sabato 15 luglio 2017

ATTILA. “La grändë paüra”. La “caduta senza rumore” (A. MOMIGLIANO).







E’ conquistata l’urbe che aveva conquistato
 l’intero universo,
anzi muore di fame
prima che di spada […]. Una
città antica,
per secoli dominatrice del mondo,
sta crollando […].
E’ l’immagine stessa della morte[1].


La città è piena di fantasmi.
Gli uomini camminano senza rumore,
fasciati di caligine[2].

“Dov’era la crepa? A dar retta al professor Dupin
si doveva prendere sul serio quest’ipotesi: gli Occidentali
avevano finito per perdere il senso del reale o, perlomeno,
bisognava ammettere che la nozione di realtà si era
profondamente trasformata, e persino sdoppiata.
I moderni, presi com’erano da un demenziale turbinio di informazioni
disparate, inebriati da un infinito scatenamento di visioni caleidoscopiche,
avevano perso il contatto con la realtà, con la vita. Da un lato c’era
il piccolo mondo dei loro interessi più immediati (soldi, consumo, comodità,
sicurezza ecc.); dall’altro l’universo astratto, disincarnato e falsamente
realista che fabbricava per loro la televisione’. Il professor Dupin,
fedele a se stesso, ha semplificato un po’ la situazione
ma ci ha aiutato a capire perché il cripto-mito della
‘coscienza planetaria’ sia stato così sterile. Non era
semplicemente questione di morale o di politica, ma
di cultura,; il fallimento, su questo piano, era abbastanza
evidente da essere stato segnalato, in modo a volte
incisivo, da alcuni critici”[3].




NB
Le lunghe note a pie’ pagina, intendo quelle di commento, e non quelle meramente “bibliografiche”, possono essere lette da chi volesse approfondire. Il resto del post, pertanto, rimane valido anche senza le lunghe note di commento.




L’espressione di “caduta senza rumore” – riferita alla fine dell’Impero romano – la si deve ad Arnaldo Momigliano[4]. E una tale espressione si adatta mirabilmente a quel che stiamo vivendo da qualche tempo. Se tu parli del passato, e lo lasci nel passato, è una cosa; se tu parli del passato e lo poni in rapporto col presente, pur rispettandolo come passato, attenzione su ‘sto punto, è ben altra cosa.
Eppure talvolta piove … talvolta un evento, o più eventi – come raccolti dentro il contenitore dell’ “un evento” – pone termine al lento decadere delle strutture, che accomuna la presente fase di dissolvimento con il lento, lungo processo della “caduta senza rumore” dell’Impero romano, secondo l’ esatta espressione di A. Momigliano[5].

Proprio su Attila – che poté dunque dare quella “spinta ‘finale’ decisiva” (che, nella “nostra” presente situazione, al contrario, ancor manca, rimaniamo noi, dunque, nel crollo “a pezzi” e nella “caduta senza rumore”) -, trascegliamo alcuni passi da un vecchio testo, del quale si riporta anche la copertina (per il bel blu), seguita ovviamente dai necessari dati bibliografici:


H. Schreiber, Gli Unni, Garzanti Editore, Milano 1976



1. La grande paura (la “nostra” epoca è stata invece della **Piccola** Paüra, o la “cultura” del rischio cosiddetta[6]). “Arrivarono da ogni parte, senza rumore e appena intravisti. Nella nebbia che copriva il bassopiano danubiano non furono dapprima che singoli punti neri; ma quando la nebbia si dileguò e il sole brillò sugli elmi e le armi dei legionari, l’ampia piana antistante il vallo confinario romano parve d’un tratto brulicare di questi sinistri aggressori. Stavano così bassi sui cavalli che era difficile distinguere l’animale dall’uomo, sia nella forma che nel movimento. Balzarono avanti su piccoli cavalli irsuti, si schierarono nel terreno antistante lo sbarramento, poi sciamarono a rotta di collo per l’erba, tanto veloci che l’occhio riusciva a stento a seguirli. La guarnigione era in allarme da tempo. Centinaia di occhi scrutavano la piana del fiume, che solo in questo puto scorreva pigro. L’Ister, come allora si chiamava il Danubio, aveva protetto per secoli l’impero, e le truppe romane d’occupazione ne presidiavano la riva meridionale. Ma questa constatazione non ne diminuiva l’angoscia; e quando dall’altra parte, sulla riva settentrionale, gli innumerevoli uomini-cavallo, i grigi centauri si gettarono in fronte ampio nell’acqua, dal cupo mormorio del fiume venne un presagio di grande sventura: una sventura ormai vicinissima e inarrestabile. ‘Una nuova piaga è costituita da schiere sciamanti di sfrenata ferocia: terribili, avide di bottino, violente, e giudicate barbare persino tra i popoli barbari’, scrive del primo apparire degli unni sul Danubio inferiore il vescovo di Clermont, un dotto letterato di nome Caio Sollio Modesto Apollinare Sidonio, che di tanti nomi ha conservato solo il quarto e il quinto. Aveva ventitré anni quando finì, ai Campi Catalaunici, la grande paura degli unni nella sua terra. Ma la sua giovinezza era trascorsa sotto il segno di tale paura, di una minaccia quale l’Europa, da secoli pacifica, non era in grado di concepire. […] Se una dozzina di loro fosse venuta con intensioni pacifiche, in ambasceria per esempio, il loro aspetto non avrebbe destato né orrore né spavento, semmai stupore e un risolino, nelle belle romane avvezze ad altri profili. Così, invece, l’esoticità d’aspetto si sposò al terrore diffuso dalle schiere di cavalieri unni. Giordane, il grande storiografo dei goti, crede anzi di scorgere un fine preciso dietro questo aspetto, un fine trapassato nella leggenda, secondo cui le madri unne appiattivano il naso dei loro figli perché l’elmo tenesse meglio […]. Volti sfregiati, occhi a fessura, nasi schiacciati, sguardo tagliente e ferocia belluina nei movimenti: si poteva ancora parlare di esseri umani? […] Nessuno sa esattamente dove avvenissero i singoli sfondamenti unni. Testimoni oculari non ne sopravvissero, la popolazione di frontiera fuggì in preda al panico, e le notizie arrivate a Roma erano confuse e contraddittorie, una parlava addirittura di bella gente. Tra i primi testimoni in grado di esprimere un giudizio ci fu un siriaco di nome Ammiano Marcellino, discendente da una nobile famiglia della città di Antiochia nell’Asia minore, dotto accompagnatore e amico di potenti romani e come tale presente ad assedi e campagne; un uomo, insomma, non tanto facile a scuotere, quando a quarantacinque anni vide i primi unni. Egli si accorge che la bruttezza di volti è provocata a bella posta per mezzo di sfregi di coltello; i più drammatici colpi di spada li inventerà poi Giordane. Ma le cicatrici che impediscono la crescita della barba, e spingono Ammiano al paragone con gli eunuchi altrettanto imberbi, non ingannano il greco sulla forza virile e l’empito guerriero di questi singolari cavalieri […]. Tanto si sapeva degli unni già prima del 400, perché Ammiano non dovette vivere più a lungo. Un mondo che nei secoli della pax romana non aveva disimparato la lotta, ma aveva pur scordato la guerra, sperimentava uno shock che noi possiamo immaginare solo se pensiamo a un’invasione extraterrestre [corsivi miei]: l’ impotenza delle armi difensive in cui confidiamo, la paura senza nome al cospetto di un aggressore a stento definibile umano, che viene da un altro mondo e con cui è impossibile venire a patti [corsivi miei]. Dai confini del grande impero a vice echeggiò sino alla capitale. Sul Tevere – dove si conoscevano da tempo barbari di ogni specie arruolati come ausiliari, dove le strade brulicavano di schiavi di ogni parte del mondo ed eccitavano gli ospiti schiave di esotica bellezza – si cominciò a comprendere che quest’invasione era qualcosa di diverso dal cupo e disperato agitarsi di affamate popolazioni nomadi, che si sconfiggevano prima per sfruttarle poi come contadini e soldati. Questa gente straniera non sapeva arare e non conosceva tetto sulla propria testa. Che fare dunque per renderla sedentaria? Non aveva bisogni né beni come tentarla? Non aveva lingua, ma emetteva brevi suoni rauchi, come di animali in fuga. Che poteva contro di essa l’eloquente lingua della diplomazia romana? Nessun sapeva di dove venissero, e tantomeno loro stessi. Ma d’un tratto furono ovunque e non esisteva argine contro questa marea dilagante di sangue”[7].


