sabato 10 marzo 2018

Qualche considerazione sulla “rappresentanza ‘introvabile’” e sul “MERIDIANO ZERO”












Viviamo un momento “nettuniano” di “acque corrosive”[1], e qui non alludo ai risultati elettorali – dei quali si dirà in breve qualcosa appena qui, di seguito – ma invece parlo di quest’ “atmosfera” di dissoluzione. Crescente.
La dissoluzione non è altro se non la fine di ogni limite, come un eccesso dell’elemento “acqua”, che “fonde” – dissolve, per l’esattezza – i limiti, la serie verso l’ “∞”, l’ otto rovesciato che è il simbolo matematico dell’infinito. E non la serie che va verso l’ 1. L’otto, rovesciato, è, in ogni caso, un qualcosa che ritorna su se stesso, che si chiude, seppur in due volute, piuttosto che l’ellisse. In altre parole: nella molteplicità che si concepisce o si attua come autoreferenziale, non vi è via d’uscita.
Non può esservi proprio.     

I risultati elettorali son sotto gli occhi di tutti, e qui se ne dirà, solo molto in breve, qualcosa. Come si è detto più volte, la sinistra non esiste, né può esistere: fasulle, brevi resurrezioni posticce, in qualche paese anglosassone o francofono, non generano che degli zombie; né si dica che queste posticce ricostruzioni siano “estremiste”, son solo riformiste social democratiche reali, la social democrazia di “governo” non essendo più sinistra tout court. In Italia, invece, ci sono i 5 Stelle, per cui posticce ricostruzioni non son possibili. Per fortuna. La cosiddetta “sinistra” o è ancora in grado di dir qualcosa, una cosa qualsiasi, sulla questione sistemica, di “modello” generale, o non ha più alcun senso e non può che sparire, ed è bene sia così. Su questi temi già illo tempore Baudrillard scrisse, in “tempi non sospetti”, come suol dirsi, per cui tanto più di governo diventa una sinistra, tanto più perde, paradosso, del tutto apparente, che “lor signori illustrissimi” non riescono neanche lontanamente ad ammettere come solo possibile[2].
La storia dei “diritti” è un succedaneo, che non può curare il problema perché non lo tocca proprio. Il tema delle donne, che oggi pare far furore, non è più necessariamente di “sinistra”, poiché può esser fatto proprio da una destra “moderna” senza problema.
Secondo Wallerstein, il capitalismo è nato dallo scambio ineguale – ineguale, strutturalmente tale – e basato su forme di razzismo e sessismo, nel senso di disparità di reddito, e disparità strutturali, sostanziali, fra luoghi di nascita, classi di nascita e sesso di nascita. Quando le varie forme di rivendicazione di “parità” vanno estendendosi, sempre secondo Wallerstein, la stabilità del sistema va sempre più perdendosi; e fra queste varie, diverse, forme di rivendicazione, quella “sessista” non po’ che agire in senso dissolutivo, per quanto possa essere giusta o giustificabile.
Questo fatto è, preso da solo, insufficiente, secondo Wallerstein, a generare la crisi sistemica.
Esso si aggiunge, tuttavia, ad altre cause di crisi, per far andare l’ intero sistema in fase di stallo. Come i treni a Termini, il 26 febbraio 2018, un piccolo inceppo genera conseguenze a catena: e non sono le cose più rilevanti che possono farlo, le cose rilevanti si vedono, e ci si può regolare di conseguenza.   


Nel riparlare, in un qualche modo, della “rappresentanza introvabile” – come la chiamo –, e, poi, seguiremo la vera falsariga di Ernst Jünger, in una sua opera. Questo perché Jünger ha coniato un’espressione che, vera già nei tempi in cui scriveva, lo è diventata ancor più dopo, in seguito: il “meridiano zero”. Noi ormai siamo sul meridiano zero: non è qui agevole capire che giorno sia.
La situazione è “indecidibile”, si è raggiunto quel che amo chiamare il “punto d’indecidibilità”; intorno al grado zero non è agevole sapere se l’acqua è già ghiaccio, cioè solida, o è ancora liquida.
In tal senso, le società fra gli anni Novanta e Duemila erano “liquide”, seguendo la giusta idea di Zygmunt Bauman, tra l’altro, scomparso proprio l’anno scorso.
Oggi siamo anche oltre quel limite, oltre quello stato, pur già molto tremendo.
Oggi siamo al “meridiano zero”.
Oggi siamo al “punto di indecidibilità”.
Oggi siamo al punto dove non puoi più stabilire se è acqua o è già ghiaccio, o se era acqua, ed ora è ghiaccio. E né puoi dir con certezza che sarà ghiaccio, oppure acqua.
Di certo, tuttavia, una “decisione” – che spesso è un’ “uccisione” o un’ “occasione” o un’ “incisione” – dovrà in qualche modo essere presa. Dall’indecidibilità totale alla deriva totale, o stallo totale. Deriva che sarà presa nel qual mentre si crederà di porre termine al processo di deriva.


La rappresentanza introvabile.
Tutto questo stato, del mondo e delle cose, delle società in genere, non può non avere delle definite conseguenze sull’istituto normativo e fondante delle democrazie rappresentative: e cioè sulla rappresentanza.
Chi rappresenta chi? Qual è il legamereale – fra i rappresentati e il rappresentante? Boh. Forse si è perso nelle brume degli scambi del mondo contemporaneo, elettronici, e sincronici: “l’uomo della folla”, di “poeiana” memoria, non si lascia mai, davvero, “rappresentare”.
La rappresentazione, in definitiva, è un teatro, il “Gran Teatro del mondo”, di barocca memoria, esso presuppone in ogni caso una “distanza” ed un palco.
Ma se il palco tende sempre più a coincidere con il pubblico? Cosa ne è della rappresentazione?
Non ha più senso, cioè direzione, si morde la coda, come un cane impazzito, in quest’anno del cane, anno cane davvero.  
