venerdì 2 febbraio 2018

**Eravamo** tutti in pericolo, ma – OGGI – “Il pericolo è il mio mestiere” = è la realtà “NORMALE”






Interessante questo link, relativo all’ultima intervista di Pasolini, cf.
http://videotecapasolini.blogspot.it/2016/10/pasolini-perche-siamo-tutti-in-pericolo.html.
Il link che mostra la pagine di “Tuttolibri” dell’epoca:
https://2.bp.blogspot.com/-OWHZ1jDIXSQ/WBI9bLJABfI/AAAAAAAAPos/ywLyoSFzGyMNHjpatB1st6FPREx7C4saACLcB/s1600/3.JPG.


PS. Interessanti anche le “distopie” anni Settanta, come, per esempio, quella di questo link:
https://www.tomshw.it/2022-sopravvissuti-distopia-anni-d-oro-hollywood-91074.
A quest’ultima “distopia”, tuttavia, pongo una sola, forte obiezione: quando si dice che questa realtà del 2022, non troppo lontano invero – e già certe cose sono in nuce oggi –, sarà dominata da una sola azienda su ed in “un’umanità abbrutita” (ma già lo è abbastanza eh). No che questo non può essere, questa è la visione vecchia del “padrone”, contro la quale già illo tempore Pasolini parlava.
Nella visione di un sistema e della fine dell’opposizione, Pasolini dimostrava di esser anni luce avanti alla sua epoca, anche se, purtroppo, l’effetto distorsione della testa che guarda al passato e del corpo che procede avanti, ben lungi dal diminuire, si è accresciuto, mentre il ruolo negativo dell’educazione, che, in quell’epoca, Pasolini denunciava, è stato ben superato dall’effetto televisione, poi dall’effetto social. Quanto ai “deboli” che seguivano i modelli dei cosiddetti “forti”, su questo vide giustissimo, e in un’epoca che si compiaceva nella retorica della “difesa” dei “deboli”. Solo qualche anno dopo sarebbero uscite le analisi di Baudrillard sui cambiamenti sistemici, che avrebbero reso il sistema una macchina cibernetica in modalità di auto sostegno.
E cioè: oggi. Noi viviamo, infatti, nell’epoca nella quale quelli che, allora, erano dei cambiamenti, sono la “norma” ormai, son lo stato normale, comunemente accettato.
A questo punto, parlare di “destra” o “sinistra”, fa solo ridere … Quel che davvero conta, però, è la percezione dei cambiamenti sostanziali e strutturali, e dell’impotenza totale nel fronteggiarli, come del consenso generale, sul quale, e del quale, però, si è detto abbastanza in altri post.

Altra osservazione: quest’effetto della testa nel passato, appresso a vecchi orari di treno – diceva Pasolini – mentre il corpo procedeva oltre, si è tuttavia molto, ma molto, ma molto ma molto accresciuto, nel corso dei lunghi decenni dell’egoismo neoborghese, e delle riforme di sole parole.
Al punto che, oggi, la testa si è separata dal corpo, e non come quei santi – detti “decollati” – che, tuttavia, in ogni caso portavano la testa con se stessi: no, qui la testa è persa, dispersa chissà dove.
Per esser “decollati”, lo siamo, eccome se lo siamo, e, tuttavia, non siamo decollati per nessun altro luogo che non sia quell’inferno che Pasolini ben conosceva, quel “sottosuolo”, degno di un Dostoevskij[1], che non esploderà mai, però, ed ecco la vera differenza, profondissima, con i tempi di Pasolini.  
La cosa davvero incredibile dei “nostri” tempi, a paragone con l’epoca propria di Pasolini, è che la “macchina del cambiamento incessante” può far fuori anche quelli che la sostengono, anche quelli che ne han cantato le lodi, pure coloro i quali continuano a dargli il consenso, e questo stesso fatto, questa “modificabilità totale” per la quale tutti siamo assolutamente rimpiazzabili, e nessuno è indispensabile, non smuove, però, le coscienze.
Anzi è vero l’opposto, le addormenta ancor di più.
Fantastico effetto di fascinazione, del quale parlava Wallerstein, dove la civiltà capitalistica ha sedotto anche i suoi, quasi apparenti, nemici.
Perché chi ti dà di più?
Chi può, in apparenza, offrirti di più? Nessuno.
Nessuno. Nessuno.
Questo effetto di fascinazione ricorda la preda quasi come ipnotizzata dal serpente[2], o quel che dicevano i Bestiari medioevali della pantera[3]. Oh strano: la pantera è animale d’Ishtàr, per esempio, o di Dioniso …. Mere casualità ed effetti senza causa, indubbiamente ….  
La chiave di volta del sistema capitalistico è il credito, e che cos’è il credito? Che cos’è se non l’ “impressione di fiducia” che si genera?
E che cos’è quest’ “impressione di fiducia”?
Ed è un “fatto materiale”, per caso? No, proprio no, assolutamente no. Ecco quel ch’era impossibile far capire ai marxisti, totalmente, assolutamente impossibile. Essi si mantenevano legati ad una fase del sistema, senza però mai fare inferenza per un qualcosa di più vasto, del quale la fase che conoscevano era solo un momento, non la radice né la natura profonda.
Il “credito” è un valore non materiale, esso è come l’ “impressione di fiducia” che si sa generare in altri, che decideranno poi se assegnarci quel credito, e quelli che assegnano il credito, essi stessi son sottoposti allo stesso criterio. Il denaro è il misuratore di ogni cosa, e cosa misura il denaro?? Il denaro, questo è il capitalismo. Vi è sì circolarità logica, ma il capitalismo non è logico.

