martedì 5 dicembre 2017

Su di una questione – **in apparenza** – terminologica “tantum”










“Attualmente, il denaro è un aspetto, e perfino la ragion d’essere 
del governo.
Per quanto mi riguarda, e l’ho già detto, il governo non ha altro motivo d’esistenza se non per la necessità di proteggere i ricchi contro i poveri.
E per se stesso di diventare, se possibile, più ricco del governo vicino”[1].

“Qualsiasi tentativo di escludere l’ ‘irrazionale’ è irrazionale”[2].












Il recentemente apparso (ad ottobre scorso) articolo di M. Cacciari, su L’Espresso online[3], ha trattato dei due termini di “Riforma” e Rivoluzione”, ricollegando la Riforma di Lutero alla Rivoluzione russa del ’17, **non** secondo i “dettami” del pensiero conservatore “ultramontano”, dove ci sarebbe un legame necessario – ve n’è uno, ma possibile, non necessario (= inevitabile) – dalla Riforma al socialismo: la “catena d’errori della modernità”.
Non in questo senso, ma come termini, come parole ormai desuete: perché son diventate tali?
Potranno risorgere?, soprattutto quest’ultima è la domanda che si pone Cacciari. E che pone ad altri, potenzialmente a tutti, dunque.
Cacciari ricollega, dunque, la “Riforma” luterana e la “Rivoluzione” bolscevica, semanticamente, non come cammino “necessario”, come s’è già precisato. Questo è il presupposto dell’articolo, il cui sottotitolo è questo:
“Un secolo da quando i bolscevichi prendevano il Palazzo degli Zar. E 500 anni da Lutero. Due forme per creare un ordine nuovo, per far svoltare la Storia. Che oggi, nel grande caos globale, sembrano in esilio. Ma nessuno può affermare che la loro assenza ne significhi la morte definitiva”. Un legame “semantico”, dunque, ricollega, per Cacciari, le due espressioni, le quali, tuttavia, in ogni caso rimangono separate: “Che cosa unisce e che cosa separa questi due termini fatali della storia dell’Occidente, Riforma e Rivoluzione, il cui significato letterale sembrerebbe, peraltro, coincidere?”[4]. E’ il “profetismo” a riguardo del futuro, argomenta Cacciari, che le ricollega, ma, nello stesso tempo, le separa: “E’ sempre dal fondo dell’angoscia che suscitano le epoche d’irreversibile crisi, che questa voce si leva”[5].
Tuttavia, se, da un lato, la Riforma vuol spezzare le interpretazioni – le cosiddette “superfetazioni” – “tradizionali” aggiunte, per “suggere” nuovamente, oltre che direttamente, alle scaturigini, supposteoriginarie”, della “Parola[6], “Il rivoluzionario si infutura soltanto”, manca cioè, a quest’ultimo, la relazione “dialettica” con il passato. In teoria è così, sembrerebbe mancare, tuttavia, anche un altro aspetto, forse per lo spazio inevitabilmente ridotto che può dare un articolo: per esempio, vi è il Marx materialista, sì, ma pure il Marx dialettico, e su questo tema il marxismo, in particolare in paesi di lunga cultura, come la Cina, ha in realtà molto dibattuto al suo interno, e vi si è molto interrogato: il problema verteva intorno a “quale relazione” si dovesse avere col suo rilevante, importante, spesso molto ingombrante, passato, pur essendo marxisti maoisti. In ogni caso, al di là di come “davvero” siano andate le cose, dal punto di vista storico, prendiamo per buona questa distinzione: diciamo che, “in teoria”, questa, segnalata da Cacciari, è la differenza radicale che si constata esistere tra la riforma e la rivoluzione. Di conseguenza: “In questo senso, l’etica del riformatore si oppone a quella del rivoluzionario”[7].
E tuttavia: “Una radicale differenza, sì, ma, come ogni autentica differenza, indicante la loro inseparabilità”, conclude Cacciari[8]
Che aggiunge: “Il riformatore rigetta ogni mediazione tra la propria coscienza e il divino”.
In una parola: nasce la modernità, che oggi è in crisi, irreversibile
Il rivoluzionario si affida, dunque, all’ immanenza, mentre il riformatore si affiderà quindi alla Volontà trascendente, senza tuttavia, il riformatore, riconoscere alcuna “mediazione”, rispetto all’ espressione di questa stessa Volontà, identificata, dal Riformatore stesso, nella Scrittura.
“Tuttavia il ‘colloquio’ tra le due figure [del riformatore e del rivoluzionario] è davvero potente: entrambe nei loro momenti più drammatici, direi abbandonate come il Crocefisso, l’una rivolta a un futuro, sulla cui ‘risposta’ non potrà mai essere certa [come, poi, è stato; nota mia], l’altra alla potenza assoluta di un Signore di fronte alla quale il nostro arbitrio è sempre ‘servo’ [il De servo arbitrio di Lutero, ma ciò riecheggia fortemente in ambito islamico, e va osservato che una tale posizione non ha poi  bloccato per nulla l’insorgenza islamica, la quale ricorda molto Lutero come modo di porsi, come modo di pensare, e questo ha sorpreso, in modo assoluto, gli Occidentali, chiusi nel “sogno” della democrazia “valida per tutti e dovunque”; nota mia]. E ora?”[9]. E ora, niente
La situazione è divenuta, oggi, ben nota, e non ha soluzioni politiche di alcun tipo.
