sabato 17 marzo 2018

Un VECCHIO passo di Guénon … molto “PRESENTE”; o, FORSE, “FUTURO” …










Una nota iniziale. “Adorare” un autore non ha senso, ogni autore – volente o nolente che sia – è legato al suo tempo.
Ma non è detto che sia limitato al “suo” tempo.
Questo è, infatti, un altro problema.
Per cui, le domande centrali diventano: Che cosa, di un autore, sussiste oltre il suo tempo?
In altre parole: qual è la lezione che quest’autore passa in eredità oltre il “suo” tempo?
Ecco le domande centrali, vere, cui qui, ovvio, non si può rispondere. Qui ci si limiterà, invece, solo a puntualizzare una cosa importante, che attiene ad un “altro” capitolo: quello dell’suo “strumentale” di un autore, perché segua la perenne “questione del giorno”.
Quest’uso meramente strumentale ed episodico è solo l’ “altra faccia” del voler limitare un autore al “suo” tempo.
Nessuno dei due atteggiamenti è corretto.
La “chiave di volta”, invece, sta nel chiedersi: cosa sussiste di un autore?
Cosa va oltre il “suo” tempo?
Allora, e solo allora, si sarà rimesso in piedi, e non più a testa in giù, la questione fondamentale.
Questo si può applicare a qualsiasi autore.
Se ne vedrà, dunque, il vero valore. Il vero valore non è “ora”; il vero valore si misura chiedendosi cosa rimarrà fra cento anni, giusto per dare una quantità indicativa di tempo, quantità che può essere anche ridotta, senza per questo cambiare l’essenza del nodo in questione.


Ecco un punto interessante: perché il “tradizionalismo” non ha mai funzionato, perché non è mai andato oltre la “chimica antiquaria”, come la chiamo – che m’interessa e ho coltivato –, mai è andato oltre la riflessione. E solo e soltanto del “mentale”, senza in nulla incidere nella storia.
La riflessione è sì, doverosa, e qui la si porta senza dubbio avanti, ma senza mai l’ illusione di poter, con tali deboli mezzi, con queste armi spuntate, cambiare la sostanza dei problemi, che poi è il punto che non va: questa precisa illusione. Quest’illusione implica il non aver mai davvero compreso – “cum prehendere”, prender con sé = far proprio, non un pensiero del “mentale”, che se ne rimane lì, senza conseguenze per noi – senza mai aver davvero compreso quel che, già illo tempore, Guénon poteva scrivere apertamente:
“Noi entriamo in un’epoca in cui sarà particolarmente difficile ‘distinguere il grano dalla mala erba’, effettuare realmente quel che i teologi chiamano ‘la discriminazione degli spiriti’; ciò, per via di manifestazioni disordinate che s’intensificheranno e si moltiplicheranno, e altresì per il difetto di vera conoscenza da parte di coloro, la funzione normale dei quali dovrebbe essere di guidare gli altri, mentre oggi troppo spesso sono delle ‘guide cieche’. Si vedrà allora se, in tali condizioni, le sottigliezze dialettiche saranno di una qualche utilità, e se una ‘filosofia’, sia anche la migliore possibile, basterà per arrestare lo scatenamento delle ‘potenze infernali’”[1].
Non basterà. Ed è ovvio. Anzi, già non basta.
E questo è un punto che pone termine a mille discussioni.
Dunque o si “ha” la “vera conoscenza”, o non la si “ha”.
Tertium non datur.

Per il resto, ognuno la può pensare come crede: ma a che serve? Sono solo delle opinioni, senza dubbio legittime, ma toccano i “nodi” centrali? Ecco il punto, vero.

