domenica 18 giugno 2017

DUNQUE **PERCHÉ** IL “CORTOCIRCUITO” DEL “CONSENSUS” ….





Oggi il dissenso è, in realtà, sparito: le “critiche” che si senton dire non sono portate avanti per proporre altri “modelli”, dunque (come già osservava Baudrillard, nel lontano, per altri versi, 1976 …) non sono rivolte al funzionamento strutturale del sistema, ma, invece, sono critiche intirizzite indirizzate al sistema perché non fa quel che dice “dovrebbe fare”; sono critiche fatte in base a quanto il sistema stesso dice che dovrebbe fare, in altre parole perché non è coerente con le cose che afferma.
Tutto questo si basa sull’ideuzza che il sistema stesso dica di sé la verità, che possa esporre chiaramente la sua logica fondante. Si tratta di un punto di partenza ideologico, di un assunto che si condivide con il sistema stesso, mentre, al contrario, mica è detto che il sistema “debba” esporre la sua, presunta o reale che sia, “verità”: a lui, forse, basta funzionare. E stop.
Ma quando mai, dunque, un sistema deve essere coerente, per poter funzionare?? Basta, perché funzioni, che rispetti la sua regola fondativa, e deve rispettarla, non certo esporla, o “dirla”: questa malattia del “dire a tutti i costi” è ancora un’infezione sistemica, mentre questo stesso “conglomerato” sistemico non segue questa malattia, e non vi è, in altre parole, sottoposto affatto. E il sistema in cui viviamo rispetta la sua “regola fondativa” oltre ogni dire, anzi, con una coerenza davvero ferrea (“la gabbia di ferro” … ed elettroni …). Semplicemente, quel che dice non è ciò che fa: ecco tutto.
Risolver questa sua – apparente, peraltro – “aporia” tra il dire e il fare, significherebbe soltanto rendersi conto che, se si vuole “altro”, ci vuole un altro sistema, che funzioni diversamente.
Il resto sono chiacchiere, che magari serviranno a  farsi eleggere, che magari saranno utilissime a deviare il dissenso su vie senza sbocco, ma non serviranno a nulla, se si tratta di eventi e fatti sistemici.
In altre parole: con questo sistema qui, questo è l’unico mondo possibile. Un altro mondo è possibile, certo, ma fuori del sistema che spinge il modo esattamente là dove deve stare, funzionando quel sistema stesso.
Quel che è sistemico può esser esaminato e trattato utilmente solo e soltanto al suo stesso livello, e cioè sistemico. Niente di più, ma nemmeno niente di meno.
Quanto è sistemico non accetta né mai accetterà un’altra logica. Occorre farsene una ragione. Il resto è ineffettuale. Ha, cioè, degli altri scopi, ma sarebbe un errore capitale chiedere a chi ha questa logica non sistemica, di risolvere - o anche solo semplicemente di affrontare - i problemi sistemici.
Il che spiega l’ assoluta impotenza della politica odierna.  

Il “dissenso” – che ancora era un “motore” della politica moderna -, nell’attuale politica “tardo moderna”, si è bloccato del tutto.
Ci si potrebbe chiedere, dunque – ed avendo in mente uno sguardo “classico” politico – moderno, ovviamente, ovvero facendo riferimento a Machiavelli[1] -: perché “popolo” e “classe dirigente” – oggi – son diventati “una cosa sola”, dunque. Chiamo questo fatto, oggi ormai evidentissimo: il “cortocircuito” del consenso.

La risposta è complessa, il problema non è affatto semplice; la risposta, dunque, può ricercarsi distinguendo almeno due  concause più importanti, rispetto a tanti altri piccoli fattori aggiuntivi. Vedremo, poi, quale, fra le due concause, a mio avviso (ovviamente), risulterà la contraddizione dominante, decisiva nella questione.

