venerdì 30 marzo 2018

Or dunque, che cos’ha “in PE DITO” – agli “ho CI DENTALI” – di veder chiaro che Russia e Cina sarebbero tornate o giunte alla forza?? I residui di anticomunismo, è MOLTO SEMPLICE









“Charles Malik, un brillante statista libanese, in occasione di un discorso al Dartmouth College nel 1951, disse: ‘Le sfide che il mondo occidentale deve affrontare sono essenzialmente tre: la sfida del comunismo, quella dell’ascesa dell’Asia e quella dei fattori interni di disgregazione’. La prima sfida è stata affrontata. La seconda incalza l’Occidente, e in particolare l’America’”[1].








La cosa davvero interessante è che la risposta alla prima sfida abbia reso rispondere alle altre due semplicemente impossibile. Questo è palese.
Che cos’ha impedito agli occidentali, gente dentale, di poter vedere quel che, in realtà, era chiaro ed evidente?
I residui di anticomunismo, peraltro legati alla tenuta sociale, ovvero alla terza sfida citata da Malik.
Questa  realtà, è, poi, quella notata da Giannuli: 
“C’è chi pensa che il più grande contributo dell’anticomunismo militante sia stato la caduta del comunismo in Urss, ragionando in questo modo: se il comunismo ha perso vuol dire che l’anticomunismo ha vinto e quello radicale e militante più di tutti [questo è proprio il modo di sragionare che ha perduto l’Occidente]. Ma la storia non è una partita di calcio o di briscola in cui la vittoria di un giocatore coincide con la sconfitta dell’altro e viceversa [che è il punto che tantissimi non han proprio capito: un tal modo di sragionare, però, è stato disastroso soprattutto per l’Italia, si veda il lungo, sfibrante successo di Berlusconi, anticomunista militante, tra l’altro padrone di una nota squadra di calcio, o certi ambienti, anche ecclesiastici, che avevano fatto dell’anticomunismo la propria bandiera e, una volta terminato, non hanno più niente da dire al mondo di oggi, che poi è la causa vera e profonda della crisi della Chiesa, altro che le solite tiritere contro l’attuale Papa]. Il comunismo è effettivamente caduto in Urss, ma non per l’azione dei movimenti anticomunisti o per una rivoluzione della società civile comunque connotata.
Esso è finito perché la classe politica del Pcus ha deciso di porre termine a quella esperienza, ma restando saldamente al potere: ancor oggi, a distanza di 15 anni [allora] dalla fine dell’Urss e del potere comunista. 
La nomenklatura russa è composta in larga parte da personale proveniente dai quadri del vecchio Pcus [oggi questo è cambiato, ma senza una vistosa frattura tra i due gruppi].
Vedendo le cose con maggior distacco si è indotti a pensare che l’anticomunismo, più che ad est, abbia vinto la sua battaglia ad ovest. Non ha abbattuto il totalitarismo orientale [riapparso in forme nazionalistiche] ma ha generosamente contribuito alla nascita di un forte autoritarismo ad occidente.
Forse l’anticomunismo non ha lo spessore culturale dell’antifascismo, ma sicuramente non ha un rilievo storico minore di esso”[2]
Il ruolo principe dell’anticomunismo, insomma, è stato ad Occidente: esso ha aiutato le società occidentali a non cedere a vari fattori di disgregazione interna. Ma, quando non vi è più stata la minaccia esterna, esso si è mantenuto al di là del suo ruolo che, poi, era solo di esser “contro”, del tutto incapace, come dopo si è visto, di svolgere un ruolo “positivo”: la parola “anti” è profondamente, è irreversibilmente fissata dentro l’anticomunismo, che non sa essere per qualcosa.
Di conseguenza, il suo mantenimento al di là del suo tempo non solo non ha dato alcun frutto nel combattere i fattori interni di disgregazione delle società occidentali, ma, per di più, ha fatto sì che l’Occidente dormisse a fronte della rinascita o del perpetuarsi di regimi orientali accentratori di varia forma, di cui almeno due vedono in una rivoluzione comunista il loro punto d’inizio, non di continuità, ma quanto meno d’inizio, come una sorta di gesto “demiurgico” che sa dare inizio a qualcos’altro, un gesto che nessuna democrazia può riprodurre. Nel qual mentre tutto ciò succedeva e le società occidentali, rese soporifere, o lobotomizzate, dall’anticomunismo andato ben oltre i suoi limiti strutturali e divenuto quasi un mito fondante per molti regimi democratici, entravano in una fase di crisi di consenso interno, il principio stesso della rappresentanza pure andava in crisi. E diventava sempre più come un cane che si morde la cosa: autoreferenziale.   

