martedì 23 gennaio 2018

“FOCACCE MIRACOLOSE”. Reminder, Venti anni fa, iniziava l’area Euro, vecchi link







Il nuovo pessimismo deriva dal fatto che le cose stanno andando sempre meglio[1].



“Quando si vede che sul frontespizio di alcune edizioni cinquecentesche di Niccolò Machiavelli, alla Biblioteca Nazionale di Firenze, il nome dell’autore è cancellato da mano ignota, con un frego di penna, per dispregio, di quell’autore che aveva scritto sulla ‘debolezza nella quale la presente religione ha condotto el mondo’, viene in mente Friedrich Nietzsche, e quanto devono attendersi dalla giustizia dei posteri coloro che parlano al loro presente con vera durezza[2].


Qualsiasi tentativo di escludere l’ ‘irrazionale’ è irrazionale[3].


Qualcuno ha detto che con la democrazia vien esteso a tutti il privilegio di accedere a cose che non sussistono più[4].


Padre Ubu:
Controventraglia! Non avremo demolito tutto se
non demoliremo anche le rovine!
Ora, per questo, non vedo altro modo che
 equilibrarle in begli edifici ben ordinati[5].


Sulla potenza. ‘Il sentimento di potenza che io considero come il quarto attributo dello spirito [geist] moderno, consiste nella gioia che si prova nel mostrarsi superiori agli altri. Se si analizza questo sentimento, si constata che esso […] altro non è che una confessione involontaria ed incosciente di debolezza; per il che, esso costituisce anche uno degli attributi della psiche infantile. Un uomo veramente grande, naturalmente e interiormente, non annetterà mai uno speciale valore alla potenza esteriore. La potenza non offre alcuna attrattiva a Sigfrido, ma esercita un’attrazione irresistibile su Mime. Bismarck non si è preoccupato mai oltre misura della potenza, perché l’esercitava naturalmente. E così un re perché la possiede, non le dà un prezzo esagerato. Ma un mercantuccio della frontiera polacca che fa fare anticamera ad un re, perché questi ha bisogno della sua assistenza pecuniaria, gioisce della sua potenza esteriore, perché manca di quella interiore. Un imprenditore che comanda a diecimila uomini e gode della sua potenza rassomiglia al bambino che è felice di vedere il suo cane obbedire al minimo cenno [questa è la radice della “mania” per i cani oggi, soltanto che il cane non obbedisce, tanta è la nullità di chi li possiede per esserne posseduto; nota mia]. E quando non sono né denaro né una costrizione esteriore a procurarci un potere diretto sugli uomini, ci consentiamo di esser fieri di aver asservito gli elementi della natura. Donde la gioia puerile che ci procurano le ‘grandi’ invenzioni e scoperte [questa la causa di tutte quella manie per la tecnica, tipiche di oggi: nota mia]. Un uomo dotato di sentimenti profondi ed elevati, una generazione veramente grande, alle prese coi problemi più gravi dell’anima umana, non si sentirà accresciuta per il fatto della riuscita di qualche invenzione tecnica. Essa non attribuirà che una importanza insignificante a questi strumenti di potenza esteriore.
Ma la nostra epoca, inaccessibile a tutto ciò che è veramente grande, non apprezza che questa potenza esteriore, ne è lieta come un bambino e dedica un vero culto a quelli che la posseggono. Ecco perché gli inventori e i milionari inspirano alle masse un’ammirazione senza limiti’. Queste osservazioni appartengono ad un semplice libro di storia dell’economia. ‘Il Borghese’, di Werner Sombart.
Ma meritano di esser riportate anche qui come oggetto di utile riflessione, per coloro che sono portati a cadere in equivoco quanto al concetto della vera potenza.
La psicanalisi ha un termine per designare la situazione indicata dal Sombart: supercompensazione. ‘Supercompensazione’ è, nel nostro caso, ogni bisogno della potenza che serva a nascondere a noi stessi una effettiva debolezza e a distrarci dal compito di davvero superarla”[6].