Seguiva il passo citato un altro passo, sulle varie illusioni che fanno sprecare le già non forti forze a disposizione, in concreto. Il loro nome, dall’epoca in cui scriveva Guénon, è “legione”, è stato, ed è ancora, “legione”.
Tante legioni.
“Che fare” (Cto deljat’), oggi … eh, eh … ci vuole la vera conoscenza e l’ intenzione di accettarne il “parere”, qualunque esso sia … La “vera” conoscenza potrebbe infatti anche dire: non c’è nulla da fare, o che il “fare” dovrebbe avere un’altra, e ben diversa, qualità, per esempio. E chi avrebbe le orecchie per poter ascoltare – davvero!! – questo “parere” … domanda retorica
Si bisogna dismettere le umane pretese, e “andar oltre” …
E chi, oggi, in concreto, “abdicherà” all’ Io
Non scherziamo: il mondo va nell’ unica e sola maniera in cui può andare, nel concreto delle situazioni, non nell’astratto di quadri teorici e “scolastici”, per cui, sulla via in cui siamo … [completare a piacere … = ognuno è libero di “completare” come crede o desidera]

Tutto questo – va ripetuto – non significa abdicare alla riflessione, né, men che meno, il non esser consapevoli dei “dati” tradizionali, ma invece significa l’aver afferrato quanto possano esser relative, o deboli, o parziali, le nostre interpretazioni dei dati stessi. Ecco una piccola lezione “metodologica” che si può trarre da questi ripetuti scacchi, da questi deragliamenti, da questa profonda e strutturale insufficienza, come una donna sempre incinta, ma che non partorisce mai.


Ma veniamo alle “conclusioni”, del tutto “incompiute”.

… “Si vedrà allora se, in tali condizioni, le sottigliezze dialettiche saranno di una qualche utilità, e se una ‘filosofia’, sia anche la migliore possibile, basterà per arrestare lo scatenamento delle ‘potenze infernali’”[2]
Non basterà. Ed è ovvio. Anzi, già non basta. E questo è un punto che pone termine a mille discussioni. Dunque o si “ha” la “vera conoscenza”, o non “la” si “ha”.
Tertium non datur.






Andrea A. Ianniello










PS.

Cf

Franco Battiato, La porta dello spavento supremo,

https://www.youtube.com/watch?v=Yp21naj9ulg.[3]