Per molto tempo, come già, illo tempore, scriveva Jean Baudrillard, le democrazie “avanzate” si sono strutturate sull’alternanza di due gruppi: “I sistemi ‘democratici avanzati’ si stabilizzano sulla formula dell’alternanza bipartitica. Il monopolio di fatto rimane quello d’una classe politica omogenea, dalla sinistra alla destra, ma non deve esercitarsi come tale: il regime del partito unico, del totalitariato, è una forma instabile – essa smorza la scena politica, non assicura più il feedback dell’opinione pubblica […]. L’alternanza è invece il non plus ultra dell’equazione concorrenziale perfetta fra i due partiti. Questo è logico: la democrazia realizza nell’ordine politico la legge dell’equivalenza, e questa legge si realizza nel gioco d’altalena dei due termini, che riattiva la loro equivalenza, ma permette, mediante questo minimo scarto, di captare il consenso pubblico e di richiudere il ciclo della rappresentazione [che, però, da un certo momento in poi, non si chiude più]. Tetro operativo dove non recita più che il riflesso fuligginoso della Ragione politica. La ‘libera scelta’ degli individui, che è il credo della democrazia, sbocca in realtà esattamente nell’opposto: il voto è diventato sostanzialmente obbligatorio: se non lo è di diritto, lo è per la costrizione statistica, strutturale dell’alternanza, rafforzata dai sondaggi [da qualche parte, nello “spettro” dei sondaggi, ci siamo anche noi: anche se diciamo di non voler prendere posizione, pure questa è una posizione, siamo dentro al sistema]. Il voto è diventato sostanzialmente aleatorio: quando la democrazia raggiunge uno stadio formale avanzato, essa si distribuisce intorno a delle percentuali uguali (50/50). Il voto assomiglia al moto browniano delle particelle o al calcolo delle probabilità, è come se tutti votassero a caso, è come se votassero delle scimmie [forte, “dura”, questa frase]. A questo puto, poco importa che i partiti in causa esprimano storicamente e socialmente chicchessia […]. Il suffragio universale ‘classico’ implica già una certa neutralizzazione del campo politico, da parte del consenso sulla regola del gioco. Ma vi si distinguono ancora dei rappresentanti e dei rappresentati, sulla base d’un antagonismo sociale reale delle opinioni. E’ la neutralizzazione di questo referenziale contraddittorio sotto il segno d’una opinione pubblica […] omogeneizzata dall’anticipazione (i sondaggi!) che comincia a rendere possibile l’alternanza ‘al vertice’: simulazione d’opposizione fra due partiti, assorbimento dei loro obiettivi rispettivi, reversibilità di ogni discorso dall’uno all’altro”[3].
Da un certo periodo in poi, però, si è visto questo modello del duopolio, instauratosi in Italia in ritardo, ma che, proprio in Italia, ha generato i peggiori disastri della sua storia, pian piano incrinarsi, fin alla comparsa di “terzi” gruppi, di varia forma e natura, detti “populisti”, con quei termini scarsamente denotanti e che sembrano dir tanto, ma non dicono poi molto.
Questo è accaduto non solo in Italia, però; diciamo quindi che è una tendenza mondiale. Oppure può accadere che i due partiti “dell’alternanza”, per dirla con Baudrillard, si uniscano in forme di “grosse” o “kleine coalition”, segno però di debolezza, a fronte dei “fasti fast” ormai da noi, nel tempo, lontani, la stagione di massimo successo della cosiddetta “globalizzazione”, all’ inizio della cui stagione Baudrillard scriveva: inizio e fine del detto processo, dunque, si toccano, in un cerchio nel tempo = la spirale, ma pure la “revolutio” ….
La rappresentanza, ridottasi ad una sorta di scelta binaria, si standardizza, e va in crisi.
Sorge dunque la necessità, a fronte della crisi sistemica, di parti “terze”, ma queste ultime non sono in alcun modo una sorta di alternativa, sono la pioggia che si genera per troppo caldo, la caduta di umidità che si genera per troppo freddo, insomma un fenomeno di precipitazione, non sono, in alcun modo, un fenomeno di “soluzione”, cioè di scioglimento della tensione che si è andata pian piano accumulando.
Ma continuiamo con Baudrillard: “E’ tutta la sfera politica che perde la sua specificità quando etra nel gioco dei media e dei sondaggi, cioè nella sfera del circuito integrato domanda/risposta. La sfera elettorale è in ogni caso la prima grande istituzione in cui lo scambio sociale si riduce all’ottenimento di una risposta. E’ grazie a questa semplificazione segnaletica che essa è la prima a universalizzarsi: il suffragio universale è il primo dei mass-media. Tra il XIX e il XX secolo, la pratica politica e la pratica economica si fonderanno sul medesimo marketing e merchandising di oggetti o di idee-forza. Questa convergenza di linguaggio tra l’economico e il politico è d’altronde ciò che contrassegna una società come la nostra, dove l’ ‘economia politica’ è pienamente realizzata. Ma anche allo stesso tempo la sua fine, poiché le due sfere si aboliscono in un realtà, o iperrealtà, completamente diversa […]
I sondaggi manipolano l’ indecidibile. […]
Questa indecidibilità è tipica di tutti i processi di simulazione (si veda sopra l’indecidibilità della crisi). La logica interna di queste procedure […] è certamente rigorosa e ‘scientifica’, in qualche modo tuttavia non si appoggia a nulla […]. E’ proprio questo che costituisce la forza di questi modelli, ma è anche ciò che non lascia loro che la verità dei test proiettivi […] d’una casta, o d’un gruppo, che sognano un’adeguazione miracolosa del reale ai loro modelli. E quindi una manipolazione assoluta. Ciò che è vero per il copione statistico lo è anche per la partizione regolata della sfera politica […]. A questo limite della rappresentazione pura, ‘ciò’ non rappresenta più nulla. La politica muore nel gioco troppo ben regolato delle sue opposizioni distintive. La sfera politica (e poi generalmente quella del potere) si svuota. E’ in qualche modo il prezzo dell’appagamento del desiderio della classe politica: quello della manipolazione perfetta della rappresentanza sociale. Furtivamente e senza far rumore, qualsiasi sostanza sociale se n’è andata da questa macchina nel momento stesso della sua riproduzione perfetta”[4].