Primo punto: l’ ossessione della “visibilità”, tipica di un potere che ha preso altre priorità rispetto alla ricerca del consenso come fine specifico, ovvero: sostituzione della visibilità alla ricerca del consenso, vale a dire che il consenso si costruisce per mezzo della visibilità stessa.
Ora però, è vero che quest’ “ossessione” oggi è comune tanto al “popolo” che alla “classe dirigente”. Vi è, dunque, un insieme di valori comuni. Né può dirsi che questi valori, ricollegati alla centralità della visibilità, siano stati “imposti” al “popolo”; forse, agli inizi sono stati effettivamente imposti, ma non oltre un certo momento, quando la visibilità è stata fatta propria dallo stesso “popolo”, per usare questa categoria imprecisa giusto per facilità di comprensione.
Per quale ragione, allora, è avvenuta quest’accettazione di tali valori ricollegabili alla visibilità, ci si potrebbe dunque chiedere. Per questa ragione: che alla “visibilità” può accedere sia un rappresentante della “classe dirigente” sia un membro del “popolo”, per quanto quest’ultimo con molto maggiore difficoltà: eppure, non vi è una ragione sostanziale per cui un membro del “popolo” non ossa giungere all’agognata “visibilità”, per quanto quest’ultima possa poi trasformarsi in una gogna. E questa è una differenza di non piccola importanza rispetto alla stragrande maggioranza delle epoche precedenti, nelle quali il “popolo” non poteva in alcun modo “accedere” alla visibilità individuo per individuo, ma solo e soltanto come “corpus” unico ed unitario. Torniamo però, così, alla dinamica (per di più instabile …) del “visibile versus non visibile”, come chiave di volta del potere moderno. Se la vis è nel secretum, questo la modernità non può che scardinarlo, le interessa la **visibile attestazione** del vero …
Il resto non esiste.
Ma il “potere” della politica sta, solo e soltanto, nel “segreto”, le “segrete stanze”, ecc., ecc.  
La “dynamica” visibile/invisibile si è mostrata centrale nella modernità, in quanto si deve “mostrare” la “visibile” attestazione di un discorso di verità; questo “mostrare” prima non aveva la stessa importanza. Non aveva lo stesso statuto. Non aveva la stessa rilevanza. Non era centrale, ma secondario, in quanto il potere aveva una sua legittimità “a prescindere” (per dirla con Totò), non doveva, dunque, ricercare il consenso “a prescindere”.
Ma queste considerazioni non bastano.

Secondo punto: fermo restando, come s’è detto sopra, la solidarietà fra “governati” e “governanti”, fra “decisori” – come dicesi oggi – e coloro che le decisioni le subiscono (o, almeno, le accettano) sul lato dei valori della “visibilità”, nell’ambito del cambiamento dello “statuto” epistemologico del concetto di “verità” prodottosi con “la nascita della modernità”, fermo restando tutto ciò, perché quest’ “accettazione sottomessa”, allora?
Va bene la solidarietà nei valori di base, che impedisce che un dissenso reale abbia presa, ma perché accade questo fenomeno? E che cosa n’è della democrazia oggi, nell’epoca dell’ accettazione sottomessa 
Oggi non vi è più la necessità della ricerca del consenso in quanto è un dato di partenza: questo è ciò che è cambiato – ed irreversibilmente – in quanto “il mar [della modernità] si è sovra noi [definitiviter] richiuso”, per parafrasare il ben noto verso dell’Ulisse dantesco[2].
Quindi è un cambiamento culturale – avvenuto – la seconda causa. Ad avviso di chi scrive, è questa seconda causa quella decisiva.