[1] R. Guénon, La Crisi del mondo moderno, edizioni Mediterranee, Roma 1972, p. 160, corsivi miei. Questo stesso passo è stato citato in Lettera aperta sull’opera di R. Guénon, del lontano 1999. La cosa davvero bella è che, 19 anni dopo, insomma ben venti anni dopo, si possa ripetere – “pari pari” – quel che si disse in quel lontano momento. Il famoso “progresso”, giusto?? E cioè, il rimanere bloccati, in determinate forme storiche, in pratica indefinitamente.
Cito la vecchia edizione non per caso, ma perché, nella nuova si tenta di “arruolare” Guénon, come si è sempre fatto, nel vasto battaglione perennemente perdente, che sempre porta l’aiuto a coloro che pretende di combattere, dei “difensori dell’Occidente”, che Guénon non condivide, cf. ivi, pp. 141-146. Si ricordi che Guénon qui parlava dell’ “invasione” degli orientali occidentalizzati, si ponga ben attenzione a questo punto. Siffatta affermazione non autorizza né a dedurre che gli occidentali, nel frattempo, si sarebbero de-modernizzata – unica e sola conditio sine qua non per poter davvero sostenere di esser portatori di valori “altri” e non, semplicemente, “in trincea” rispetto a quelle stesse forze che si sono prima evocate. Né, poi, questa stessa affermazione di Guénon può autorizzare a dedurre che l’esser portatore dei residui dell’Occidente “tradizionale” consenta – com’è il sogno di tutti i “tradizionalisti” – di render nuovamente “tradizionale” l’Occidente o del far risorgere la sua tradizione. Tra l’altro, nell’Appendice aggiunta all’ultima edizione, davvero riprovevole, de La Crisi del mondo moderno, si parla di un “ultimo appello”, per cosa … Certa gente non impara mai … Tra l’altro, Guénon – oltre un certo momento – non credé più alla possibilità di un “ritorno” dell’Occidente alla sua tradizione partendo da se stesso, dalle sue stesse basi.
Questo è stato spesso interpretato come “necessità” di “passare” all’Islàm, anche per “seguire” Guénon, nonostante quest’ultimo avesse sempre detto che questa era una sua questione “personale”, non un “modello” da seguire: poi, ovvio, ognuno è del tutto libero di decider quel che crede opportuno per sé stesso, ma non se n’esca che “glielo ha detto Guénon”. E’ una sua scelta. Però in tali questioni c’è molto, ma molto di più, che qui si può solamente accennare. Infatti, l’Islàm si è giocato la partita globale quando, invece di penetrare per via di convinzione, si è dato al terrorismo globale, in cerca d’impossibili cambiamenti per via violenta, così cedendo alle forze negative al suo stesso interno. E, senza dubbio, vi è anche stata una fase in cui lo stesso Guénon non considerava negativamente un’eventualità del genere. Poi, però, non ne fu più convinto. Qualcosa cambiò, forse anche in lui: il discorso ci porterebbe lontano, ma questo è un fatto, un semplice fatto, giudicabile come si vuole, ma che rimane tale. Prevalse in lui una visione “apocalittica”, che lo fece criticare molto, proprio in ambito “tradizionale”, a partire da Schuon, con Evola – come sempre – oscillante fra il “tradizionalismo” e quelli che chiamo gli “attacchi di lucidità” di Evola, che, quando fuoriusciva da certe sue fissazioni (ben note), sapeva esser lucido, e spietatamente tale.   
Ma torniamo a noi. Non c’interessa, qui, dare un “giudizio” su Guénon, ma invece c’interessano certe sue osservazioni, nella misura in cui esse abbiano una loro “proiezione”, o “applicazione”, attuale, presente.
Non soltanto Guénon non credé più, da un certo momento in poi, al “ritorno” dell’Occidente alla sua “forma tradizionale”, ma neanche più credeva che un intervento “orientale” potesse, da solo, realizzare quella “rettificazione finale” di cui spesso parlò. Ne Il Regno della Quantità, la cui forma originale uscì in francese alla fine del Secondo Conflitto Mondiale – ricordiamocene – sviluppa tutto un quadro, il cui punto “nodale” si può riassumere come segue: il mondo moderno prende la via della quantità, la “quantizzazione” di ogni cosa, ma, dopo la fase – per la modernità – si maggior successo, quella della “solidificazione”, segue un’altra e ben diversa fase: quando si passa dalla riduzione alla quantità continua alla riduzione alla quantità discontinua (la digitalizzazione che dà luogo alla globalizzazione). Questa fase viene designata da Guénon come la fase della polverizzazione, sorta di frammentatio globalis maxima magnetica. Questa fase porta fatalmente, oltre che necessariamente, alla dissoluzione. Ma – ed ecco il coup de maître di Guénon – la polverizzazione non è sufficiente, non sufficit.