Allo stato attuale, ovviamente.
Rispetto allo “Cto deljat’?”[10] leniniano, così si conclude:
“Riforma e Rivoluzione, alimento della potenza d’Europa nel Moderno, sembrano rifluire in […] domestici alvei, ‘liquidarsi’ anch’esse come la cultura e i popoli che ne costituiscono l’habitat. Nessuno però può affermare che la loro assenza ne significhi la morte definitiva o se, invece, proprio nel Disordine globale che attraversiamo, esse, in esilio da qualche parte, non meditino improvvisi e catastrofici ritorni”[11]. Ora però, una risposta reale, a quest’affermazione di Cacciari, richiederebbe, tuttavia, un discorso un po’ più complesso, che qui si potrà fare solo in minima misura, senza, tuttavia, eludere il tema.
Concentriamoci, quindi, sul punto fondamentale, nodale della questione, vale a dire sul possibileritorno”, sia del termine “riforma” che di quello di “rivoluzione”, nel nostro presente, del tutto vuoto d’ideali e privo di forze attive reali, nel “nostro” presente inerziale.
Che questi termini ritornino nel senso del vecchio modo, e nel vecchio senso loro moderno, è una chimera, totale.
Nessuno può affermare, quest’è vero, che siano morte le semantiche di tali termini; ma non si può dir lo stesso a riguardo dei concetti – del tutto moderni – cui facevano riferimento tali semantiche: la vitalità, di cui tale semantica era solo l’espressione, vale a dire quei concetti moderni, che “incarnavano” tale vitalità, quella vitalità è ormai strasepolta. E dunque, non può certo darsi una “ritorno”, di quel genere intravisto da Cacciari, all’ interno di quel quadro di riferimento generale, saltato da parte della modernità stessa, rimesso in questione da parte della modernità stessa, nel corso del suo contraddittorio e tumultuoso sviluppo.
Detto in altre parole, si è esaurita anche l’ unica spinta che ha mantenuto il Novecento in moto attivo: l’attività di “avanguardie” – tanto artistiche, quanto politiche -, ormai strasepolta pure questa, nella “brodaglia” infetta del mondo delle comunicazioni di massa[12]. Non dobbiamo, dunque, pensare ad un ritorno dei termini – la semantica, in sé non “mantica” – di “riforma” e “rivoluzione” all’ interno di determinate élite, vale a dire di specifiche avanguardie..
Or dunque, se tali termini torneranno, è quindi molto, ma molto probabile ch’essi tornino sotto un camuffamento, e dopo una trasformazione: questo sì è possibile.
Se lo intendiamo così – ma non credo che Cacciari così l’intenda –, si potrebbe allora sostenere, con molte buone ragioni, che la possibilità che tali termini ritornino è, in effetti, molto più alta di quel che un osservatore, dall’ esterno, possa reputare o credere.  
Direi di più: è necessario.
Di conseguenza, possiamo attenderci, allora, che queste semantiche possano anche ritornare, come quando vidi chiaramente che la vis dominandi russa sarebbe tornata[13], sotto altre maschere, sotto altre forme: e non era, ma proprio per niente, una previsione difficile, sarebbe bastato conoscere, e in modo anche solo “amatoriale”, la storia della Russia.
Allo stesso modo, si può dire, su questi altri temi: è certo che torneranno. Semplicemente certo.
Ma in maniera ben diversa da quella vecchia.
E qui sta, forse, il punto vero.
Il “New World Disorder” (NWD) lo chiama, lo richiama, richiama il lupo che lo distruggerà, sta dentro di lui quel lupo, sta dentro la “nostra” situazione quel potere: hic et nunc. Qui ed Ora. Si tratta solo di far uscir fuori quel che già esiste. Questo potere che oggi vediamo nel mondo non è altro che ombre – anche se non così affascinanti come le parole di Proximo, parole che ancora rimandavano ad un tempo che conteneva un aspetto “glorioso”, aspetto che il mondo di oggi non può nemmeno più concepire, salvo che nei film[14] -; questo potere sussiste in base alla decisione concorde di non rimetterlo mai, davvero, in questione: è una catena senza fine – apparentemente – di crediti su crediti su crediti …
Se l’attendersi questo tal “ritorno” significa che questi termini torneranno sì, tuttavia ridando forza all’Occidente morto dei “nostri” tempi, allora sogniamo; se tuttavia, il loro ritorno significa che torneranno, però fuori dal “cerchio chiuso” della modernità, allora sì, torneranno: è certo, è sicuro.
Se si vuol dir questo, allora son d’accordissimo.
Non credo però, lo ripeto, che Cacciari voglia dir questo, ma che voglia sostenere che queste parole ritorneranno sì, però dentro l’Occidente.
Ed anche questo non è impossibile, in teoria, però ad un patto, estremamente chiaro: potranno ritornare se e solo se si sarà fuori dal “cerchio magico e chiuso” della modernità, quel cerchio chiuso che, in definitiva, la modernità è.
N’è capace l’ “Occidente” di oggi?? Domanda retorica …
Non lo credo affatto.