La modernità ricercava, infatti, ancora il consenso, oggi esso vien dato “a prescindere”, per dirla con Totò, scherzosamente; ma oggi la cosa è diventata serissima, cinquant’anni dopo …
La critica oggi è, quindi, divenuta (e può essere, almeno nella sua “applicazione” politica) solo e soltanto questa: il “System” non funziona “come dovrebbe”, l’azione è farlo funzionare “come dovrebbe”; ma mai nessuno che pensi che il suo funzionamento è il problema.
Il “come dovrebbe” ovviamente varia: qui si bisticciano o “tristicciano” tristissimamente gli “zombie” politici dei nostri tempi[3].
Ecco le due forme oggi prevalenti; 1) da un lato: continuiamo nella globalizzazione, non siamo andati “abbastanza” innanzi; 2) dall’altro: torniamo indietro a forme, più o meno intense, di “neonazionalismo”. E’ appena il caso di dir questo, giusto per esser chiari: nessuna delle due cose può funzionare, in quanto il “nodo” è il funzionamento del System e non il “come dovrebbe” funzionare, che sta solo nei simulacri mentali di chi ha dato – e dà – il suo consenso al System stesso.
Dal punto di vista “spirituale”, poi, il problema è stato – ed è – questo consensus omnium, qui è la “colpa” dell’umanità, simile – simile - a quella della Turris Babel, ovviamente in maniera e con modalità ben diverse, nil sub sole novum, ma è pur vero che nulla si ripete uguale
Vi son sì paralleli, ma non vi sono delle mere ripetizioni, come giustamente sottolineava Guénon illo tempore.

