venerdì 22 dicembre 2017

Una riflessione di **ben trentun anni** fa ….








Il nuovo pessimismo deriva dal fatto che le cose stanno andando sempre meglio[1].





Oggi, sebbene le cose vadano ben peggio dell’epoca in cui Baudrillard scriveva le frasi qui sopra riportate, in ogni caso tantissimi continuano a guardare le cose in quel “certo modo”; al contrario, in quel tempo, in quell’epoca, era proprio il fatto che le cose “funzionassero” ad esser inquietante: dietro questo “buon” funzionamento s’intravedeva come l’ombra di un’oscura catastrofe futura; oggi, che ci si vive dentro, non si vede più alcuna ombra.
Tutto vi appare oggi – falsamente, ma questo lo dice solo e soltanto chi scrive … - chiaro. Nel frattempo, la corsa agli acquisti è in piena ripresa, “come senulla fosse accaduto, e la “sindrome da shopping”, di nuovo, colpisce duro, di nuovo e sempre, come sempre …
Viviamo in un mondo senza speranza, dove mancano le prospettive che altro non siano se non la mera ripetizione del già noto: puoi solo seguire la direzione in cui ti trovi, che tu l’abbia scelta o non. Non vi è alcun glorioso tramonto nella fine del mondo moderno: solo un’ opaca e lattiginosa nebbia grigia e oscura copre tutto come un manto in un amante abbraccio mortale. Ed è annegamento, non è arsione. Non vi son più né Hitler né Stalin, niente fuochi distruttori, forse qualche esplosione qua e là, poca cosa in verità: ma lentamente, con lento passo, si sprofonda. “Ad alcuni piace”, avrebbe detto, del disgelo in aprile, il cacciatore nel film “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo” …

Un passo, pubblicato in Italia ormai trentun anni fa, ci offre un interessante piccolo spunto – direi uno spuntino – di riflessione. Questo passo, infatti, fa ben capire che cosa si sia “rotto”, nella cosiddetta “sinistra”, e come questo stesso “qualcosa” sia successo senza che ne fosse compresa la natura di evento irreversibile.
“Irreversibile” qui significa che non si può revertere, che non si può farlo rigirare sul “vertice”, facendolo tornare indietro allo stato precedente. Quel “ciò” – di cui non sei consapevole –, per te, è “come se” non esistesse.
Ovvio che c’è, o c’è stato, e però – per teècome senon ci fosse mai stato. Come se … Veniamo, però, al punto: “La storia moderna nel suo insieme offre lo spettacolo di uno strano rovesciamento. Tutto comincia nel XVIII secolo con lo slancio umanistico e filosofico dei Lumi, con la volontà della classe politica (reale, rivoluzionaria o borghese, poco importa) di socializzare la società, di strappare le popolazioni feudali al loro modo di vita eterogeneo e selvaggio per acculturare al progresso tecnico e sociale, per imporre alle masse, con la forza se necessario, i benefici effetti della modernizzazione. Attraverso il suffragio universale, la medicina, la scuola, la pedagogia e la terapia mentale o fisica (la clinica o lo sport), il lavoro e il capitale, tutti i poteri senza eccezione si sono assegnati il compito di strappare le masse al loro modo di vita aleatorio per convertirle alla forma razionale e protettiva del sociale. Ciò è stato fatto a costo di resistenze straordinarie. Per nulla sedotte da questa mutazione, le masse si son opposte a tutto, al lavoro, alla medicina, alla tecnica, alla sicurezza – contrariamente a tutti i presupposti della classe politica, esse non hanno voluto nulla di tutto ciò, in ogni caso non sono state loro a deciderlo, e la lotta è stata lunga per convertirle – una lotta storica, perché la storia non è solo quella del progresso sociale, ma anche quella della resistenza ad esso. 
Il successo della modernizzazione peraltro non è stato mai altro che relativo, e se questa lotta continua dappertutto non è per nostalgia del passato o inerzia congenita elle popolazioni. E’ che nulla, assolutamente nulla consacra il progresso come cosa desiderabile, il quale appunto è rimasto solo quello di una certa classe politica e intellettuale [corsivi miei]. Oggi le cose si sono invertite [corsivi miei: si tenga poi conto della data in cui queste parole furono scritte; nota mia]. 
