mercoledì 24 gennaio 2018

L’un per cento, **NON** “The Happy Few”, ma, DI CERTO, “The CHOSEN Ones”







“1819: è su pressione degli stessi imprenditori e proprietari, e poiché la giurisdizione
troppo severa della pena di morte bloccava la macchina penale (i giurati potevano scegliere solo tra la pena di morte e l’assoluzione), che essa è abolita per un centinaio di casi (Inghilterra). La sua abolizione corrisponde quindi a un adattamento razionale, a una maggiore efficacia del sistema penale. Koestler (La peine de mort, p. 35, Le code sanglant): ‘La nostra pena di morte non è affatto l’erede dei roghi del Medioevo. Essa ha una propria storia. E’ il residuo di una giurisdizione che è contemporanea dello sviluppo dell’economia politica, e la cui fase più feroce – il “Codice sanguinario” inglese nell’Ottocento – coincide con la rivoluzione industriale. Il costume medievale prevedeva la morte per alcuni casi particolarmente gravi. Poi la curva diventa ascendente, collegata alla difesa sempre più strenua della proprietà privata, fino a un culmine fra il XVII e il XIX secolo’. La curva è quindi la stessa dell’ascesa della classe borghese capitalistica. E la recessione dopo il 1850 non è l’effetto di un progresso umano in assoluto, ma del progresso del sistema capitalistico”[1].