Interessanti le considerazioni – dell’epoca!! – sulle Torri Gemelle, ben sapendo, che nel frattempo, sono state abbattute, ma poi ricostruite (il passo dell’ Apocalisse, 13, 12, si ricordi, tra l’altro, il versetto sull’Eufrate che dovrà divenir secco, ivi, 16, 12):
“Può sembrare che il movimento storico del capitale lo porti dalla libera concorrenza verso l’oligopolio, poi verso il monopolio – che il movimento della democrazia vada dal pluripartitismo verso il bipartitismo, poi verso il partito unico. Non è affatto vero: l’oligopolio, o duopolio, attuale deriva dallo sdoppiamento tattico del monopolio. In tutti i campi, il duopolio è lo stadio raggiunto dal monopolio. Non è la volontà politica (intervento dello stato, leggi anti-trust, ecc.) a spezzare il monopolio del mercato – è che qualsiasi sistema unitario, se vuol sopravvivere, deve trovare una regolazione binaria. Questo non cambia nulla nel monopolio: al contrario, il potere è assoluto solo se sa diffrangersi in varianti equivalenti,se sa sdoppiarsi per moltiplicarsi. Questo va dalle marche di detersivo alla coesistenza pacifica. Ci vogliono due superpotenze per mantenere un universo sotto controllo: un unico impero crollerebbe da se stesso [ed è quel che abbiamo iniziato ad esperire dal crollo delle Twin Towers di N. Y. City; tentatici di ritorno al duopolio non servono più, oggi, son inefficaci ed anzi minano la, ormai residua, stabilità]. […] Perché ci sono due torri al World Trade Center di New York? Tutti i grandi buildings di Manhattan si sono sempre accontentati di una verticalità concorrenziale […] Questa nuova architettura incarna non più un sistema concorrenziale, ma contabile, e in cui la concorrenza è scomparsa a vantaggio delle correlazioni. (New York è l’unica città al mondo a rappresentare così lungo tutta la sua storia, con una fedeltà prodigiosa e in tutta la sua portata, la forma attuale del sistema del capitale – essa cambia istantaneamente in funzione di quest’ultimo – nessuna città europea l’ha fatto.) Questo grafismo architettonico è quello del monopolio: le due torri del WTC, parallelepipedi perfetti di 400 metri d’altezza su base quadrata, vasi comunicati perfettamente equilibrati e ciechi – il fatto che ve ne siano due identiche significa la fine di qualsiasi concorrenza, la fine di una qualsiasi referenza originaria.
Paradossalmente, se non ce ne fosse che una, il monopolio non sarebbe incarnato, poiché abbiamo visto che esso si stabilizza su una forma duale”[5]. A questo punto, non si può che lasciare le conclusioni al lettore, deve fare due più due: siamo entrati una fase in cui, pur continuando il monopolio, esso è instabile, in quanto si manifesta come tale, come monopolio.
Ora se, i cambiamenti – reali, realissimi – del System si manifestano, a New York City (“same as it ever was”, avrebbero cantato i Talking Heads), in un sol edificio, un solo World Trade Center, chiamato “One World Center”, e inaugurato il 3 novembre del 2014 (la “congiura delle polveri” di Guy Fawkes ed altri, è del 5 novembre del 1605). Ed è altrettanto indicativo che, in origine, nel 1971, il progetto originale era proprio quello di fare un “One World” Center, e cioè un sol edifici, non due. A testimonianza di quel che diceva Baudrillard, che quella era la fase di stabilità, ed essa non poteva essere realizzata con un “solo” edificio. Dopo, lo si è fatto, dopo vi sono le coalizioni, deboli, mentre terze parti ricominciano ad apparire: tutti segni di grave debolezza sistemica.
New York City rimane, però, la moderna Babilonia ….  In ogni caso, quegli ottusi che reclamano più “concorrenza”, stolti!, più concorrenza, oggi, significa più debolezza del sistema! Per loro il complotto è il massimo del controllo: oggi tal controllo è fortissimo, al tempo stesso debole, molto ma molto debole, si esercita sugli individui, non sui gruppi né sulle istituzioni, dunque tradisce, di nuovo, una debolezza sistemica sostanziale.


Rappresentanza e “rappresentazione”.
Va precisato che, nel mondo antico, la rappresentanza era diretta, nel mondo moderno è indiretta. E questo fa la sua differenza. Quando, infatti, si entrò nell’ “indiretto”, la Repubblica romana – che non era certo “democratica”, ma oligarchica – entrò in crisi, e le successe l’Impero.
Per fare un esempio, il classico “Il mondo come volontà e rappresentazione”, Die Welt als Wille und Forstellung, di Schopenhauer, dove il termine “forstellung” significa proprio “rappresentazione”, parola legata con la tecnica come instellung, l’ “installazione” di Heidegger.
Tecnica e rappresentanza tante volte si son ricollegate, se però la tecnica va oltre un certo limite?
Cosa n’è della rappresentazione?
E la tecnica è andata ben oltre …. La “democrazia” sa, infatti, di Ottocento e di carrozze a cavalli, del sogno della tecnica, ben diverso dalla tecnica realizzata, la tecnica “reale”; e come c’è stato il socialismo “reale”, oggi c’è il capitalismo “reale”, proprio come c’è la democrazia “reale”: nessuno di questi – nessuno – ha mai mantenuto alcuna promessa, e mai la manterrà, non solo il “socialismo”. Quindi, prima cosa: dirsi la verità. Dirsi le cose come stanno il resto vien dopo.
Se manca questa conditio sine qua non, tutto il resto sarà inficiato dal falso, dal falso radicale. E non servirà più a nulla, e non inciderà – non “morderà” – la situazione reale. Così non si può continuare che con i giochetti del presente. Che non portano a niente di reale. Né possono farlo, né lo faranno mai.



Il meridiano zero.
Leggendo Jünger, questa sua vecchia opera degli anni Cinquanta del secolo scorso – pubblicata dopo la fine della “guerra fredda” in Italia, nel 1990, cosa in se stessa rilevante – si è portati a far qualche considerazione sulla differenza tra gli anni Cinquanta e l’inizio dei Novanta, con l’ oggi, fermo restando che quei due tempi, fra di loro, erano più simili di quanto l’inizio degli anni Novanta lo sia dall’ oggi. Ebbene sì, quelle società avevano il miraggio dell’annientamento tecnico, del quale parla proprio il libro di Jünger che seguiremo.