Ecco che la classe politica (la stessa, si badi, proprio quella che è riuscita a determinare la socializzazione della società) vuole trascinare, sempre con lo stesso desiderio di far del bene (fuori da ogni ambizione personale), le masse in una direzione diametralmente opposta: de-centrare, de-proteggere, de-zavorrare le strutture sociali, rimettere ciascuno di fronte alle proprie responsabilità e a un modo di vita aleatorio, alla gestione in prima persona delle proprie possibilità, ecc. E, questa volta, sono le masse che non vogliono più mollare il boccone, che si aggrappano alle conquiste del sociale, che resistono a questo disimpegno liberale o ‘neo-liberale’, alla revisione di tutto ciò cui sono state duramente acculturate. Tutto questo è perfettamente logico [corsivi miei, ma questa logicità” non si è mai capita, però, “a sinistra”, si direbbe; nota mia]. Non si capisce proprio perché esse dovrebbero di colpo obbedire al decreto della classe politica, certamente ben ispirato (il protettorato sociale è un vicolo cieco), ma che non è altro che un nuovo decreto della classe politica. Dopo aver instaurato il benessere delle masse sotto il protettorato sociale dei Lumi, dopo averle super-protette, ecco che si vuole sovra-esporle. Le masse sognavano un salariato universale all’ombra del sociale, o almeno la disoccupazione assicurata, e adesso ognuno deve creare il proprio lavoro. Che ci costringano a lavorare, passi – ma che ci costringano a trovare da soli il modo d’impiegare la nostra esistenza, è il colmo! Insomma le masse non sono convinte da questa nuova piega delle cose più di quanto lo fossero della precedente. Dopo che per tanto tempo si è loro imposto il diritto alla rappresentazione e alla delega del loro potere, ecco che si sentono dire: siete i rappresentanti di voi stessi, decidete da soli, prendete in mano il vostro destino! Non se ne parla neppure! [ed ecco perché la delega – totale, totale – si è accresciuta, non è affatto diminuita: le masse vorrebbero delegar tutto, se possibile, il che spiega tanti e tanti fenomeni; nota mia] Ciò che i politici, socialisti o meno, non capiscono [ovvero tutti, ma le “sinistre” hanno maggiori difficoltà nel solo prenderne in considerazione la possibilità; nota mia] è che una massa o un individuo possono opporsi possono opporsi alla libertà, o al liberalismo, con la stessa forza […] con cui si opporrebbero all’oppressione – perché l’essenziale è il rifiuto del fatto che altri pensino per voi, elaborino per voi, tramino per la vostra felicità.
Non vi è mai valore assoluto in politica [corsivi miei]: la classe politica, quella che fa la storia, rappresenta forse il progresso ‘oggettivo’ in termini di libertà, di felicità, d’intelligenza, ma ciò non impedisce che la resistenza delle masse (di ciascuno di noi [corsivi miei]) abbia un egual valore storico […]. Il centro di gravità della storia non è dato tanto dalle peripezie intrinseche della classe politica (della quale fanno parte [facevano parte …, nota mia] quei professionisti del discorso e dei Lumi che sono gli intellettuali), né dal paganesimo delle masse [corsivi miei], da sempre e per sempre, a quanto pare, impermeabili ai Lumi [idem], l’intensità consiste in questo duello insolubile. Per questo la storia non può avere fine – oppure, se la si considera nella prospettiva di uno svolgimento universale, essa semplicemente non è mai cominciata. […]
Scacco alla rappresentazione [corsivi miei]”[2].
Sono molto importanti le righe finali: qui vi è la radice della “crisi della rappresentanza” nella quale siamo immersi, vale a dire il fattoil fatto – che, al giorno d’ oggi, nessunorappresentipiù alcun altro, che rappresenti un alcunché di una qualsiasi sorta. Ed è ovvio che, di tanto in tanto, “il cosiddetto popolo” si stufi, non perdendo alcuna occasione per poter dare un bel calcione nel didietro alla cosiddetta “classe politica”, in qualsiasi modo sia essa denotata o colorata. Si tratta di un “segnale di vita”, certo, che però non cambia il System, il quale continua però a funzionare, sinché non s’incaglia, o s’inceppa, in un qualche meccanismo del credito, o della finanza divenuta elettronica, e siamo, di nuovo, vicini a qualche altra crisi. Se vi è, come vi è, “il pilota automatico”, che senso ha – oggi, hic et nuncla rappresentazione, e, dunque, che senso ha anche la rappresentanza politica?? Nessun senso. Nessuno.
Questo è un tema decisivo.
La “sinistra”, essendo molto più legata con la fase, ormai trapassata, dell’ “acculturazione” delle masse, quando, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, la storia moderna compie quel profondo cambiamento di cui s’è detto, essa si è ritrovata sempre più marginalizzata, e questo anche se rimane pessima la “soluzione” che i suoi rappresentanti hanno proposto: quella di tessere le lodi del “disimpegno” e del “crearsi il ‘proprio’ lavoro”, dove Renzi e Berlusconi – giusto per fare due nomi tra i più noti, ma non tra i più importanti –, si son praticamente limitati a seguire la via sistemica. Con una differenza, però. La differenza consiste in questo: se lo fa la “destra”, sopravvive, rimanendo in ogni caso pronta per eventuali cambiamenti di opinione, pronta quindi a “cavalcare le masse”; se lo stesso lo fa la “sinistra” invece – proprio perché più legata all’idea “pedagogica” del sociale – paga dazio.   