2. Dell’Origine degli Unni. “Solo quando ho affrontato più da vicino il problema del nome e dell’indole degli unni, ho cominciato a capire perché almeno una dozzina di valenti studiosi abbiano dedicato una vita di faticoso lavoro soprattutto a questo problema, e perché sia tutt’oggi irrisolto. Gli unni, forse il più internazionalmente noto dei popoli della terra, sono in realtà il più sconosciuto dei popoli. Sembra infatti che nemmeno loro sapessero chi erano, quale lingua parlavano, secondo quali riti seppellivano i loro morti; e certo non sapevano di dove venivano. Ogni unno, dato il nomadismo della propria madre, non sapeva dove aveva visto per la prima volta la luce del mondo, né i suoi figli avevano alcuna possibilità di trovare la tomba del padre … Se consideriamo le cosiddette ‘prove letterarie’, cioè le testimonianza scritte, ci colpisce subito il resoconto dello storiografo goto di cultura romana Giordane: ‘Circa l’origine degli unni un’antica tradizione riferisce dell’arrivo in Scizia col suo popolo del re Filimero, quinto sovrano dei goti dopo la sua migrazione dall’isola di Scandinavia. In Scizia, egli scoprì tra i suoi sudditi alcune donne esperte di magia, dette haljarunae. Ora, temendo che recassero danni a lui e ai suoi, le fece cacciare e le costrinse a tenersi alla larga dal suo esercito, sicché esse presero ad errare nella solitudine di un paese straniero. Era inevitabile che gli spiriti maligni s’accorgessero di queste donne vaganti in luoghi selvaggi e deserti. Le donne s’accoppiarono dunque con gli spiriti, partorendo loro un’orrenda prole che dapprima visse nelle paludi. Fu una razza mista, brutta e miserabile, al quale, a stento definibile umana, parlava una lingua che ricordava solo di lontano i suoni umani. Da codesti esseri discendono gli unni che sono comparsi al confine del territorio goto. Come dice lo storico Prisco, la stirpe unna, delle cui origini abbiamo appena parlato, dimorava ai margini della Palude Meotide [in riva al Mar d’Azov] e precisamente sul litorale opposto, quello orientale. Ivi, non essendo avvezzi ad alcun lavoro, si dedicarono per qualche tempo alla caccia; ma una volta cresciuti sino a diventare un popolo autonomo cominciarono a molestare i popoli e le tribù vicine con attacchi predoneschi. Avvenne che alcuni cacciatori unni, spintisi come al solito durante la caccia sino al bordo estremo della Palude Meotide, videro d’un tratto una cerva che si muoveva nella palude a piccoli balzi, ora avanzando ora arrestandosi, quasi volesse invitarli a seguirla. I cacciatori accettarono l’invito e così attraversarono la Palude Meotide, da loro ritenuta un mare invalicabile. Ma non appena apparve dinnanzi a loro l’ignoto paese della Scizia [Russia meridionale], la cerva sparì’. La cosa più graziosa del passo è la citazione del termine gotico haljaruna per maga, strega, perché in esso riconosciamo senza sforzo l’Alraune [in nota si legge: “L’ Alraune è la radice della mandragola, che ha forma umana. Secondo la credenza popolare tedesca è portatrice di ricchezza e fortuna”] che, dall’imperatore Rodolfo ii a Hanns Heinz Ewers, ha svolto un ruolo così importante nelle fantasie notturne del popolo tedesco.
Giordane inoltre, nel tentativo di spiegare perché gli unni assalirono anzitutto i goti, dice appunto che fu perché un re goto aveva offeso e scacciato le streghe. ‘Io credo’, prosegue Giordane, ‘che la cerva sia stata mandata contro gli sciti [gli alani, prime vittime e presto alleati degli unni] proprio dagli spiriti maligni antenati degli unni’”[8].


3. I Calderoni. L’arte unna ha senza dubbio a influenzato l’ “arte animalistica”[9]. Ma proprio su questa questione dei calderoni è interessante soffermarcisi su di più. Si ricollega al problema – molto dibattuto – delle relazioni fra i cinesi Hsiung-nu [nella traslitterazione di oggi: Xiongnu] e gli Unni pre-attilani ed attilani. Giusto per la cronaca, Schreiber sostanzialmente vede di buon occhio il fatto che davvero ci sia stata questa correlazione.  
Sui calderoni degli Unni vi sarebbe molto da dire, ma si rimanda a: “I calderoni[10].