Ma ecco che proprio questo miraggio, e pericolo di un concreto annientamento, prodotto dalle armi nucleari, in modo chiaro, consentiva di “galvanizzare” la società, e cioè di richiamare ad un valore “assoluto”, pur essendo quest’ultimo nient’altro se non la mera sopravvivenza; ma comunque fungeva da collante, se non da sgualcito e rotto collant. In altre povere, e semplificando, forse troppo: i “comunisti che mangiano i bambini”, atterrendo le popolazioni, consentivano di poter parlare in nome della sopravvivenza, e dunque di poter unificare, in un qualche modo, le società. L’Occidente “neocapitalista” ha vissuto i suoi “fasti” (o “fast”) proprio per la presenza del Muro, cosa che è un fatto, spiacevole, ma vero.
Il fatto che, poi, questo non potesse continuar per sempre nasceva dal meccanismo fondante del capitalismo, “neo” e “post” quanto si vuole, e cioè che il tasso di profitto, in modo inevitabile, non può che scendere, piaccia o non.
Dunque lo stesso sistema non poteva che minare la sua forma precedente per poter accumulare profitti, stavolta sempre più evanescenti e sempre più immateriali, una “rivoluzione”, quest’ultima, che Baudrillard comprese benissimo, e prima che fosse applicata massicciamente, quando c’è gente che, ancor oggi, vive in un altro mondo, passato … Ma continuiamo.
Quando il miraggio dell’annientamento finale, totale – seppur tecnicamente indotto o provocato – è, pian piano, sparito negli anni Novanta, le società si sono ritrovate senza più alcun centro, neppure più la mera, o sola, sopravvivenza, salvo quest’ultima sia individuale.
E solo tale.
Dunque chi è – davvero – più vicino all’ “apocalisse”?
Chi è più vicino alla dissolutio?
Noi lo siamo, e lo siamo davvero, in quanto le società han preso quasi tutti i loro legami connettivi all’interno, qualsiasi cosa possa consentire anche al singolo di seguire un valore che non sia strettamente il solo, mero interesse individuale, che tale interesse sia quello di “fare soldi” o di soltanto sopravvivere, in un qualsiasi modo.
La famosa “apocalisse” non ha mai potuto verificarsi nel corso di tutta la storia, per quanto alcuni l’avessero potuta desiderare – o sognare … !! – per una semplice ragione: quelle società erano vive, avevano progetti, un futuro o un passato, per quanto mitici potessero essere. Vi potevano sì essere delle crisi, più o meno grandi, ma esse erano come delle rotture di continuità in un processo di continuum.
Si tornava sempre all’ordine, il disordine e l’ordine, due gemelli ma ben distinti, si alternavano con funzioni chiare e ben determinate. L’ordine poteva esser crudele, o anche spietato, o duro, ma vi era.
Oggi noi non abbiamo più nulla di simile. Non vi son più due ben distinti ordini di cose: l’ordine ed il disordine. Ma tutto è mescolanza, tutto è il grado zero. Se e solo se vi sia presente questo “meridiano zero”, questa “indecidibilità”, allora (then) la cosiddetta “apocalisse” diventa, in concreto, possibile nella storia. Si bisogna che il processo detto “storia” quanto meno giunga nel (o al) suo termine o, almeno, al suo esaurimento, perché l’ “apocalisse” possa darsi come una possibilità storica.
E’ un paradosso, ma così è[6].


A questo punto, sorge pressante la questione del Che fare, (Cto deljat’).
E qui ci sovviene quel testo di Jünger, che si è detto.
Si tratta del Trattato del ribelle. Il ribelle è colui che si dà al bosco, alla macchia, in tempi difficili, quando il nemico è in casa, dentro casa, l’esercito “nemico” ha invaso la tua stessa terra, non hai dunque alcuna reale autonomia, ma la reclami; come la reclami: andando nella macchia. Il titolo originale tedesco, infatti, è Der Waldgang, e colui che attua il “Waldgang” è der Waldgänger, cioè “colui che passa al bosco”, che si dà, dunque, alla macchia, si direbbe in italiano. Da “Wald” derivano, in italiano, nomi di località “Gualdo”, o “Galdo”, oppure anche “Gallo”, che voleva dire che lì si era stabilito un gruppo di longobardi, i quali, all’inizio, erano ben distinti dagli abitatori italici, anche per ragioni religiose, ma che, poi, come altrettanto si dovrebbe sapere, pian piano, si mescolarono con gli altri abitanti della penisola italiana.
Va però precisato che il “Waldgänger”, in realtà, non è chi si dia alla macchia per sua volontà: non è così. Egli è il proscritto – non il prescritto … –, colui che sta “nella macchia” perché condannato a ciò. E non è affatto un “semplice” delinquente: infatti, la proscrizione un tempo era una condanna molto dura, forse più della condanna a morte, era la condanna all’esilio, l’esclusione definitiva ed irreversibile dal consorzio umano. Era l’esilio nel senso vero ed antico: una condanna terribile, che ricorda quel famoso detto attribuito a Maometto – ma l’Islàm storico è stato tutt’altro che questo, anzi, sempre legatissimo alla politica, forse la religione più “politica” della storia –: “l’Islàm è nato dall’esilio e nell’esilio tornerà”. Si tratta della negazione “finale” della religione più politica che la storia conosca, e pronunciata “sin dal principio”.


Ma veniamo al punto.
Va precisato, a chiare lettere, che qui Jünger sta parlando, sì, del meridiano zero, ma prima che il meridiano zero fosse raggiunto effettivamente: molto prima; e questo va sottolineato. Il Trattato del ribelle parte – guarda caso – proprio dal tema delle elezioni.
Ad esso si farà riferimento indirettamente – nella sua edizione Adelphi[7], che sarà necessario che chi segue abbia, o acquisti, o gli si presti, per poter leggere con chiarezza i passi cui qui si fa rifermento – alle pp. 12-13, pp. 14-16 – il “piccolo resto”, il 2% sul 100% – le cose cambiano: cf. pp. 27-28, e in modo irreversibile, che poi è, precisamente, quel punto che a tanti, troppi, sfugge.