“Quando impareremo che non si può ragionare con una tigre quando la tua testa sta nelle sua bocca”[4], grida da qualche parte Churchill nel film “L’ora più buia” (2017).
Non lo impareremo mai: le vicende storiche ci danno l’ esempio di questo “per soprammercato”, per così tante volte, che al momento possiamo dire, senza tema di errore, che tale lezione non sarà pressoché mai appresa. Solo che la “tigre” in questione non è quella dei vari dittatori che si son susseguiti, e continuano a susseguirsi, nelle varie vicende storiche, la tigre più tigre che c’è è il capitalismo. Qui Mao si sbagliava: la tigre “di carta” era il comunismo, la tigre vera, la tigre “di ferro”, era il capitalismo.
Non il comunismo … che aveva forza sì, ma una forza debole. In quanto attribuiva al suo avversario una natura che quest’ultimo non aveva. Né, poi, era disposto a rimettersi in questione, poiché avrebbe dovuto ammettere che le premesse del suo stesso ragionare erano inficiate alla radice. Per questi motivi le cose sono andate nell’ unico modo in cui potevano andare, nel contesto storico concreto, e non in teoria.

Sempre nel libro – citato prima in nota – di Baudrillard, quest’ultimo parlava dello “spazio politico”[5], come spazio di simulazione, com’effetto di trompe l’oeil, e che, però, consentiva l’azione proprio perché spazio. Parlava anche di Machiavelli e della sua percezione della natura illusoria dello spazio politico, tuttavia del tutto necessario per poi avere un concreto e reale “fare” politico.
Oggi questo spazio non c’è più, e non conta né quanto se ne abbia nostalgia né proiettare i propri desiderata con lo scopo di ricostruirlo: non possiamo ricostruirlo. Ma è chiaro allo stesso modo che, se non vi è spazio politico, non vi può essere politica tout court. Di qui la vera radice della crisi della rappresentanza e della democrazia: essa è radicale, profondissima, la rappresentanza come istituto si è andata perdendo non solo per delle ragioni pratiche, o “tecniche”, potendosi ritornare allo stato precedente in modo molto semplice: cioè modificando queste ragioni “tecniche” stesse. E’ che la velocità stessa di un sistema che funziona ormai da se stesso, e per se stesso, ha tolto di mezzo lo spazio concreto, ed oggi si nutre della nostra stessa vitalità, pare quasi di stare senza respiro, tutto scappa in modo tanto rapido quanto inefficace. 
Non può, infatti, esserci alcun tipo di spazio politico là dove il sistema funziona, e il suo funzionamento porta solo ad un altro funzionamento, ed ancora ed ancora, senza fine. 
Quale spazio di manovra potrà mai esserci qui … 
domanda retorica …

