mercoledì 14 febbraio 2018

Sui popoli detti “Portatori di CAMPI di URNE”










In un articolo dell’ottobre scorso[1] si parla delle ragioni del “crollo delle civiltà” che avvenne tra il 14° e il 12° secolo avanti Cristo, e che vide, come protagonisti, i cosiddetti “popoli del mare[2], denominazione antica egizia.
Si tratta di un primo, grande “crollo di civiltà”, noto alla storia attuale, storia che, com’è noto, comprende solo uno spicchio dell’effettiva storia umana tutta, che comprende tante civiltà e tante ridiscese nella cosiddetta “barbarie”.

Vi si parla, poi, dei popoli “Portatori dei Campi di Urne” in relazione ai commerci che avevano le civiltà di quell’epoca con essi, commerci che vertevano sul Mar Adriatico e l’attuale Veneto in particolare (una cartina si trova nell’articolo appena citato[3]).

Interessante qui approfondire, e chiedersi chi erano questi popoli dei “Campi delle Urne”, che alcuni chiamano anche “Protocelti”, da non confondere con i Celti veri e propri. Va, inoltre, precisato che i monumenti megalitici non sono affatto celtici, quando, al contrario, i Celti li ritrovarono nei territori da loro occupati, e li usarono per dei loro propri riti.
Ma veniamo al punto. “Intorno al 1250 a.C., verso la fine dell’età del bronzo, una popolazione proto celtica, dopo una lunga ed interminabile migrazione, giunse ad insediarsi presso l’attuale Narbona, coprendo un territorio che va da Tolosa a nord, Marsiglia ad est e i Pirenei a sud e ad ovest. Rennes Le Château è, beninteso, compresa in quest’area, ne è anzi il centro. I popoli migrati nell’attuale Midi provengono da molto lontano, dopo un peregrinare che era durato più di mille anni. Gli storici – pur tra molte incertezze e sottili distinguo – son concordi nell’individuare l’area di provenienza dei popoli proto celtici indoeuropei nelle regioni delimitate ad est dal corso inferiore dei Carpazi, a sud Dal Caucaso e ad ovest dal Danubio, i popoli in questione sarebbero passati alla storia come ‘I Portatori della Cultura dei Campi di Urne’, in relazione al caratteristico e del tutto inusuale costume di bruciare le salme dei trapassati, raccoglierne le ceneri in ‘urne funerarie’ e quindi sotterrarle in cimiteri.
Questa usanza si sarebbe conservata a lungo anche presso popolazioni celtiche di diversa provenienza – come gli Illiri e i Veneti – e rappresenta, nel panorama della protostoria, un’incomprensibile eccezione alla regola che vede, un po’ dappertutto, salvaguardare l’integrità dei corpi dei defunti, cui viene anzi tributato un rispetto ed un culto del tutto particolari.
Da cosa scappavano i ‘Portatori di Campi di Urne’?
Si suppone che, tra il 2000 e il 1200 a.C., una serie di eventi catastrofici li abbia indotti non solo ad una migrazione forzata ma altresì ad un improvviso mutamento di  abitudini e mentalità. A quel periodo è infatti riconducibile la pressione demografica ed espansionistica di nuove popolazioni che, dalle steppe dell’Asia, premono per aprirsi un sbocco ad ovest. Si tratta dei progenitori dei Traci, degli Sciti, dei Geti, dei Veneti, degli Ittiti, degli Hurriti, popolazioni preceltiche che, con il ferro e con il fuoco, si impossessano in breve tempo dei territori compresi tra i Reno e il Danubio.