Nell’ambito delle attuali classi digerenti, poi, è semplicemente fatica sprecata anche solo sognarlo; personalmente ho dato forfait una ventina d’anni fa, la zona dell’Euro, infatti, era la piena consacrazione di tale tecnocrazia, portata però avanti da classi digerenti, pessime, senza nessunissima progettualità.
La progettualità, infatti, quest’ultima richiede il futuro, e il futuro necessita di un’opzione: se non si hanno almeno due opzioni differenti, che senso ha la scelta?
E poi, l’ assenza di scelta concreta, come può non intaccare, alla radice, la rappresentanza, la sua stessa natura ed idea fondanti?
Non scherziamo, please, che qui siamo stati a baloccarci per decenni.
L’ unica cosa, e concreta, che la democrazia ha potuto fare, in questi decenni ultimi, è stata quella d’ imporre i desideri dell’ “ultimo uomo” di Nietzsche, a chi aveva un briciolo di qualità, ma proprio un briciolo. Il governo dei “pessimates”. E, nell’impossibilità, pressoché totale, di convincere questi “ultimi uomini” di un qualcosa, di un qualsiasi genere, siamo giunti alla fine in quell’ impasse globale in cui ci troviamo e siamo.
Ed è infatti da quest’ impasse globale che nasce la ricerca – presto, e sempre, delusa ogni volta – di un “salvatore della patria”, di qualcuno che rimuova lo stallo e l’inerzia terrificanti in cui siamo precipitati e ci si dibatte, senza poterne mai venir fuori davvero. Ecco perché “riforma” e “rivoluzione”, pur essendo molto differenti tra loro (la prima afferente al piano “religioso” – ma la modernità è nata dalla religione -, la seconda al piano politico), e Cacciari ben spiega questa differenza, non possono non ritornare.
Non possono che ritornare.
In forme diverse da quelle che ci si potrebbe attendere, o da quelle che lo stesso Cacciari parrebbe intravedere.
Ma è certo che esse ritorneranno: se ne vedono già i segni premonitori, seppur tra le righe, l’ombra delle cose future comincia, in qualche modo, a proiettare la sua forma già ora. E tuttavia, la pressione dall’esterno non è detto non possa, comunque, generar qualcosa, in un qualsiasi modo. Dovrà, però, aver abbandonato il cerchio chiuso della modernità che, come quello che – si dice, probabilmente “un mito”, direbbero i moderni – rinserrerebbe le teste degli Yezidì, secondo Gurdjieff, e prendiamo pure tutto ciò con tante molle, ma il paragone calza bene.
Questa è la posta in gioco.
Questo il pagamento, preciso, chiaro, e non accetterà alcun assegno in bianco, solo contante please, transazioni elettroniche puramente nominali non sono accette, meglio ancora baratto e cose concrete: la storia, si sa, è molto arcaica nelle sue strutture portanti …
Sto ironizzando, chiaramente con tanta perfidia …
Se qualcuno crede di poter barare, sarebbe consigliabile di lasciar perdere, si sa che la storia è molto crudele, non sa far sconti, non ci sono saldi di fine stagione …
Dunque non sarà (né potrà essere) un ritorno “politico”, nel senso moderno del termine: ecco il punto, ed ecco che, da un bel po’ di tempo, qui si va dicendo che la questione, il “nodo”, il problema, è metapolitico. Su ed in questo campo si combatte, e si combatterà sempre di più, il confronto vero, la contesa reale di e per questo mondo e il suo futuro. Chi non capisce questo è, e sempre resterà, solo un ingenuo. Che sarà usato da chi ha interessi molto ma molto concreti da difendere …
Alla fine perderanno anche questi ultimi, non dopo aver fatto danni a ripetizione ed aver usato gli ingenui.
Qui abbiamo la piena e consapevole coscienza di venire al termine di una lunga, e complessa, ed articolata, e sanguinosa, e drammatica, ed insieme festosa, zoppicante, deforme, saltellante, incostante, ma reale vicenda.
Chi conosce l’ origine, quegli conosce la fine.
E che cosa sta finendo?? “Quanto è grandiosa  la fine dei sacerdoti uccisi nell’ordalia, tanto è cruda e laconica la rovina di Naphta dopo Far-li-mas. Vicini invidiosi sopraffanno e distruggono Naphta, che è diventata nel frattempo ricco luogo di commerci. Altro non c’è da dire. L’ordine antico era finito invece fra visioni che gonfiavano come il Nilo il cuore degli uomini[15]. Quale differenza! E, se la fine di Naphta (eh sì, come la nafta) fu “cruda e laconica”, la nostra fine lo è ancor di più, incomparabilmente di più!
Altro che la “gloriosa lotta”, che alcuni avrebbero gradito, o sognato: solo fango, e mondezza.
Non vi è alcuna luce nel processo della “fine del mondo moderno”[16], non vi è alcuna gloria.
Cose crude. Si può sperare in un po’ di fuoco che “cuocia”, in modo “alchemico”, quest’oscena ed immonda crudezza?? Difficile dirlo.  
Ma questa possibilità che si possa manifestare del fuoco che “cuocia” la crudezza della “fine del mondo moderno” (Guénon) potrà darsi se e solo se dall’ esterno – dall’ esterno … - vi sarà la sufficiente pressione da riscaldare tanta dura crudezza … Non siamo, forse, nell’epoca in cui le “crudité” sono in gran voga?? … 
Ed anche questo, della “crudité”, è un “segno dei tempi”, all’occorrenza, se si sa guardare.
 