E’ caduto il Pcus, ma l’esercito e il Kgb son rimasti, e, in modo particolare, quest’ultimo è divenuto il “germe” di un ritorno al potere mondiale, che non può andar contro il dirigismo comunista nelle cose politiche, non in quelle di tipo economico, là il discorso è diverso.
Per questo la tomba di Lenin rimane dov’è, perché vuol dire, da parte del nuovo potere al Cremlino: “io posso fare come voglio”. La tomba sarà smantellata solo quando l’attuale potere si sentirà così sicuro da non averne più bisogno, ma ne manterrà il “dirigismo”.  
Non era poi tanto, però, difficile prevedere che le nazioni asiatiche, una volta resesi più forti economicamente, e proprio a causa di un rallentamento della crescita, si sarebbero mosse su di un piano sempre più politicamente assertivo: vederlo era molto ma molto facile.
Non per citarsi – che non è molto bello –, ma, ahimè, essendo vissuto nel deserto mentale del Takla Makan, circondato da ottusi a iosa, ed essendo tra i pochissimi a sfuggire a certe mode super avvolgenti, ci son costretto: ecco un articolo del 2003, dove si recensiva un libro del 1994, nelle cui conclusioni si diceva che alcune parti del programma di Vladìmir Zhirinoskij avrebbero potuto essere “prese” da qualcun altro, più presentabile, cf.
Ed ecco Vladìmir Putin. Poi, nella commemorazione della Rivoluzione “d’Ottobre”, l’anno scorso, ho sostenuto, e in modo del tutto pubblico, che, nei paesi dove le rivoluzioni “comuniste” son sorte dall’interno e non dove sono state “esportate” – distinzione basilare –, senza le rispettive rivoluzioni “comuniste”, questi paesi non sarebbero mai potuto essere le nazioni potenti che sono diventate.
Questo è un fatto, non un’opinione, si può giudicare questo fatto come si vuole, ma rimane tale.
Fatto indigesto agli Occidentali[3].
Dovevano solo e soltanto liberarsi dei “ceppi” ideologici, e però conservare l’aspetto di efficacia politica[4].
“Mission Accomplished”, come disse G. W. Bush, con la differenza che Bush non la compì davvero la missione, queste nazioni sì.
Piccolo particolare, di nessunissima importanza.

Or dunque, “Che fare?”, lo “Cto deljat’” leniniano?
Niente, non puoi farci più niente. E, attenzione: qui non ritorna alcuna “guerra fredda”, sia detto con chiarezza, ladies and gentelemen, o mesdames et messieurs, o persino damen und herren, in quanto una parte ha mantenuto la sua forza, diminuendola ma meno dell’altra, mentre l’altra, l’Occidente, l’ha vista diminuire vistosamente, assieme al consenso interno. 
Un tempo, s’è detto, l’anticomunismo aiutava a mantenere il consenso interno all’Occidente, era un fattore di opposizione alla disgregazione; oggi non è più così. Anzi, ha impedito si vedesse il rafforzamento dell’Asia, sta impedendo di farci qualcosa, perché forza in quadri sorpassati. Può dunque aiutarci ad opporci ai “fattori interni di disgregazione”?
Domanda retorica, chiaro.
Non sarà che favorisce la disgregazione? 
Direi di sì.
E le tendenze al neo nazionalismo? 
Risposta: credono gli occidentalucci di avere un nazionalismo così forte come quello russo, o quello cinese?
Staranno scherzando, spero.
Non stanno scherzando. 
Dunque la loro “risposta” fa uso della stessa logica di coloro cui vorrebbero opporsi, ma non possono tornare indietro, la disgregazione interna però ha fatto passi da gigante in occidente.
Cosa rimane loro da fare? Niente.
Salvo continuare sulla via in cui sono da tempo.
Ma li aiuterà in qualcosa? In nulla.
Eh sì, la “fine della storia” è proprio vera.
Per l’Occidente, almeno.









Andrea A. Ianniello



[1] R. Halloran, “Il rinascimento asiatico” in L’Asia alla conquista del Ventunesimo secolo. Sol Levante, Indice Internazionale Le monografie di Internazionale, supplemento al n°33 di Internazionale, 1996, p. 19, corsivo mio. In questo stesso numero, vi era un articolo di Krugman, intitolato “Tigri di carta”, dove si sosteneva che l’aumento di produttività delle nazioni asiatiche aveva dei limiti strutturali in quanto basato solo sull’addestramento della forza lavoro e sulla sua superiore scolarizzazione, questo in linea con quel ch’era successo in l’Urss.
Ma Krugman dimenticava due cose, di non secondaria importanza: 1) il numero dei componenti della forza lavoro, assolutamente ed incomparabilmente superiore non solo all’Urss d’antan, “vintage”, ma pure all’Occidente, di ieri, come di oggi, come di domani, di sempre: non vi è partita su ed in questo campo, che gli “occidentalucci” se ne “faccino” una ragione; 2) che, pur essendo vero che sono cose che vanno “a saturazione” – e non “a suturazione” –, è allo stesso modo vero che, proprio perché l’espansione economica non può essere senza fine, le nazioni asiatiche più forti e potenti avrebbero potuto passare dal terreno economico a quello politico: che è, precisamente, quel che sta succedendo. Sul modo di rispondere vi è, qui, un’altra, e grossa questione: se il ritorno al nazionalismo possa essere una risposta alle nazioni che, dal “comunismo”, sono passate a varie forme di nazionalismo, un iter super prevedibile, come ho detto qui sopra.
[2] A. Giannuli, Una strana vittoria, le internazionali anticomunista, vol. II, Nuove Iniziative Editoriali (con “l’Unità” prima del “renzismo”, quando persino faceva qualche buona pubblicazione), Roma 2005, p. 189, corsivi miei, i miei commenti son fra parentesi quadre, come al solito.
Vi è un post dedicato alla recensione di un recente libro di Giannuli, cf.
[3] Altro interessante articolo, sempre dalla fonte degli anni Novanta citata qui su, è “A lezione di democrazia”, Asiaweek in L’Asia alla conquista del Ventunesimo secolo. Sol Levante, cit., pp. 52-53, che fa una critica molto serrata, e giusta, delle pretese universalistiche della “democrazia”.
Non è che la democrazia, che non può essere ridotta a sistema di voto, come poi è stata, sia “impossibile” in Asia, si è che le coordinate culturali impongono a quest’ultima, la democrazia, dei grossi cambiamenti, e ciò si equivale a perdere la pretesa universalistica.
Il punto vero sta qui.   



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