Che cosa n’è, allora, della democrazia nell’epoca del consenso “a prescindere”, ci si chiedeva quivi suso. Basta tirare le somme di quanto detto sin ora: la democrazia, priva di una “posta in gioco” e di uno scontro tra “visioni del mondo” diverse, perde la sua forza dinamica e diventa, nel migliore dei casi, una tecnica del voto, nel peggiore una simulazione autoreferenziale. In tal ultimo caso, per il dissenso, si ha uno spazio pari a zero. Si attua, in tal modo, un controllo sulla società quale mai la storia ha visto, ed operata da coloro i quali – in teoria, molto ma molto “in teoria” … - dovrebbero essere i “controllori” del System, quando invece sono che i controllori di se stessi … La “cura” parte dall’aspetto culturale, e non può partire da quello immediatamente politico, essendo, come s’è detto, che la politica è autoreferenziale, si riferisce a se stessa ed alle sue interne dinamiche, il “principio di rappresentanza” tipicamente moderno è svanito, si è svuotato prima filosoficamente, poi praticamente ovvero politicamente … Ma qui si profila un altro evidente ostacolo: la tentazione di “ritornare a prima”, alla “buona” – o sedicente tale – epoca in cui era stabilito il “buon vecchio” principio di rappresentanza e le cose – udite, udite – rappresentavano qualcosa, e qualcosa di diverso da se stesse, ovvero, nel nostro caso, il “corpo” elettorale: il votante era “rappresentato”, nel teatro della politica (che cosa moderna!: il teatro!), dal votato. Elettor ed eletto davansi la man felici, e, ognuno nel suo proprio letto – non di procuste[4], please -, si spulciavano delle inevitabili locuste, finalmente dormendo sazi di un’esistenza appagante degna di Pappagone[5]. Beh, ridicolo. Non vi è mai stata un’ “esatta” rappresentazione, ma solo una serie di approssimazioni rappresentative. Ma il punto di caduta del concetto di democrazia rappresentativa – quella diretta, propria del mondo antico, ha delle differenze significative, per cui non entra in questa crisi, e tuttavia nel mondo tardo moderno vi è poco praticabile, seppur non impossibile – avviene quando “rappresentare le cose ‘così come sono’” perde di valore. Questa perdita di valore ha le sue radici nella tecnica: una volta c’era la pittura, che apparteneva pienamente alla modernità nella sua fase ascendente – e c’è stata mai forse un’arte più vicina al moderno della pittura … (domanda retorica) -, e in quell’epoca vigeva l’idea dominante che l’oggetto “pitturato” (= rappresentato!!) dovesse “riferirsi” all’oggetto realmente, concretamente esistente (le nature morte, termine significativo eh, che cosa moderna, noiosissimamente moderna …). Poi, di seguito, è venuta la fotografia: nasce una realtà “seconda” e già l’oggetto non è più meramente “rappresentato” ma, invece, “riprodotto”, attenzione che già c’è una differenza. Cosa manca, ci si potrebbe chiedere: il teatro, ovvero la scena. Nella fotografia non vi è scena. Sì, lo so, per tanto tempo si è costruita la scena – il “teatro” (e mo’ ce vo’) di “posa” -, ma questo nulla dimostra se non il fatto che, coloro che così agivano, non avevano capito che la fotografia apriva un nuovo spazio, indipendente dalla pittura, e consideravano la fotografia come un’estensione della pittura. Similmente accade per il film: prima che si capisse che era una realtà “seconda”, indipendente da ciò che dovrebbe rappresentare, c’è voluto molto tempo.
Or dunque, per tornare a noi, questa realtà “seconda” intacca il principio di rappresentanza: son gli anni Trenta, la democrazia prende colpi durissimi. La risposta è la ristrutturazione del democratismo, dove il principio di rappresentanza in parte vien salvato – riducendone lo spettro però, è l’epoca dell’emersione dei grossi conglomerati che influenzano le masse, i mezzi di comunicazione di massa esplodo, Bernays e la “propaganda” come instrumentum regni -, e il principio della realtà “seconda”, forse la stagione più espansiva del System in assoluto, ma pure quella in cui le ombre cominciavano a calare, scure, pesanti come scure. La risposta a quest’ultima crisi avvenne tra i Settanta e gli Ottanta e portò alla totale débacle del marxismo, che non ne capì nulla di nulla, legato com’era alla stagione precedente. Per capir questo momento storico passato, ma le cui conseguenze viviamo nel “nostro” presente, ricordiamoci le due fasi precedenti, e giungiamo a quest’ultima, terza fase, non ancora terminata: prima le cose rappresentavano oggetti, gli eletti gli elettori; poi nacque una realtà “seconda” che funzionava come tale, ma manteneva una relazione con gli oggetti, le cose cui faceva riferimento, nondimeno già viveva di forza propria; terza fase, quando le cose della realtà “seconda”, divenendo sempre più simili (= simulacro) alle cose dette “reali” perdono la necessità non solo di meramente “rappresentare” – questo già da tempo non c’era più -, ma semplicemente di “riferirsi a” le cose. Ed è quel che Baudrillard capì bene, sulla scorta di M. McLuhan – ma ovviamente McLuhan non aveva lo stesso sguardo “critico” -, si passava dall’epoca in cui A > B (“a implica b”)  ad A = A (“a uguale a b”), ovvero: un sistema in cui l’apparato tecnico è in grado di riprodurre le cose fin al punto di simularle non ha più necessità di riferirsi alle dette cose. In altre parole: diventa autoreferenziale. Detto altrimenti: quando le cose le puoi riprodurre quasi come le cose stesse, che bisogno hai di “riferirti” alle cose? Nessuno. Il gioco dell’autoreferenzialità può continuare ad libitum. Esso basta a se stesso. Ma, allora, in un mondo tale, che n’è della democrazia? Essa va in crisi in maniera totale, completa ed assoluta. Perde il suo fine, smarrisce lo scopo per il quale ci sta.  
Qual è stata la risposta, a tale crisi radicale. Molto semplice: ma perché la democrazia deve “riferirsi a”? E perché mai, dunque, il rappresentate “deve” rappresentare il “rappresentato”? La democrazia perde questa sua supposta “necessità originale”, questo suo ex “imperativo categorico”, e sopravvive benissimo, anzi, diventa non sovvertibile, inossidabile, certo ingestibile, ma che importa, mica ci sta per rappresentare? Basta che “l’emulsione” continui ad libitum
E il dissenso? Che importa anch’esso, infatti, dare un posto al dissenso: dargli una “rappresentazione” ha senso se e solo se vi sia il principio di rappresentanza, ma se quel che viene rappresentato rappresenta solo se stesso, non vi è più alcun bisogno di “rappresentare” il dissenso. E così, senza colpo ferire, senza nessun “bang”, tu hai il massimo consenso, tu hai un dominio totale …