La preesistente civiltà indoeuropea si era insediata in questa area sin dai primordi dell’età del bronzo, concorrendo a definire due ordini di culture successive, rispettivamente dette della ‘Tomba a scheletro ramificato’ (2200-1800 a.C.) e della ‘Tomba a tumulo (Kurgàn)’ (1800-1500 a.C.), in relazione alla particolare forma di interramento delle salme dei defunti. Testimonianze archeologiche di questo periodo son frequenti in tutta l’area dei protoindoeuropei, comprendente il Caucaso, i Carpazi, la Turchia, la stessa Mesopotamia e beninteso l’Europa centrale (Boemia). Proprio in Boemia, a Unetice, i protocelti fondarono una delle più ricche culture della preistoria europea: qui, al di sotto delle collinette (Kurgàn) sono state rinvenute numerose camere funerarie, riccamente adornate con asce di guerra, ceramiche dipinte a cordicella, monili ed altri oggetti preziosi appartenenti in vita al defunto. La salma si presenta cosparsa d’ocra, composta, con le gambe serrate. Non è chiara la tripartizione in classi di quella società, ma è certo che aveva dei sacerdoti che officiavano riti, tenevano in gran conto l’Aldilà e la sopravvivenza dell’Anima (elementi che spiegano la cura e le attenzioni rivolte alla sepoltura) e, soprattutto, riponevano la loro fede in Dei solari molto diversi da quelli che avrebbero contraddistinto l’Olimpo della cultura celtica. Le popolazioni indoeuropee dei Campi di Urne insediatisi nella regione di Carcassonne e nell’Alta Valle dell’Aude hanno lasciato chiare vestigia archeologiche del loro passaggio. In un primo momento si rifugiarono in grotte, soprattutto in prossimità dei fiumi e dei boschi, per poi stabilirsi in aree fortificate. Lungo il corso della Branque sono stati rinvenuti suppellettili e ceramiche, risalenti al 1250 a.C., circa, in numerose caverne inizialmente abitate e, successivamente, adibite a camere funerarie. La cultura dei popoli ‘Portatori di Campi di Urne’ riecheggia inoltre in alcune consuetudini locali che ne mantengono vivo il ricordo nell’inconscio collettivo. L’insediamento dei protoindoeuropei nell’Aude non avvenne senza urti e contrapposizioni. I Pirenei sono delle aree geografiche del nostro pianeta abitate da uomini ed animali da tempo immemorabile. […] Ma se i ‘Portatori di Campi di Urne’ non sono stati i primi, non sono del resto neanche stati gli ultimi ad occupare il Razès. Dopo di loro giungono i Celti. Ammiano Marcellino, uno storico romano che cita e si ispira a Timagene, afferma che i Celti insediatisi in Europa provengono da due distinte seppur confluenti ‘ondate migratorie’. La cultura greca classica pre-omerica ha registrato questi imponenti e sconvolgenti spostamenti di popoli che ebbero a verificarsi tra il 2000 e il 1200 a.C. La prima colonizzazione indoeuropea portò all’occupazione di Creta, del Peloponneso e del versante occidentale dell’Anatolia. E’ in questo periodo (2200-1800 a.C.) che le popolazioni preceltiche entrano in contatto con il Paese delle Due Terre: l’Egitto.
Gli Egiziani stabilirono profonde relazioni con i primi indoeuropei che mutueranno da loro numerose conoscenze soprattutto in campo esoterico e religioso. I Greci li chiameranno Danai, dal nome del nume tutelare del loro Pantheon, la dea Danae, conosciuto in Frigia come Cibele (‘Dea del Grifone e dell’Ape’), in Scizia come Diana sanguinaria, in Attica come Demetra (Dea dell’orzo e del grano). E’ probabile che i Danai abbiano proseguito la loro migrazione fin oltre le colonne d’Ercole per sbarcare in Inghilterra e in Irlanda, intorno al 1900 a.C. Non è certo un caso che la tradizione irlandese colloca nello stesso periodo la venuta sul suolo d’Irlanda dei Tuatha dè Danann (‘popolo della Dea Dana’). Indipendentemente dalla indubbia assonanza fonetica coesiste una sostanziale coerenza nella struttura mitologia e religiosa delle due civiltà perché non si possa non constatare che provengono entrambe da una comune matrice. Alla prima ondata migratoria dei Danai ne seguirà una seconda, tra il 1900 e il 1800 a.C. Gli Achei – così li ricorda la tradizione