Ha destato “scalpore” – molto ipocrita – la, ben nota[2], notizia secondo la quale “l’1% possiede ben il 90% della ricchezza”, mentre al 50% della popolazione mondiale (= ben 3,5 **miliardi** di “persone”) giunge solo lo 0% della ricchezza mondiale prodotta”. 
Come s’è detto: tutt’altro che una novità. Si chiama con un nome preciso: capitalismo, e civiltà capitalistica, che così è stata sin dal principio.
Quando sorse la civiltà capitalistica – va ricordato – si generò una disparità di ricchezza maggiore di quando essa non esisteva: una disparità maggiore
Gli slums di Londra e le bellissime case, o ville, coesistettero, a breve distanza.
Ricordiamoci anche tutte quelle denunce ottocentesche del fatto basate ovviamente su di una mentalità sentimentale, che Marx detestava, ma tant’è. Nacquero le varie “Trade Unions”, ecc., ecc.: non sto qui a ripercorrere la storia, la do per scontata.
Vi son utili “reminder” – vecchi libri o nuovi siti – che consentono un breve ripasso, in forma di sunto, per chi avesse bisogno di un rapido ricorso, di un ripasso.
Nel corso del XX secolo, ma solo dopo la Rivoluzione bolscevica[3], pian piano le cose iniziarono a cambiare, mentre, dopo il ’29, si fece strada la necessità d’ibridare il capitalismo con degli **elementi** del “socialismo”, allo scopo di salvare il sistema stesso, chiaro.
Questa fase ha avuto l’acme del suo successo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Poi, di seguito, pian piano, l’erosione delle “rendite di posizione” derivanti da quella figurazione sociale, costringeva il sistema stesso a cercare di mantenere il suo imperativo categorico: espandersi.
Non poteva, tuttavia, che mirare a distruggere quello stato della società, pericoloso perché l’abbondanza di mezzi a disposizione di classi un tempo “svantaggiate” – come suol dirsi con la consueta ipocrisia del lessico economico -, favoriva la critica “interna” del sistema. Questo fatto era potenzialmente pericoloso. 
Una tale ristrutturazione si è presentata come “neoliberismo”. 
E cioè la riscoperta di un capitalismo “liberato” da qualsiasi altra finalità che non certo lo sostituisse, ma che gli si affiancasse. Il risultato è stato, ma che cosa casuale …, il pieno ritorno alla strutturazione di base, l’1% ha il 90%. Punto.
Quel che fungeva da calmiere era lo stato: un “terzo”, che agiva da relativo “re-distributore” della ricchezza – con lo scopo, chiaramente, di mantenere il consenso.
Due dovevano, dunque, esser gli obiettivi di questa fase di ristrutturazione sistemica, operata tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli Ottanta del secolo scorso: 1) diminuire, se possibile contrarre, le prerogative dello stato; 2) raggiungere un consenso globale con altri mezzi, anche di “comunicazione di massa”, come suol dirsi.
Chiaro che i due punti s’implicavano: dal consenso globale derivava la sempre minor necessità di uno stato re-distributore – e quest’ultima contrazione la si poteva raggiungere in concreto se e solo se vi fosse un consenso globale dato una volta per tutte.
Come tutti sanno, i due scopi sono stati raggiunti.
Dopo è iniziata una Terra incognita, che mai s’è vista, nella storia oggi conosciuta, per lo meno, e giungiamo all’oggi, con le crisi, ripetute, per ragioni solo interne al sistema, senz’alcuna pressione dall’esterno, e che han portato le Banche centrali a divenire delle regolatrici globali dei flussi valutari e finanziari, e cioè a sostituirsi alla cosiddetta longa manus del sistema, alle ingenue illusioni, e sciocchezze, sul “libero” commercio e la tendenza del mercato ad “equilibrare” le differenze, cioè l’ ideologia del capitalismo ingenuo, come la chiamo.
Il capitalismo reale – come c’era il socialismo reale e quello utopico, o ingenuo, come lo chiamo – non ha mai e poi mai funzionato secondo i dettami dell’ ideologia del capitalismo ingenuo.
Il capitalismo, infatti, necessariamente porta gli attori del mercato più forti a condizionare quelli più deboli.
E “condizionare” è un chiaro eufemismo.
L’1% – “The Chosen Ones” – è sempre stato l’ossatura centrale, decisiva, dell’ intero System.
E cioè l’ “aristocrazia del denaro”, che non è una cosa teorica, ma ben reale.
Ci si può sì entrare, ed ecco la differenza, di sostanza, con l’ ancien régime, in quanto aristocrazia “aperta”, non per questo, però, non è un’aristocrazia, come la pensano, sbagliando, la gran parte dei nostri contemporanei: e cioè si tratta di un qualcosa in cui si può “entrare”, ma se e solo se si è in possesso di un determinato requisito: la ricchezza oltre una certa soglia.
E tale ricchezza “oltre una certa soglia” – o sogliola, come dico per scherzo – la si può accumulare in base a certi fattori, fra i quali il religioso rispetto dei dettami sistemici è il primo ed il più irrinunciabile. “Nessun giocatore è più grande del gioco stesso” (“Rollerball”). Come disse qualcuno: “L’imprenditore non è libero. Ha il più spietato dei padroni: il mercato”. E non è una persona, è una macchina, è un sistema.
Chiedete a qualsiasi imprenditore, e vi dirà questo: se tu non rispetti certi funzionamenti, sei fuori; e non puoi prendertela con nessuno: “funziona così”, dicono. Te la devi vedere con un treno in corsa, non con un macchinista.
In Italia gli imprenditori si lamentano perché dicono: Non solo dobbiamo rispettare il “funziona così”, ma pure i lacci e lacciuoli della burocrazia e l’inefficienza cronica e costosa della politica. Di questo si lamentano. Non del “funziona così”.
In tal senso, un sistema così non c’è mai stato nella storia conosciuta, e per davvero.
La colpa non è tanto dei “cattivoni” – e tutti quelli che così la pensano (legione, oggi) dimostrano solo di non avere la benché minima idea del mondo in cui vivono –, ma del sistema, della macchina, messa in moto e sempre più auto regolantesi, con modalità cibernetiche. Questo non vuol dire che i “cattivoni” non ci siano: ci sono, ci sono. Solo che son quelli che, con più religioso zelo, han seguito i dettami capitalistici. Eh sì, religioso zelo, perché, a suo modo, il capitalismo è stato – ed è – una sorta di religione, religione dell’economia. Si parli con certi ambienti americani, e ce ne si renderà conto: una religione civile dell’economia. Per questo la battaglia contro il comunismo era una “guerra santa”, dal loro punto di vista.
Ma non è che costoro siano in grado di controllare, oggi, questo sistema stesso. d’ indirizzarlo.
Nemmeno sarebbero in grado di ridargli forma, qualora collassasse: e quest’ultimo punto è molto importante. L’ unica e sola cosa che possono fare è perseverare nella direzione presa, ampliando sempre di più lo “spettro di controllo” del sistema. Punto e basta.
Non possono far altro.
Il che fa capire che siamo in una fase di “dirittura finale” di un System storicamente determinato …