Dopo Die Totale Mobilmachung (per usare un’espressione di E. Jünger) – la “mobilitazione totale” della prima metà del Novecento -, passiamo alla proliferazione, come alghe “eutrofizzanti”, ella rappresentazione, che però rappresenta solo se stessa: Die Totale Vertretung. La “rappresentanza totale”, dove, per “totale” devesi intender “che non ha limiti”, che non riconosce limiti …    

Andrea A. Ianniello














[1] Su Machiavelli, cf. L. Strauss – J. Cropsey, Storia della filosofia politica, il melangolo, Genova 1995; il cap. “Nicolò Machiavelli (1469-1527)” è il primo cap., ivi, pp. 11-36. I altre parole, la filosofia politica moderna nasce con Machiavelli. Significativo, tuttavia – e questo differenza tale Storia da quelle comuni in Italia -, che, subito dopo Machiavelli, vi sia il capitolo intitolato “Martino Lutero (1483-1546) e Giovanni Calvino (1509-1564)”, ivi, pp. 37-84, il cui ruolo di pensatori politici è, in Italia, largamente sottovalutato, mentre storicamente vi è stato ben maggiore di quanto, da noi, comunemente creduto.    
[2] Cf.
https://it.wikipedia.org/wiki/Infin_che_%27l_mar_fu_sovra_noi_richiuso.  Insomma, la modernità ha fatto naufragio, come la nave di Ulisse, cf.
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/5a/Inf._26%2C_Anonimo_fiorentino%2C_Il_naufragio_della_nave_di_Ulisse%2C_1390-1400_ca..jpg.
[3] “Guénon offre un esempio piuttosto raro di spirito, paragonabile a quello di Joseph de Maistre per il periodo rivoluzionario, assai lucido e allo stesso tempo molto sensibile alla percezione dei segni apocalittici del nostro tempo. Nel suo libro, Le règne de la quantité e le signe des temps, scritto, non dimentichiamolo, all’inizio del periodo tra le due guerre mondiali, egli profetizzò che le masse sarebbero state sottoposte a una ‘robotizzazione’ sempre più stretta: ‘Gli uomini diventeranno dei robot, animati artificialmente da una volontà diabolica: ciò può darci un’idea abbastanza chiara di quanto avviene ai confini stessi della disgregazione finale’. Non è necessario essere dei ‘fanatici dell’Apocalisse’ per constatare che nel XX secolo gli avvenimenti apocalittici, ossia catastrofici, si moltiplicano”, S. Hutin, Governi occulti e società segrete. Dietro le quinte della storia, Edizioni Mediterranee, Roma 1996 (ventun anni fa!!), p. 152, Prefazione di G. de Turris. E’ un libro spesse volte usato da “destra” – categorie politiche moderne in dissoluzione, ma per “svuotamento di senso”, non per superamento, dunque ne rimangono i simulacri senza senso – i cui appartenenti hanno difficoltà, si nota spesso, insormontabili nel comprendere “certe” cose, invece hanno in testa un’idea fissa – come tutti oggi – e cercano di vederla nelle cose: la realtà simulata ha preso il posto delle cose, ma nei comportamenti più minimi; inoltre, l’interesse per “certe” cose vi è del tutto strumentale.
Quanto a Guénon, vero che fosse molto vicino a de Maistre, con delle differenze, però, interessanti: mi son procurato Le Serate di San Pietroburgo, un cui brano, dell’ultima conversazione in esse contenuta, Guénon citò ne Il Re del Mondo, parte finale: sarebbe interessante riflettere su tali differenze, alla luce dei “nostri” tempi, non di quelli né di Guénon né, tantomeno, di de Maistre, cosa che i “tradizionalisti” ahi loro dimenticano spesso, che non viviamo lo stesso tempo, piccolo “particolaruccio” fastidiosissimo: cassiamolo dunque, che ce frega … Il “tradizionalismo”, come corrente