Alcune considerazioni più vaste, però, sono qui necessarie. 
Al fondo, vi è la crisi della rappresentanza, dell’ istituto della rappresentanza in sé. 
Di conseguenza, si osserva uno svuotamento della democrazia, processo in atto da molto tempo, ormai. Infatti, anche la “democrazia” possiede anch’essa un aspetto d’ “imposizione dall’alto”, lo si riconosca o non.
Le “scemenze” – a iosa  sulla democrazia, spacciata come “panacea” (= rimedio per tutti i mali) fanno non più ridere, ma, ormai, solo piangere. Com’è possibile, infatti, che la “democrazia formale” si diffonda là dove mancano all’appello quelle contingenze storiche che le hanno dato i natali (e le pasque)?
E che la segnano come un “imprinting”?
Ecco perché il mondo islamico o l’Asia orientale non possono averle, se non come apparenze o pantomima (tipo il Giappone, dove il seggio elettorale si passa di padre in figlio, in eredità: e che democrazia mai è questa, si potrebbe dire).
La democrazia necessita, perché possa darsi, di Westfalia, e, a sua volta, Westfalia necessita del Protestantesimo e delle guerre di religione che, però, non devono finire con la vittoria di un gruppo o dell’altro, ma con la spartizione: nasce il potere consensuale, su base di consenso e, dopo, di elezione.
Da quel momento in poi, questo sistema si sarebbe esteso, ma per mezzo di crisi gravissime, mica meccanicamente. 
Rimane che, senza Westfalia, non ci può essere, poi, di seguito, cioè dopo, la democrazia formale. 
Stop. Punto. E non vi è altro da dire.
Il resto sono chiacchiere, nella nostra epoca di chiacchiere a iosa, di cani latranti abbandonati sui balconi, che danno solo fastidio, nella generale indifferenza, questo male profondissimo.
Nel mondo attuale si fanno troppe chiacchiere senza la benché minima consapevolezza delle dinamiche – spesso storiche – di fondo, e che queste ultime non si possono affatto cambiare semplicemente schioccando le dita. O parlando da qualche parte o protestando o cose simili.
Secondo A. J. Toynbee, quando la “minoranza creativa” si sclerotizza e diventa quindi una “minoranza dominante”, allora le civiltà si rompono dall’ interno; poi, secondo lui, com’è noto, la vera caduta viene sempre da un fattor esterno, che, tuttavia, può agire per questo “scisma nell’ anima” che avviene dentro, che è già, dentro, avvenuto. 
Una minoranza creatrice diventa minoranza dominante, separando in due il corpo sociale – come oggi!! –, quando si chiude in un’ottica fissa e conosce una sola cosa, che non fa che imporre, che non può che imporre. Nella “nostra” epoca ciò è: la democrazia più economia finanziaria, vale a dire tecnica applicata all’economia. Vi è una sola ottica dominante, non se ne conoscono altre. La minoranza dominante non sa fare altro se non reiterare l’unica cosa che sa e può fare. 
Allora si entra in territori estremamente instabili. 
Come oggi!! 
La gente che domina oggi il mondo non può che fare ciò che fa, non può che guidare nella direzione in cui guida, non è costitutivamente capace di poter portare in un’altra, qualsiasi, direzione, per quanto possa esser evidente o necessario il cambiare direzione. 
Non ne sono in grado, perché sono una minoranza dominante. Anzi, la minoranza dominante oggi.  