E tuttavia, ecco la ragione per la quale oggi non si tollera il più minimo dei “no” che, però, non sia “filtrato” dallo stesso sistema cui si vorrebbe, a parole, dir di “no”, p. 38. Anche le pp. 33-34. Anche p. 40.
La resistenza del “piccolo resto”, in realtà, è la ragione di una possibilità di salvezza per tutto il rimanente, che è, invece, grandissimo. Ed è molto interessante che questo quadro, che Jünger applicava alle dittature, oggi si possa, “pari pari”, applicare ai sistemi democratici “avanzati”, o cosiddetti tali. 
Altro che far uscire la gente “dal bosco”, anzi, la “gente” – del 2%, ovviamente – deve andare “nel bosco”, per dirla con Jünger. Con questa – molto importante – annotazione, che Jünger, nel suo tempo, aveva molta ma molta fiducia, ancora era troppo fiducioso: il 2% di sette miliardi son ben cento quaranta milioni di persone, quando qui il numero di chi ha dissidenza si aggira intorno allo 0,2%, cioè quattordici milioni, e in tutto il mondo. Invece, il resto delle considerazioni di Jünger, permangono valide.
Ma continuiamo con Jünger, un cui passo, qui, si cita per esteso: “E’ a questo punto che la scheda elettorale si trasforma in questionario. Non necessariamente si deve pensare a una responsabilizzazione del singolo per la risposta che ha dato, ma si può star certi che non mancheranno determinate equivalenze numeriche. […]
Più importante ancora è che nessuno vuol essere incluso in quel due per cento, che diventa così un minaccioso tabù. Ciascuno si preoccuperà di far sapere di aver votato ‘bene’. E qualora facesse parte di quel due per cento, lo terrà nascosto persino ai suoi migliori amici”[8].




Andrea A. Ianniello
















[1] Pur non essendo sempre d’accordo, nei vari scritti del Gruppo di Ur vi è uno studio ben fatto proprio sulle “acque corrosive”, cf. Iagla, “Sulle ‘acque corrosive’” in Introduzione alla Magia a cura delGruppo di Ur”, vol. II, Edizioni Mediterranee, Roma 2011 (ed. or. 1971), pp. 140-147. Si parla del sorgere delle malattie come, spesso, effetto di una non integrazione di un’ “acqua corrosiva”, ivi p. 145 – e qui sono tutti stati malati, per le ragioni più ridicole, a volte – oppure dell’effetto del vino, ibid. (in nota si cita Il Re del mondo di Guénon, laddove si dice che il vino ha sostituito l’originario Soma vedico), ancor più grave l’effetto delle droghe, ivi, pp. 145-146, e i pericoli dell’ ossessione, rari, ben più gravi dell’effetto dissolutivo dell’alcol o delle droghe, ossessione che aveva, per esempio, un certo Adolf Hitler. Quest’ultimo, infatti, usò dei “metodi” che, secondo R. Alleau, erano quello di Rudolf von Sebottendorf, tra i fondatori della Thule Gesellschaft, che scrisse un libro, negli anni Trenta del secolo scorso, proibito sotto il Terzo Reich: R. von Sebottendorf, Prima che Hitler venisse (Storia della ‘Società Thule’), con un saggio introduttivo di R. Del Ponte, Arktos / Settimo Sigillo, Carmagnola (TO) 2004, edizione or. 1987. Ora, in questo volume del “Gruppo di Ur” si recensisce un altro libro di Sebottendorf, le cui forme e “prese” lo stesso Hitler praticò, secondo quanto testimonia Alleau, il quale riuscì a vedere Hitler “dal vivo” a Norimberga e, pur rinunciando a descrivere cosa fosse, attesta che usasse quelle “prese” delle quali Rudolf Glauer, poi divenuto barone Rudolf ‘von der Rose’ Sebottendorf, parlava nel suo Praxis der alten türkischen Freimaurerei (“Pratica dell’antica Frammassoneria turca”). Ed è in realtà questo il libro recensito, cf. Arvo, “Vivificazione dei ‘segni’ e delle ‘prese’”, Introduzione alla Magia, cit., pp. 118-128. Questo testo, in effetti, è molto interessante.  
In ogni caso, siamo in una società in piena dissolutio, piena. “I moderni son giunti a sapere, che per es., le malattie non nascono da sole, che perché le malattie sorgano occorre la presenza e l’azione di certi bacteri. Eppure essi credono ancora, con tutta serietà, che rivoluzioni, sovversioni, rivolgimenti decisivi nella storia possano essere stati spontanei, possano nascere da sé o […] siano spiegati soltanto da cause […] sociali, economiche, politiche. La storia non si spiega da sé, bensì mediante un’altra storia segreta che aspetta ancora di essere scritta e che, quando lo sarà, darà agli uomini e ai popoli la sensazione di aver vissuto ed agito, in uno stato di ipnosi”, Iagla, “La logica del sottosuolo”, ivi, pp. 51-52. A me, però, ha fatto sempre molto ridere come certi ambienti di “destra” usino questi argomenti: secondo loro, questa “logica del sottosuolo”, esatta espressione à la Dostoevskij, si eserciterebbe nella direzione della dissoluzione se e solo se vada nella direzione delle “sinistre” o della “democratizzazione”, il che è una patente, lampante, chiara ed evidente contraddizione con le premesse date: se si considera che c’è una logica nascosta che domini quella evidente, perché mai dovrebbe chiedere il permesso ad uno degli attori sul campo? E “schierarsi”? Ma è ridicolo. Attesta un uso solo strumentale di quest’argomento, dove non si cerca di capire, ma solo di ottenere delle giustificazioni. Così, questi stessi ambenti, non riescono a vedere come il “fatidico” 1989 possa essere stato effetto di suggestioni come tanti altri eventi nel e del mondo, solo perché tratta della “caduta del comunismo”.
I paraocchi sono una gran bruttissima cosa.
Tra l’altro, vi è un passo, da un libro di E. Zolla (della prima metà degli anni Ottanta del secolo scorso), dove, in viaggio in Israele, gli vien detto che il 1989 avrebbe segnato una fase negativa per tutta l’umanità. E non è finita.  