Andrea A. Ianniello


[1] Il quale scrisse, appunto, Memorie del sottosuolo, nel quale metteva alla berlina gli “ideali”, cosiddetti “ottimistici”, del suo tempo, cf.
https://it.wikipedia.org/wiki/Memorie_dal_sottosuolo.
Quel sottosuolo, che fu messo in moto dalla Rivoluzione russa, oggi nessuno lo rappresenta più, ma tu lo vedi ogni giorno, uscendo di casa, andando sui treni, passeggiando per i luoghi dispersi e privi di senso e valore, dei quali la “nostra” epoca dell’egoismo neoborghese tanto è costellata, come castelli all’inverso. Ma vi è oggi il consenso, ricordiamocene, grossa differenza con la Rivoluzione russa, con il moto dei “diseredati”, del quale, ancora, in modo e maniera residuali, Pasolini parlava, ma che già nel suo tempo era una cosa marginale, perdente, trapassata insomma, il treno del giorno prima, per usare la sua efficace metafora: e chi conosce le ex-patrie ferrovie, troverà questa metafora molto ma molto calzante. Sulla Rivoluzione russa: “Mi domando perché io mi sia sentito più debole, più vulnerabile dopo la sconfitta della prima guerra mondiale che non dopo quella della seconda, benché la catastrofe sia stata nella seconda ancora più grande. Probabilmente, si erano raggiunti allora strati più profondi, soprattutto grazie alle radiazioni della rivoluzione russa. Questo genere di cose si avverte non tanto nei fatti, quanto piuttosto nei mutamenti dell’atmosfera, quei mutamenti che Alexander von Humboldt ha descritto nei suoi studi sui terremoti equinoziali. L’aria si fa pesante, prima che le città vacillino, prima che chiese e palazzi crollino”, E. Jünger, Avvicinamenti. Droghe ed ebbrezza, Multhipla Edizioni, Milano 1982, p. 207, corsivi miei. Vi è una recente riedizione di questo libro con altro editore, ma cito l’edizione originaria, per causa della data.
[2] “La dimensione magica appartiene naturalmente al genere umano, senza bisogno di ricorrere al soprannaturale. La sua forma più sottile si manifesta nell’arte della seduzione, quando si cerca di colpire una persona cui si è interessati con lo sguardo, con le espressioni del volto, con il linguaggio del corpo e con l’intonazione della voce; l’attrazione fisica, di per sé, raramente basta. Lo stesso rituale può essere riscontrato in forma più primitiva e potente nel regno animale, là dove alcuni predatoriincantanoletteralmente le proprie prede con movimenti ipnotici finché non arriva il momento di scattare all’ attacco”, P. Roland, Il nazismo e l’occulto, Riverdito Edizioni, Trento 2009, p. 13, corsivi miei.