Che una tale suddivisione della ricchezza, in modi così diseguali, sia un fatto sostanziale nel capitalismo, è cosa ben nota, sin da Marx, fra gli altri. Ma qui, di seguito, si citerà Wallerstein, che, pur condividendo alcune tesi di Marx, l’ha – molto ma molto giustamente – criticato a riguardo della genesi del capitalismo e della concezione che Marx aveva della classe borghese: si tratta di passi da me già citati, in altri vecchi post, dove la ragione sta in Wallerstein e non in Marx: qui, fra gli altri punti, Marx non ha errato, ha “toppato”, alla grande, e sono stati tra le cause del suo fallimento.
Ma torniamo a noi, alla disparità sostanziale del sistema nel quale – ma talvolta non del quale … – viviamo. “Mi sembra che l’unica questione pertinente sia: cui bono? E’ chiaro che le dimensioni dello strato privilegiato come percentuale dell’insieme sono cresciute significativamente nel capitalismo storico [1% di sette miliardi: circa settanta milioni, più dell’Italia]. E per queste persone il mondo conosciuto è nel complesso migliore di quello conosciuto da chiunque si sia trovato in precedenza in condizione privilegiata. Essi stanno certamente meglio dal punto di vista materiale e in termini di salute, opportunità di vita e libertà dalle limitazioni arbitrarie imposte da piccoli gruppi dominanti. Se esse stiano meglio dal punto di vista psichico è una questione aperta alla discussione […]. 
Ma per l’altra estremità dello spettro, quella percentuale d’individui che va dal 50 all’85 per cento della popolazione mondiale e che non è destinatario di privilegi, il mondo conosciuto è certamente peggiore di quello conosciuto da chiunque in precedenza si sia trovato in analoghe condizioni di svantaggio. E’ probabile che queste persone stiano materialmente peggio, a dispetto dei cambiamenti tecnologici [e dunque che la tecnica sarebbe a favore dell’espansione “dell’umanità” non è vero, è a favore di determinate fasce d’umanità; nota mia]. In termini sostanziali, in quanto opposti a quelli formali, esse sono più soggette, e non meno, a limitazioni arbitrarie, poiché i meccanismi centrali son più pervasivi ed efficienti [e ciò grazie alla tecnica!!]. E sostengono il peso maggiore dei vari tipi di malattie psichiche, come pure della distruttività delle ‘guerre civili’. Il mondo della civiltà capitalistica è un mondo polarizzato e polarizzante. Come è riuscito allora a sopravvivere così a lungo? […] Ciò che finora ha salvaguardato il sistema è stata la fiducia nel riformismo incrementale, in un futuro superamento del divario [ed ecco la funzione delle varie “sinistre storiche”, oggi del tutto esaurita; nota mia]. […]
La civiltà capitalistica non è stata solo una civiltà di successo. E’ stata soprattutto una civiltà seducente [ed ecco la “Grande Prostituta” …; nota mia]. Ha sedotto persino le sue vittime e i suoi nemici”[4].
Continuava quindi, asserendo che, poiché tutti i sistemi storici son passeggeri, anche questo, di sì gran successo “globale”, lo è.
Tra gli effetti della sua crisi – di successo!! – vi era l’accumulo delle varie contraddizioni interne, come quella del processo d’impoverimento delle classi medie – in certe zone del mondo –, un processo che sta ormai da tempo accadendo nell’Occidente “storico”, un tempo, lontano ormai, unico santuario della religione dell’economia.
Ricordiamoci che, per Wallerstein, le classi medie fan parte del 10 o 15 per cento, che son quelli effettivamente “beneficati” dal sistema. Per lui, la quantità rimane più o meno costante, pertanto l’aumento di una classe media, nei paesi di recente ingresso nel sistema dell’economia capitalistica, non può che provocare l’impoverimento dello stesso ceto nella parte ormai ex centrale del sistema stesso. Di qui la propensione alla ribellione delle classi medie, nei paesi anticamente capitalistici, con la tendenza verso varie forme di “fascismo”, molto ma molo lato sensu inteso.

