venerdì 8 giugno 2018

Inguaribili sognatori







Gli ultimi dati dell’ONU parlano del processo di urbanizzazione, che – entro il 2050 – interesserà due abitanti di questo sfortunato pianeta su tre: i due terzi dell’ intera umanità vivrà in condizione urbana, la gran parte in condizioni pessime, dunque condizioni sostanzialmente indicibili. Soprattutto i paesi dell’Asia e dell’Africa guideranno questo passaggio, che è ciò che già è successo in America (attualmente l’82% della popolazione vive in città) e l’Europa (il 74%), in seguito al processo prima dell’ “industrializzazione”, e, poi della “terziarizzazione obbligata”, ed irreversibile.
Ancor oggi, tanto in Cina che in India, e nonostante tutto, la maggioranza della popolazione vive ancora nelle campagne, e nonostante le loro città enormi. Nel 1990 le megalopoli con più di dieci milioni di abitanti erano 10, ed oggi sono già 33; nel 2030 saranno 43 …
Portare questo processo in quei paesi è stato fatale.
Si consideri, per finire, che i paesi che saranno “leader” di questo discutibile processo di caduta (= entro il 2050 quelli che si urbanizzeranno di più) saranno: Cina, India e Nigeria. I primi due son considerati i paesi di “antica spiritualità”, d han fatto una tale fine …
Per quel che mi riguarda, sempre ho criticato Guénon per quel o sogno da “bell’époque” dell’Oriente “intemerato epuro” che, storicamente, non c’è mai stato. Quel che c’è stato sono state delle élite, che – con duri sacrifici e non in maniere scontate, ma con dura lotta – han mantenuto al centro della civiltà un ideale spirituale (un ideale, appunto, ché la realtà era però altra, sempre; e tuttavia, senza quell’ideale, non potevi tener tutto orientato).
Una volta sparite quelle élite, sparito tutto.

“ ‘Per assicurare la scambiabilità della merce, le si contrappone  la scambiabilità stessa come merce autonoma’ [K. Marx, Grudrisse, edizione Dietz, Berlin 1975, p. 115]. Nuove spezie dall’Oriente, da quel fondo dell’Oriente che è il più puro e velenoso Occidente [corsivi miei], giunge la scambiabilità sul mercato, e in breve muta l’ aspetto di tutta la realtà [corsivi miei]. Quella stessa potenza che già agiva nell’ ‘arbitrarietà del segno’ [corsivi miei], nella pratica della convenzione, in ogni gesto di sostituzione (x sta per y), ma non aveva ancor avuto l’ empietà [corsivo mio] di formularsi quale entità autonoma [corsivi miei], ora si dichiara [corsivi miei: evento fondante del capitalismo] – e osa mostrare che, invece di lasciarsi sussumere e assorbire nel contesto delle altre potenze, può sussumerle essa stessa [corsivi miei], considerandole tutte sue applicazioni parziali. Già il magister Aristotele aveva detto: ‘In realtà di tutto si può fare scambio’ . Certe platitudes sonnecchiano per secoli negli anfratti della storia, ma quando si risvegliano sono mascelle che stritolano”[1].
Ecco che qualsiasi analisi, e qualsiasi “critica al mondo moderno” che non sia, per lo meno lontanamente, consapevole della radicalità – davvero assoluta (= sciolta da qualsiasi determinazione “altra” rispetto ad essa) – è destinata a non aver frutto: essa si esaurirà in un moto superficiale, che nulla potrà per intaccare le fondamenta, davvero granitiche, di tale Gigantesca Inversione fondante, radicale, sostanziale, ab origine ed in origine del successivo divenire del mondo moderno. Sino alla crisi attuale.
Per tutto ciò: non condivido le nostalgie.
Non portano da nessuna parte. Il giochetto delle nostalgie è stato fatto per tutto il XX secolo, che è stato sì il secolo dello scatenamento pieno della potenza di cui sopra, ma, nello stesso tempo, è stato il tempo della resistenza contro tale potenza, resistenza del tutto esauritasi da un certo tempo in poi, tempo non molto lontano da noi. Una delle cause più gravi di tal esaurimento della spinta propulsiva a resistere sta proprio nell’impotente “nostalgismo”.
Un tempo, l’uomo “tradizionale” – non avendo la benché minima ubbia di “innovare” – nondimeno sapeva mutare, pur rimanendo all’interno del quadro di riferimento tradizionale, appunto.
Gli uomini moderni, o, peggio, postmoderni, invece, han fatto della Traditio un feticcio, immodificabile, una mummia intoccabile. Egli più non sa cambiare nella continuità, dunque ha o una fissità impotente, caricatura del vero spirito tradizionale, o muta senza né capo né coda, la macchina del mutamento che fa tante vittime ormai: finito – aprano le orecchie, lor signori, illustri strologa tori – finito è il tempo, e per sempre, ormai, nel quale il moto della macchina del cambiamento incessante (che lascia sempre gli stessi al comando, che strano …[2]), suscitava ondate di “Oh!!”, e tutti credevano che, più mutasse, meglio sarebbe stato per il maggior numero. Oggi che è lasciato indietro (Left Behind, la serie che parla della “Rapture” e degli Ufo …) sa – e lo sa nella sua vita, lo sa sulla sua pelle – che è lasciato indietro per sempre, che, qualsiasi cosa faccia, sempre indietro rimarrà.
La gente lo sa nei fatti, non nelle chiacchiere.
Le recenti elezioni in Italia, come altrove, son solo il segno di una tendenza profonda: chi è lasciato indietro dice ormai: “e che mme frega a mme; scassano tutto?? E scassiamo, non c’è speranza”.
Quando questo accade, non è una crisi di passaggio all’ interno del sistema: è il sistema tutto che va in crisi, perché va in stallo. Se ne dà qualche vago barlume? Da qualche parte?
Poi che i sedicenti “riformatori” non sappiamo cosa davvero fare, tutto riducendosi a qualche cambiamento di portata e valore secondari, è certo. Ma questi son solo l’ effetto, non la causa.
Di tutto questo si dev’esser ben consapevoli, sennò si fa solo chiacchiera, che non porta da nessuna parte.





Andrea A. Ianniello






[1] R, Calasso, La rovina di Kasch, Adelphi Edizioni, Milano 1983, pp. 299-300, corsivi in originale, corsivi miei dichiarati fra parentesi quadre, allo stesso modo i miei commenti fra parentesi quadre. Satprem avrebbe detto che qui è la radice di ciò che lui chiamava “la rivolta della Terra”, non ancora terminata, ahi noi …  
[2] Abbiamo visto, su questo blog, varie volte che il capitalismo si basa sì sulla possibilità che tutto possa scambiarsi, ma in e con uno scambio ineguale, fra un centro dominante e delle periferie, sempre più lontane da esso. Fino a giungere ai totalmente esclusi: è una gerarchia di esclusione, questo è il sistema capitalistico.
“Stranamente”, questa dicotomia di “centro con periferie” si manifesta nelle città presenti, attuali. Dunque, la mondialis urbanitatio non potrà che avere questa forma, che lo comprendan lor signori, se possono. E non credo che possano …





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