pre-omerica – occuparono rapidamente la Tessaglia e l’Attica. Con i Pelasgi – antichi abitatori dell’Arcadia – e con i Centauri (‘adoratori del cavallo’) stabilirono un’intesa politica e militare che servirà da base alla reciproca fusione culturale e religiosa. Gli Achei erano adoratori di Leucotea (‘dea Bianca’), una divinità assimilabile, nei caratteri e nel culto, a Demetra e Cibele, primitivamente onorate dai Danai. E’ solo con la seconda invasione Achea, detta dei Dori, intorno al 1200 a.C., che i nuovi popoli della Grecia si scrolleranno gli archetipi della primitiva religione, rifiutando il culto della Dea Bianca, ormai relegata ad un ruolo minore[4] nel nuovo Olimpo presieduto da Zeus, il vendicatore del Dio Unico (Urano), proditoriamente spodestato da Saturno.
Probabilmente Ammiano Marcellino non sbagliava quando distingueva i Celti continentali dai Celti ‘venuti dal mare’, anche se non poteva sapere che si trattava di due aspetti di un’unica ondata migratoria nata nell’est. Cesare stesso ripropone la distinzione – chiamando ‘Veneti’ i Celti del mare – che non è solo etnografica ma, soprattutto, culturale e sociale. I Veneti occuparono le coste dell’Armorica, dell’Adriatico (da qui il popolo che porta ancor oggi quel nome), stabilendosi quindi nella Gallia nord-occidentale (dove fonderanno al città di Venedotia) e in Irlanda. La tradizione li descrive come guerrieri intrepidi e minacciosi, incuranti della paura e della stanchezza, ferventi credenti in divinità oscure e terribili. Secondo Marcellino avrebbero impunemente affrontato più volte l’Atlantico, spingendosi oltre le più lontane terre conosciute, fin nella leggendaria ‘Ultima Thule’, descritta da Pitea il Greco. Il termine ‘Veneti’ deriva dalla radice celtica vindo, […] che sta per ‘bianco’ o, alternativamente, per ‘razza scelta’ [significativo, non è vero?]. Curiosamente secondo gli storici dell’antichità – che in questo mostrano una sorprendente concordanza – i Veneti sarebbero gli ultimi superstiti di Atlantide [idem, non è vero?]. Non a caso – dice Ammiano Marcellino – adorano Poseidone e i Dioscuri. Secondo Diodoro Siculo il culto stesso dei Dioscuri è stato introdotto in Europa dai ‘veneti dell’Atlantico’. I Dioscuri rappresentavano, tra l’altro, i numi tutelari dei marinai e venivano invocati frequentemente negli scongiuri di rito che venivano compiuto prima di affrontare il mare aperto; di tali usanze fanno fede i testi di Strabone, di Diodoro Siculo e dello stesso Aristotele che ricordano, anche loro, come tale culto sia praticato dai Veneti.
I Veneti e i Celti – se vogliamo conservare la distinzione avanzata da Ammiano Marcellino – si insediarono a cavallo dei Pirenei pressappoco nello stesso periodo, tra il VII e il VI secolo a.C. I primi, dall’incontro/scontro con gli Iberi, sarebbero passati alla storia come Celtiberi, le cui tradizioni restano vive nel paese basco. I secondi stabilirono a Tolosa, a nord-ovest di Carcassonne, il loro regno. Sotto il comando di Sigoveso i Volsci [si noti questo nome] Tettosagi – tra i più indomiti e fieri guerrieri celti – si stanziarono in tutta l’alta valle dell’Aude e nel Roussillon, da Tolosa a Marsiglia introno al 587 a.C. I Tettosagi provenivano dai Carpazi e dalla valle del Danubio, come ci viene attestato da numerosi autori latini. Tutto il Sud della Francia, e in particolare il Narbonese, venne influenzato dai loro costumi e dalla loro cultura. Non è un caso che il termine ‘celtico’ deriva dal greco kèltai, l’appellativo con il quale la colonia greca di Massilia (Marsiglia) individuava le popolazioni barbare stanziate nella regione di Carcassonne e Narbona”[5].