Per non concludere: una cosa che deriva, seppur indirettamente, dagli Unni: il Codex di Giustiniano.
“Tra gli unni guastati da Bisanzio c’è anche un nipote di Attila. Se i figli formavano quasi un popolo, i nipoti del principe unno avrebbero dovuto popolare un continente, si penserebbe. Invece non è così, perché gli sventurati figli di Attila ebbero più da fare con la lotta per l’eredità che non tempo per fondare una famiglia. Tra i molti nipoti di Attila quello di cui parliamo è l’unico di cui si conosca nome e destino. Si chiama Mundo, che rimanda a Mundzuch, padre di Attila, è figlio del rampollo gepida Gheism, e ha quindi nonni regali, sangue sovrano da ambe le parti, e Ardarico come prozio. Discendente di Attila e della sorella di Ardarico, Mundo vive con la sua tribù presso i gepidi, è considerato principe finché vive Ardarico, e proscritto quando assume la successione al governo dei gepidi Traserico. Fuggiasco, si fa bandito, raccoglie attorno a sé un’accozzaglia turbolenta di disertori e saccheggiatori, e assale numerose località, anzi regioni intere. Poi viene accettato come nuovo capo, lui grande senza patria, dalla tribù degli scamari, formata dai resti di altre tribù senza patria, e le scorrerie diventano guerre in cui il nipote d Attila combatté contro gepidi e bizantini. Ben presto, però, si schiera col grande Teodorico, il qual è in procinto di mettere ordine anche ei Balcani. Il masnadiero diventa così condottiero, gli scamari una sorta di selvaggia truppa pandura [in nota: “I panduri furono guardia del corpo della nobiltà di Croazia e Slavonia; originari dell’Ungheria, nel Seicento e Settecento appartennero alla fanteria austriaca, segnalandosi, fino a diventar proverbiali nel mondo tedesco, per la loro indisciplina”]; e, alla morte di Teodorico, il nipote di Attila, Mundo, è uno dei massimi generali dell’impero romano. Nessun può aspettarsi che il nipote del re unno presti servizio sotto Amalasunta, la figlia di Teodorico ora assurta al trono. Difatti l’uomo, le cui avventure da decenni fanno il giro della buona società sia a Ravenna che a Costantinopoli, si reca alla corte bizantina di Giustiniano. Giustiniano, imperatore degno di un simile generale, se lo tiene vicino. Riconoscendo la forza e la fedeltà nel mondo d’intrighi che lo circonda, avverte forse che quest’uomo potrebbe salvarlo. E nella rande rivolta del 532, quando già è stato proclamato il nuovo imperatore e Giustiniano si appresta alla fuga, mentre Belisario guida la fanteria rimasta fedele, è Mundo che guida all’attacco di Costantinopoli in fermento la cavalleria, salvando a Giustiniano residenza, trono e vita. Una cavalcata in mezzo all’enorme confusione del popolo in sommossa, una cavalcata della morte con la spada sguainata solo un unno poteva farla e, fra gli unni, forse solo un rampollo di Attila. A premio di tanto ardimento, Mundo riceve la signoria dell’Illirico. E così, bene o male, deve adattarsi a chiamarsi d’ora innanzi Mundus, benché ciò significhi in latino una cosa ben diversa da quella del nome unno. Con ciò, però, gli ostrogoti, che tanta sventura hanno procurato ai figli di Attila, si ritrovano per padrone un nipote di Attila; e dunque deve scorrere per forza del sangue. […] Un suo [di Mundus] figlio, forse cristiano e battezzato Maurizio (Mauritius), e forse l’unico figlio, riceve l’incarico di sorvegliare l’avanzata delle truppe gotiche. Sorvegliare, come se un pronipote di Attila potesse limitarsi a tanto! Il giovane attacca, piomba in mezzo al grosso dell’esercito dei goti e viene fatto a pezzi. Appresa la notizia, Mundo decide di morire anch’egli, e si strappa di dosso ogni veste e armatura che, come generale imperiale, deve portare. Ed ecco nuovamente sulla scena nonno Attila. Radunato il maggior numero possibile di soldati della sua guarnigione, Mundo si getta a cavallo e corre incontro ai goti […] e Mundo trova la morte che cercava, pochi giorni dopo quella del figlio. Così si compie il secolo dall’ascesa al trono di Attila: secolo unno all’inizio, secolo ancor a lungo segnato dagli unni in seguito. Che non abbiano edificato né templi né palazzi, distruggendone non pochi in cambio, è incontestabile. Che non ci abbiano lasciato alcun codice legislativo e nessun carme, ed  un peccato, è altrettanto certo. Ma è anche vero che come gli uragani, che pur facendo molto danno purificano l’aria […], gli unni con la loro tempesta di tuoni e fulmini, hanno spazzato dall’Europa molto putrido, benché profumato, marciume. Non le popolazioni germaniche hanno abbreviato la lunga agonia dell’impero romano: gli unni hanno trasformato la malattia mortale in morte vera, smascherando col loro esempio l’impotenza degli antichi popoli mediterranei. E sebbene siano una forza distruttrice che nulla portò […] di nuovo, offrono però un affascinante esempio d’irruzione d’energie primordiali in un’area d’antica civiltà. Fatto singolare, i germani, nel loro lungo e ripetuto contatto con i romani, non sanno far proprio tal esempio, anzi, le loro tribù più importanti si sottomettono agli unni. Questo comincia con Ermanarico [re goto] e finisce cent’anni dopo al Nedao [fiume non identificato sul quale, secondo Giordane, sarebbe avvenuta la battaglia di sterminio degli ultimi unni], e ciò che dura tanto e impiega un secolo a finire, non può esser puro caso, è una necessità storica. Poi però, morto Attila e tramontati i suo figli, tutto cambia.
I germani, tradizionalmente sedentari, dopo un periodo di scorrerie tornano a fianco degli unni al modo di vita unno, creando quelle più alte forme organizzative che fanno dei popoli nazioni”[11].
Riscoprirono i Germani, così, quell’aspetto nomadico di vita, quell’aspetto che li aveva caratterizzai molto tempo prima. E dunque, ancor più, giova ricordarsi che, senza il nipote di Attila, non vi sarebbe stato il Codex Iuris giustinianeo, per la semplice ragione che Giustiniano stesso non sarebbe sfuggito alla terribile rivolta di Nika, quando le due fazioni, perennemente nemiche, dell’ippodromo di Costantinopoli – i “Verdi” e gli “Azzurri” -, per una volta, si riunirono e suscitarono un ribellione epocale, facendo emergere, portando su tutto il “sottosuolodostoevskijano della capitale dell’Impero Romano d’Oriente, capitale che ancora era tale, cioè romana, tarda ed orientale sì, ma non ancora pienamente “bizantina” tuttavia.
Che chi abbia orecchi renda più acuto il suo udito: in quell’epoca, i famosi giochi circensi, cioè dei cavalli, giochi caratteristici dell’antichità greco-romana e ancor più tipicamente romani, con il loro simbolismo solare, erano ancora centralissimi: a differenza dei Ludi gladiatorii, che il Cristianesimo aveva proibito, le corse di cavalli erano rimaste.
Nuova dimostrazione, se mai ve ne fosse ancor bisogno, di come molte cose dell’evo antico passarono nell’evo cosiddetto medioevale. Non tutto passò, certo, ma passò nella “nuova era” – rispetto all’ “evo antico” – di più di quel che non si pensi di solito[12].


Appendice. La mozzarella. Essa viene con i bufali, a loro volta proveniente dall’Oriente, dal Sud est asiatico, portati nella Campania del Nord e nel Lazio meridionale di oggi dai Longobardi e dai loro servi, gli Sclavones di Paolo Diacono, genti “slave”, col qual termine, però, dobbiamo guardarci dall’identificarli con gli “Slavi” di oggi, sono gli “slavi” come li concepivano all’epoca, che non è lo stesso di oggi; da “Sclavones” proviene il cognome di Schiavone. Ora, i Longobardi portarono i bufali dalla Pannonia, più o meno la pianura dell’attuale Ungheria, ma i soli due posti dove i bufali asiatici si ritrovano stanzialmente da molto tempo sono l’Italia meridionale e la Bulgaria. Forse è un caso che in Bulgaria si stabilirono molti Unni? Forse gli Unni portarono con loro i bufali? Vi sarebbe di che indagare. In ogni caso, si mangiava la carne del bufalo e probabilmente se ne beveva il latte, ma, per quel che se ne sa oggi, ancora non si faceva la mozzarella di bufala: questa è attestata piuttosto tardi rispetto alla migrazione longobarda,quasi un millennio dopo.
Che i Longobardi si mescolassero con popoli presenti nella “Pannonia”, è sicuro, ed è dimostrato da scheletri ritrovati proprio da quelle parti, tra le altre cose.



Andrea A. Ianniello




PS. Due link, forse, utili:
https://associazionefederigoiisvevia.wordpress.com/2014/08/16/considerazioni-sulla-controiniziazione-e-sulle-sette-torri-del-diavolo-incanus-link/, e
http://www.superzeko.net/doc_incanus/IncanusVecchieRecensioniDiGuenonSulComplottismo.pdf.