Andrea A. Ianniello








[1] J. Cage, Per gli uccelli. Conversazioni con Daniel Charles, Multhipla Edizioni, Milano 1977, p. 228.
Una data quasi preistorica …
[2] Id., Silenzio. Antologia da Silence e A Year from Monday, a cura di R. Pedio, Feltrinelli Editore, Milano 1971, p. 37, in nota a pie’ pagina.
Una data ancor più nel passato inattingibile …
[3] M. Cacciari, “Rivoluzione e Riforma: due parole oggi scomparse che potrebbero tornare”, L’Espresso online del 16 ottobre 2017, cf.
http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2017/10/16/news/rivoluzione-o-riforma-1.311948?refresh_ce. 
[4] Ivi. 
[5] Ivi. 
[6] “I tiepidi saranno sputati via dal Signore”, ivi. 
[7] Ivi. 
[8] Ivi. 
[9] Ivi.  
[10] Proprio questo “Cto deljat’” è citato nel capitolo finale di F. Cardini,  Ilcaso Ariel Toaff”, Edizioni Medusa, Milano 2007 (dieci anni fa), p. 69, il capitolo è pp. 69-79. Cardini vi svolgeva – e non è cambiata nella sostanza la situazione dieci anni dopo … - tutta una serie di considerazioni su cosa si può “arrivare” a dire nello studio della storia, quando si fa “concretamente” della storiografia, e cosa invece non si può, allo stato della situazione attuale, come suo, dirsi: rebus sic stantibus.
[11] M. Cacciari, “Rivoluzione e Riforma: due parole oggi scomparse che potrebbero tornare”, cit.. Quest’articolo di Cacciari va letto “in parallelo” con un altro articolo, di M. Damilano, “Rivoluzione o riforma? A sinistra non è rimasto niente”, cf.
http://espresso.repubblica.it/palazzo/2017/10/16/news/riforma-o-rivoluzione-a-sinistra-non-e-rimasto-niente-1.311992. Ed infatti, è proprio così, a “sinistranon è rimasto niente, vuoto spinto. Ma questo al di là di ogni questione del momento appiattirsi su tali miserie, su tali nullità è già seguire la deriva. Non c’è niente più, la “sinistra” ha esaurito le sue possibilità; di più, non può esserci la sinistra, tout court, di un qualsiasi genere. Se se ne avrà tempo, se ne riparlerà, e cioè perché così è: che sia così non è assolutamente, però, in questione. Quel che oggi si sta esperendo concretamente ha, infatti, radici lontane …   
[12] E dunque vi è (= vi era) un’ “avanguardia”, per parlare il linguaggio marxista-leninista-maoista, che porta innanzi la “rivoluzione islamica”, nonostante la passività delle “masse” – e ricordiamoci a tal proposito di Massa e potere, di E. Canetti -, e le “masse” seguiranno, con le buone o le cattive. Il che ricorda quel che dice Calasso a proposito delle “minoranze attive” che guidano il processo sociale (cosai, sia detto en passant si è totalmente bloccato nell’ “Occidente indecente” preso nel processo della sua stessa fine, nel brago, e sarà stato forse questo cambiamento che ha fatto sì che tal processo divenisse “inerzialmente” immodificabile??), cf. R. Calasso, L’innominabile attuale, Adelphi Edizioni, Milano 2017, pp. 111-112. Vero si è che oggi siamo governati da nullità umane, vero, questo è un’aggravante davvero grave, ma la causa non sta nella mera corruzione o stoltezza oggi dominanti dappertutto in Occidente. Stultitia non sufficit. Vi sono cause strutturali, e profonde, per un “fenomeno” (= ciò che appare) di una tale ampiezza. Uno dei davvero pochissimi ad accorgersi di legami “strani”, alla radice di questa “stultitia”, è stato il recentemente scomparso M. Capuzzo Dolcetta, tra l’altro da me citato nel “pdf” che può leggersi qui: cf.
http://namaqua-land.blogspot.it/2017/07/breviario-di-metapolitica-oggi-ricorre.html. Si legga, in tal link, l’intervista del 2005 a Dolcetta …   
[14] “Ombre e polvere” (Proximo), cf.
https://www.youtube.com/watch?v=SE0Yy84Ncck.
[15] R. Calasso, La rovina di Kasch, Adelphi Edizioni, Milano 1984, p. 174, corsivi miei. 