storiografica, senza dubbio ha avuto i suoi meriti, però ha fallito sul punto decisivo: come Skanderbeg, ha vinto tante battaglie, ma perso la guerra, ciò in dipendenza di un’analisi errata: quella della “genealogia degli errori moderni”, analisi che semplifica troppo. Al massimo son serviti contro il “comunismo”, tragedia per un certo periodo, poi divenuto uno spaventapasseri e cioè, nel linguaggio corretto, un simulacro. Si son, dunque, dedicati a combattere delle ombre, tipico iter di certe posizioni, mentre il nemico, che non è mai stato comunista – si mettano l’anima in pace, definitivamente -  cambiava forma, pelle, fattezze, finché li ha presi alla sprovvista. I succedanei di tale dis-orientamento non possono far altro, quest’oggi, se non supportare un tentativo di ritorno al passato prossimo, mossa che Guénon considerava una tattica diabolica … “Che tristezza”, direbbe Chuang-tzu [Zhangzi] …
Ne La sinistra divina, Baudrillard – nel lontano 1986, quarantun anni fa … - notava molto ironicamente che, con la “sinistra”, si vedeva una visione “morale” della politica di cui non si aveva traccia “dai più bei giorni del Cristianesimo”, evidente ironia, e però centra un punto: la visione profondamente “morale” della politica che aveva il “comunismo”, magari tradendola, venendo meno alle promesse, facendo schifezze varie, ma la visione rimaneva quella. Il diavolo non può mai venire da cose del genere, per quanto colpevoli possano essere i singoli uomini, non è questa la “visione del mondo” (Weltanschauung) del diavolo, che è, quanto a lui, summiter “ipocrita” = attore. Su questo, hanno “toppato”, e alla grande, così segnando il proprio destino, divenendo del tutto sguarniti rispetto alla fase seguente, quella della “simulazione realizzata” e totale. Quelle ingénuité … E, davvero, un’ingenuità totale … Su Baudrillard e La sinistra divina, cf.
http://ideeinoltre.blogspot.it/2014/05/andrea-ianniello-baudrillard-la.html. Quest’ultimo breve articolo ha però avuto l’onore di esser riportato sul sito di Arianna editrice, cf. http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=48516.  
Sempre in relazione al parallelo fra tendenza nel campo della riflessione e prodotti “di massa” – interessanti porli a confronto -, cf.
https://it.wikipedia.org/wiki/Sherlock_Holmes_-_Gioco_di_ombre. Dalla serie dedicata a Holmes, de quale il link appena riportato è il secondo episodio, si estrae una musichetta che appare molto “azzeccata” ai “nostri” famosi tempi, in ci siamo tutti, chi più chi meno, un po’ “discombombulati”, cf. “Sherlock Holmes Movie Soundtrack - Discombobulate -”,
https://www.youtube.com/watch?v=vgRVJksQocM.
Il passo, poi, secondo cui gli uomini diverranno “robot” non si ritrova, nella forma in cui lo riporta Hutin, in Guénon, ed inoltre, un conto son gli zombie – forze animate sottilmente, dunque cose vive … – altro un robot, che è meccanico. Con il robot siamo nel “secondo ordine dei simulacri”, cf. J. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano 1979 (!!), pp. 65-66. E’ appena il caso di sottolineare che solo nei simulacri del “terzo ordine” – quello della simulazione che succede all’ordine della produzione – il potere del simulacro diventa totale, una fase, per Baudrillard, di massima potenza del sistema, molto di più dell’epoca della produzione, alla cui “critica” il marxismo è rimasto legato, per sparire, come forza storica, quando il “terzo ordine” ha sviluppato tutta la sua potenza. Se uno avesse letto