[1] Frase di San Girolamo nel risvolto di copertina di Diocleziano e la caduta senza rumore dell’Impero romano, a cura di Maurizio Felici, RCS Media Group e  “Corriere della Sera”, Milano 2015. Riportiamo la Prefazione del curatore:
Mai, nella storia del mondo e sotto nessuna longitudine, un impero è sopravvissuto per quasi quattro secoli senza modificare i propri territori. Dall’anno 117, quando con la morte di Traiano fu posta sostanzialmente fine all’allargamento dell’Impero, al 476. Quando Romolo Augustolo, un quindicenne finto per circostanze accidentali a occupare lo scranno d’imperatore d’Occidente, fu deposto in silenzio da Odoacre, l’Impero romano si era dedicato a gestire l’esistente. Una curiosa vendetta della storia: quella pax Romana che, mantenuta nei fatti (con le armi) in modo magari oggi considerato poco ortodosso, che aveva segnato l’ incipit e il marchio di fabbrica del principato di Augusto, si ritorceva contro i lontani discendenti dei primi cittadini dell’Impero. Ma era passato mezzo millennio, quanto n’è trascorso dall’epoca di Carlo V a oggi, e tante cose erano cambiate. E’ questa una delle decine di cause che gli storici hanno enumerato per comprendere il fenomeno della caduta dell’Impero romano e l’anomalia di uno Stato esteso quanto mezza Europa occidentale, che finì vinto senza che dall’altra parte ci fossero vincitori. Probabilmente il fattore economico conseguente alla pax fu tra le cause determinanti. […] La stessa pax, per alcuni studiosi, si era poi trasformata nei secoli anche in indifferenza della popolazione per le proprie sorti. Si riaffacciava lo spettro della scomparsa di quel metus hostilis, la cessazione della paura del nemico, che come abbiamo visto fu tra le cause del crollo della Repubblica. In pratica, non c’erano più obbiettivi da raggiungere. Gli ultimi tempi dell’Impero possono sembrare, così, secoli di attesa, attesa – come ne Il deserto dei Tartari – di un nemico indistinto ma reale, che prima o poi arriverà; attesa della popolazione cristiana per la vita eterna che la rendeva meno partecipe degli eventi terreni e la spingeva a preoccuparsi più della propria anima  che del suo territorio e della sua società (tesi suggerita da molti studiosi, a iniziare dal decano Edward Gibbon, nel Settecento, e altrettanto contestata); il tutto mentre il baricentro dell’Impero si spostava a Oriente, con la fondazione di Costantinopoli, lasciando l’Occidente deprivato dimezzi materiali e spirituali. Il suo cuore, la capitale, fu trasferita a Milano, poi a Ravenna (lasciando però a Roma un Senato con sempre meno potere); fu una delocalizzazioneche non sarebbe stata senza conseguenze. Carestie, pestilenze depauperamento delle campagne, lotte intestine tra fazioni militari per l’elezione dei nuovi imperatori, usurpazioni del trono imperiale fecero il resto. Ne approfittarono i barbari, come il visigoto Alarico I, che con il Sacco di Roma del 410 f u protagonista e precursore importante delle trasformazioni cui andò incontro l’intera pars Occidentis. E’ la tesi di alcuni storici e fu quella di autori cristiani del tempo, in particolare S. Girolamo, il quale scrisse: In una sola città tutto il mondo è perito’” (ivi, pp. 7-9, corsivi in originale. E’ appena il caso di notare come Attila, in quel tempo ostaggio a Roma – pratica diffusa in quell’epoca per garantire gli accordi -, probabilmente vide da vicino detto Sacco di Roma, uno dei tanti, tra l’altro sembrerebbe non tra i peggiori, almeno delle cose furono risparmiate. Un utilissimo “specchietto” che sintetizza tutte le “Teorie sulla caduta dell’Impero romano” è ivi, pp. 26-27. Ricordiamoci comunque che Odoacre era un “erulo”, e gli Eruli erano, in sostanza, degli Unni.
Non c’entra nulla, ma, sia detto en passant, ho visto recentemente ripubblicato il vecchio testo di Zaehner su Zoroastro e la fantasia religiosa, degli anni Sessanta.
[2] Frase di G. D’Annunzio, Notturno (1921), in:
http://www.treccani.it/enciclopedia/poesia_(Enciclopedia-dei-ragazzi)/.
E noi viviamo in “città piene di fantasmi” …
[3] P. Thuillier, La Grande Implosione. Rapporto sul crollo dell’Occidente 1999-2002, Asterios Editore, Trieste 1997, p. 59, corsivi in originale. Quest’aforisma è anche citato nel post:
http://associazione-federicoii.blogspot.it/2013/12/il-breviario-del-professor-dupin.html, 1, ottava frase riportata. Un esempio, fra i vari critici riportati nel testo appena citato, ci conduce quasi a cent’anni fa: “Max Weber, all’inizio del XX secolo, si era posto la domanda: lo sviluppo della civiltà [= della tecnica applicata all’economia = capitalismo, di questo parlava Weber, non della “civiltà” in generale; nota mia] non annunciava forse ‘gli ultimi uomini’? Evocando la ‘pietrificazione meccanica’, intravedeva già che l’Occidente moderno si sarebbe ritrovato prigioniero di una ‘gabbia d’acciaio’”, ivi, p. 64, corsivi in originale; in realtà, è una gabbia elettromagnetica, per esser precisi. Come si è detto anche su questo blog (cf. http://associazione-federicoii.blogspot.it/2017/04/colloquio-sul-blog-tra-il-gestore-a.html), vi è una “fede”, non “razionale”, nella tecnica, che si è mangiata tutto.
[4] A. Momigliano, La caduta senza rumore di un impero, in Sesto contributo alla storia degli studi classici, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1980.
[5] A. Momigliano ha scritto l’Introduzione, intitolata Il contributo di Gibbon al metodo storico, a E. Gibbon, Storia della decadenza e caduta dell'Impero romano, Einaudi, Torino 1967 e 1987, pp. xvii-xxxiii. L’Introduzione in calce presenta una citazione dal cap. IX dall’opera di Gibbon: “E’ raro che l’antiquario e il filosofo si trovino così felicemente uniti in una sola persona”. Ed è ancor più raro al giorno d’oggi, quando la precisione delle ricostruzioni è notevole, anche per una massa di dati ai quali Gibbon, all’epoca sua, non poteva in alcun modo aver accesso, ma è, invece, molto debole l’ interpretazione. Non certo per caso: si ha paura di far “filosofia della storia” per i noti errori della filosofia storica detta “storicistica”, il cui punto di partenza era del tutto errato perché di tipo evoluzionistico. Il che non significa rifiutarsi di riflettere sugli eventi ricercandone degli aspetti comuni (= storia, come diversa dalla semplice “cronaca”). Di qui i mille errori della storiografia contemporanea, che brilla per precisione quanto è un buco nero interpretativo: interpretazioni debolissime, fatte riciclando cose ben note, nulla di male in ciò, ma si abbia il coraggio di dirlo, e soprattutto di rendersi ben conto che la sovrabbondanza di dati non è sufficiente a costruire un quadro interpretativo. Gibbon è noto per la teoria del cristianesimo come avente contribuito alla “caduta dell’Impero romano” per causa dell’indebolimento dei valori della “romanità”: tale teoria, che non poteva che piacere tanto, fra gli altri, anche ad Evola, è stata riecheggiata, e lo è ancora, fino ad oggi.
Al più il cristianesimo può aver contribuito, ma non ha per nulla generato la “caduta dell’Impero romano”, che rimane “a pezzi” e a fasi, “senza rumore”, come giustamente affermava Momigliano, tranne – anche qui – l’eccezione di Attila, che fu forse l’unico fattore “scatenante” la massiccia “immigrazione” non economica dei cosiddetti “barbari” dentro il territorio del già morente Impero. Anzi, per lo meno parzialmente, il cristianesimo ha contribuito a salvare “determinate” strutture del pericoli tante, pericolante, Impero “in dissolvenza” finale … Chiaramente, operando una scelta: non poteva salvar tutto, e i criteria della scelta stessa non erano, come ovvio, conformi a quelli della passata civiltà. Ma sta di fatto che operò in tal senso.