[3] “L’attrazione immediata del canto, della voce, del profumo. Quella della pantera profumata (Détienne: ‘Dioniso messo a morte’). Secondo gli antichi, la pantera è l’unico animale che emana un odore gradevole. Le basta nascondersi (la sua vista, infatti, le spaventerebbe e le farebbe fuggire) e il suo profumo le strega – trappola invisibile in cui si lasciano catturare. Ma questo potere di seduzione le si può rivolgere contro: a caccia la si cattura attirandola con profumi e vari odori aromatici. Ma cosa vuol dire che la pantera seduca con il suo profumo? Cosa seduce nel profumo? (e d’altronde cosa fa che questa leggenda sia a sua volta seducente? Qual è il profumo di questa leggenda?). Cosa seduce nel canto delle sirene, nella bellezza di un volto, nella profondità di un baratro, nell’imminenza della catastrofe, come nel profumo della pantera o nella porta che dà sul vuoto? Una forza d’attrazione nascosta, la potenza di un desiderio? Termini vuoti. […] il profumo della pantera è […] un messaggio insensato – e, dietro, la pantera è invisibile, come la donna sotto il trucco. Non si vedevano neppure le sirene. L’ incantesimo è costituito da ciò che è nascosto [corsivi miei]”, J. Baudrillard, Della seduzione, Cappelli editore, Bologna 1980, corsivi in originale, i corsivi miei indicati da parentesi quadre. Nemmeno il capitalismo si vede: come la nebbia per Totò, c’è, ma non si vede …. Il “padrone” è solo un emissario, un servo, uno a servizio di “altro”, che ben sa che, se solo si azzardasse a non seguire i “dettami”, sarebbe subito fatto fuori spietatamente: in tal senso, Pasolini era distante anni luce dalla retorica operaista della sua epoca.
Ed ha poi avuto ragione Pasolini, alla fine, seppur in modo postumo, non chi tanto lo criticava in quell’epoca. Chi era davvero fuori dalla sua epoca, insomma, era chi lo criticava: chi era davvero nell’ epoca e nei tempi, era invece Pasolini.
Disguidi della fama ….
[4] Cf. https://www.youtube.com/watch?v=dTu2V4xVSb8.
[5] Ivi, p. 93, vi è il passo citato; ma la discussione occupa invece p. 93 e la pagina seguente. “Così gli studioli del duca di Urbino, Federico da Montefeltro, nel palazzo ducale di Urbino e di Gubbio: minuscoli santuari […] al centro dell’immenso spazio del palazzo. Quest’ultimo è il trionfo di una sapiente architettura prospettiva, di uno spazio dispiegato secondo le regole. Lo studiolo è un microcosmo inverso: separato dal resto dell’edificio, senza finestre, senza un vero e proprio spazio […]. Se il palazzo nel suo complesso costituisce l’atto architettonico per eccellenza, il discorso manifesto dell’arte (e del potere), cosa dire dell’infima cellula dello studiolo, che si affianca alla cappella come un altro luogo sacro, ma con un leggero sapore di sortilegio? Ciò che qui traffica con lo spazio, e quindi con tutto il sistema di rappresentazioni che governa il palazzo e la repubblica, non è molto chiaro”, ibid., corsivo mio. “In qualche modo sin da Machiavelli i politici l’hanno forse sempre saputo: all’origine del potere c’è solo la padronanza di uno spazio simulato […] le cui azioni manifeste ne sono soltanto l’effetto realizzato”, ivi, p. 94, corsivo in originale.