Il che ci porta, dunque, ai cosiddetti perils of the soul, i “pericoli dell’anima”, dovuti all’evocazione indebita di forze poi non signoreggiate (l’ Apprenti sorcier è, in modo gradevole, divertente, però ricollegabile a tal tenebroso fatto). Dopo aver criticato De Martino, noto studioso di Sud e magia, sia per le sue visioni di tipo “storicistico”, sia per aver preso delle sopravvivenze rurali per il “typus” originario, così scriveva uno del Gruppo di Ur: “Ma si è visto che, malgrado tutti questi pregiudizi, e disponendo di un materiale più che spurio, il De Martino, per opera di qualche spirito benigno, è giunto qua e là a riconoscere cose giuste. Il punto più interessante è la constatazione di una magia sui generis dell’uomo moderno, con la quale questi ha dato stregonicamente (proprio così!) esistenza reale ad una natura desanimata, ‘oggettiva’ e conforme a leggi meccaniche, natura che in altre epoche era inesistente. Che, come controparte, ne sia risultata una cinta di difesa contro i ‘pericoli dell’anima’ e un consolidarsi della coscienza dell’Io, ciò è vero fino ad un certo punto. I pericoli, come si è detto, sussistono, seppure rivestendo altre forme. Si deve, sì, riconoscere l’esistenza di una specie di barriera, che chiude l’uomo moderno di fronte allo ‘psichico’ in una misura, forse, senza precedenti; ma la sostanza spirituale rinchiusa entro questa cinta, per un certo aspetto, protettrice, oggi è inconsistente e informe quanto mai. Proprio per questa ragione chi, malgrado le sfavorevoli condizioni dell’ambiente, oggi ristabilisce dei contatti psichici ridestando stati che non sono un ‘passato’ ma una possibilità permanente dello spirito, deve pensare anche a rischi maggiori di quanto mai ne sia stato il caso”, Arvo, “L’etnologia e i ‘pericoli dell’anima’”, ivi, p. 156, corsivi in originale. Di conseguenza, la “riscoperta” dello “psichico”, che è iniziata ed avvenuta a partire dalla seconda metà del XX secolo, per poi arenarsi nel primi due decenni del XXI secolo – ma senza però aver lasciato delle tracce, la “tacca”, come la chiamo – ha presentato, e presenta, pericoli crescenti. E’ molto ma molto importante, oggi, hic et nunc, parlar di questo punto specifico.
Un interessante link mostra tali sopravvivenze ancora nel 1978, in Lucania: cf.
‘Lucania, documentario storico: “Sud e magia” 1978 scene girate in Lucania’
https://www.youtube.com/watch?v=sA9nNrfqog0.  
[2] Cf.  
https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=48516; anche cf.
Lo rendo immediatamente consultabile, quest’ultimo link, per ragioni di utilità.  
[3] Cf. J. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano 1979, p. 81, corsivi in originale, miei commenti fra parentesi quadre; è stato ripubblicato, dalla stessa casa editrice, in forma economica, tre anni fa, nel 2015.  
[4] Cf. J. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano 1979, pp. 77-78, corsivi in originale.   
[5] Cf. J. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano 1979, pp. 82-83, corsivi in originale, miei commenti fra parentesi quadre. 
Qualche nota sulle fonti online.
E’ possibile leggere la frase sull’ “alternanza” in un centone di frasi dal libro, e qui è intitolato “[La mitologia dell’alternanza politica]”, cf.
http://www.joantoedox.it/alri%20mondi/Quel%20che%20resta%20della%20filosofia/Baudrillard.pdf
In via eccezionale, si dà il link per l’immediato accesso a questo scritto, pur non essendo un post di questo blog.
Sempre dal link appena citato, si vedano i due passi relativi alle Torri Gemelle di New York City, che furono fatte cadere nel 2001, e seguono immediatamente il passo cui si è appena fatto riferimento, quello appunto intitolato “[La mitologia dell’alternanza politica]”.
Sulla “rottura postmoderna”, cf. http://www.filosofico.net/baudrillard3.htm.
Nella relazione fra Baudrillard e Bataille, cf.
http://www.kainos.it/numero4/ricerche/pagani.html.
A proposito di quest’ultimo link, discutere il quale ci porterebbe troppo lontano, si consideri solo la conclusione dell’autore citato, dove dice che, se si deve dare uno sguardo al mondo com’è, ha avuto ragione Baudrillard, non Bataille, se, però, si considerino i recenti sviluppi, Bataille ritornerebbe ad aver ragione. Il punto qui è che, per Baudrillard, l’ “emersione” del desiderio e della sua “materialità” non è mai salvifica. E qui si diversifica da Bataille. Per Baudrillard, il “resto” non è il desiderio né la “materialità”, ma quanto non è scambiato; sennonché, che tutto possa esser scambiato è una chimera. Per questo, per lui, vi era come uno scacco “finale”, cui non rinunciò, ma non credé mai che questo potesse esser di “sinistra”, la “buona” liberazione degli istinti “materiali”, che sarebbero in sé “liberanti”. Il desiderio in Baudrillard non fa rima con la libertà, ma con lo scambio regolato, lo scambio regolato non è quello che possa assicurare che tutte le energie siano rimesse in gioco, e, dunque, davvero liberate.
Né il “buon uso” dei desideri, né il loro uso “eccessivo” à la Bataille per lui erano centrali. Con esiti anche di auto scacco, non autoscatto, auto scacco, per esempio la resistenza “sorda” al processo di socializzazione, cosa che lui condivideva con certi pensatori di “destra”, cf.
E in Baudrillard, non certo per caso, a questo punto, lo studio delle società pre-moderne, e pre-capitalistiche, in particolare, ha un ruolo così centrale. 
