mercoledì 1 marzo 2017

Recensione di un vecchio volume ...





E’ stato pubblicato il secondo Volume degli Annali del Museo Campano di Capua (2005), che contiene tutta una serie d’articoli riguardanti il Museo Campano. S’inizia con un articolo sul Palazzo Antignano (Ciro Robotti), sede del Museo, cui si dedica tutta la Parte Prima. Nella Parte Seconda c’è spazio per lo studio della figura del vescovo Prisco I, oltre che per il ricordo di varie figure (Francesco Daniele, Amedeo Maiuri).
Ma è la Parte Terza quella più interessante dal punto di vista più specificamente storico. C’è una “Storia degli studi sulle antichità del Museo Campano” (Marilena Carrese), un articolo – molto importante - sul Fondo Jannelli presso l’Archivio del Museo (Gloria Guida), un articolo sulle fonti documentarie relative ad assistenza e beneficenza dal ‘500 all’‘800 (Maria Rosaria Strazzullo), un articolo sulla “Pittura del Seicento a Capua” (Federica Tosi). Infine, un articolo sul Sacco di Capua (Giuseppe Centore) e “A proposito di uno scarabeo con simboli geroglifici” (Enrico Giovanelli).
Ricordiamo che il Sacco in questione “fu perpetrato da Cesare Borgia ai danni di Capua il 24 luglio 1501” (Annali Museo Campano di Capua, vol. II, 2005, p. 142). Ma è l’altro articolo, relativo ad uno scarabeo dai simboli geroglifici, l’articolo più particolare della raccolta. 
“Lo studio di parte delle necropoli campane ad opera di W. Johannowsky, pubblicato  nel 1983, tra le molte problematiche [], mise in luce il complesso rapporto tra il mondo campano ed i centri dell’Etruria meridionale. In particolare per quanto attiene agli oggetti d’ornamento personale lo studioso ricordava il caso delle fibule a sanguisuga decorate con applicazioni ornitomorfe, riscontrate, in ambito campano, a Suessola, mentre in Etruria a Veio, Tarquinia e Vetralla. Per l’appunto una fibula di questo tipo proviene da una sepoltura particolare della necropoli delle Arcatelle (Monterozzi) di Tarquinia. Del corredo tarquinese [] facevano parte piccoli scarabei [] di pasta bluastra []. Ciò posto si può entrare ora nel merito [] della questione: da una tomba capuana nella necropoli della località Fornaci proviene infatti uno scarabeo che sembra presentare stilemi assai simili a quelli degli scarabei tarquiniesi” (ibid., p. 119). Manufatti simili sono stati ritrovati nelle necropoli di Cerveteri e Veio. Tali scarabei sono molto simili a quelli provenienti dal “nord della Siria o comunque sempre dall’area del corridoio siro-palestinese” (ibid.).
Ve n’è uno presso le Civiche Raccolte di Milano, che ne conferma l’identificazione. 
E la cosa non si limita ai soli scarabei, perché anche il coccodrillo ed il leone hanno grosse similarità di raffigurazione, in particolare con le necropoli di Cerveteri. Tutto l’insieme s’iscrive nella serie di legami, molto stretti, fra l’area di Veio e Tarquinia e Capua e Pontecagnano. Aggiungerei, però, le similarità fra quest’ultima area e la necropoli di Cerveteri. Si tratta di stilemi comuni, rielaborati in modo differente dalle diverse maestranze locali, dai locali artigiani.
Si pensa che la stessa Capua sia d’origine etrusca o, in ogni modo, comunque fortemente influenzata dagli Etruschi (“tuschizzata”). Ne sarebbe prova lo stesso nome di “Capu”, in etrusco, grecizzato e latinizzato in “Capys”. “Capu” in etrusco significherebbe “falco”, “falchetto”.
Per esempio, il “ludi gladiatorii” sono nati a Capua, dove, anche in epoca imperiale, esisteva una prestigiosa Scuola per Gladiatori, dove, tra l’altro, si formò Spartaco.
Da Capua essi si diffonderanno a Roma, dove riscuoteranno un successo grandissimo.

