giovedì 5 luglio 2018

“Che lezione per … tutti!!”











Vi è un interessante passo: “Duecento anni fa in Giappone, prima dell’epoca Meiji [1868(-1912], un maestro di kendo, di nome Shoken, era infastidito dalla presenza di un grosso topo nella sua casa. Il congresso d’arti marziali fra gatti, questo è il titolo della storia che mi accingo a narrare:
  ‘Tutte le notti. Un grosso topo penetrava nella casa del maestro, impedendogli di dormire. Era costretto a riposare durante il giorno. Andò allora da un amico che allevava gatti: “Prestami” gli chiese “il più forte dei tuoi gatti”. L’altro gli diede un gatto dei tetti, molto rapido ed abilissimo nel catturare topi; le sue unghie erano forti, i suoi salti potenti! Ma quando entrò nell’alloggio, il topo lo affrontò e lo vinse, mettendolo in fuga. Era un topo davvero misterioso [corsivi miei]. Il maestro chiese allora in prestito un secondo gatto, di color fulvo, dotato di un ki [pronuncia nipponica del cinese qi (ch’i), ma è la stessa cosa] potentissimo e di un forte spirito combattivo. Entrò nella casa del maestro e combatté, ma il topo ebbe la meglio e il gatto fuggì!
  Stessa sorte ebbe un terzo gatto di colore bianco e nero, ed allora il maestro Shoken se ne procurò un quarto, nero, vecchio, intelligentissimo, ma meno forte degli altri, e se lo portò a casa. Quando il topo lo vide, incominciò ad avvicinarsi per aggredirlo. Il gatto si sedette, calmissimo, e restò immobile. Il topo allora rimase perplesso, dubbioso. Si avvicinò ancora, e repentinamente il gatto lo ghermì e l’uccise.
  Shoken andò allora a consultare il suo amico e gli disse: “Ho spesso inseguito questo topo con la mia spada di legno, ma ogni volta è stato lui a graffiarmi. Come ha potuto questo vecchio gatto nero vincerlo?”. L’amico gli disse: “Bisogna indire una riunione e interrogare i gatti. Sarete voi a porre le domande, visto che siete maestro di kendo. I gatti son esperti in arti marziali”.
  Vi fu quindi un’assemblea di gatti presieduta da quello nero, che era il più anziano. Il gatto dei tetti disse: “Io sono il più forte”. Quello nero allora gli disse: “Perché allora non hai vinto?”. “Sono il più forte” rispose “e possiedo molte tecniche per catturare i topi, i miei artigli son micidiali e i miei salti potenti, ma quel topo non era come gli altri”. Il gatto nero dichiarò: “La tua forza e la tua tecnica non potevano battere quel topo, anche se i tuoi poteri e il tuo waza [tecnica, ma nel senso di abitudine incorporata, ma non nel senso di tecnica meccanica o elettronica] sono moto forti”. Allora parlò il gatto tigrato: “Anch’io sono molto forte, alleno incessantemente il mio ki e a mia respirazione attraverso zazen [meditazione zen da seduti], e mi nutro solo di verdure e zuppa di riso. Perché dunque non ho potuto vincere quel topo?”. Il vecchio gatto nero gli rispose: “La tua attività e il tuo ki son forti, ma quel topo era al di là del ki. Se rimani attaccato al tuo ki, esso diventa una forza vuota. Se il tuo ki è troppo intenso [corsivi miei], troppo repentino, sei sopraffatto dalla passione [corsivi miei]. Si potrebbe dire, ad esempio, che la tua attività è paragonabile all’acqua che esce da una fontanella, mentre quella del topo è come un getto possente. Ecco perché la forza del topo è superiore alla tua. La tua attività, pur essendo forte, è debole, poiché hai un’eccessiva fiducia in te stesso [corsivi miei]”. Fu quindi il turno del gatto bianco e nero; non era particolarmente forte, ma intelligente. Aveva raggiunto il satori. Aveva sperimentato tutti i waza e praticava zazen, ma non era mushotoku, ossia senza scopo né profitto [corsivi miei], così aveva dovuto soccombere a sua volta.
  Il gatto nero gli disse: “Sei molto intelligente e forte, ma non hai potuto battere quel topo perché tu avevi uno scopo [corsivi miei], e la sua intuizione era più profonda della tua [corsivi miei]. Quando sei entrato, lui ha capito la tua condizione mentale [corsivi miei], per questo non hai potuto vincerlo. Non hai saputo armonizzare tra loro la tua forza, la tua tecnica e la tua coscienza, che sono rimaste separate anziché unificarsi [corsivi miei]. Io invece, in un sol istante, ho fuso queste tre facoltà inconsciamente, naturalmente [corsivi miei], e ho potuto uccidere il topo. Ma qui vicino, nel villaggio accanto, conosco un gatto più forte di me. E’ molto vecchio e il suo pelo è grigio. L’ho incontrato, e non sembra affatto forte! Dorme tutto il giorno, non mangia carne né pesce, ma solamente zuppa di riso … qualche volta beve un po’ di sakè. Non ha mai preso un solo topo: tutti lo temono e non osano avvicinarsi a lui. Un giorno è entrato in una casa piena di topi. Tutti son fuggiti via terrorizzati. Avrebbe potuto cacciarli anche dormendo. Questo gatto grigio è veramente molto misterioso. Tu devi diventare come lui, essere al di là di te stesso, di tutto [corsivi miei]”’.
Grande lezione per Shoken [corsivi miei], il maestro di kendo!”[1].