E quante ce ne sono, in specie in tempo di elezioni[7] …, di “focacce (e di pesche) miracolose”!!!!
A tal punto, però, bisognerebbe sempre ricordarsi di due cosettine, fastidiose, oh , quanto fastidiose … 1) questi son fatti sistemici, non risolvibili con modalità nazionali; e 2) quel ch’è accaduto con la “globalizzazione”, e cioè, molto semplicemente, l’estensione e il dis-velarsi della natura profonda e reale del System – nel quale si vive,  è irreversibile, vale a dire: non è possibile ritornare allo stato precedente. Anzi, volendolo fare, si spinge ancor più il processo sulla via della dissoluzione.
Questo non viene capito per una caratteristica incapacità, molto tipica della “nostra” epoca: l’incapacità a pensare in maniera sistemica. Un sistema è più della mera somma dei suoi componenti[8].
Siamo alla fine di un lungo, lungo percorso: lo si è detto più volte. Ma, per me, non è possibile dimenticare quanto sangue, quanta sofferenza tutto ciò sia costato: quanti morti … Su ciò si sorvola sin troppo spesso, e molto abilmente, salvo computare i morti qualora si creda di poterne ricavare qualcosa.
Ho sempre creduto, invece, che dobbiamo loro qualcosa, almeno una parola, o una giustificazione; ho sempre creduto che dobbiamo loro anche di meno: una mera, semplice, labile, flebile, insufficiente spiegazione. E, quando parlo di questo passato, intendo in realtà qualcosa di ben preciso, il mondo “mythico”, di prima della storia, la cui vicenda – della storia – oggi stiamo esperendo terminare, in una maniera così misera; su questo mondo, che è sparito, per far posto al mondo di oggi, della finanza e dell’elettronica, cf.
Ed anche:
‘Scampoli del monto antico, “I cavalieri selvaggi” (“The Horsemen”, “Orgullo de estirpe”)’, cf.



Venti anni fa, iniziava l’area Euro, da me **sempre**, sin da illo tempore, avversata, ma, proprio per questo, non mi sono mai ritrovato con i “No Euro”, apparsi di seguito alla crisi del debito pubblico europeo, propria degli anni 2010-2011-2012. Ed oggi terminata.
Una serie di link su questo blog dimostrano, riproponendo vecchi scritti di una ventina d’anni fa, la differenza tra i No Euro di mo’ e l’ostilità all’Euro, che aveva delle radici proprio una ventina di anni fa, dunque più antiche.
La “stura” di quegli interventi – stabilizzanti – l’economia globale, che han dato libero corso all’Euro, sono in una crisi passata, quella asiatica del 1998, venti anni fa:
“Di una crisi passata, che si è ripresentata in forma diversa... interessanti certe cose scritte nel 1998... ”, cf.

Ma più specificamente sull’Euro: “Perché l’Euro **è stato un **totale fallimento ”, cf.
http://bakerstreetirregularfightclub.blogspot.it/2013/04/perche-leuro-e-un-fallimento.html.