Che fare”, ci si potrebbe chiedere.
devi “andar oltre” (devi, non puoi: devi): non si può quindi rimanere nelle pastoie di “destra e sinistra”, che già Baudrillard, illo tempore (cioè negli anni Settanta del secolo scorso, ricordiamocene) denotava come dei meri simulacri, delle “alternative false”, in quanto “codificate” all’ “interno” di un sistema, nel quale la scelta è prevista dal funzionamento stesso = il System occupa tutti gli spazi. Quando è, dunque, avvenuto il fenomeno di un tal “riempimento” di tutti gli spazi, si è giunti ad un grado qualitativamente diverso, e qualitativamente superiore, del funzionamento “systemico” stesso.
L’opera di Baudrillard non si può, però, ridurre in ed al “palleggio” fra “massa e potere”[3], e, tuttavia, un tal tema vi rimane centrale. Ancor più decisiva, e produttiva (“mo’ ce vo’”), è, a mio avviso, la dura critica che Baudrillard rivolse al concetto di “lavoro”, inteso come “valore d’uso”, – in Marx[4] –: il primo tema, quello del “palleggio” risolvendosi, alla fin fine, in una sorta di “scacco” – statico – fra massa e potere, mentre il tema, quello del lavoro, ha consentito al “potere”, cosiddetto, di alterare la bilancia, del “palleggio” statico, in suo favore. E tale alterazione dell’equilibrio è avvenuta, grazie alla fine del lavoro come valore d’uso, in modo irreversibile: e, quest’alterazione della bilancia intendo, è un evento che mai e poi mai le “sinistre” manco hanno vagamente preso in lontanissima considerazione. E continuano a non farlo.
Dunque il lavoro è – oggi – un mero simulacro, come lo è la rappresentanza, e come lo sono i “valori” borghesi, ormai residuali, al qual “simulacro dei valori borghesi” oggi si riduce, di fatto, la “sinistra” stessa.
Se non vi è (più) alcun “valore d’uso” – marxiano – nel lavoro, che quest’ultimo, il lavoro, sia del tutto assunto ed annullato ed assorbito dal e nel “valore di scambio”, diventerà un fatto ovvio e “normale”. Ed è altrettanto chiaro come, a questo punto, quest’ultimo – cioè il lavoro – possa esser sostituito da dei robot. Una tale sostituzione non è un fatto casuale, non è una mera “estensione” del profitto, quanto, invece, è la necessaria conseguenza della riduzione del lavoro a mero “valore di scambio”, o, sempre se uno vuol seguire Marx – nella sua radicalità di studioso dell’economia, niente scemenze di “sinistra”, please – nella vittoriafinale” del “valore di scambio” su quello “d’ uso”. Giusto per divertirci un po’, era proprio questa vittoria finale che Marx, alla fin fine, avrebbe voluto evitare, ma, come ben si sa, ha del tutto fallito. E tuttavia, che il valore di scambio avesse – “alla fine” – potuto anche vincere, era un qualcosa che Marx, sia detto en passant, “intravide” in certi suoi appunti e in certo suo materiale pubblicato postumo, ma, è ovvio, come tutti, poiché quei dati non si armonizzavano col suo “sistema”, e poiché, in un qualche modo, ne minavano le basi, li eliminò, li espunse. Marx fece come tutti, fece “com’è sempre stato”: così recitava, illo tempore, una canzone dei Talking Heads[5].
Se ho un problema, che lo rimuovo: e vivo bene. E cosa vuole “laggente” se non viver “bene”?? Se mai vi sia stata una concreta “‘ricetta’ per la felicità”, è questa, e nessun’altra. Se volessimo fondare il nostro studio del comportamento umano, ponendo come sua base e come suo “centro di gravità permanente” l’eliminazione di ciò che pone in questione, o indebolisce, il nostro mondo di “credenze”, ci ritroveremmo perfettamente con tale quadro. Quest’assioma si potrebbe chiamare come quello della “inerzialità” sostanziale del mondo delle “credenze”; ed esso rimane valido tanto per gli individui, più fragili, quanto, in maniera molto ma molto maggiore, per le istituzioni, essendo queste ultime caratterizzate da una ben più potente inerzia “fondativa”, per di più estremamente coagulata. Questa ben nota reazione – vale a dire l’ eliminazione del perturbante, come di qualsiasi altra cosa possa disturbare l’ equilibrio tanto un “sistema di credenze”, quanto di assunti “scientifici” –, fa parte, di diritto, dell’ “umano troppo umano”.