7 commenti:


  1. Qui su, nel link dell’ultima intervista di Pasolini, si parla della “situazione”: eh sì, il “potere” viene dalla “situazione”, cf.
    http://associazione-federicoii.blogspot.it/2016/05/shi-il-poterecircostanze-dallintro-di.html




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  2. Un’altra considerazione s’impone: il lato “seduttivo” del potere, come affermato ne “La leggenda del Grande Inquisitore” di Dostoevskij, **al netto**, però, delle polemiche ottocentesche sul potere papale e sulla “libertà” **versus** il “dispotismo”, come si diceva in quell’epoca. **Al netto**, cioè **togliendo** queste cose passate anzi trapassate proprio.
    Che cosa rimane? La “seduttività” del potere. E chi l’ha rappresentata al massimo nel secolo passato? Hitler.
    Dunque il legame fra Hitler e l’Anticristo **non sta** certo nella “dottrina”, ma nella capacità di affascinare, ancor oggi, peraltro: come ha dimostrato l’autore di “Hitler and the power of aesthetics”, tutto l’armamentario che rende ancor oggi vivo il nazismo come **immagine** nel mondo, fu creato da Hitler stesso, “lui meme”, personalmente. Oggi ci si dimentica di quanto fosse apprezzato Hitler all’epoca, di come si considerasse tipo Rosenberg il “fanatico” e Hitler colui che **controllava** i “fanatici”, pur essendo l’esatto contrario …. Ma l’umanità, come ben si sa, non impara mai …
    Dunque proprio all’**opposto** di quel che pensava Dostoevskij, o Rozanov che ne scrisse, il problema non è il potere **centralizzato** cosiddetto “onnipotente”, che viaggia come “fantasma” senza corpo sulla Rete nei siti complott®isti, ma è la **libertà** solo **individuale**, divenuta l’unico “valore”, e che ha semi distrutto il mondo. Come già la pensava “illo tempore” Baudrillard, proprio l’ “incubo libertà”, la perdita di ogni valore tranne l’egoismo neoborghese, proprio questo poteva agire come seduttore per il fattore contrario. Ciò è possibile, ma, oggi, nessuno farà mai qualcosa se non a favore della libertà stessa e in suo nome: la distruggerà ma in suo nome dunque tutti quelli che straparlano dell’ “Anticristo” figurandoselo come uno Stalin **non han capito proprio niente**, son su vie sbagliate, seguono gli orari di vecchi treni ormai passati. In una parola: i rottami della guerra fredda, che ancora gironzolano, non solo non aiutano, ma son di danno, in quanto forzano su vecchi tragitti, ormai non più agibili.
    Questo sistema nel quale la libertà **solo individuale**, eh, **solo** individualistica, è al centro di tutto ed ha dominato e domina l’intero globo, è il sistema della “Grande Prostituta”, variamente identificato nel corso della storia con la Chiesa cattolica o qualche altra potenza, **in quel momento lì** dominante. Al contrario, è un sistema, non identificabile pienamente con nessuna istituzione vigente, tanto oggi quanto ieri. Un “sistema” vuol dire un qualcosa che si struttura e si costruisce d’interrelazioni, non un qualcosa di omogeneo.
    Poi d’altro canto, l’ “Apocalisse” parla chiaro: ben diversamente da quel che pensavano tanto Dostoevskij quanto Rozanov (o da tante altre interpretazioni), i quali criticavano – appunto – la “Grande Prostituta di Babylonia”, il seguaci della “bestia” **odiano** la Prostituta, la odiano, ne vogliono la fine. Gli è loro servita ma, dopo un certo tempo, appartiene ad una fase passata.




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    1. Diversamente da quel che molti ritengono, l’identificazione “Grande Prostituta” con “seguaci della ‘bestia’” non ha basi, nell’ “Apocalisse” di Giovanni … i due gruppi si sostengono fra loro, **sino ad un **certo** punto**, poi si separano, e **combattono** fra di loro.


      Ora non so, vogliamo dar ragione all’ “Apocalisse” di Giovanni? O non? Beh, questo dipende da come la si pensi. Non sta certo a me dirlo.









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  3. In una recente trasmissione su Rai Storia – condotta da P. Mieli – si è parlato di Churchill e, tra le altre cose, han fatto vedere proprio quel passo da “L’Ora più buia” qui sopra citato (qui sopra nel link da youtube).
    Ma una cosa non hanno evidenziato, nella trasmissione, un piccolo particolare, tuttavia decisivo: Churchill è sempre stato anticomunista, anti stalinista per la precisione, ed aveva sempre temuto l’espansionismo di Stalin, com’è stato lui a pronunciare la famosa espressione “cortina di ferro”. Tutto verissimo. E tuttavia, tuttavia con Hitler, per lui, era diverso, questo fatto **non è** stato segnalato adeguatamente. Non si trattava di un “nemico”, tanto politico quanto **ideologico**.
    No. Per Churchill, Hitler era “il” male. Non “un” male: era “il” male. Stalin è “un” male, le dittature sono “un” male, e ce ne sono state tante, e ne sarebbero poi state ancora tante, come oggi, dove le debolezze strutturali del concetto democratico han fatto risorgere tante dittature. Hitler era diverso, per Churchill. Questo fatto può essere oggi accettato o non. Tuttavia, rimane fermo che, per Churchill, Hitler non era “un” male: era “il” male. E il film suddetto lo evidenzia molto ma molto bene, quando Churchill si vede costretto a cercare un “appeasement” che ha sempre rifiutato, e, nel dettare alla dattilografa le frasi, si lascia sfuggire cose **davvero** pensava di Hitler.
    Prova ne sia, poi, che nella sua “Storia della Seconda Guerra Mondiale” – per la quale fu insignito di un Nobel per la letteratura – Churchill ha una buona parola per tutti: da vincitore generoso ha buone parole anche per Mussolini, per Rommel, persino per Stalin. Non per Hitler.
    Il che la dice lunga.