[6] Interessante come Quinzio, fra gli altri uno dei massimi rappresentanti di questa “voglia” d’ “apocalisse” che, tuttavia, manca il punto centrale, citi le famose predizioni di Malachia ‘O Morgoir, i famosi “Vaticini” sui Papi, cf. S. Quinzio, Mysterium Iniquitatis, Adelphi Edizioni, Milano 1995, pp. 109-110 (dove, tra l’altro, e “in tempi non sospetti”, rettamente interpreta il “De Gloria Olivae” come riferito a Benedetto XVI, il pontefice della “brevissima gloria che accolse Cristo nella trionfare entrata in Gerusalemme, alla vigilia della passione”, ivi, p. 111, corsivi miei), e faccia così vedere un Papa angosciato, che quindi percepisca ormai la “fine” e si rinchiuda nelle sue stanze, magari non più vaticane … Nulla di più lontano dal vero. Le cose stanno esattamente al contrario. In realtà, è il continuo spingersi avanti che destabilizza, ma è anche vero, che rinchiudersi non ha proprio alcun senso: in una parola, la “fine” sta nelle cose, nel “verso” delle cose (se n’è detto in più di un post precedente a riguardo del concetto di sovranità nel Medioevo e in Federico II e del “germe” in esso – concetto – contenuto), ben più che nelle piccole intenzioni degli uomini, e proprio Quinzio, fra tanti altri, avrebbe dovuto capirlo, ma invece … In effetti, l’ “apocalisse” non può che venire quando il mondo sia saturo di espansioni, e di “avanzamenti”, quando sia perso e dissolto in “acque corrosive” … Eppure, qualcosa di molto valido la scriveva: “Ma è possibile allora identificare, oggi, ciò che ‘trattiene’ o colui che ‘trattiene’ [il katèchôn, maschile o neutro] ancora l’avvento finale dell’anticristo, l’esplicita e definitiva visibilità della sua abominazione? La sopravvivenza della religione ebraica nel culto sinagogale era qualcosa che il Nuovo Testamento considerava – per il mancato riconoscimento del Messia e la responsabilità della sua morte attribuita in particolare e anzitutto ai capi gerosolimitani di Israele – negazione del Messia venuto a portare la salvezza, dunque […] anticristicità. Eppure proprio questa stessa anticristicità – che Paolo dichiara frutto d’ignoranza e non di un’intenzione perversa (cfr. Rm 10,2) – aveva il potere di frenare l’ultima e definitiva manifestazione dell’anticristo negli apostati dalla fede in Gesù, in coloro che, a differenza degli ebrei, non aspettavano più nessun Messia, ma in qualche modo vedevano il regno del Messia già realizzato in questo mondo, considerato ormai redento, sebbene fosse rimasto identico. In questo senso, la Sinagoga, e in essa l’ebraismo in generale, possono ancor oggi essere visti nella loro funzione di ‘trattenere’ la piena manifestazione finale dell’anticristo. Questo concorda del resto con la profezia biblica secondo la quale la fine non verrà prima della conversione degli Ebrei (cfr. Rm 11, 26). Per noi oggi però potrebbe essere l’intero mondo moderno, per tanti aspetti segnato dall’ebraismo, a mantenere ancora non evidente nelle sue estreme conseguenze la manifestazione dell’anticristo. Ma oggi sia l’ebraismo sia la modernità appaiono al limite del loro esaurimento storico”, ivi, pp. 84-85, corsivi miei, mie osservazioni fra parentesi quadre. Questo processo di esaurimento “storico” ha fatto passi da gigante dall’epoca in cui scriveva Quinzio, più di venti anni fa ormai. E tuttavia, non è compiuto ancora.
Il fatto è che manca la “decisione”: come Achille si avvicina sempre più alla tartaruga, eppure non la supera mai, allo stesso modo il superamento della tartaruga può avvenire solo e soltanto “d’un balzo”, per una decisione, per un “tagliare il nodo di Gordio”, per una “integrazione finale” cui non si giunge per mezzo della pur necessaria somma dei singoli movimenti e delle fasi particolari.
Alla fine, manca sempre un “qualcosa”.
Ecco il punto. Il “qualcosa” deve prodursi oltre la somma.
Detto in altre parole ancora, finché non si realizza quella vecchia “visione” (di Sri Aurobindo) del “bambino”, che fa crollare l’organizzazione, ormai “perfetta”, del mondo moderno, nulla può cambiar davvero, ma è tale “organizzare” che dissolve sempre più, ecco l’ “apocalisse”, che ben pochi anche solo osano concepire. Il principio dell’organizzazione razionale ha solo condotto allo scatenamento degli istinti, di potenze vitali “titaniche” impossibili da arginare: esso è un principio che deve lasciar la mano. Ma non lo avrebbe fatto senza aver condotto il mondo in questo disastro, ed anche oltre. Ricordo che la stessa Mère, all’inizio, nella prima metà degli anni Sessanta del secolo scorso, decise di non render pubblico questa visione; decise, invece – nella prima metà degli anni Settanta – che fosse giunto il momento di dirlo, ma non ancora perché si realizzasse …  
[7] Cf. E. Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi Edizioni, Milano 1990.   
[8] Ivi, pp. 16-17. Va detto che il “ribelle”, colui che si è dato “alla macchia”, varca il “meridiano zero” in forza di una sua decisione, non per una “dottrina”: “Il motto del Ribelle è – ‘Hic et Nunc’ – essendo il Ribelle uomo d’azione, azione libera e indipendente. Abbiamo costatato che questa tipologia può comprendere solo una frazione delle masse, e tuttavia è qui che si forma la piccola élite capace di resistere all’automatismo e di far fallire l’esercizio della forza bruta. E’ l’ antica libertà in forma moderna, la libertà sostanziale, elementare, che si ridesta nei popoli sani ogni qualvolta la tirannide dei partiti o dei conquistatori stranieri opprima il paese. Non è una libertà che si limita a protestare o emigrare: è una libertà decisa alla lotta. E’ questa una distinzione che si ripercuote nell’abito della fede. […] Tutto questo mal si concilia con l’indifferenza. Né questa è una situazione che consente di affidarsi alle Chiese o di attendere guide spirituali o libri che potrebbero giungerci da chissà dove. Ma nemmeno essa ha il vantaggio di obbligarci a tracciare i nostri confini o di strapparci al sapere libresco, ai sentimenti di seconda mano, alla fede imparaticcia. L’effetto si vede già nella differenza fra le due guerre mondiali, almeno per quanto riguarda l’atteggiamento della gioventù tedesca. Dopo il 1918 si è assistito a un forte movimento intellettuale che in ogni campo ha fatto sbocciare un gran numero di talenti. Oggi si percepisce soprattutto il silenzio […]. Eppure questo silenzio ha un peso maggiore del dispiegarsi di nuove idee, e persino delle opere d’arte. Si è visto ben altro, laggiù, oltre il crollo dello Stato nazionale. E il contatto con il nulla, in particolare con il nulla senza veli del nostro secolo, si trova certamente descritto in una serie di referti clinici; possiamo comunque pronosticare che quell’esperienza darà ancora dei frutti”, ivi, pp. 93-95, corsivo in originale. E chi, oggi, può dire davvero di non aver avuto un contatto con il nulla? Con il nulla “senza veli”? lo nasconderà, mentirà a se stesso, tenterà di riempire tal nulla con mille sciocchezze e tante, troppe parole, ma non può dire di non averci avuto a che fare.
