe e dell’ebbrezza” – l’Europa con altri continenti, noi si abbia avuto solo poche specie allucinogene largamente accettate: l’acoro, il rosolaccio, la solanacea detta “belladonna” (Atropa belladonna), il giusquiamo, elast but first – la mandragora[5].
La belladonna, il giusquiamo e la mandragora figurano molto nel folklore europeo, soprattutto la belladonna e la mandragora[6].



Andrea A. Ianniello










[2] E. Jünger, Avvicinamenti. Droghe ed ebbrezza, multhipla edizioni, Milano 1982, pp. 297-298, corsivi miei, mie note fra parentesi quadre.  Recentemente questo testo è stato ripubblicato, personalmente ho la vecchia venerata copia.
[3]  Ivi, p. 298.
[4]  Ivi, p. 299, corsivi miei.
[5]  Cf. D. S. Worthon, Conoscere le piante allucinogene, Savelli Editori, Milano 1980, pp. 15-25. Questo scritto classifica le piante allucinogene per continente di provenienza ed uso, e, dunque, consente un confronto. L’Asia ha più piante dell’Europa, l’Africa – molto significativamente – di meno. Il continente, però, delle piante allucinogene è l’America, tanto del Nord che del Sud. Dunque: le Americhe; Asia; Europa; Africa.
[6]  Ivi, p. 18.










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