Che lezione! Davvero! … Grande lezione per tutti

In ogni caso, qual è il motivo per cui son moderatamente critico verso i “tradizionalisti”: perché l’uomo non è solo mente, dunque qualsiasi rettificazione” che si basi sulla critica “mentale” – per quanto valida, giusta ed accettabile – trova il suo limite nell’usare il solo strumento del mentale. Di qui l’ inevitabile scacco, vista l’impossibilità di aver dalla propria parte le gradi religioni. Se, poi, han tentato di “proiettarsi” nel “sociale” cosiddetto, l’hanno potuto fare usando i mezzi, soprattutto le regole di quelle forze che, a parole, avrebbero dovuto superare.
Gli “evoliani” questo han fatto, per quanto sognino di voler “tornare” a Roma antica, non potranno mai farlo: non solo manca lo “spirito” – e questo è scontato – ma pure manca la forza. Rimane solo la nuda “dottrina” che, come c’insegna lo Zen, è largamente insufficiente.
Manca dunque la conclusione, e c’est le dernier pas qui coûte
Bisogna – bisogna – andar oltre …  
E chi “va oltre”, conclude. Paradosso apparente  


Non soltanto Evola, ma, di più, Schuon – pur essendo lui stesso consapevole dei limiti della ragione – tende a fissare l’idea secondo cui

Diverso è il caso di Guénon. Il primo Guénon – quello di Crisi del mondo moderno – proponeva il Cattolicesimo come base per una possibile soluzione della “Crisi del mondo moderno”. Il secondo Guénon, invece – quello de Il Regno della Quantità –, non aveva illusioni: per lui, la “via d’uscita” era solo “apocalittica” – e su questo aveva ragione – per mezzo di un più o meno lungo processo di “dissoluzione” sociale. In questo, fu preveggente, se si pensa che Il Regno fu scritto durante la Seconda Guerra Mondiale. In quel tempo, qualcosa cambiò in lui. 



Voler “convincere” solo il “mentale” – e per mezzo del solo mentale – significa: votarsi alla fatica di Sisifo.
Tutto ciò non toglie che il razionalismo sia un errore supremo, una gigantesca illusione, e che ha ragione questo modo di pensare quando lo critica. Come amo spesso dire: Non il sonno, ma il sogno della ragione genera mostri.  
 











Andrea A. Ianniello














[1] T. Deshimaru, Lo Zen e le arti marziali, SE, Milano 1995, pp.63-65, corsivi in originale, miei corsivi e commenti fra parentesi quadre.  








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