Che chiese, maestri spirituali, o libri, sian insufficienti, oggi, è il nostro presente. Inoltre, quest’ultimo punto – quello dell’azione – mi pare un punto molto, ma molto importante, un punto da sottolinearsi. Non può esistere mai un’analisi che “garantisca la decisione”, mai. Come ho infatti scritto nel mio breve interevento in Sulle orme del futurismo, Vozza editore, Caserta-Casolla 2009, si “passa il guado” in forza di una decisione, non di una riflessione. Così sono nate le avanguardie novecentesche. Da un certo momento in poi, questa “decisività” si blocca: il 98% l’ha vinta, il 2% viene schiacciato, la democrazia come dittatura della maggioranza impera totale, del tutto indipendentemente dalla “verità” del voto, o dai sistemi di votazione: il punto che è decisivo è che ogni dissenso è ridotto all’impotenza, non al silenzio, ma invece all’impotenza, alla recessione, al balbettio.
Su Jünger, vi è un post in questo blog, ma relativo ad un altro argomento, cf.
In calce a quest’ultimo post, vi è questa citazione da Il Romanzo dei Tre Regni:
Gli imperi nascono. Gli imperi muoiono”. Tra l’altro, un link di dieci anni fa sul passaggio di Urano nel segno zodiacale del Toro, e le “ricorrenze” che ciò ha prodotto nel corso del tempo, fra le quali quelle relative alla “caduta dell’Impero romano”, cf.
https://astrotransits.blogspot.it/2008/11/uranus-in-taurus-civilizations-prone-to.html.
E qui “sposa” un passo dallo Havamàl, le “Parole del’altissimo [Odino]”, che, in realtà, ben lungi dall’essere uno scritto “mysterico” – tranne un passo, dove Odino sacrifica se stesso a se stesso. per poter raggiungere l’ “Albero della conoscenza”, molto significativo, non è vero – è una sorta di “Vademecum” per l’uomo senza fissa dimora = il “vichingo”, che non è un popolo, ma un modo di vita.
Ma veniamo al passo in questione:
La ricchezza muore,
I parenti muoiono,
Anche un uomo deve morire;
Ma la fama
Non muore mai
Per colui che la sa raggiungere.
La ricchezza muore,
I parenti muoiono,
Anche un uomo deve morire;
Ma conosco una cosa
Che non muore mai:
Il verdetto su ogni uomo che è morto
(M. Magnusson, Vichinghi. Guerrieri del Nord, Istituto Geografico de Agostini, Novara 1976, p. 117).
Ed ecco il passo su Odino appeso “a sé stesso”, sempre dallo Havamàl “Le parole dell’Altissimo” – cioè di Odino, che ha tre nomi: Alto, Altissimo e Terzo –,
So che pendo,
Dall’albero scosso dal vento Yggrdrasil, l’ “Albero del Mondo”]
Per nove notti intere,
Trafitto dalla lancia
E dato a Odino:
Me stesso dato a me stesso
Su quell’albero
Di cui nessuno
Conosce le radici.
Non mi diedero pane
Né bevande dal corno:
Ho guardato nelle profondità,
Ho afferrato i misteriosi simboli [le rune],
E poi son ricaduto …
(ivi, p. 62).
Odino (Wodan) certo era rispettato e temuto, il “Gran Mago”, guercio e dal gran cappello in testa (cf. P. Louth, La civiltà dei Germani e dei Vichinghi, Libritalia 1996, p. 264), modello del Sauron di Tolkien nel suo aspetto negativo, in qualche suo lato positivo venendo a costituire Gandalf (letteralmente “Elfo ingannatore”) – anch’egli col cappellone – ma non era per lui che batteva il cuore del vichingo, che non è lo scandinavo, ma l’aristocratico, o l’uomo libero (karl), che, ogni estate, prendeva la sua nave agile, sottile, per andare a fare scorrerie o commercio con scorrerie, le due cose non erano affatto ben distinte, e continueranno a non esserlo in altre epoche storiche. Il cuore del vichingo batteva per “il rosso Thor”, cf. ivi, pp. 268-269. Fu anche l’unica vera opposizione al predominio del “bianco Cristo”, kviti Kristni; “kviti” ha la stessa radice di white, che ha la stessa radice di vita, di vite, non a caso.
In sanscrito bianco è shwêta, la stessa radice il cui esito, in inglese, sarebbe stato sweet, “dolce” (ovvio che la pronuncia inglese si è molto allontanata dalla grafia, per questo manteniamo la grafia): il bianco è il colore della vita, cioè della forza (vis, come virtus) ed è anche il colore di ciò ch’è dolce.
Tornando a noi, Odino era rispettato, Thor era rispettato ed amato: “Thor, secondo per importanza  dopo Odino, e alla fine principe degli dèi, cui i Germani hanno rinunciato a fatica, per il quale mantennero ancora a lungo la fede” (E. Jünger, Avvicinamenti. Droghe ed ebbrezza, Multhipla Edizioni, Milano 1982, p. 146, corsivi miei). Interessante sottolineare che, dopo aver sopra parlato delle elezioni, questo genere di cose, per Jünger, erano i “piccoli passaggi”, quelli all’ interno della storia (cf. ivi, pp. 262-268), e non i “grandi passaggi”, quelli che portano fuori della storia (cf. ivi, p. 289 e sgg.).





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