L’attuale sistema è “Il” System dello “storaggio” di cose morte: si pone però il problema di come si sia generato, la “genealogia” del capitalismo; in tal caso, si giunge al tema delle tre fasi del “simulacro, la prima e la terza essendo fra loro collegate, la prima con la terza, per l’esattezza[6]. La prima fase del “simulacro” è quella caratterizzata dalla contraffazione; la seconda fase si caratterizza per la produzione; la terza, infine, lo è dalla simulazione, il paradigma basato sul codice, cioè, quel paradigma che ha dominato sin da quando si è imposto, negli anni Settanta, anni che sono stati il momento del passaggio dall’esplosione all’implosione.
Non solo, ma di potenza straordinaria sono stati, e son ancora, la prima e la terza fase, molto di più della seconda fase, quella studiata da Marx, la fase della produzione. In tal caso, non può sorprendere la solidarietà, profonda, il legame, profondo, che sussiste tra il momento “barocco” e quello dominato dal codice, cioè il “nostro” presente, e né, a questo punto, potranno sorprendere “le sorti” dello stato moderno, che si stava elaborando nella prima fase, e si sta distruggendo nella terza, la seconda essendo invece stata la fase di massima potenza dello stato moderno stesso. Vi è una solidarietà profonda tra le due fasi, prima e terza, ben più che di ognuna di esse con la fase della produzione, la seconda, vale a dire quella centrale in Marx. Vi è tale solidarietà profonda fra la prima e la terza fase riguardo al tema del “falso” e dell’anamorfosi: nel passaggio tra i due momenti il “falso” passa dal singolo oggetto intriso di “meraviglioso” (automa) – o “curioso”, termine che si sarebbe usato in quell’epoca –, al “falso radicale”, che denota le attuali società, funzionanti per mezzo di codici. Ed eccoci alla “codificazione totale”: Die Totale Kodifizierung.
In queste società iper codificate la “realtàstessa vi è “riprodotta” dai sistemi codificanti, e codificati: in esse non si dà più il problema dell’ “originale” e della “copia” – parola italiana in tutto il mondo –, con anche l’inquietudine, lo straniamento che ancora il barocco percepiva: il dover seguire un sistema in cui non si credeva, questo è il barocco. Tutto ciò significa: oggi non vi è più l’ “originale”, ma, in tal caso, non esiste più l’originale l’ “Origine”; forse, ci si renderà conto, forse, della radicalità di una cosa simile. non credo.
Il “System” oggi funziona “in quanto tale”, e col “pilota automatico”: esso è una realtà sempre più autonoma, ed essa, realtà, si “autonomizza” sempre di più. Non è un caso che il termine “cibernetica” derivi dal termine greco per “pilota”. Il pilota automatico ….
Il che ci riconduce alle radici, in un’altra epoca, in quella della contraffazione, di ciò la cui potenza vediamo oggi: è quella citazione di Wallerstein, più volte riportata nel blog, che funge – la citazione – da chiave di volta.
Ora però, un tal sistema, raggiunto un tale potere, di certo non cederà mai: e mica il capitalismo è stato costruito dai comunisti!!: “I comunisti credono al valore d’uso del lavoro, del sociale, della materia stessa (come vuole il loro materialismo), della storia.
Credono alla ‘realtà’ del sociale, delle lotte, delle classi, che so?, credono a tutto, vogliono credere a tutto, è questa la loro moralità profonda. Ed è questo che toglie loro ogni capacità politica[7]. Baudrillard era – giustamenteillo tempore assai caustico verso il “moralismo” comunista, vale a dire verso la critica verso il sistema però costruita su delle basi “morali”, alla quale critica si riduce anche quella di tanti altri movimenti “di protesta” di oggi, seppur diversi fra loro; sia detto in modo chiaro: il comunismo è stato una cosa ben precisa, e con delle sue caratteristiche precise. Esso, tuttavia, si apparenta a chi oggi “protesta” solo per il tipo di critica, basata su delle argomentazioni “morali”, vale a dire proprio quel tipo di critica che Baudrillard, come Marx, contestava. Marx, infatti, detto chiaramente, detestava – proprio detestava – i socialisti “utopisti”, del tipo di Saint Simon, che, per lui, erano solo dei poveri ingenui senza speranza. Al contrario, Marx si sentiva più vicino a Ricardo, più vicino al volto “spietato” del capitale. Che la stessa critica di Marx poi abbia fallito, è vero, ma occorre rilevare questa sua vicinanza, non certo casuale, come si devono rilevare anche certe sue posizioni sul mondo ebraico e giudaico, cosa su cui si usa glissare[8].