Andrea A. Ianniello







[1] J. Baudrillard, La sinistra divina, Feltrinelli, Milano 1986 (edizione originale Francia 1985), p. 69, corsivi miei: ricordiamoci che sono frasi della metà degli anni Ottanta del secolo scorso, quarant’anni fa, quarantadue (dall’edizione italiana) … 
[2] G. Colli, Dopo Nietzsche, Adelphi Edizioni, Milano 1979 (edizione originale del 1974!!), p. 17, corsivi miei.
[3] J. Cage., Silenzio. Antologia da Silence e A Year from Monday, a cura di R. Pedio, Feltrinelli Editore, Milano 1971, p. 37, corsivi miei; in nota a pie’ pagina.
[4] R. Calasso, L’innominabile presente, Adelphi Edizioni, Milano 2017, p. 69, corsivi miei. La frase qui citata viene da La Rovina di Kasch, il libro sempre dello stesso autore, del lontano 1983.
Una recensione di quest’ultimo libro di Calasso (del 2017) è qui, cf.
La frase, poi, è riportata qui, con le ovvie, necessarie indicazioni sulla fonte, cf.
Interessante quest’osservazione di G. Pintor, che è testimone della dichiarazione di guerra di Mussolini a Piazza Venezia: “noi stavamo accucciati in un angolo in mezzo a quel curioso popolo di Roma che litiga e ride nelle circostanze più gravi”, in R. Calasso, L’innominabile presente, cit., p. 125. Verissimo, questo è un fatto tipicamente romano: questo è anzi, forse, l’unico tratto residuale che lega l’antica Roma con il presente. Non è rimasto altro, in realtà.
Viviamo tra rovine mute. Il passato non parla al presente: per questo l’Occidente è morto, è un cadavere. Al massimo, quello cui possono giungere i nostri contemporanei è di usare le mute rovine per farci soldi: accidenti che pensiero, il cervello gli si sarà fuso, a furia di pensare, le notti … E così termina il libro di Calasso: “In un foglietto isolato, non databile, oggi alla Biblioteca Jacques Doucet, Baudelaire ha raccontato il crollo di una immensa torre, che un giorno si sarebbe chiamata grattacielo. Provava un senso d’impotenza perché non riusciva a trasmettere la notizia alla ‘gente’, alle ‘nazioni’. Così dove contentarsi di sussurrarla ai ‘più intelligenti’. Ma anche il sussurro dovette aspettare più di un secolo per essere stampato. E nessuno lo notò. Le ‘nazioni’ non fecero in tempo ad accorgersi di che cosa le attendeva. Era tutto accaduto in sogno, in uno di quei sogni a cui Baudelaire era avvezzo […]: ‘Sintomi di rovina. Edifici immensi. Numerosi, uno sull’altro, appartamenti, camere, templi, gallerie, scale, budelli, belvedere, lanterne, fontane statue. – Fenditure, crepe. Umidità che proviene da una cisterna situata vicino al cielo. – Come avvertire la gente, le nazioni –? avvertiamo in un orecchio i più intelligenti. In cima, una colonna cede e le due estremità si spostano. Ancora non è crollato nulla. Non riesco più a ritrovare l’uscita. Scendo, poi risalgo. Una torre-labirinto. Abito per sempre un edificio che sta per crollare, un edificio intaccato da una malattia segreta. – Calcolo, dentro di me, per divertirmi, se una massa così prodigiosa di pietre, marmi, statue, muri che stanno per cozzare fra loro saranno molto imbrattati dalla gran quantità di materia cerebrale, di carne umana e di ossa sbriciolate’. Quando la ‘notizia’ di questo sogno giunse alle ‘nazioni’, tutto corrispondeva, con una sola aggiunta: le torri erano due – e gemelle”, ivi, pp. 163-164, corsivi in originale. Sembrerebbe, però, a giudicare dagli effetti, che non sia stato sufficiente, nel senso che la direzione delle cose non è cambiata.
[5]Ubu incatenato” in A. Jarry, Ubu – Ubu Re – Ubu Cornuto – Ubu incatenato – Ubu sulla Collina, Adelphi Edizioni, Milano 1977, p. 108, corsivi miei. Sulla patafisica, cf. Id., Scritti patafisici. La macchina, il tempo ed altri epifenomeni, :duepunti edizioni, Palermo 2009.
[6] In Introduzione alla magia, a cura del Gruppo di Ur”, vol. 2°, Edizioni Mediterranee, Roma 2011 (edizione originale 1972), pp. 281-282, corsivi in originale. Quest’opera contiene brevi saggi e articoli di valore molto diverso: non tutto è valido allo stesso modo, ma nemmeno tutto è da scartarsi. In tale raccolta si riflette spesso e volentieri sul problema della potenza e sulla differenza tra quella interiore e quella esteriore. W. Sombart ha, tra l’altro, riflettuto profondamente sulla Metropoli: “Insomma: la Metropoli, per essere tale, deve essere sistema capitalistico nel senso complessivo: città della circolazione-riproduzione del capitale: Geist des Kapitalismus. Sia ben chiaro: Sombart afferma con ciò esattamente l’opposto del fatto che la Metropoli debba essere ‘città d’industrie’. Afferma che essa deve essere sistema perfettamente integrato allo sviluppo industriale-capitalistico, o, come prima dicevamo, servizio complessivo, politico-sociale, dello sviluppo. La Metropoli coordina, organizza, socializza le forme dello sviluppo. Questo è il dovere che la sua ‘vocazione terziaria’ deve espletare: centro di direzione politica dello sviluppo”, M. Cacciari, Metropolis. Saggi sulla grande città si Sombart, Endell, Scheffler e Simmel, Officina Edizioni, Roma 1973, p. 37, corsivi in originale.
La copertina di quest’ultimo libro (di Cacciari) la si può veder qui: cf.
http://associazione-federicoii.blogspot.it/2016/09/altre-immagini-dellepoca-di-federico-ii.html. Infatti, la chiave dello sviluppo, ormai da molti decenni, non è più l’industrialismo, con tutte le conseguenze. E’ stato proprio grazie a questo spostamento di “focus” che la Metropoli è, oggi, planetaria, e il pianeta Terra un’ enorme, disgustosa Metropoli. Ma i “conti”, come suol dirsi, col pensiero negativo non sono stati fatti per intero, e nemmeno dallo stesso Cacciari, passato al suo periodo “positivo” ormai da molto tempo: periodo “positivo” sì, ma non “propositivo”, si giunge, infatti, sempre ad una “non conclusione”, in Cacciari, anche nel suo, pur bel libro, Il potere che frena, del 2013.
[8] A titolo esemplificativo ed esegetico, un vecchio link che spiega “che cos’è” un “impero”: cf.

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