3 commenti:


  1. In poche parole, se queste parole – o, per dir meglio, la loro “spinta” – potranno ritornare, ed è CERTO che torneranno, lo faranno **NON** nella costellazione delle “ideologie” novecentesche. Ma che torneranno, sempre come spinta, com’esigenza, è ALTRETTANTO CERTO. Prepariamoci …


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  2. Considerando che i problemi finanziari dell’economia globale - **strutturali**, STRUTTURALI! – son stati solo SPOSTATI, ma **non** risolti, il passaggio di Urano in Toro, che avverrà, in parte, con il prossimo aprile del prossimo anno, e, definitivamente, dopo una fase retrograda, nel marzo del 2019, potrebbe portare qualche inaspettato shock. “Inaspettato” come **modalità**, non certo come necessità, visto che qui sopra si è parlato delle RAGIONI – PROFONDE – dello stato attuale dell’economia globale. Ricordiamoci la contemporanea presenza sia di Saturno in Capricorno, che di Plutone in Capricorno. Attenzione che, sebbene Plutone non stesse in Capricorno nel 1929 – era in cancro, l’**opposto** e “complementare”, guarda caso! –, nondimeno Saturno era in Capricorno in quell’anno “topico”, e, ancor più interessante, proprio nel marzo del 1929 Saturno passò dal Sagittario al Capricorno, per tornare nel primo – con moto retrogrado – e infine passar definitivamente in Capricorno nel dicembre del 1929: la crisi era, ormai, esplosa.
    Sulle ragioni ella crisi – strutturale al System – non mi ripeto: son fatti noti.
    Ben altro discorso, **comprender** questi fatti … !!

    Sempre un altro passaggio di tal genere è stato importante, ma “inverso”, il “lunedì nero” del 1987, trent’anni fa, alla fine di Saturno in Sagittario, e che durò finché Saturno passasse in Capricorno nel febbraio del 1988, poi fase retro, passaggio definitivo nel novembre, sempre del 1988. Iniziò la potente “finanziarizzazione dell’economia”, che fu la “via d’uscita” dalla crisi di quell’epoca, processo che contribuì non poco a dare l’ultima spallata al “comunismo reale” cosiddetto nel 1989, e la fine dell’Urss, nel 1991, ricordiamoci. Chiaro che un fattore – tipo Saturno -, da solo, non significa molto, va sempre preso in relazione con gli altri: ed oggi il quadro è del tutto cambiato, non solo quello astrale, ma pure quello politico, quello del “sentiment”, come anche si può dir lo stesso di tanti altri unti di riferimento …
    Altro possibile significato del passaggio di Urano in Toro: penuria d’acqua, e siccità varie.




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    1. Probabilmente anche di questi tempi potremmo avere delle conseguenze politiche di prima grandezza, ma piuttosto in Medio Oriente ....




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