In altre parole: non è sufficiente, per poter raggiungere un’ effettiva dissolutio, in quanto – sosteneva Guénon – il processo di “polverizzazione”, o di frammentazione, di un compost (evidenti echi alchemici) “lascia sempre dei residui”, affermava. Ergo – ne deduceva – che è necessario (necesse est) che “qualcosaintervenga, e un tal “qualcosa” non poteva più esser un qualcosa di “materiale” – e cioè siamo ben oltre il mondo moderno, dunque – ma doveva “provenire” dal mondo “sottile”. Ed ecco che siamo in piena “stratosfera” = niente più sogni d’impossibili restaurazioni = fine del “tradizionalismo”.   
Ma torniamo al punto di partenza, dopo quest’inevitabile osservazione necessaria.
Secondo Guénon, infatti, non solo le “invasioni orientali”, tanto paventate dai vari “difensori dell’Occidente” – e si sono sbagliati alla grande (senza che si sia vista alcuna “autocritica”: ah già, è cosa staliniana, scusate …) –, nemmeno nella forma “attenuata” (l’ “originale” era l’ “invasione russa ‘bolscevica’”, con annessi strilli e reazioni isteriche “doc” d’obbligo) d’invasione “islamica”, non solo le “invasioni orientali” non sono avvenute ma, seppur avvenissero, non sarebbero sufficienti ad operare il “salto” di qualità, il “cambiamento” di “stato”. Del quale s’è detto prima, in breve, semplificando. E qui siamo nella stratosfera, rispetto alle varie forme di “tradizionalismo”, del tutto incapaci non di capire – per carità, e chi lo chiede – ma anche solo di vagamente ammettere la mera possibilità di cose del genere. La “differenza” fra Guénon e i “tradizionalisti” – peraltro criticati ne Il Regno, e davvero “in tempi non sospetti” – si ritrova qui.
Ora però – e comunque la si pensi su questi temi, dove, ovvio, vi è piena libertà di pensare, ripensare, cambiare vedute –, quel che mi avvicina a Guénon è questo: al contrario dei “tradizionalisti”, che “identificano” quel che chiamano “complotto – meglio dire: Piano, un complotto ha sempre uno scopo specifico, e può aver successo o non, un Piano si estende nel tempo e contemplagli stop e gli scacchi che può eventualmente ricevere per i motivi più diversi –, le forze che stanno “dietro” certi eventi sono “maschere”, cangianti e mutevoli. Chi si fa ipnotizzare dalla forma della maschera, non scoprirà mai chi la sta usando. Così, non possono accettare che, per esempio, le forze che stavano dietro Hitler ci siano ancor oggi, e che possano prendere delle forme che, con Hitler e col suo messaggio esplicito, possono averci niente a che vedere, zero in comune. Possono accettare che ci sia il diavolo se e solo se quest’ultimo prenda delle forme per loro accettabili. Ma s’è mai visto un diavolo così? E che diavolo sarebbe?
[2] R. Guénon, La Crisi del mondo moderno, cit., ibid., corsivi miei
[3] Ma non è proprio il caso di aver paura. Non serve a niente. “La paura non frutta niente all’uomo”, si diceva in un vecchio film (ogni problema della vita trova un qualche riflesso o anche semplicemente un’eco in qualche film). La vita, in effetti, è un gioco che più conosci, più stanca (ma non meramente in modo fisico, eh), e cioè meno lo credi “vero”. Tutti giochi di apparenze.
Si può capire chi si scoccia e si chiede: ma ne vale la pena?? Probabilmente non ne vale la pena, è molto probabile. Ma – come si diceva in un altro vecchio film, a proposito dei mafiosi americani che sempre hanno avuto tutto e son abituati a elidere la legge – è bello vedere questa gente che si sbottona quel bottone della camicia, quello che sta sotto la cravatta = sa che è perduta. Bellissimo. Abbiamo già visto quando il sistema s’inceppa, ed è stato salvato. E s’incepperà di nuovo.
Si sa, infatti, già ora, quali contromosse possono prendere, non infinite. Ricordo quel che diceva Gurdjieff, a tal proposito: che, in un insieme dato, il numero di possibilità non è mai infinito. Rigirando l’affermazione: le possibilità sono infinite solo in astratto, mai nel concreto di una situazione determinata, che ha già preselezionato un certo numero di possibilità, cioè le ha già selezionate preventivamente. All’interno, poi, di quel determinato numero, si attua una seconda, e una terza, e una quarta selezione, serie di selezioni volte a ridurre il numero di possibilità ancor ed ancora. E s’incepperà di nuovo, dunque, proprio come disse il “pappicio” – il tarlo – al noce: dammi tempo, che ti buco (“che ti sforo”, sarebbe più corretto, nel senso che “ti traforo”, ti faccio un buco per tutta la tua larghezza = ti distruggo = ti faccio in polvere > ma la “polverizzazione” non sufficit, si è già detto: chi ha orecchie per intendere, intenda … in tenda … così come fuori tenda, o anche altrove … sto scherzando, ma la cosa è serissima).  




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