Andrea A. Ianniello







[1] Cf. J. Fisher, “Collasso di culture. I possenti palazzi della Grecia micenea furono distrutti da incendi, i villaggi furono devastati, intere regioni furono spopolate. Benché i funzionari dei palazzi registrassero sino alla fine il loro lavoro, le ragioni del brusco declino rimangono un mistero”, in Le Scienze, edizione italiana di Scientific American, ottobre 2017 numero 590, pp. 80-87. Ancora: “Un complesso di ragioni suggerisce che nei palazzi dell’Egeo fosse considerata possibile n’invasione dal mare”, ivi, p. 86
[2] Cf. http://www.treccani.it/enciclopedia/popoli-del-mare/. Anche cf.
https://pierluigimontalbano.blogspot.it/2017/03/archeologia-furono-i-popoli-del-mare.html.
[3] Cf. J. Fisher, “Collasso di culture”, in Le Scienze, cit., pp. 84-85. Per l’esattezza, la rotta marina dalla Grecia al Veneto attuali, è alla p. 85. Nella stessa pagina si enumerano i “popoli del mare”, dandone la loro “possibile origine”, in Italia: Sicilia, Sardegna, Lucania, Toscana. Ma ecco i nomi: Lukka, Šekeleš, Shardana, Tjeker, Wešeš, Tereš, Denien / Eqweš, Peleset, ibid.
[4] E’ il ruolo che avrà Diana, e tuttavia ricordiamoci che la “confraternita di Diana” è all’origine delle “streghe” mediterranee, le “janare”, che attorcigliano le code delle cavalle … Il tempio di Diana tifatina rimase importante anche nelle vicende storiche: Silla dedicò a lei la sua vittoria su Mario intorno ai Castra Hannibalis, l’antico nome romano dei Tifatini, a sua volta nome osco: significa boscoso. Oggi è l’esatto contrario del nome … Sant’Angelo “in Formis” è costruito sopra la base dell’antico tempio a Diana, ed è dedicato, significativamente, a San Michele.
[5] M. Bizzarri – F. Scurria, Sulle tracce del Graal. Alla ricerca dell’immortalità. Il mistero di Rennes Le Château, Edizioni Mediterranee, Roma 1996, pp. 72-76, corsivo in originale, miei commenti fra parentesi quadre. Si tratta, poi, del “tesoro dei Celti” nelle seguenti pagine, pp. 77-79. Sul cavallo: “Sono state ritrovate monete di foggia celtibera, raffiguranti un uomo a cavallo, un tema ricorrente nelle decorazioni di tutte le monete celtiche, indipendentemente dall’area di ritrovamento e dalla popolazione insediata. Il simbolismo del cavallo – evocatore del Regno Sotterraneo, ipostasi stessa del Dio Lug – non è estraneo al mistero di Rennes”, ivi, p. 77. Inoltre: “Campi di Urne. I popoli Portatori di Campi di Urne migrano in un periodo in cui la religione degli Slavi acquisisce tratti particolarmente sinistri. E’ riportato, in un’antica omelia russa, che gli Slavi ‘si misero ad offrire sacrifici a Rod e alle Rozanicy, ma prima ancora avevano offerto sacrifici ai Vampiri e alle Beregyni’. Queste ultime sono divinità localizzate nei boschi, nelle sorgenti e presso i corsi d’acqua, vengono citate sempre assieme ai vampiri, da cui è spesso difficile distinguerle in relazione alla comunanza di numerose caratteristiche (La religione degli Slavi, a cura di Charles-Henry Puech, Laterza, p. 12)”, ivi, p. 80, corsivi in originale.