Tipico degli ambienti vicini al System, in ogni caso, è il demonizzare gli avversari. Occultando, però, la natura profondamente, costitutivamente, soprattutto naturalmente demoniaca del System stesso. Per “demoniaco” intendo, qui, una forza che non si può controllare, una forza che, una volta scatenata, non si può fermare, proprio come il famoso Poema sinfonico “immortalato”, si fa per dire, in “Fantasia” di W. Disney[9].
Eh sir: That is Capitalism, baby:
“Nella sua etica ‘selvaggia’, il capitale, per parte sua, non si curava del valore d’uso […] Perché questo è il capitale, il regno senza limiti del valore di scambio [corsivi miei].
Non è vero che all’ordine simbolico e rituale il capitale opponga un ordine razionale [corsivo mio] dell’interesse, del profitto, della produzione e del lavoro, insomma un ordine di finalità positive [corsivi miei]. Esso impone […] una deterritorializzazione di ogni cosa [corsivi miei], un’estensione smisurata dell’investimento a ogni costo (il contrario del calcolo razionale secondo Weber [corsivi miei]). La razionalità del capitale è una baggianata: il capitale è una sfida all’ordine naturale del valore [corsivi miei]. Questa sfida non conosce limiti [corsivi miei: ci meditino su, se possono (non lo credo) i cantori e la “sinistra” persa: questa sfida non conosce limiti];  essa mira al trionfo del valore (di scambio [corsivi miei]) ad ogni costo [idem], e il suo assioma è l’investimento non la produzione [idem]. Tutto dev’essere rigiocato, rimesso in gioco, il vero capitalista non tesaurizza, non gode, non consuma, la sua produttività è una spirale senza fine [corsivi miei, come oggi il credito, che, dunque, ha riportato il capitalismo alla sua vera natura, mai davvero obliata], riporta ogni produzione su una produttività ulteriore [corsivi miei] – senza tener conto [idem] di bisogni o di fini umani e sociali.
Almeno è questo capitalismo, senza morale né misura, che ha dominato dal XVIII secolo agli inizi del XX [corsivi miei; vi è stata la versione “morale” di dopo il Secondo Conflitto Mondiale; a partire dalla fine degli anni Settanta, si è “tornati all’origine” – questo esprime il neoliberismo, che passa dal campo produttivo al mondo finanziario grazie all’esplosione della tecnica: la serpe cambia pelle, rimanendo venefica]”[10].
Queste parole di Baudrillard – che il capitalismo si basi su di un’ illusione, sur un Dreckeffekt – andrebbero scritte sui muri: “La razionalità del capitale è una baggianata”.
La razionalità del capitale è una baggianata”.
La razionalità del capitale è una baggianata”.
Baudrillard – al quale, all’epoca, interessava in sostanza il “misurare” le conseguenze delle trasformazioni sociali che sarebbero nate in seguito alla massiccia informatizzazione della società –, rivalutava così (peròmalgré lui meme”) la radicalità delle critica di Marx, oltre il “materialismo” che impastoiava Marx, ed oltre le “credenze” comuniste.
La radicalità di tali affermazioni, di Baudrillard, in ogni caso, andrebbe realmente, profondamente meditata.
Perché qui – su questo punto – vi è il nocciolo duro (hard kernel) del “Gran Dybbuk”, il grande “le revenant”.
Tra le altre osservazioni, che si possono fare, vi è quella relativa alla “deterritorializzazione”, di ogni cosa, punto davvero notevole sul quale riflettere dopo più di 40 anni: e non vediamo, dietro questo punto, anche la cosiddetta “immigrazione”?
E non è la cosiddetta “immigrazione” fra le conseguenzenecessarie – di un “determinato funzionamento”, contro le quali si protesta se e soltanto se tali conseguenze “ci” tocchino “personalmente”, tuttavia ben lesti ad approfittarne, una volta che tocchino altri? “E’ come una precipitazione chimica che solidifica i cristalli e pone fine alla soluzione in sospensione attraverso una risoluzione il cui effetto è irreversibile[11].
Questo è accaduto. Questo è già accaduto, e fa, dunque, parte del passato: per questo influenza il presente, anzi, lo domina. E sì, il capitalismo è, ancor oggi, la tigre di ferro, il socialismo era la tigre di carta … Pure le tigri di ferro hanno i loro punti deboli[12]
Questa visione, della Rivoluzione francese, per certi versi ricorda quella di G. Colli: “La Rivoluzione francese, le idee democratiche e liberali non sono che uno stadio, non in rottura, ma in continuazione, con la direzione presa dallo Stato dal 500-‘600[13].