[6] P. Thuillier, La Grande Implosione. Rapporto sul crollo dell’Occidente 1999-2002, cit., pp. 66-69, corsivi in originale. “Un tempo il progresso era stato senza dubbio ardente e allegro ma, paradossalmente, l’Occidente del declino trascorreva il suo tempo a innovare informatizzare e robotizzare nella più nera cupezza; pur essendo frivolo, non era allegro. […] Un sociologo-guru, verso la metà del XX secolo, aveva avuto un lampo di genio: questa umanità era ‘condannata al progresso per l’eternità’. La formula doveva essere presa alla lettera. Quest’epoca, secondo il professor Dupin, era sepolcrale e negativa, e cioè votata ai rifiuti, ai comportamenti di evasione o di fuga [e quanti ne vediamo!, intorno a noi!, fughe sia corporee, insomma spostamenti, sia nella mente, come prendere rifugio in pseudo-idee ormai lontanissime dalla realtà di oggi, lo pseudo-mito del cosiddetto “uomo forte”, che chiamo “uovo forte”, che è tutt’altra cosa dal vero leader, ecc. ecc., e chi più ne ha, più ne metta, basta girarsi attorno e si vedrà confermata, letteralmente ad ogni pie’ sospinto, quest’analisi; nota mia]. Come ci dimostrano i documenti più sicuri, bisognava continuamente schivare minacce e ‘difendersi’ [il nostro presente, nota mia]. Come evitare di essere derubato o aggredito? Come evitare le conseguenze di una svalutazione o di un crollo della Borsa? Come difendersi dall’inquinamento? Come lottare contro la droga? Come resistere alla concorrenza straniera [leitmotiv appena passato], all’immigrazione galoppante [leitmotiv presente]? Come ‘disinnescare’ le periferie esplosive [leitmotiv fluttuante]? Se mai una cultura è entrata nell’avvenire a ritroso, per riprendere un’espressione di Paul Valéry, è proprio questa. Che ironia! I moderni dileggiavano i ‘conservatori’ ma erano costretti a spendere senza guardare al portafoglio per proteggere se stessi e i loro beni. A causa del moltiplicarsi delle aggressioni era divenuto necessario far pattugliare i luoghi pubblici da un numero sempre maggiore di poliziotti. Anche gli ospedali avevano problemi di sicurezza […]. Uno dei nostri ricercatori ha potuto stabilire che molti […] investivano somme considerevoli in porta blindate, apparecchi di sorveglianza elettronica e assicurazioni. Alcuni avevano trasformato le loro case e i loro appartamenti in vere e proprie fortezze […]. I tecnocrati che avevano inventato la ‘civiltà del rischio’ avrebbero […] potuto anche parlare di ‘civiltà delle assicurazioni’. I cittadini più facoltosi, temendo per i loro soldi, avevano conti in diverse banche, in Francia, in Svizzera o altrove (‘Non si sa mai’). Nel frattempo però, specialmente fra i giovani, i moltiplicavano suicidi e tentativi di suicidio. […]. Insomma, ragione e progresso erano ben lontani dall’aver fatto fiorire rigogliosamente l’Occidente. Materialmente, la maggior parte dei cittadini si erano senz’altro evoluti verso la società delle comodità, dell’abbondanza del consumo, ma gli esclusi erano numerosi e gli stessi inclusi provavano vere frustrazioni”, ivi, pp. 69-70, corsivi in originale. Non conosco definizione più calzante: “sepolcrale e negativa, … votata ai rifiuti”, letteralmente “votata ai rifiuti”, tanto mentalmente quanto materialmente, e nulla più della disastrata pianura campana, nel “nostro” famoso Sud, “solare” (nel senso che fa le “sole”), allegro, spensierato …, lo attesta “al di là di ogni possibile dubbio”, come recita la frase fatta dei telefilm americano sulla legge, i legal thriller. Un po’ di “perfidia citante”sposa in modo particolare, in questo caldo clima, ma non doveva esserci la famosa “glaciazione” …?? Dalla diminuzione, quasi assenza, di macchie solari,ovvero di “brillamenti” sulla superficie del Sole, con conseguente emissione di particelle cariche che spesso surriscaldano ‘atmosfera, si “deduce” che la temperatura dovrebbe scendere, ma così non è. Sarebbe solo buon senso, allora, concluderne che quest’eccesso di calore, verificandosi in una fase che, se fosse per la Natura della Terra, sarebbe piuttosto fresca, derivi da delle altre cause, non dal “fuoco solare” ma da quello di “sotto terra”, che ci sotterra, un surriscaldamento artificiale
“Giunti al termine di queste riflessioni preliminari, il nostro gruppo di ricerca ha avuto l’impressione di aver chiarito un punto importante: l’Occidente era morto a causa della sua indigenza poetica e spirituale. Ma non potevamo essere soddisfatti di questa semplice constatazione: la ‘modernità’, evidentemente, non era caduta dal cielo. Bisognava dunque, se possibile, portare alla luce le sue origini concrete. Fin dal XX secolo alcuni spiriti illuminati se n’erano resi conto: gli Occidentali, appropriandosi della nozione di ragione e conferendole un contenuto molto particolare, non avevano fatto altro che giustificare a posteriori un insieme d regole di condotta che, in partenza, non avevano niente a che vedere con una qualche Ragion Pura. Queste regole, come aveva giudiziosamente osservato Claude Lévy-Strauss, erano per lo più inconsce: riferendosi sia a émile Durkheim che a Marcel Mauss aveva arrischiato quest’illuminante affermazione: ‘La ragione stessa è un prodotto non una causa dell’evoluzione culturale’. Per non restare alla superficie delle cose ci siamo quindi interrogati su quegli avvenimenti storici che avevano preparato in qualche modo le elucubrazioni ‘culturali’ di Condorcet e consimili. Con lo stesso spirito il professor Dupin diceva che ogni cultura si sviluppa partendo da alcune scelte più o meno coscienti che definiva atti fondatori. Se fossimo stati capaci d’individuare queste scelte decisive avremmo forse compreso in che modo preannunciassero un nero destino”, ivi, pp. 70-71, corsivi in originale. Sarebbe interessante vedere – ma ci vorrebbe un altro post – quali siano stati, a mio avviso, i due atti fondatori, o “atti fondanti”, non fondenti e mai rifusi sin ora, ovviamente “a mio avviso”, come suol dirsi. Essi sono: a) la cosiddetta “rivoluzione urbana”, nella seconda parte del Medioevo, e b) il momento “fondante” la cosiddetta “scienza moderna”, scienza che, ben presto, sarebbe divenuta “scienza-tecnica”, cosa che, poi, è davvero qualora la si spogli da fasulle dichiarazioni, o la “scienza degli ingegneri”, come la definisce Thuillier.
Si tratterà qui, però – solo en passant – di ambedue i punti, soprattutto del punto b), parlando invece un po’ più estesamente della cosiddetta “rivoluzione” urbana, del punto a) cioè. Questo perché, inevitabilmente, il secondo punto, pur indirettamente legato al primo (a)), ci porterebbe troppo lontano. Il blog, in tal caso, diventerebbe ingestibile sia quanto a lunghezza sia per eccessiva estensione dei vari temi trattati. Sul punto a), per l’appunto, ricordiamoci che la borghesia è nata nel Medioevo, dove s’intende non semplicemente l’abitante di città, ma colui che, nella città, vive sostanzialmente solo di commerci e, dopo, di produzione e commercio di beni, dunque una minoranza nella città stessa, che ha preso il potere prima nelle città stesse, poi nella civiltà occidentale con la Rivoluzione francese, della quale (il 14 luglio) è recentemente trascorso l’anniversario, tra l’altro risaldando l’antica alleanza fra Usa e Francia nella comune modernità sostanziale, per la gioia dei gonzi che abboccano sempre, sognando d’impossibili “restaurazioni” pseudo tradizionali … Come mai si vede che, nei posti laddove massimo è il consenso ai valori del System, lì si parli di più di “identità”, “valori”, starei per dire “tradizione”, ma è, in parte, un termine desueto e, spesso, questo stesso termine vien usato in modi errati … Vi è una risposta, ma rispondano lor signori: non hanno risposta, in quanto, questo solo, semplicissimo, fatto, mette in crisi tutto il loro sistema, ne smaschera le vere ragioni. E perché questa tendenza del “tradizionalismo” sostanzialmente “regge il moccolo” alla modernità, non n’è il superamento e men che meno l’alternativa. Vengono usati quando serve. Tra l’altro, la “genealogia degli errori moderni”, ovvero il “cavallo di battaglia” di ogni “tradizionalismo”, pur non essendo del tutto falso, postula però un “passaggio necessario” dal protestantesimo all’illuminismo al liberalismo e poi al socialismo, quando invece sono intervenute “influenze” particolari nel far fare questo passaggio, e fermo restando che non tutto si può mettere nella “stesso fascio”, di fatto, la modernità ha presentato varie declinazioni, e solo nell’ultimo – tardo – periodo essa è ritornata unitaria com’era nel suo inizio. Se ne deve dedurre, allora, che proprio laddove si parla di più d’ “identità”, là vi è un sudditanza ancor maggiore ai “valori” dominanti perché non si riesce a distinguere più fra i valori “tradizionali” e quelli “moderni” e si ricollega immediatamente i secondi ai primi. Insomma, identità a costo zero, o, almeno, “low cost” … tu puoi continuare ad essere bellamente “moderno”, seguire gli ultimi “gadget” e, sostanzialmente, dare il tuo consenso, ma vuoi anche mantenere un qualcosa che ti ricolleghi ai tuoi antenati, senza fare gli sforzi necessari che, però, questo stesso ricollegamento necessariamente implica: la cosa è impossibile, ma facciamo finta di farlo, “virtualmente”, telematicamente, ed allora “se po’ fa’” e si andrà incontro ad un facile successo. In una parola: gli Occidentali di oggi son dei diseredati.