2 commenti:

  1. Volsci ricorda molto Volcae, parola con cui in Inghilterra anticamente si indicavano i Celti (lo riporta Tolkien nel suo saggio "Inglesi e Gallesi"), da cui poi Wahl, o Weahl, donde "Galles".

    Questi culti "sinistri" sono quindi rimasugli degenerati di Atlantide, e se se ne segue il filo rosso grazie alle caratteristiche che ne porti (cavalla, credersi una razza eletta, vampirismo, etc.) si può notare come tutti gli avvenimenti accaduti nel tempo "storico" (tipo caccia delle streghe, feste di carnevale, riti più o meno sinistri delle varie culture arcaiche) in cui sono emerse queste peculiarità sono quindi tutti "punti di emersione" di una corrente sotterranea che in realtà non si era mai esaurita.
    Non a caso oggi tutte queste cose sono invece giustificate, anzi spesso viste come rivendicazioni di libertà.
    Ciò lascia pensare che la siccità che sta per arrivare non potrà che portare una nuova emersione generalizzata e organizzata di queste "correnti".

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    1. Ed è così, “Volsci” = “Volcae”, Wahls-Wahlsh-Welsh = Galles. Vero. Ma, pure, i **Volsci**, il popolo “italico”, e dunque “Italici” e “Celti” hanno legami? Probabilmente sì, più d quel che non si pensi di solito: esempio, Sanniti “Pentri”, da “Pen” = “Ben” (tipo Ben Nevis) = Cima.
      Ed è così: tutti gli avvenimenti del tempo “storico”, del quale siamo agli sgoccioli – infatti già in modo “preveggente,” Pasolini parlava, negli anni Settata, di fronte ad un uditorio del tutto inconsapevole, del tutto, del “Dopostoria”, lui che intravedeva Pietro II …. - tutti gli avvenimenti del tempo “storico” son legati da un “fil rouge”, e, se guardi con attenzione, questi elementi ricorrono (ovviamente ogni simbolo ha un doppio senso, anche positivo, ecc., ecc. dunque anche il cavallo, ecc. ecc. – ma rimane uno “psicopompo”, un essere che fa superare il “fiume della Vita”, per portare “al di là”, **nel bene come nel male**, che il destino “ultra terreno” – sia di salvezza o “dannazione”); e il “fil rouge” è quello detto, quello, non mille, quello, non altri …. Si deve solo far due più due fa quattro, non tre virgola novanta nove né quattro virgola uno, fa quattro, e solo quattro, nient’altro che quattro. Son davvero ‘tutti “punti di emersione” di una corrente sotterranea che in realtà non si era mai esaurita’, non solo che “non si era” mai esaurita: che non si è mai esaurita, qui ed ora, “hic et nunc”, mentre qui parliamo, il fiume carsico passa, si muove. Non appena ritrovi uno spazio, vien fuori. Basta poco ….
      ‘Non a caso oggi tutte queste cose sono invece giustificate, anzi spesso viste come rivendicazioni di libertà. Ciò lascia pensare che la siccità che sta per arrivare non potrà che portare una nuova emersione generalizzata e organizzata di queste “correnti”.’ Direi di sì, e tutto ‘sto rumore sull’ “affaire” Rennes ha preparato il campo. Solo che non saranno le “streghe” come se le immaginano i gonzi senza speranza, che confondono sempre certe “stigmatizzazioni” con la realtà. Solo che non sarà “il diavolo” come se l’immaginano le stesse scarsamente infornate persone, per quanto siano senz’alcun dubbio la stragrande maggioranza oggi. in quanto il diavolo vuol “salvare”, ma secondo la **sua** visione, secondo la mentalità sua. E cioè, sotto il manto della libertà, vuole schiavizzare, perché questo solo può, e sa – benissimo, peraltro – fare.




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