mercoledì 7 febbraio 2018

Eberhard Horst – di nuovo – Federico II e “I Tre Impostori”







“I quesiti filosofici e naturali a suo tempo posti [le Questioni siciliane] dall’
Imperatore ai più famosi sapienti islamici e latini sono autentici.
Sulla sua figura si aggiunsero però molte dicerie che furono
sulla bocca di tutti e lo caratterizzarono come ‘uomo teso
ad esplorare ogni cosa del cielo e della terra’, rafforzando l’
idea di una natura imperscrutabile, quasi demoniaca di quest’uomo,
la cui avidità di sapere non arrestava innanzi a nulla.
Fra Salimbene da Parma, monaco francescano, narra in una
sua cronaca di una serie di bizzarri esperimenti compiuti da Federico:
le sue ‘folli idee’, come egli le definiva. […]
La cronaca di Salimbene, […] doviziosa di particolari
e scritta in uno stile […] colorito, non è scevra da qualcosa
di assai prossimo al pettegolezzo”[1].




“Questo ritratto del carattere di Federico [come di un “epicureo”, che in quel tempo valeva come quello di uno “spregiatore” dell’ “altro” mondo] era molto diffuso, tanto che Dante lo riprese, ponendo l’Imperatore nell’Inferno (canto X), tra i dannati epicurei e gli spregiatori dell’aldilà. Effettivamente il tenore di vita di Federico, le sue inclinazioni, l’ambiente di cui si circondava davano continuo àdito a simili congetture. Non v’è dubbio che la sua potente individualità e l’ampiezza dei suoi interessi trascendessero la corrente mentalità cristiana, ma occorre anche tener conto che la propaganda degli avversari nulla tralasciava per propalare il ritratto di un miscredente, di cui i semplici fatti non bastano però ad accertarne l’autenticità.
Emblematica in tal senso, è la misteriosa storia dei tre truffatori, o, più precisamente, l’affermazione secondo cui sarebbe d’attribuirsi a Federico lo scritto infamante ‘de tribus impostoribus’. Nell’invettiva che accompagnava la seconda scomunica dell’Imperatore, papa Gregorio IX sosteneva: ‘Questo sovrano della pestilenza ha dichiarato apertamente – e usiamo le sue stesse parole – che tutto il mondo è stato ingannato da tre impostori: Cristo, Mosè e Maometto: due di essi morirono onorati, il terzo inchiodato ad una croce’. Questa accusa manca di ogni prova, anche il Concilio di Lione del 1245 in occasione della deposizione di Federico, non ne fa più parola. La supposta dichiarazione ricompare una sola volta soltanto in un libretto intriso di livore del 1245. Qualora fosse esistito anche il minimo indizio di un simile giudizio pronunciato dall’Imperatore, non v’è dubbio che i suoi accusatori ufficiali non se lo sarebbero lasciati sfuggire.
Secondo Martin Grabman, ‘le prima origini del detto sono rintracciabili nella setta araba dei Quarmati [Qarmati, una setta sciita eterodossa] nel X secolo e trovano la loro definitiva versione intorno al 1080 in Nizâm al-Molk [il ben noto visir dell’impero selgiuchide – vissuto negli anni 1080-1092, e che, tra l’altro, favorì la salita al potere degli ash’ariti, l’interpretazione “classica” sunnita – tra l’altro, amico (prima, poi nemico) di Hasan-i Sabbah, oui, lui même, il Veglio della Montagna, il fondatore di ‘Alamùt; molti pensano che l’origine di tale idea sia piuttosto nel “demonico” Hassân, infatti che cosa ne avrebbe avuto da guadagnare Nizâm, tra l’altro, sostenitore dell’ “ortodossia” sunnita??; nota mia]’. Nella lingua latina il detto dei tre impostori si ritrova per la prima volta nello spagnolo Tommaso Scoto, un monaco espulso dall’ordine verso il 1335. La frase blasfema viene comunque attribuita anche ad Averroè o ad uno dei primi aristotelici, Simon de Tournai, docente a Parigi intorno al 1200.  Si tratta probabilmente di ‘un’accusa contro gli eretici […] messa in bocca a Federico dai suoi detrattori’.
Appare d’altronde […] assai discutibile che egli abbia ‘pronunciato apertamente’ o anche solo citato una così grossolana bestemmia contro Cristo, Mosè e Maometto. Tralasciando la sua spregiudicatezza, sarebbero bastate la sua astuzia, e la sua prudenza, a trattenerlo da una tanto sacrilega osservazione.
L’interrogativo sulla religiosità o irreligiosità di Federico finì, attraverso calunnie, distorsioni, insinuazioni, malintesi e soprattutto insistenze dei suoi avversari, per essere avvolto da un buio quasi impenetrabile. E’ stato ricordato che egli stesso offrì più volte l’occasione per suscitare […] dubbi sulla propria ortodossia; è escluso che esistesse un divario tra quanto affermava in pubblico e il suo pensiero personale. Resta il fatto che i sostenitori del suo ateismo non riuscirono mai a produrre prove risolutive.
A questo proposito assume una certa importanza un documento del figlio Manfredi [Manfred], scritto dopo la morte del padre e contenente alcuni cenni all’educazione spirituale ricevuta a corte, e le paterne sollecitudini dell’Imperatore in tal senso.
E’ un documento importante perché, di tutti i figli, Manfredi fu personalmente il più vicino a Federico e trascorse la maggior parte della vita accanto a lui. […] Ragazzo, Manfredi accompagnava il padre nelle cacce col falco e si dimostrava animato dai suoi stessi interessi: a lui è dedicato il trattato di falconeria[2]
Da tal documento si evince, “al di là di ogni ragionevole dubbio”, come suol dirsi, che è “improbabile che Federico fosse un materialista, anzi, un ‘eternista’ [= seguace di Averroè, di una interpretazione di Averroè, per esser più chiari, ma che, in ogni caso, non è un “epicureo”; nota mia], convinto dell’eternità del mondo [Averroè] e negatore dell’immortalità dell’anima”[3].





Andrea A. Ianniello





[1] E. Horst, Federico II di Svevia, Rizzoli Editore, Milano 1981, p. 192.
[2] Ivi, pp. 194-195, miei commenti fra parentesi quadre, corsivi miei.
[3] Ivi, p. 196, miei commenti fra parentesi quadre, corsivo mio.




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