Così torniamo al tema dello “snodo” fra i due “ordini di simulacro”, la fase prima e la fase terza, solidali nella centralità del falso, ma diversi perché la terza può operare dopo aver acquisito una forza straordinaria dalla fase seconda: in tal modo, grazie alla produzione, la terza fase ha potuto “moltiplicare” le sue forze in maniera ben più potente di quella che poteva possedere il mondo degli automi  della contraffazione barocca. Dopo aver cambiato pelle, dopo la moltiplicazione delle sue forze, il System ha potuto lasciar cadere anche la centralità della produzione che, però, rimane comunque “la base” (sullo sfondo), per poter entrare, poi, pienamente, nella piena espressione della sua natura profonda: l’ illusione, il falso, cioè lo “storaggio” di cose morte, vale a dire il valore di scambio come unico e solo possibile orizzonte. “In realtà, di ogni cosa si può far scambio”, dice Aristotele da qualche parte, ma, nell’epoca di Aristotele, ciò era semplicemente sia impossibile sia inconcepibile. La società, nel tempo di Aristotele, possedeva in se stessa, migliaia d’interdetti simbolici, e di “credenze” (vere o false che fossero, qui non interessa: bastava esistessero) che non potevano che impedire al valore di scambio di dominare pienamente in modo assoluto.
Oggi siamo, viviamo dentro al mondo nel quale ormai è avvenuta la rimozione di ogni possibile ostacolo alla “libera” espressione del “valore di scambio” come centro e valore assoluto, indubitabile, mai questionabile, posto in luogo d’Iddio stesso; e che cos’è stata, ed è ancora, la “bandiera” dell’Occidente “storico”, l’Occidente “reale” – come il socialismo reale, non quello “utopico” – se non la rimozione, per non dire l’ eliminazione, di ogni e qualsiasi possibile ostacolo alla “libera” espressione (= dominanza) del valore di scambio??
A questo punto, nel mondo della “terza fase”, mondo nel qual mondo viviamo e siamo, il singolo governante ha sempre meno importanza: non vi è più, né può esservi, “Il Principe” machiavelliano al centro del dipinto anamorfico, quanto, piuttosto, vi sono dei gruppi, detti oggi “lobby”, anche se questo nome è solo uno fra i tanti possibili.


Andar oltre
Questo è, dunque, necessario, anzi, è più che necessario, oserei dir che esso è – oggi – vitale[14]




[1] J. Baudrillard, La sinistra divina, Feltrinelli, Milano 1986 (edizione originale Francia 1985), p. 69, corsivi miei: ricordiamoci che sono frasi della metà degli anni Ottanta del secolo scorso, quarant’anni fa, quarantadue … 

[2] Ivi, pp. 78-81, corsivi in originale, i corsivi miei son esplicitati fra parentesi quadre.
[3] Dove – tra l’altro -, poi, Baudrillard stesso comprese bene, tra i pochissimi, come l’andamento dal ’69 al ’77 sarebbe stato quello dall’esplosione all’implosione, cf. Introduzione di P. Bellasi a Id., Dimenticare Foucault, Cappelli Edizioni, Bologna 1977, pp. 12-24. E, d’ allora in poi, saremmo rimasti nella fase d’implosione, sempre più grave, sebbene “a fasi” e “a pezzi”, come tutto al giorno d’oggi, del resto. Quel che non era facile prevedere, invece, non era, infatti, l’ implosione, ma la sua durata: il fatto che sarebbe durata così tanto, il fatto che sarebbe divenuta lo status “normale” delle società umane. Una cosa davvero terrificante, quella che è successa nel mondo; e tutto ciò si è realizzato per mezzo di fasi, come s’è detto, ancorché tale droga sia stata, poi, assunta in modo del tutto inconsapevole oltre che in piccole dosi successive, si è verificata, quindi, nel mondo, come una sorta d’ “acclimatazione” delle società. Il successo di tale acclimatazione si misura proprio dal consenso “dato per scontato” ed assoluto; proteste qua e là, in sostanza perdenti, non modificano tale dato di fatto. Questa relazione fra “masse e potere”, sia detto en passant, seppur con modo diverso ed opposto, ricorda, però, Elias Canetti, una cui affermazione, non a caso, è infatti riportata ne La sinistra divina, cit., p. 45.
[4] Cf., Id., Lo specchio della produzione, Multhipla Edizioni, Milano 1979, pp. 24-26.
[5] “Same As It Ever Was”, cf.
https://www.youtube.com/watch?v=XJlU_d186TU
[6] Cf., Id., L’echange symbolique et la mort, Gallimard, Parigi 1976, p. 77.