Tornando alla città: “Per ovvie ragioni il nostro gruppo ha dovuto sottolineare a più riprese il ruolo attivo dei tecnocrati e degli uomini politici, ma questo modo di parlare non deve ingannare. Si tratta, ovviamente, di un’intera cultura che va messa in discussione. Ogni società, come ripeteva il professor Dupin, ha i dirigenti che si merita. Il problema non è dunque quello di fare loro un particolare ‘processo morale’ a posteriori. Certo, spesso erano arroganti, pretenziosi e spiritualmente vuoti; ma, in un certo qual modo, si limitavano a seguire un movimento generale che era loro imposto. Tutto porta a credere che i disgraziati ‘direttori’ e ‘capufficio’, per non parlare degli ingeneri, degli imprenditori e degli eletti [alle pubbliche cariche, i politici insomma, nota mia], fossero gli esecutori incoscienti di un ‘progettoculturale le cui origini remote si sottraevano alla loro comprensione [corsivi miei]. Descritta in questo modo, la caduta dell’Occidente evoca più una tragedia greca che un volgare gioco di strategia. Se i decisori […] avessero avuto un minimo di cultura storica si sarebbero forse resi conto che stavano vivendo la fine di un’avventura cominciata verso il XII secolo [corsivi miei]. Ma erano senza memoria [corsivi miei]. Nel momento stesso in cui facevano di tutto per uccidere il contadino [e l’attuale pseudo “ritorno alla terra” è l’applicazione, ancora una volta, di una logica estranea alla terra stessa, seppur detta “compatibile” con lo sviluppo” cosiddetto: se vuoi mangiare un po’ meglio, il “ricarico” su è davvero enorme, ti puoi salvare soltanto se vivi vicino alla campagna e c’è ancor qualche contadino che porta cibo ancora fresco; nota mia], credevano di agire secondo i puri canoni della razionalità politica e secondo le norme della scienza economica. Nello stesso modo in cui si rifiutavano di pensare alla ‘crisi economica’ come allo sbocco inevitabile del loro grossolano materialismo, percepivano il ‘problema contadino’ solo attraverso i loro occhiali di gestori e di mercanti. I poeti, come detto, erano più lucidi. Fin dal 1846 Michelet aveva fatto intravedere il seguito degli avvenimenti: il trionfo delle città non poteva essere assicurato che a spese delle campagne. Parlando del contadino egli notava […]: ‘Se la campagna è povera, la città, con tutto il suo splendore, è misera’. Di questa miseria l’Occidente è morto [corsivi miei]”, ivi, pp. 101-102, corsivi in originale, i miei son fra parentesi quadre. Ecco perché le “origini culturali remote” di questo “progetto” posson oggi essere comprese solo da una “élite” culturale, dunque un’ élite in senso letterale, non nel senso “derivato” e “spurio” che oggi è in uso comunemente. E’ stata la “presa di possesso culturale” da parte del mercante e produttore del borgo (= il borghese) che ha reso le città dell’Occidente medioevale così diverse da quelle orientali o antiche. Questo avviene a partire dal XII sec., anche se sarà un evento traumatico ad accelerare il processo. In effetti, è stata la “peste nera” a dare il “taglio” con le epoche precedenti, per meglio dire: a renderlo irreversibile. Il mercante, distruttore potenziale della Cristianità medioevale, prima di quest’evento, si trovava tutto sommato ancora all’interno di quella cultura.
Dopo la peste nera ne diventa il centro; inoltre, rivelando la natura il suo volto più spietato, il suo cosiddetto “dominio” si rivela come fatto essenziale, scopo da perseguire. Quanto al “progressivismo triste”, cadaverico, dell’Occidente attuale, il taglio è stato dato dall’epoca delle cosiddette “guerre mondiali”, 1916-1945. Niente dopo è stato come prima, la modernità si è incancrenita asfitticamente su se stessa. Sul ruolo della borghesia, si confermano quelle che, per Dante stesso, non potevano che essere delle “intuizioni” profetiche, a grande distanza dallo sviluppo vero e proprio delle potenzialità che però lui già intravvedeva chiaramente.
Sulla “caduta dell’Occidente” - inteso come Europa occidentale -, iniziato con la Prima Guerra Mondiale, cf.
E’ assolutamente fondamentale capir bene il “nodo”, e focalizzarlo esattamente: “La lunga storia delle città è disseminata di compromessi, di negoziati, di rivolte. Si sperimentarono tutti i tipi di formule, formule che diedero vita a Venezia, Firenze, Gand, Maastricht, Amburgo, Magonza, York, Londra, Rouen, Burgos ecc. accanto alla città-stato ci fu anche una confederazione di città mercantili, come la lega anseatica [non a caso, per alcuni modello dell’attuale “unione” Europea; nota mia], che riuscì ad estendere il proprio raggio d’azione fino a Stoccolma, Riga e Novgorod. Nello stesso periodo i genovesi e i veneziani colonizzavano il Mediterraneo. In Francia la monarchia si costituì appoggiandosi alle città (e lo Stato moderno è nato evidentemente nelle città). In brava, dall’XI al XIII secolo kl’Europa vide un gran fermento del quale il borghese fu l’attivatore. E’ bene precisare con Groten che ‘non tutti gli abitanti di una città erano borghesi in senso stretto’. Gli autentici borghesi erano gli abitanti ‘che godevano di tutti i diritti previsti dalle usanze della città e che in genere erano proprietari di una casa e di un terreno’. ‘Il gruppo dei borghesi comprendeva solo una piccola porzione della popolazione urbana, ma cionondimeno ne divennero il gruppo sociale dominante’. Durante la sua lunga stria la borghesia ha condotto un’azione che è stata solitamente definita politica. Una definizione in un certo senso giustificata, dal momento che questa parola designava presso i greci ‘l’arte di governare la città’.tale denominazione, però, può essere ingannevole, se si ammette che una vera politica deve avere come fine l’interesse generale. Fare politica, nel senso nobile, significa lavorare alla realizzazione di un progetto sociale e culturale; significa dunque far riferimento a una determinata concezione dell’uomo. Ora, il borghese strettamente inteso faceva politica? Il nostro gruppo di ricerca ha preferito dare una risposta negativa. La sola passione profonda del borghese […] fu quella di organizzare il suo universo sociale in funzione delle esigenze del commercio. […] Tutto ciò che egli poteva concepire come propriamente ‘politico’ era un insieme di pratiche di gestione  o, se si vuole, l’arte di far funzionare dei mercati nel modo più lucrativo possibile. Produrre, vendere, investire, consumare: ecco a che cosa si riducevano le sue competenze e le sue aspirazioni. Il borghese, fin dalle origini, aveva concepito l’organizzazione sociale e giuridica della sua città con uno spirito essenzialmente utilitario. Questa caratteristica ci è sembrata degna, sul pano filosofico, della più grande attenzione: i padri fondatori dell’Occidente moderno hanno, fin dall’inizio, subordinato le iniziative ‘politiche’ a considerazioni economiche. Quale fu, infatti, la loro prima preoccupazione? Semplicemente quella di assicurarsi alcuni diritti e privilegi grazie ai quali poter esercitare le proprie attività professionali. Si capisce bene come le lunghe lotte che essi avevano condotto contro i signori feudali fossero state […] presentate come ‘politiche’: perché, ottenendo l’emancipazione dei ‘comuni’ e facendo nascere i potenti ‘patriziati urbani’, i mercanti e i banchieri avevano effettivamente soffocato una certa fora d’organizzazione collettiva che a loro non conveniva. Le loro ambizioni […] erano assolutamente a breve termine. ‘Che tipo di uomo vogliamo creare?’ Ai nostri occhi questa domanda è decisiva e deve essere affrontata da tutto quegli uomini e quelle donne che pretendono di ‘fare politica’. L’Occidente moderno, però, fin dall’inizio della sua storia, l’aveva dimenticata e non è mai più riuscita a darle il posto che avrebbe meritato, cioè il primo. I borghesi, in questo senso, fin dal medioevo, avevano fatto politica loro malgrado. Imponendosi sui nobili e sulle potenze ecclesiastiche non cercavano affatto di far regnare nuovi valori, nel senso trascendente e poetico del termine,ma, molto semplicemente, volevano ottenere condizioni favorevoli allo sviluppo del loro commercio e dei loro traffici. Comprare e vendere liberamente, ecco che cosa desideravano prima di tutto, ecco la profonda filosofia della ‘libertà’ a cui si richiamavano. […] Non si sognavano neppure di creare lo ‘Stato moderno’ (per dirla in altri termini, uno Stato complice dei mercanti e dei maneggiatori di denaro, se non asservito alle loro esigenze). Un passo dopo l’altro, guidati dalla loro vocazione mercantile, si battevano semplicemente per avere il diritto di circolare e di scambiare, per pagare meno tasse, per sfuggire al controllo delle autorità del posto e per controllare in prima persona tutto ciò che riguardava la produzione dei beni, la sicurezza del commercio, i circuiti monetari ecc. se la borghesia, in genere, aveva sostenuto la monarchia, notava Jean-William Lapierre, era perché ‘era suo interessa far rispettare la sicurezza necessaria alla libera circolazione delle merci su un grande mercato nazionale e alla regolarità delle produzioni’. A volte i borghesi dovevano impugnare le armi, ma, in fin dei conti, rea per loro molto più comodo comprare […] i privilegi di cui avevano bisogno. Un po’ doro ed ecco venivano offerte loro preziose ‘franchigie’. […] Il borghese non era cattivo, era solo mediocre, cioè incapace di guardare al di là della linea dell’orizzonte definita dai propri interessi più pratici e più materiali”, P. Thuillier, La Grande Implosione …, cit., pp. 83-85, corsivi in originale. E lo è rimasto, mediocre intendo dire …
In altre parole: la borghesia non può fare politica, se per politica intendiamo quel che ha detto Thuiller, avere una concezione dell’uomo, pertanto, chiedere agli sbiaditi eredi di ciò che un tempo fu pieno d’energia di fare altro che non sia qualcosa di “bottegaio”, è futile. Chiedere a costoro di “risolvere i problemi del modo” è ancor peggio: è allucinatorio. Non faranno niente perché non possono are alcunché se non continuare sull’unica via che conoscono. Punto e basta. Puntellare questa deriva, in sostanza per la nostalgia di non essere più al centro del System - quando il centro può variare (è il fine, il meccanismo fondante che non deve mai variare, chi ne occupi il centro è secondario, a tal proposito) -, puntellare questo con l’ “identità” e la “tradizione”, poi, è ancor peggio. Significa non aver capito nulla della modernità. In luogo di felicitarsi che – finalmente!! – la modernità si stia inceppando, questi cercano di puntellarla, o, per meglio dire, vengono usati per puntellarla, non avendo grande capacità di riflessione, insomma essendo senza memoria come la stragrande maggioranza dei loro contemporanei, e però avendo una sorta di “aspirazione alla tradizione”, spesse volte idealizzata in modi sbagliati, si lasciano volentieri usare. E se ne lasciano usare perché chi li usa li conosce molto bene, li ha usati altre volte, sa benissimo che hanno in testa un’immagine idealizzata, che sia l’antica Roma, il medioevo o la prima parte dei tempi moderni o l’ ancien régime prima della Rivoluzione francese può fare delle differenza, ma non essenziali, chi li manipola sa molto bene che moriranno pur di non abbandonare il proprio sogno, sa benissimo che tenteranno di realizzare il proprio sogno pur essendo impossibile, “dunque” sono manipolabili.
Sommamente manipolabile, infatti, è colui che non sa rinunciare ai propri sogni: sta tutto qui.
Se uno rinuncia ad impossibili “restaurazioni” o a “sogni vari”, ecco che, immediatamente, gli si schiarisce lo sguardo ed ogni cosa va nel suo giusto posto. Non più un’immagine distorta, dalle proporzioni sghembe, o dilatate, occupa la vista, ma le cose prendono le proporzioni che hanno davvero. Quando uno vede ben, allora, solo allora, può pensare di “scegliere”, prima è bene che non scelga nulla, perché segue dei miraggi: le cose ci sono sì, ma non lì; le cose ci sono sì, ma non con quelle fattezze, con quelle proporzioni: lui non consoce la vera immagine delle cose che pur vede, il che si applica, pure, sommamente, ai “cospirazionisti” dei vari gruppi.
Mi rendo conto che sia del tutto inutile dir queste cose, nei nostri tempi. La ragione vi è chiara: la gente di oggi è senza memoria. Chi è senza memoria è un diseredato: eccone la definizione chiara e netta. Nessuno fa “politica”, nel senso nobile, oggi, ed il mondo intero è condannato a seguire la strada che ha preso: se questa è “libertà”, la libertà non ha più alcun senso; se questa non è la peggiore “dittatura”, ovvero imposizione di un cammino senza nessunissima possibilità di scelta, la parola dittatura non più alcun senso.
Chiaro che chi non ha memoria, chi basa le proprie azioni sui “dettami” dominanti o chi usi la “tradizione” e l’ “identità” come “puntello” della situazione attuale, non potrà mai capire o riconoscere quella forze che, nascoste, han dato inizio a quel movimento che l’Occidente attuale, con ogni evidenza, più non è in grado, da tempo, di signoreggiare, di controllare, anche soltanto d’indirizzare in un qualche modo. Ed è chiaro che “il borghese”, “incapace di guardare al di là della linea dell’orizzonte definita dai propri interessi più pratici e più materiali”, ed ormai residuale pseudo dominatore di questa stanca Terra, non sa niente delle forze che gli han dato il dominio, semplicemente: non può nemmeno concepirle. “In fondo, l’odio per il segreto non è altro che una delle forme dell’odio per tutto ciò che va al di là del livello ‘medio’ e anche per tutto ciò che si discosta dall’ uniformità che si vuol imporre a tutti. E però, proprio nello stesso mondo moderno, esiste un segreto che è conservato meglio di ogni altro: ci riferiamo alla formidabile impresa di suggestione che ha prodotto e intrattiene la mentalità attuale, che l’ha costituita e, si può dire, ‘fabbricata’ in modo tale che essa non può far altro che negarne l’esistenza o anche solo la possibilità, il che, certamente, è proprio il metodo migliore, un metodo di un’abilità veramentediabolica’, perché questo segreto non possa mai essere scoperto”, R. Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Adelphi Edizioni, Milano 1983, p. 89, corsivi miei, cap. “L’odio per il segreto”, titolo significativo.
[7] H. Schreiber, Gli Unni, Garzanti Editore, Milano 1976, pp. 11-14, corsivi in originale, quelli da me aggiunti segnalati fra parentesi quadre. “Il mondo in cui irruppero gli unni si trovava in un’epoca di trapasso. Gli antichi dei s’accingevano ad abbandonarlo, perché, sebbene venissero ancora onorati nei templi, e la Roma ufficiale continuasse a stare con Giove e con Diana, col fabbro Vulcano e col dio della guerra Marte, gli animi appartenevano ormai da tempo a culti diversi da quelli della religione dell’antica età gloriosa dell’impero romano”, ivi, p. 14.
