mercoledì 30 maggio 2018

Dallo “CTO DELJAT’” al “QUID TUM”











Cto Deljat’?[1].




In relazione ad un vecchio post[2], riprendiamo un passo dal libro recensito in quel post.
“La rivoluzione non regge alla prova del disincanto weberiano, né a quella dell’idea messianica. Non può darsi prassi rivoluzionaria senza utopia; non può darsi utopia che non sia di ‘spirito profetico dotata’, una volta chiusa l’epoca delle moderne utopie progettanti-prefiguranti – ma lo spirito profetico soffia soltanto dalla trascendenza del mondo redento. La rivoluzione implode all’interno della sua stessa idea: lo Spirito del mondo non fa che confermare il giudizio che essa ha dato di sé. Nessun pensiero più si presenta nella gabbia di acciaio globalizzata con l’energia del pensiero critico e utopico delle dialettiche negative che abbiamo ricordato – energia che si esprime proprio e anzitutto nelle loro stesse, insuperabili aporie. E nessuno fortunatamente è più disposto a prendere per geroglifici del nostro presente assurde mescolanze tra le loro figure, fantastici, nostalgici pastiches. La stagione del confronto creativo tra scienza e utopia si chiude con Sessantotto. Quid tum?”[3].
Dunque “Quid tum”, “Cosa ora?

E così continuava Cacciari, sempre in relazione al “Cosa ora?”: “Domanda assai più modesta del ‘che fare?’ [Cto deljat’]. Ripercorrendo la storia dell’utopia credo sia facile avvertire come non si tratti di qualche fantasia visionaria o qualche decrepita filosofia della storia, teleologicamente impostata. L’utopia è fattore determinante del pensiero che ha informato di sé l’attuale ‘vittorioso capitalismo’, così come, trasformandosi, o anzi capovolgendo il proprio segno, è fattore determinante delle forze reali che l’hanno combattuto o hanno creduto di combatterlo. Il primo non ne ha bisogno – e le seconde? Esistono ancora? E se esistono in quali forme o neppure esse possono più venire localizzate (se sono diventate esse stesse ou-topia, non-luogo), come e dove esercitare un pensiero critico? Non può darsi krisis senza taglio, se non appaiono due sponde, se non indico l’altra nel momento stesso che mi confronto con quella in cui mi trovo.
E proprio quest’esercizio sembra oggi precluso: il fine si riduce all’infinito procedere del presente e i conflitti al suo interno, anche i più tragici, non appaiono più riconducibili a un orizzonte. I soggetti che li agiscono sono una moltitudine sradicata e, letteralmente, […] senza che al loro interno riesca a emergere alcuna egemonia. Di volta in volta è possibile assumere questo o quel punto di vista, che resta del tutto immanente all’occasione specifica. La perdita della dimensione trascendente di teoria e prassi sembra totale e definitiva. E di nuovo allora la domanda insopprimibile: quid tum?
Mettere ordine nel linguaggio, ricondurlo […] ad autocoscienza dei suoi limiti – questo sembra restare. ‘Autonomia’ del Politico, da un lato, nel senso che nessun dia-logo esso è in grado di reggere con il linguaggio, le immagini e figure in cui si è cercato di far segno alle idee di redenzione, salvezza e verità. E, dall’altra, rendere pura l’ attesa di Dio, eliminare ogni impazienza da essa, ogni esigete richiesta, ab-solverla dalla civitas hominis […]. Insomma: negare ogni teologia politica, superare l’età della secolarizzazione, che è sempre secolarizzazione di idee teologiche. Portare la spada era le due dimensioni. Fine dell’età del loro continuo guerra-e-pace. […] Ma il Politico che rinuncia […] a esprimersi sul Fine può ancora dirsi tale?
O non diviene semplice fattore tecnico-amministrativo della paradossale gabbia ou-topica, operante ovunque e in nessun luogo, di cui i grandi ‘profeti’ del ‘capitalismo vittorioso’ hanno visto il nascere […]? E che diviene, da parte sua, l’attesa di Dio? Nel confessare la propria impotenza di fronte al Principe di questo mondo, nel testimoniare la sua decisione da esso fino al martirio [per fare un esempio, Pasolini, a suo modo], quale destino può avere se non farsi privata, la cosa del cuore? Esattamente quello che la moderna forma-stato esigeva diventasse, ed esattamente l’opposto della continuità delle origini, l’opposto […] dell’idea di una ri-forma di quest’ultima. Distinte radicitus con disincantata chiarezza le due dimensioni, […] sembra non resti che l’ im-politico, da un lato, e il sentimento del Deus adveniens, dall’altro. […] Quale profezia confonderà di nuovo le loro acque? Ve ne sarà una? […] Politica, teologia, utopia debbono essere custodite pure nella loro radicalità, e forse soltanto considerandole così potremo mantenere lo sguardo sgombro per cogliere l’evento del novum[4].

Si rimarca questa fase di Cacciari, qui sopra citata, ma che calza molto bene alla situazione presente: “il fine si riduce all’infinito procedere del presente e i conflitti al suo interno, anche i più tragici, non appaiono più riconducibili a un orizzonte. I soggetti che li agiscono sono una moltitudine sradicata e, letteralmente, […] senza che al loro interno riesca a emergere alcuna egemonia. Di volta in volta è possibile assumere questo o quel punto di vista, che resta del tutto immanente all’occasione specifica”.
Difficile l’esser più chiari …
Nessuna possibile egemoniaNessun orizzonte
“Si” è chiari? …
Che “devi” fare, allora? Ritrovare un orizzonte …
Almeno uno!!


Rispondiamo un po’ almeno ad una delle domande, su evocate da Cacciari: “Ma il Politico che rinuncia […] a esprimersi sul Fine può ancora dirsi tale?”.
La risposta è: No. Non può dirsi tale.
Poiché nessuno – e dico: nessuno – ha, oggi, la benché mini minima cosa da dire sul “Fine” (il quale, per di più, è detto non esistere in quanto “ne doveva rimanere solo uno”), ergo (dunque), non vi è Politica.
Conseguentemente chiedere a questo rottame, pretendere da questo guscio svuotatosi, la risposta ai problemi che “portano l’umanità al fondo”, è vano. E difatti, nessuno riesce davvero a far nulla. La “politica” è un fallimento del tutto totale, fuorché incanali la rabbia, o altri sentimenti, ora, però, un sentimento non costruisce un progetto.
Ora però, un sentimento non fornisce soluzioni.
Al massimo esprime una, pur legittima, esigenza.
Ma non po’ andar oltre, per sua stessa natura.
E qui vi è il fallimento del razionalismo.
Di ogni razionalismo, scientismo, tecnicismi e compagnia cantando: non ci servono a niente.
Una politica senza qualcosa di “trascendente”, è vana.
Alla fin fine, esaurisce se stessa.
La realtà vera è una sola: che niente funziona più, tutto sopravvive a se stesso come stanco fantasma, eco di eco, siamo nella precisa situazione di aver bisogno, come un assetato d’acqua, della “profezia” che “confonda di nuovo le acque”, per dirla con Cacciari qui sopra.





Andrea A. Ianniello





[1] In F. Cardini, Il caso Ariel Toaff. Una riconsiderazione, Edizioni Medusa, Milano 2007, p. 69, corsivi in originale.
[3] M. Cacciari, Grandezza e tramonto dell’utopia, in M. Cacciari – P. Prodi, Occidente senza utopia, il Mulino, Bologna 2016, pp. 127-128, corsivi in originale.   
[4] Ivi, pp. 128-131, corsivi in originale, commenti fra parentesi quadre.   













Nessun commento:

Posta un commento