[7] J. Baudrillard, La sinistra divina, cit., p. 14, corsivi miei.
[8] Cf., K. Marx, La questione ebraica, Editori Riuniti, Roma 1969, pp. 86-88. Tra l’altro, in un libro si sostiene che sarebbe stato Federico II il primo a consentire “libertà” agli Ebrei: per la verità, la situazione ebraica nel Medioevo è piuttosto mutevole: in genere, se il governante desiderava accrescere le sue ricchezze, dava loro possibilità di esprimersi, ma subito dopo, non appena la cosa cominciava a far vedere l’aspetto negativo dopo l’iniziale “boom” del credito, le cose cambiavano … Si sostiene ciò in un vecchio libretto, del XVI secolo, riportato e commentato in S. Panvini, Il tempo della fine. Codice Arquer, Edizioni Il Punto d’Incontro, Vicenza 2006.
La data di pubblicazione ha la sua importanza, perché si sosteneva, pur con delle ragioni assai opinabili, che Putin sarebbe il discendente di Federico II e al centro di un progetto di “Nuovo Ordine Mondiale” (“NWO”) – cosa del tutto vera quest’ultima -, solo che non si usava l’espressione di “NWO”: “alla guida di questo processo ci sarebbe […] Vladimir Putin, in combutta con organizzazioni esoteriche neotemplari”, ivi p. 329, corsivi miei. Naturalmente, la cosa è diversa: si tratta di abbattere la “Grande Prostituta” (“il” System), ma dal di dentro e dall’ interno; il disimpegno della Russia dopo aver sostenuto Assad vuol dire che lo scopo è “aprire le porte ai ‘re dell’Oriente’” di cui disse l’ Apocalisse di Giovanni (e di cui c’è qualche post in questo blog). E non accadrà nulla: con Trump al comando negli Usa ciò è oggi concretamente possibile. Come ho detto altrove – nel già citato (in passati post) scritto sulla Prima Guerra Mondiale –, questo “terzo tentativo” deve aver successo, a quanto pare: non si riesce a trovare da nessuna parte, in Occidente, un argine, anche solo e soltanto un argine, contro questo “terzo tentativo”. A questo punto giunti, dedurne che deve aver successo non sarà più cosa peregrina … Ma torniamo alla questione giudaica. Non nel testo di Arquer, ma nei commenti vari che, l’autore appena citato sviluppa a riguardo dei vari tempi trattati dallo stesso Arquer, vi è quest’interessante passo: è un’intervista ad un prelato. “Don Gandolfo estrasse un minuscolo calepino dal cassetto di una scrivania e lesse ad alta voce […] ‘Con queste parole’ concluse Don Gandolfo, ‘le ho detto tutto. Esistono forze che tendono alla costruzione del Tempio, sono queste forze quelle che poggiano la loro filosofia nell’equilibrio e nella contemperazione dei poteri e altre che tendono viceversa alla sua distruzione, credendo in una diversa articolazione della società. A volte prevale l’una, a volte l’altra, qualche altra volta le due forze sono in equilibrio. A volte ancora le due forze non riescono a contemperarsi e avviene uno scontro di portata disastrosa’. […] Mi parlò quindi dell’esistenza di alcune sette estremamente riservate che si ricollegavano direttamente al padre fondatore della loro religione Abramo. Una di queste, mi rivelò Don Emilio, era antichissima e aveva seguaci sparsi in tutto il mondo. Si diceva praticasse sacrifici umani; il più terribile dei quali era quello del figlio primogenito, per suggellare il patto d’Alleanza stretto da Dio e Abramo, attraverso il sacrificio d’Isacco. Lo ringraziai per il tempo che mi aveva dedicato e accomiatandomi da lui gli consegnai una copia della traduzione che avevo fatto del libretto, pregandolo di farmi avere il suo ragionato responso sulle rivelazioni di Arquer”, ivi, pp. 46-48.
[9] “Para los peques Fantasia Aprendiz de brujo”, cf.
https://www.youtube.com/watch?v=UEYy3osi8Gs. Manca oggi il Master Wizard (il Magister) che fermi gli apprenti sorcier fuori controllo, cf. Fulcanelli, Finis Gloriae Mundi, Edizioni Mediterranee, Roma 2007.
[10] Ivi, p. 13, corsivi in originale, corsivi miei detti fra parentesi quadre, così come le mie notazioni a margine: sempre fra parentesi quadre.
[11] Ivi, p. 51, corsivi miei.