queste frasi – e le pagine seguenti – cui ho appena fatto riferimento, nel momento in cui sono state pubblicate, o poco dopo, ragionando seriamente sul loro significato e su ciò che, davvero, implicavano, gli si sarebbe accapponata la pelle – e, tra latro, la fine del marxismo come forza storica, non come interesse culturale, vi era contenuta - … Invece, tornando a noi, l’idea di Guénon è invece un’altra: per lui, dopo l’ “acme”, il “klìmax” del mondo moderno – la fase di “solidificazione” la chiamava -, il mondo moderno sarebbe entrato in una crisi strutturale irreversibile che lo avrebbe portato alla frammentazione, quasi alla polverizzazione: vederlo negli anni Trenta del secolo scorso implicava uno “sguardo lungo” davvero lucidissimo e fuori dalla norma, ma oggi è il “nostro” presente. E lo vedono in tanti, non negli anni Trenta però, dunque onore al merito. Ma non basta: qui Guénon cala l’asso nella manica. Per la piena “dissoluzione”, ovvero per la “fine del nostro ciclo storico”, non sufficit.
Quanto all’ “apocalisse”, o poca “lisse”, come la chiamo. Di “fanatici della poca ‘lisse’” ce ne son stati tanti, ma nessuna “lisse” poi è venuta. Ma nemmeno zero “lisse”, “lisse” non si presentata all’appello. Serie ricerche l’hanno data per dispersa … L’ “apocalisse” non è una serie di “catastrofi” che sì, nel XX e in questo primo inizio del XXI secolo ce ne sono state tante, ma non bastano le “catastrofi” a fare “apocalisse”, anzi, finché ci son problemi storici, siamo ancora nella storia = non vi è alcuna possibilità di “apocalisse”, per quanto poca essa sia.  L’apocalisse non è, dunque, una serie di catastrofi – più o meno grandi -, ma è la costruzione di un ordine – style la Torre di Babele – contro il Cielo, e di fatto, non de jure, dunque le religioni possono perfettamente coesistere con questa costruzione, e quest’ultima è una mera semplice osservazione di fatto.
[4] Cf. https://it.wikipedia.org/wiki/Procuste. Da quest’ultimo link, estraggo le seguenti frasi: ‘Con la locuzione letto di Procuste o “letto di Damaste”, derivata da questo mito, si indica il tentativo di ridurre le persone a un solo modello, un solo modo di pensare e di agire, o più genericamente una situazione difficile e intollerabile o una condizione di spirito tormentosa’ (corsivi miei). Il senso “generico”, è ben noto, ma è l’altro significato quello molto interessante, il tentativo di ridurre le persone a un solo modello, un solo modo di pensare e di agire: beh,allora noi oggidavvero – siamo sul “letto di procuste”. Oggi – davvero – questo “tentativo” è sul punto di aver successo …
[5] Cf. https://it.wikipedia.org/wiki/Gaetano_Pappagone. Da questo personaggio televisivo immaginario, sarebbe nato – esattamente cinquant’anni fa – un fumetto, cf
https://it.wikipedia.org/wiki/Pappagone_(fumetto).  








1 commento:


  1. In altre parole, per spiegarsi ancor più chiaramente: vi è stato un tempo in cui a votare non poteva essere che una minoranza; stiamo tornando – se non siamo **già** tornati – a quest’epoca. Ma ecco la differenza: nel XIX secolo questo fenomeno avveniva “per legge”, vi era un qualcosa di esterno che stabiliva che così fosse.
    Oggi **non è più** così, ed è l’**elettore stesso** che non si presenta, e “liberamente” – perché, “de facto”, non può fare altrimenti – non va più a votare. A votare va dunque una minoranza, l’1/3, la società dell’1/3, come s’è detto altrove.

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