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    1. Da “dove” Churchill trasse l’idea che, con Hitler, ogni forma di “appeasement” fosse vana o dannosa, in questo **contro** il comune sentire della gran parte dei conservatori, in Inghilterra come fuori di essa, contro un sentire **comune** in Europa – e non dimentichiamoci mai di questo **fatto **!! E qui, certe intuizioni di G. Galli sono giuste. Probabilmente, Churchill frequentava “certi” ambienti vicino all’aristocrazie inglese, che vedevano Hitler come baluardo contro l’odiato “bolscevismo”, come si diceva all’epoca – ambenti ricollegabili **anche** (ma **non** solo) con quelli che ruotavano “intorno” alla “Golden Dawn”, per esempio, oppure ai suoi succedanei di varia natura o forma o appartenenza.


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    2. “Ma vi è un altro e meno noto aspetto. Se si suppone che le associazioni esoteriche, del tipo della Golden Dawn, abbiano continuato ad esistere, benché **prive di peso politico**, anche negli anni Trenta, uomini cresciuti nella cultura dell’esoterismo potevano anche ritenere di avere interlocutori organizzati condividenti una comune ipostazione. Crowley che lasca l’Inghilterra nel 1914 8quando scoppia il conflitto tra i due rami ariani) e vi torna nel 1932 (quando Hitler prepara una guerra all’Est sulla base di una possibile intesa con l’Inghilterra) è un indizio da tenere costantemente presente [d’altro canto, lo stesso Guénon reputava che Crowley avesse influito sul primo nazismo, quello più “occulto”, prima che divenisse sempre più “politico]. Sotto questo profilo è i grande importanza una valutazione del ruolo di Churchill. Si tratta di un conservatore con tratti **reazionari**, che nel 1926 voleva impiegare l’esercito contro gli scioperanti. E’ convinto che la democrazia rappresentativa sia il governo ideale per i popoli di lingua inglese, ma poco esportabile e per nulla adatta per alcuni popoli come l’italiano [in nessuno dei due campi sbagliava del tutto ….!!]: da qui l’ammirazione per Mussolini (scrisse articoli per il ?Popolo d’Italia’) nel 1927) sino al patto con Hitler, ammirazione che ha fatto parlare di **ompromittenti carteggi**. **Anticomunista convinto**, infine, Churchill poteva essere tra i più sensibili all’impostazione hitleriana: intesa con l’Inghilterra per il ‘Drang nach Osten’. Invece Churchill è **il più intransigente oppositore** di **ogni** politica d’intesa con la Germania nazista. La osteggia con una ostinazione che ne farà agli occhi di Hitler un nemico personale, che ingiuria e disprezza. Si può supporre che Churchill abbia motivi particolari per ritenere impossibile qualsiasi intesa, che invece l’ala più reazionaria del partito conservatore [la sua!!] riteneva possibile [che poi è precisamente la fase di cui tratta il recente film “L’Ora più buia”, questa fase in cui la sua corrente conservatrice avrebbe voluto fare un “appeasement” con Hitler per mezzo della mediazione di Mussolini]”, G. GALLI, “Hitler e il nazismo magico”, RCS Libri & Grandi Opere, Milano 1994, p. 207, con “**” son indicati i corsivi miei; i miei commenti sono fra parentesi quadre.

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    3. “Il futuro premier avvertiva che il nazismo era **qualcosa di più** di un sistema politico. **Aveva obiettivi non negoziabili**. E forse aveva punti di riferimento in Inghilterra tra gli eredi e continuatori delle società esoteriche, diffuse nei ceti superiori che Churchill ben conosceva. E’ in questo quadro che si può spiegare il suo comportamento nel caso Hess, che fece di tutto per gestire in modo che non se ne avvertisse l’autentica portata, che avrebbe potuto compromettere personalità inglesi non di secondo piano. Churchill fu dunque un oppositore intransigente della politica di ‘appeasement’, anche se non poteva ignorare le difficoltà effettive della politica estera inglese [di nuovo, è la fase di cui tratta il film “L’Ora più buia”]”, G. GALLI, “Hitler e il nazismo magico”, RCS Libri & Grandi Opere, Milano 1994, pp. 207-208, con “**” son indicati i corsivi miei; i miei commenti sono fra parentesi quadre.




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