In particolare, i due passi citati in calce all’inizio, alle note 2 e 3. La tigre … 
[13] G. Colli, La ragione errabonda, Adelphi Edizioni, Milano 1982, p. 93, corsivi miei. Tra l’altro, è molto interessante questo passo riguardante la relazione fra Dioniso e Apollo, che Colli ereditò da Nietzsche, sia detto en passant: “Macrobio nei Saturnali (libro I) stabilisce un’identità tra Apollo e Dioniso. Lo stesso da Varrone. Aristotele (opera perduta) e un verso di Euripide ‘Signore al quale piace l’alloro, Dioniso, Peana, Apollo, maestro della lira’. Eschilo (fr.) scambia l’edera e la mantica tra Dioniso e Apollo”, ivi, p. 549.
Tra l’altro, se sbagliava sui rimedi, Nietzsche, invece, come spesso gli succedeva, individuava giustamente la causa scatenante – in tal caso nelle forze, all’epoca, “liberiste”, che ha portato, come poi avrebbe davvero realizzato il neoliberismo, alla decadenza e alla fine dello “Stato” -, cf. F. Nietzsche, Lo stato greco in Id., La filosofia nell’epoca tragica dei Greci. E scritti 1870-1873, Adelphi Edizioni, Milano 1991, pp. 105-106.
Qualche altra considerazione, soprattutto relativa al “Muro del tempo” (per dirla con Jünger), si può trovare nelle Appendici del libro qui recensito, cf.
http://www.simmetria.org/simmetrianew/contenuti/segnalazioni-mainmenu-304/804-pietre-che-cantano-di-andrea-a-ianniello-recensione.html.


2 commenti:


  1. Sempre nel “Codice Arquer”, citato in S. PANVINI, cit. qui sopra, si legge la “fine” ricollegata all’anno 5762 = 2001, il seguente anno – il 2002 = 5763, cui si deve aggiungere una certa quantità, e la base 20 (=11), e si ha il 5771 = **2012**.
    L’**inizio** della cosiddetta “fine”, il cui conteggio, però, parte dal 5762 = 2001 (“”, ivi, p. ), giungerà al 5771 = 2012. Quest’ultimo sarebbe “il Diluvio”, ibid. Ovviamente, nulla di tutto ciò è accaduto, nessun “Diluvio”, né “concreto” e “letterale”, men che meno “metaforico” e cosiddetto “simbolico”. Panvini, seguendo Arquer, manca di vedere la cosa la **più EVIDENTE** al mondo, e che, stando sotto gli occhi di tutti, per il noto “principio della ‘Lettera rubata’ di Edgar A. Poe”, non la si vede: vi sono forze – quelle stesse di cui parlava lo stesso Arquer – che **non vogliono** che alcun “Diluvio” – né fisico né metaforico – avvenga mai. Ed è questo il famoso “segreto” cui allude varie volte Arquer, il “Piano” famoso. Ma chi ha mai detto che chi comanda, anche nascostamente, dovrebbe volere la “distruzione” dell’umanità? Dopo tante fatiche per avere il dominio globale, che oggi hanno, ed interposta persona?
    Non sono queste le follie del cosiddetto “complottismo”?
    Or dunque, immaginate di avere l’intera Terra nelle vostre mani: vi giochereste tutto, che avete conquistato, tra l’altro, dopo un vero e lungo “Piano” (quello **vero**, quello del quale parlava Guénon “illo tempore”, **non** questo di tali chiacchieroni “di nuovo conio”) per “distruggerla”? Così distruggereste anche il vostro potere!! E sarebbe una cosa intelligente? O non andrebbe contro anche il **minimo** buon senso? La risposta la lasciamo ai lettori eventuali …
    Vero è che un tal dominio possa sfuggir di mano, questo è possibile.
    Vero è che le contraddizioni accumulate nel **lungo periodo** di affermazione del domino e di sua costruzione possano in qualche modo esplodere, perché più non le si controlla: tutto ciò è, di nuovo, **più** che possibile.
    Vero si è che ci possono essere delle forze **interne** al dominio globale che, in qualche modo, ne minino la stabilità interna: e pur questo è possibilissimo.
    Ma **deliberatamente** minare il **proprio stesso** dominio, via … non scherziamo!
    Al contrario, la cosa ormai difficilissima è il **vnir fuori** da un tal System. L’opposto, quindi.
    Con il 2012, certo, è iniziata una nuova fase del sistema, nessun dubbio al riguardo, ma **non certo** un “Diluvio”, salvo che un tal “Diluvio” non lo s’intenda in senso traslato, “à la” Rabelais, per esempio.




    RispondiElimina
  2. Cf.
    http://namaqua-land.blogspot.it/2016/06/il-lavoro-e-la-morte-estratto-da-lo_9.html





    RispondiElimina