Qual è la loro origine?
Il culto etrusco dei morti, per il quale ai morti erano dedicati sacrifici di sangue che, col tempo, furono sostituiti dai Giochi famosi, che, di seguito, avrebbero preso una loro propria via.
Altra osservazione – importante -, poi, è questa: scarabeo, coccodrillo, leone son simboli palesemente di origine egizia.
Si sa dell’esistenza di un forte legame fra l’Etruria meridionale e l’Egitto antico (testimoniato anche dal “Liber Lìnteus” di Zagabria).
Evidentemente tale legame sussisteva anche con la zona “etruschizzante” di Capua e Pontecagnano. Anzi, i dati presentati lascerebbero pensare che alcune tombe capuane sarebbero precedenti a quelle tarquinesi, e pertanto si potrebbe anche ipotizzare che tale influsso dal sud si sia diretto all’Etruria meridionale, o, almeno, vi sia stata la possibilità di una doppia via di trasmissione.

Andrea A. Ianniello
 







4 commenti:

  1. Fantastico post!, proprio nei giorni in cui sto leggendo R. A. Schwaller de Lubicz.
    Praticamente l'Egitto anche nel suo periodo terminale è stato "canale di irrorazione" verso l'esterno.

    E questa presenza di figure zoomorfe di certo non è imparentata con quella degli indoeuropei che ha attraversato il corridoio delle steppe e via discorrendo, a testimoniare del carattere veramente "primordiale" di tale simbolismo!

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  2. Non che non lo è, tant’è che il simbolismo zoomorfico “classico” proviene probabilmente da fonti “egyttizzanti”, per così dire, non indoeuropee o nomadi turco mongole; il che, a sua volta, **non vuol dire affatto** che Roma non avesse anch’essa un symbolismo di origine indoeuropea.

    Solo che nell’epoca modioevale l’aspetto nomadico ed indoeuropeo - in realtà una “koinè” fra una parte dei popoli indoeuropei e i turco mongoli delle steppe - prese **decisamente** il sopravvento ed è un problema storiografico, questo, tanto disatteso quanto davvero affascinante.

    Interessantissimo questo legame fra Tusci ed Egyptus ...

    Il che va nella direzione della “primordialità” di tale symbolismus che, come Guénon dixit “illo tempore”, **nessuno** ha “inventato” in quanto proveniente dalle scaturigini dell’umanità stessa in **questo “nostro” Cyclo agli sgoccioli**; ma - su ambedue i problemi (quello storiografico e quello “metaphysico symbolico” - ho pur detto qualcosina, sostanzialmente inascoltato ...

    Anzi mi fa piacere qualcuno come te “raccolga” il testimone a suo modo e con e per i suoi interessi specifici.






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  3. E a me fa piacere seguire la tua produzione, se me ne sentissi più degno; certe volte mi sento come uno che ha trovato un pozzo di petrolio per accendersi una candela, d'altronde è solo con pazienza che la consapevolezza "cresce" e con questa riesco a riconoscere meglio la visione dietro ciò che scrivi. Magari a causa di ciò gli interessi specifici potranno col tempo convergere.

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  4. Infatti è la visione “tacita”, che traspare qua e là, il punto vero, ma non appare immediatamente ...

    Beh sì, la consapevolezza cresce col tempo, ovviamente se ci si impegna, ma è sempre così; ricordo spesso quella frase di Guénon il quale sosteneva, giustamente, che la prima comprensione è il **segno** che si può avere - poi - la comprensione, ma **non è ancora** la **vera** comprensione.
    Penso questo valga **per tutto**, **anche** per la produzione scientifica comune.
    Notato come la comprensione latiti di questi tempi? E’ un caso?
    Per nulla, vi è una sueprficialità imperante, ma questo deriva da un fatto molto semplice: troppi vogliono “capire subito”, schiacciando il tempo necessario che ci vuole per raggiunger - nel tempo - la vera “comprensione”; ma è così per tutto, lo ripeto.
    Non lasciano lo spazio necessario all’espansione dei concetti, fase necessaria per la **seguente** (e conseguente) “compattazione” dei cocnetti stessi in una “visione” d’insieme: insomma il necessario ritmo del “solve et coagule”, per cui se vuoi avere il “precipitato concreto”, il “coagulato” (il precipitato, non la “coagulatio”, che è il processo a sua volta una fase del processo generale, che a sua volta è il “solve **et** coagula”), **devi lasciare alle cose lo spazio per **espandersi****, è una fase **necessaria**, che oggi si vuol quasi eliminare.







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