In uno studio, della fine degli anni Novanta, prevedendo la Grande Crisi del “sistema-mondo” – tutto, dal 2000 al 2025, Wallerstein e Hopkins facevano, in quel tempo, una molto interessante osservazione: che il sintomo della fine del sistema storico della civiltà capitalistica lo si sarebbe avuto qualora, dopo una grave crisicome quella del 2008 -, non si sarebbe avuta una, seppur molto parziale, redistribuzione delle ricchezze e della bilancia del potere, ma si sarebbe invece confermato l’assetto della ricchezza precedente alla crisi, anzi, si sarebbe aggravato. Le molto recenti notizie da Davos dimostrano che, dopo la crisi che è cominciata nel 2007, non solo l’aumento delle ricchezze ha potuto ricominciare come prima, ma che chi aveva già quelle ricchezze le ha, di fatto, aumentate.
Quindi neanche un processo di tipo “critico” intacca una distribuzione della ricchezza degna delle caste, che tanto la propaganda a favore del capitalismo ha, nei secoli, attaccato. Il sistema è in un “loop”, gira su se stesso.   

Tra le possibili “vie d’uscita” che Wallerstein prediceva, nel libro del 2000, qui sopra citato, citava il “fascismo”, cioè forme di deriva di “destra”, non certo la ripetizione pura e semplice degli anni Trenta del secolo scorso: nulla si ripete uguale, ma certe “configurazioni” presentano paralleli qualora certe cause ricorrenti si ripetano: nel nostro caso, è l’ impoverimento delle classi medie, che, tuttavia, son già, come dire, un gruppo relativamente limitato e privilegiato nel sistema del mondo capitalistico.
E tuttavia: proprio questo è quel che sta succedendo.
Per Wallerstein, questa risposta era falsa, e non poteva salvare il sistema mondo dalla sua crisi.
Il che non toglie potesse aver successo, com’è poi stato.
A tal proposito, della classi medie, Wallerstein osservava: “le nostre analisi nelle scienze storiche e sociali si sono concentrate su ciò che stava accadendo all’interno delle ‘classi medie’ cioè quel 10-15 per cento della popolazione dell’economia-mondo che assumeva più surplus di quanto ne producesse. All’interno di questo settore c’è stato davvero un appiattimento relativamente forte della curva tra il vertice (meno dell’1 per cento della popolazione totale [si osserva che questo è rimasto, in sostanza, così, l’ 1% cioè, solo un po’ espansosi; nota mia]) e i segmenti relativamente ‘intermedi’, o quadri (il resto del 10-15 per cento [le “classi medie”, cioè]). Gran parte delle politiche ‘progressiste’ degli ultimi secoli del capitalismo storico hanno portato a una notevole diminuzione delle diseguaglianze nella distribuzione del plusvalore tra quel piccolo gruppo che se lo è diviso. Le grida di trionfo di questo settore ‘intermedio’ per la riduzione del divario che lo separava dall’un per cento al vertice [che, in sostanza, è rimasto stabile, come s’è detto, il che contrasta in modo diretto con la narrazione che il capitalismo ha dato di sé, e con il consenso e l’opinione comune in Occidente, prima, e nel mondo, poi; nota mia] hanno mascherato la realtà del divario crescente tra essi e il rimanente 85 per cento”[5]. Va precisato che Wallerstein computa insieme sia il 50% che ottiene lo 0% della ricchezza prodotta, e il 35%, che ne ottiene briciole: se sommati, danno appunto l’85%.
Comunque poi, per la parte “intermedia” dell’Occidente poté iniziare il declino, in quanto – come s’è detto – la parte “intermedia” non può eccedere una determinata quantità, sennò si dovrebbe iniziare a ridistribuire anche qualcosa di chi fa parte del vertice (l’1%, i “Chosen Ones”), cosa che questi non accetteranno mai se non costretti, ed oggi nessuno c’è che possa, o anche solo voglia, costringerveli.
Se ben si vede, i vantaggi del “neocapitalismo”, di dopo il Secondo Conflitto Mondiale, in realtà, si riducono ad una redistribuzione relativa. Però all’epoca, erano le “sinistre” a portare avanti queste cose, oggi le “destre” difendono i residui di quelle “conquiste”. Questa congiuntura storica, tuttavia, non deve farci perdere di vista il punto centrale: queste politiche redistributive, delle “sinistre”, d’altra epoca, oggi fatte proprie da certe “destre”, hanno alterato i fondamenti del sistema? No.
Politiche similari fatte proprie dalle destre di oggi possono alterarlo? No; che è poi quanto volevasi dimostrare. Che le classi “intermedie” reagiscano allo stesso modo, solo cambiando colore, ma non la qualità di fondo, in realtà è del tutto normale. In caso contrario, dovrebbero rimettere in questione le finalità di fondo della civiltà capitalistica in quanto tale, tout court, e questo non sono in grado di farlo, posto che volessero, ma non vogliono nemmeno, in quanto una cosa del genere, oggi, è al di fuori di qualsiasi mentalità concreta.