“E’ naturale che la cronaca effettiva delle età arcaiche sia piena di eventi ‘barbari’. Quanta distruzione e dispersione abbiano recato migrazioni come quelle dei cimmerii, dei mongoli, dei pelasgi, è cosa che non sappiamo immaginare. Lo si chiama ‘costume primitivo’ e s’ipotizza allegramente lo sterminio in senso biologico, dimenticando ciò che la biologia ha da dire sui veri conflitti fra tribù animali. Soltanto l’uomo e più specificamente l’uomo moderno conosce l’arte dello sterminio totale, veloce o lento. Le culture arcaiche invece, prive di storia ma immerse nel mito, non trovavano negli eventi la sorpresa del fait accompli [corsivo in originale], che riempie di sbigottimento e di orrore come fa Auschwitz con noi. L’esperienza mitica ha i suoi modi di reagire alle catastrofi. […] Il racconto diveniva epopea. La grande epopea della Caduta dei Nibelunghi riflette a suo modo l’invasione degli unni di Attila, il ‘Flagello di Dio’. La storia ufficiale opporrà forse alle orde mongole la vittoria romana ai Campi Catalaunici, ma l’Attila della leggenda, signore di Gog e Magog, rimane assai più imponente, anche nel suo silenzioso uscir di scena, che non Genghiz Khân e Tamerlano con le loro conquiste storiche e le loro piramidi di teschi. La sua parte è statica, la classica parte dell’imperatore mitico: come Teodorico, Artù e Kay Khusraw, Attila è l’immobile re degli scacchi, attorno al quale si muovono tutti gli altri. La storia dei Nibelunghi ci mostra come il pensiero mitico trattasse le crisi: è la Nemesi che alla fine distrugge i guerrieri germanici. Anche Attila, ‘re Etzel’, soffre, senza perdere l’autorità del conquistatore; suo figlio muore per mano di Hagen [forse come Mundus o Mundzuch, il nipote di Attila; nota mia], ultimo della schiatta peccatrice, il quale […] viene ucciso dalla madre furibonda, a sua volta trafitta da Hildebrand, che si è riconciliato il conquistatore […]. L’unno Attila e il goto Teodorico, alleati nel racconto, rimangono a piangere insieme la morte di grandi eroi. Non c’è più odio, non c’è terrore, se non per l’agire del Fato”, G. de Santillana – E. von Dechend, Il mulino di Amleto. Saggio sul mito e sulle strutture del tempo, Adelphi edizioni, Milano 1983, p. 394, corsivi miei.
[8] H. Schreiber, Gli Unni, cit., pp. 39-40. Sulla mandragola, cf. L. Petzoldt, Piccolo dizionario dei dèmoni e degli spiriti elementari, Guida editori, Napoli 1990, pp. 157-143.
Altri spunti, ma piccoli, “spuntini”, cioè. Vi erano i cosiddetti chréstien o anche cagot, che “per altri discendevano dai Goti (‘chiens de Goths’ = cagots)”, M. Bizzarri, Rennes le Chateau, dal Vangelo perduto dei Cainiti alle sette segrete, Edizioni Mediterranee, Roma 2005, p. 167; ma “cani” dei Goti, dunque non i Goti stessi, ma al loro servizio: potevano forse, venire non dagli Unni, descritti molto diversamente dai deformi e “palmipedi” cagot, ma da dei popoli a loro volta trascinati dagli Unni e, in qualche modo, presi dai Goti come servi o schiavi? Il motivo del pie’ d’oca è interessante, cf. ivi, pp. 168-170: il “marchio d’infamia” era un piede d’oca, cosa che accomunava i cagot con eretici albigesi e catari. Sul carnabal, cf. ivi, p. 165, il che ricorda molto, soprattutto la “danza dell’asino”, quel che illo tempore scrisse Guénon sul “Significato delle feste ‘carnevalesche’”, cf. R. Guénon, Simboli della scienza sacra, Adelphi Edizioni, Milano 1975, pp. 132-135; quest’ultimo articolo, poi raccolto, con altri, nel libro appena riportato, si ricollega direttamente al capitolo, ex articolo anch’esso, immediatamente precedente, intitolato: “Sheth”, cf. ivi, pp. 127-131. Ambedue questi articoli, oggi capitoli del libro detto, andrebbero profondamente meditati, alla luce di queste altre considerazioni fatte, oltre che tenendo conto sia di quanto se ne sa di più oggi, non tanto quantitativamente, ma meglio qualitativamente, e alla luce degli eventi occorsi nel frattempo, della deriva tremenda che si è istituita nel globo e sul globo stesso, del fatto che la modernità si è riunita in una sola forma, mentre, ancora nell’epoca di Guénon, vi erano per o meno tre forme , sempre di modernità, che si combattevano: sempre modernità, ma la lotta intestina dà spazio a chi sia dissidente rispetto al modello dominante.
Sul tema del piede d’oca, cf. L. Petzoldt, Piccolo dizionario dei dèmoni e degli spiriti elementari, cit., “Berta dai grandi piedi”, p. 42; anche su Melusina, cf. ivi, pp. 146-148. Tra l’altro, a riguardo della “Fata Morgana”, nome che si dà pure al miraggio sul mare, fenomeno dovuto all’inversione termica che distorce i raggi luminosi proiettando l’orizzonte molto lontano dall’osservatore, cf. ivi, pp. 92-93, il miraggio della modernità, significativo. Ogni affondamento, che sia corporeo o di civiltà, deriva sempre da un miraggio, che esso sia esterno o interiore, ovviamente, fa una grossa differenza, ma resta un miraggio: una cosa “che sta là” invece si trova ben distante, “altrove”, ben altrove …
In ogni caso, è appena il caso di ricordare che l’Anticristo/Antchrist/Entkrist (o Entchrist) giocava sul legame tra il suffisso greco antì- e il termine germanico per “oca” – ent. In altre parole, ricollegava il pie’ d’oca, deforme, con il “male”, e, tra l’altro, un piede non umano è caratteristica degli “essi del mondo intermedio” qualora essi si mescolino con i “mortali”, mortali “dotati d’anima (immortale)”, cosa che i “non mortali” però non hanno. Anche Melusina ha una deformità nascosta, giusto per fare un esempio, fra i tanti e tanti che il folklore ci fornirebbe.
[9] Cf. ivi, pp. 72-86.
[10] M. Bussagli, Attila, Rusconi Libri, Milano 1986, pp. 45-52. Il passo continua, ma basti riportarne questo breve brano: “Per […] quest’intreccio d’avvenimenti ricostruiti attraverso ipotesi plausibili sulla base d’un insieme di dati sicuri, possiamo intravvedere il saldarsi di un immenso cerchio”, ivi, p. 52, corsivi miei.
[11] H. Schreiber, Gli Unni, cit., pp. 244-246, corsivi miei. Divertente, per errore di battitura, il computer ha cambiato “truppe gotiche” in trippe gotiche” …
Una curiosità: “Il motto ‘E’ meglio finirla con la paura che vivere in una paura senza fine’ non è particolarmente antico. Schill, l’animoso maggiore prussiano, lo lanciò alla sua schiera di volontari nel 1809, ad Arneburg sull’Elba, prima di tornare a marciare contro i francesi”, ivi, p. 24.
Sulla necessità, cf. J. Hillman, La vana fuga dagli dèi, Adelphi Edizioni, Milano 1991, pp. 98-100. Interessante il ruolo della dea Atena come mediatrice fra necessità e coscienza, “colei che compì la grande riconciliazione tra Zeus e le Furie, tra Noùs e Anànke”, ivi, pp. 136-137.
Su Atena, cf.
http://www.superzeko.net/doc_incanus/IncanusPrecisazioniNonNecessarie.pdf, nota n°22.
[12] Rimane ancor utile oggi, a riguardo di questi problemi, F. Saxl, La fede negli astri. Dall’antichità al Rinascimento, Editore Boringhieri, Torino 1985, dove si dimostra come l’ iconografia degli antichi dèi, da Babylonia, sia giunta sino al Rinascimento, ovvero sino al termine del Medioevo ed alla parte iniziale dell’ “epoca moderna”, nella quale, però, questa stessa iconografia subisce un’eclisse, e mo’ ce vo’ ‘sto termine qui, che sposa “siccome lo caseo su li maccaruni”, come suol dirsi. Credo che tal libro sia stato recentemente ripubblicato. 








3 commenti:


  1. http://associazione-federicoii.blogspot.it/2015/01/tre-passi-interessanti-federico-ii-f.html


    http://www.lulu.com/shop/enrico-fortunia/la-valle-del-pavone-blu/ebook/product-17529623.html




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  2. Che si sia impari alla bisogna, è chiaro ed evidente. Anche per questo, dall’ “altra parte”, che latra, si rallenta, per diminuire ancor più il numero di chi già è ridotto al lumincino … diabolico, senza dubbio …

    Dunque finché non si manifesterà “l’homme du peché”, difficile ci possa essere un cambiamento di corrente, salvo tante, ma tante, tante, illusione, proprio tante … come i vari “ritorni”, ai “valori” o alla religione o alla “spiritualità”, in realtà niente ritorna …




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  3. http://www.barbadillo.it/67529-artefatti-evola-in-dada-la-vis-pittorica-che-incontra-lavanguardia/




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