Rimaneva il problema, sempre per continuare il ragionamento di I.  Wallerstein, di un’ uscita dalla “civiltà capitalistica”, una uscita che tuttavia potesse rappresentare una “ridistribuzione” delle ricchezze. Bella domanda: la classica “domanda da un milione di dollari”, o, al cambio esatto di oggi fra l’Euro e il Dollaro: un milione duecento ventiquattromila quattrocento dollari – vale a dire: 1.224.900 dollari – per l’esattezza ….


Andrea A. Ianniello







[1] J. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano 1979 (edizione originale Francia 1976), p. 191, corsivi in originale.   
[2] Cf.
https://shanepward.blogspot.it/2015/04/uranus-ingress-into-taurus-2018.html, laddove si può leggere (il link è dell’ agosto del 2015) che “the statistics revealed that the top 1% possess more than half the total money in the world”.
Nulla di nuovo.
Inoltre va detto che se le predizioni, a breve, del link appena citato, si sono rivelate sbagliate, non è detto lo stesso per quelle, relativamente, di più lungo periodo.
Per fare un esempio, il passaggio di Urano nel Toro ripete una figurazione astrale propria degli anni Trenta del secolo scorso, e, quindi, quella ribellione delle classi medie che è sempre stata la configurazione di varie forme di “fascismo”, termine quest’ultimo, però, assolutamente da non intendere come una mera ripetizione degli anni Trenta: la configurazione ha le sue similitudini, ma gli eventi non si ripetono mai uguali.
Il parallelo avviene nella configurazione alla base: la crisi delle classi medie porta quindi verso varie forme di nazionalismo, para fasciste, o fascistizzanti, pur con tutte le differenze del caso: per esempio, le classi “nuove”, che non rientrano nella dicitura “classi medie”, non solo impoverite dalla crisi, ma che in più non vedono prospettive di sorta, possono votare altri movimenti, e, dunque, non accettare la “proposta” della destra, ch’è una proposta, in realtà, molto vecchia.
Il punto centrale, tuttavia, è che l’ invecchiamento, sempre crescente, delle varie società occidentali fa sì che proprio le proposte più vecchie possano, oggi, aver in ogni caso molta audience.
[3] Per chi fosse interessato all’effettiva situazione della “Bell’époque”, e cioè prima della Rivoluzione d’ottobre – ma ricordiamoci che già vi erano le “Trade Unions” … -, cf. A. Butterworth, Il mondo che non fu mai. Una storia vera di sognatori, cospiratori, anarchici e agenti segreti, Einaudi editore, Torino 2011, soprattutto le pagine introduttive iniziali.
[4] I. Wallerstein, Capitalismo storico e civiltà capitalistica, Asterios Editore, Trieste 2000, pp. 109-110, corsivi in originale.
[5] Ivi, p. 83, corsivi in originale.

5 commenti:


  1. Il passo di Wallerstein, cui ho qui sopra fatto riferimento, relativo alla differenza tra lui e Marx a riguardo della genesi del capitalismo, lo si può leggere qui: cf.
    http://associazione-federicoii.blogspot.it/2017/04/la-situazione-nel-del-nostro-mondo.html, nota n°6.




    RispondiElimina
  2. Risposte
    1. Sui soliti nostalgici dello stato nazione: siete in grado di far pagare l’1%??
      Perché questo è il punto, se si vuole aumentare la base sulla quale operare, in quanto le classi medie occidentali sono state spremute a sufficienza. Non possono dar di più. Punto. Ora, nessuno lo dice nemmeno, ma, puta caso tal silenzio fosse, per qualche matto, mera tattica, ci sarebbe il problema di come fare concretamente, laddove, se tu poni certe tasse qui, il capitale corre lì: non lo puoi arrestare con i decreti legge.
      A parole tutti son bravi ….

      Elimina
  3. Interessante questo link, su Uramo in Toro, del febbraio del 2016:

    https://ddecoverley.wordpress.com/2016/02/04/2017-2020-global-economic-collapse/;

    ed anche quest’altro link:

    https://www.fxstreet.com/analysis/uranus-in-taurus-bankers-go-bonkers-201712011811.






    RispondiElimina